1 – LE QUOTE, I PIRATI, LA DISTRIBUZIONE

Il D.M 22/2/2013 reca la normativa sulle quote obbligatorie di investimento per le reti televisive al netto di tgi, giochi, intrattenimento, pubblicità, ecc..Può essere una soluzione contro la rete dei pirati

Può essere senz’altro un’occasione ghiotta per le sorti del cinema indipendente a due condizioni:

  1. che la normativa non sia troppo complicata e di difficile attuazione e quindi sostanzialmente burocratica e di conseguenza facilmente eludibile; ciò dipende anche dalle difficoltà di alterare conteggi o di applicare sofismi di comodo che ne alterino gli scopi;
  2. che ci sia veramente la meritocrazia, cioè che la scelta delle opere cosiddette “originarie” non venga effettuata per amicizia e quindi sarebbero sempre i 3-4 produttori detti indipendenti a usufruire di tuta la torta, ma sia una scelta che si basa sull’originalità del film medesimo- a prescindere dal produttore – nelle sue 4 fasi: produzione, finanziamento, pre-acquisto e acquisto e quindi con L’ISTITUZIONE DI UNA SPECIE DI CONCORSO.

Solo in questa maniera potrebbero usufruirne anche quei produttori indipendenti che oggi si trovano in difficoltà sul lato distributivo perché i film indipendenti incassano poco, in quanto – come sappiamo -non entrano nei circuiti distributivi più importanti i quali sono gestiti in maniera da non dare spazio agli INDIPENDENTI VERI, che perciò devono accontentarsi delle briciole.

Molti di costoro, sono ormai convinti che non serva più farsi distribuire e puntano direttamente sul circuito dei festival internazionali per tentare una vendita estera che diventa però sempre molto problematica. Se si punta solo sui festival non c’è nessun ritorno economico se non d’immagine, per l’autore, mentre la distribuzione on line che poteva presentare un’utile alternativa al mercato theatrical, nella sua versione STREAMING, NON RIESCE ASSOLUTAMENTE A DECOLLARE, per la presenza di troppi prodotti piratati.

Sul versante della pirateria, Grillo, non ha mai dato il via libera alla Pirateria come afferma su “La Stampa” il presidente dell’ANICA (Assoc. dei Produttori) Riccardo Tozzi, che definisce l’Italia il “Paese dove il sostegno culturale alla pirateria è più marcato”. Grillo ha solo detto che bisogna ridurre i tempi dei diritti in sintonia con una dinamica sociale molto più veloce rispetto al passato, ma la socializzazione o meglio la condivisione di contenuti, se riguardano dei film in cui ci sono dei produttori e detentori di diritti viene tutelata a livello di sfruttamento, quindi condivisione si, ma non gratuita. Sostanzialmente la forma-merce si applica a tutti i film professionali mentre i video “non commerciali” quelli dilettanteschi, possono essere socializzati dal web. Ricordiamoci che in streaming (sarebbe come se fosse un noleggio) non si paga più di € 3 per 24-36 ore, meno quindi dell’affitto fisico di un DVD.

 

 

1 – UNA DISTRIBUZIONE REMUNERATIVA PER IL CINEMA INDIE

Lo constatiamo ogni giorno con i nostro occhi quanto sia prolifico il cinema indiE ITAliano, ce ne siamo accorti anche ai vari festival, ce lo dicono gli autori di documentari, che vengano premiati a più riprese, eppure questi film spesso autoprodotti, più spesso finanziati almeno in parte dal Mibac, vivono una realtà separata come è quella dei festival, non riescono cioè ad essere distribuiti come meriterebbero se non in qualche sparuta sala d’essai.

Tanto s’è detto da parte di tutti gli organismi istituzionali, sindacali ecc, tanto poco s’è fatto, come parole gettate al vento perché poi la politica dell’inedia prevale sempre…e allora diciamolo senza pretendere di dire verità ultime o penultime, anzi scoprendo l’acqua calda vicino ad una fonte termale: se vogliamo, come pensiamo, far uscire questi prodotti in sala bisogna mettere in piedi con urgenza un circuito alternativo di distribuzione che sia nello stesso tempo anche remunerativo, che non venga lasciato alla fantasia di qualche autore quando deve distribuire il suo film (inventandosi, per creare un po’ di pubblicità, un presunto circuito nato col suo film e che morirà presto col lo stesso), ma che possa invece veramente attecchire .

Ora noi abbiamo un sacco di monosale ubicate nei centri storici delle città che si trovano in difficoltà e quindi sono costrette a chiudere per il “cannibalismo” esercitato da tutte quelle multisale di periferia che invece di attirare nuovo pubblico (magari di periferia) l’hanno sottratto ai cinema dei centri storici, probabilmente perché fuori c’è più parcheggio e servizi.

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

 

E’ proprio con queste sale del centro storico che invece si potrebbe ricominciare a sviluppare una logica del discorso che abbia un senso condiviso, naturalmente queste sale per far uscire i film indipendenti avrebbero bisogno anche di un qualche ausilio statale, una certa promozione, una sinergia fra i vari soggetti che operano nell’istituzione cinema, pensiamo al Mibac che finanzia dei film e poi non si cura della loro distribuzione (se non in maniera marginale) e pensiamo nella stessa logica del discorso, ai vari festival italiani come Santa Marinella Film Festival, Il Cinema Indipendente di Foggia, Il Gallio Film Festival, quello di Lodi e di Busto Arsizio, Imaginaria, Amidei, Clorofilla, Mantova Film Festival, Est Montefiascone che premiano le opere prime e seconde e il cinema invisibile, trovandosi a svolgere un’attività utile e culturalmente necessaria di scoperta di una cinematografia considerata a torto marginale, come se il cinema indipendente fosse in effetti un luogo distaccato del cinema italiano e assimilabile ai film africani e dei paesi dell’est che si scoprono solo nelle varie rassegne.

Questi festival possono avere una funzione trainante e importante per la valorizzazione del cinema indipendente e un trampolino di lancio mediatico per quei film che riscuotono l’interesse del pubblico, se questa sinergia tra i festival, le sale cinematografiche dei centri storici e il Mibac con l’aiuto di altri soggetti come le associazioni di categoria, potrebbe partorire non un topolino, ma mille topolini e così far distribuire almeno quei film segnalati o vincitori di premi, si avrebbe la possibilità di garantire una uscita almeno di questi film, e quindi il pubblico potrebbe vederli, allora si che ci sarebbe più attenzione verso il cinema indipendente italiano e l’investimento fatto servirebbe a rilanciare il cinema nazionale, lasciamo le multisale di periferia al cinema Usa o a quello con grande promozione, mi riferisco soprattutto alle commedie italiane e lanciamo il made in italy nei centri storici, tutte quelle opere autoriali documentari, cortometraggi, sperimentali segnalate dal circuito di festival dando uno sfogo necessario all’autoproduzione.

Provare questa strada vorrebbe dire sviluppare finalmente un percorso completo e mantenere la diversità dei linguaggi nel cinema arricchendola al punto tale che anche il cinema d’essai potrebbe trovare un suo spazio di pubblico, si tratta di mettere insieme un’attività che molti svolgono in maniera separata

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 7°

L’homo democristianus.  La stessa educazione difatti può trasformarsi in un consenso acritico o addirittura in una forma di propaganda di regime magari cancellando la tensione dialettica e favorendo una regressione sociale.

Fino a quando è lecito persuadere e da quando cominciare ad obbligare se non si è in presenza di leggi e fino a che punto è lecito far aumentare le leggi?

E qui ci invischiamo in uno di quei dibattiti da cui non se ne esce mai con idee chiare, ma con un senso di affaticamento per la presenza assidua d’un Giano bifronte che condiziona ogni ragionamento, perché tutto dipende dall’ottica (parola mitica degli anni ‘70) in cui si illumina d’immenso l’argomento o lo stesso rimane oscuro oggetto del desiderio o sterile luce fastidiosa.

I processi educativi vengono bene compiuti là dove c’è disponibilità culturale, difatti le periferie hanno difficoltà con i processi educativi, con le prescrizioni delle leggi, con comportamenti maturi e più facilità a seguire una propaganda di parte, se questa sa comunicare certi bisogni istintivi.

Quello che conta in ultimo sarebbe la crescita soggettiva in qualsiasi direzione, che ponesse l’individuo fuori dai meccanismi poco “socievoli” dei riflessi condizionati tipo azione comunicativa, reazione prevedibile, a favore di un’acquisizione di coscienza della propria esistenza, nella consapevolezza di essere una specie in movimento che può usare tante altre facoltà e non solo quelle istintualità.

La ragione umana di per sè si apre su un grande campo, eppure non sembra sia uniformemente coltivato, anzi per certi versi, nelle masse, nonostante la storia e l’esperienza, si continua a farsi influenzare da una coazione a ripetere che ripropone determinismi culturali tradizionali sensibili al condizionamento di forze superiori quali il fato, il destino che non si possono combattere (stava scritto prima che tu nascessi) e dove la ragione stesa rimane impotente a modificare o a incidere su certi comportamenti in una sorta di automatismo mentale. L’illuminismo appartiene alle classi colte, alla borghesia nella sua fase rivoluzionaria ed esprime una notevole evoluzione culturale rispetto alle società “istintive”, ma questo sviluppo razionale apre la strada alla manipolazione, alla simulazione, all’artificio nella “costruzione” della propria esistenza in cui ogni uomo diventa un architetto-artefice del proprio destino. Però le masse d’oggi dimostrano anche una certa diffidenza verso l’illuminismo, preferiscono un qualcosa d’altro che non è ancora definito, ma che le fa apparire incerte sul loro cammino anche se le “droghe” hanno cominciato ad attecchire superando la loro esclusività d’alto bordo.

Le masse apprezzano la razionalità ma non ne fanno una divinità o il centro di una attenzione esclusiva. Forse l’immediato futuro ci dirà di più, per il momento c’è tanta confusione nell’aria con una incredibile ripresa di miti di cartapesta che comunque svolgono la funzione succedanea di dare motivazioni profonde all’esistenza.

Sono prodotti, vissuti, rappresentati in una nuova sacralizzazione a volte bizzarra a volte razionalmente incomprensibile che convive con l’antico e con un certo gusto barocco, peraltro forma espressiva di ritorno molto vicina al sacro pur distanziandosi dal medesimo, in una ambivalenza di espressioni caratteristica dell’animo umano.

Attualmente la cultura delle periferie rimane “fumettistica” come rappresentazione visiva immediata priva di difficoltà percettive, con punte di delirio “mitico” e mistico per degli eroi semplificati non privi però di complicazioni barocche, che entrano di prepotenza nell’immaginario di gruppo.

Inoltre coesistono accanto a processi di conservazione dell’esistente (immobilismo passatista) anche tentativi di “raffinazione hobbystica” della cultura, cioè lo sviluppo di interessi specifici in cui si manifestano risultati veramente sorprendenti per sviluppo, approfondimento e trattazione di argomenti un tempo di competenza accademica.

Le accademie oggi e anche le università si stanno trasformando in reliquari di una cultura burocratica, funzionale al potere più che al sapere.

La cultura delle periferie però è più vicino al concetto di “produzione-produttività”, alla fabbricazione di oggetti raffinati provenienti dal design, a quel sistema di piccole imprese dove l’artigianato si coniuga ad una certa mobilità mentale innovativa indotta dallo stesso sistema industriale. Quindi la periferia ha una maggiore difficoltà a creare il “gratuito”, ciò che non serve, bisogna andare in centro per contemplare la grande arte spesso derisa dalle periferie, in cui come diceva Veblen (Teoria della classe agiata), la ricchezza porta a disprezzare l’utilità.

Solo in questi ultimi anni la periferia ha dimostrato di uscire dall’estetica retriva e restrittiva del “paesaggio pastorale” per abbracciare almeno l’impressionismo e magari fermarsi alle avanguardie storiche di questo secolo, segno questo di un decisivo passo in avanti nella storia del gusto.

Le periferie sono piene di luoghi “regionali” dove si riperpetuano in scala ridotta i centri, ogni luogo rappresenta sempre un centro di qualche altro e nel contempo periferia d’un centro più grosso.

Nell’epoca della globalizzazione economica in cui gli stati nazionali sono soppiantati dalle politiche mondiali, la periferia ha costruito uno spazio altro di democrazia con qualche degenerazione autoritaria e razzista che riflette il modo di pensare delle periferie.

Mentre il capitalismo con le nuove tecnologie diviene “immateriale” nascondendosi come un’ombra per cui il centro si trasforma in luogo di “simulacri”, di poteri occulti e patinati, di aristocrazie conservative e conservate, anzi congelate ma dominanti l’universo massmediologico, dentro l’eterno presente senza età che diventa sempre più immobilista, le periferie dimostrano più dinamicità sia come imprescindibile specificità culturale non altrimenti riducibile, ma anche come moto inatteso di conflitti e contraddizioni col risultato di rendere evidente una ulteriore conoscenza delle differenze e una possibilità di loro espressione su un piano evolutivo di necessità culturale.

Paradossalmente le periferie se purificate da certe incrostazioni semplificatorie, andrebbero a sviluppare meglio la democrazia e la partecipazione politica, senza per questo imitare pedissequamente sterili formule centralistiche, mentre d’altra parte il centro più universale, però superato dal globalismo, finisce col rimanere cristallizzato e più soggetto ai processi di omologazione, imitando proprio quel globalismo già “portatore ammalato” di un universo omologato che accentua maggiormente gli aspetti di distacco e di pregiudizio a seguito di una falsa e superficiale uniformità piena di scricchiolii per possibili rotture.

L’incontro di culture diverse su basi più “vere” può avvenire più facilmente nelle periferie, ma naturalmente se queste riusciranno ad evolversi culturalmente e non rimanere impigliate in improbabili, antichi rituali feudali.

D’altronde il globalismo si manifesta soprattutto nelle periferie, per questo si parla di villaggio globale, e s’insedia nella microfisica del potere.

Non si può pretendere a livello locale di produrre per un mercato mondiale senza accentuarne le contraddizioni, ma la materia qui si fa veramente vischiosa e difficilmente dissociabile tra considerazioni localistiche – dove appare insieme ad una minoritaria economia dell’autoconsumo, una complessa rete globale – e aspetti di mondializzazione che accentua i legami dei popoli della terra, la loro socializzazione, ma anche la fragilità del loro incontro.

E’ impensabile oggi che ci sia una economia locale dedita all’autoconsumo in contrapposizione ad una economia globale di mercato, si verifica bensì una maggiore velocità nella circolazione di prodotti e saperi locali sfruttando anche le nuove tecnologie. In questo groviglio c’è ancora chi teorizza per effetto di residui arcaico-ideologici che le periferie possano contrapporsi ed addirittura sconfiggere la globalizzazione dell’economia (un topo che fa cadere un elefante con lo sgambetto) non considerando il fatto che le periferie più evolute economicamente sono integrate in quella rete, anche se le reazioni localistiche si diffondono come un bisogno di contrapporsi culturalmente alla uniformità mondializzante, di difendere le proprie tradizioni linguistiche contro un linguaggio unico.

Ricordiamo però un eventuale autoisolamento danneggia lo stesso sistema di imprese locali integrate nella rete mondiale per cui all’autoisolamento corrisponderebbe la riscoperta di una economia dedita all’autoconsumo dalle caratteristiche anticapitalistiche e deglobalizzanti, mentre fenomeni quali il razzismo e l’intolleranza possono distruggere quella differenza che faticosamente il localismo conquista accentuando una forma di separazione egoistica dei localismi ricchi rispetto a quelli poveri legittimando il principio dello scambio ineguale a livello micro-territoriale.

Ciò può rendere possibile come ritorsione una qualche forma di boicottaggio economico, per cui non solo ognuno deve restare a casa propria, ma anche i propri prodotti devono restare a casa propria, costringendo paradossalmente proprio a quell’economia dell’autoconsumo. Allora sembra più probabile che entrambi i processi – il localistico ed il globalizzante si debbano svolgere compiutamente completandosi a vicenda, mentre un certo integralismo regionalistico costituisce la reazione non tanto nazionale, quanto locale di una comunità che perde progressivamente identità e che si vede minacciata anche a livello nazionale da pratiche e poteri di sottomissione economico-politica, parte di quella globalizzazione di cui il centro ormai viene investito come nuova periferia del mondo che annulla la specificità culturale.

Con una richiesta di potere politico rispetto ad un centro ormai in disuso e avvezzo ad acquisire rendite di posizioni parassitarie, il localismo ricco e ben integrato in un processo mondiale di produzione economica vuole acquisire una situazione di predominanza e quindi di superiorità verso il centro e verso altri localismi non in grado di tenere lo stesso passo. Per mezzo dell’economia, poi con la politica, si vuole ribadire una preminenza culturale attraverso una concorrenzialità selvaggia mentre lo stato nazionale rivendica comunque una legittimazione statale di funzioni che non possono essere disperse nel territorio senza mettere in pericolo l’unità nazionale, l’identità collettiva.

Il pericolo per il centro è l’indebolimento conseguente e “marginalizzazione” logica di tutte le industrie nazionali come ad esempio quella della comunicazione e della cultura rispetto al processo di globalizzazione che “consentirà il dominio assoluto delle industrie culturali più forti.”(1)

Anche se il “nazionale” potrebbe essere benissimo la sommatoria articolata delle realtà locali rendendo vacua la creazione di una grossa industria culturale nazionale che potrebbe facilmente istituzionalizzarsi e sclerotizzarsi, realtà locali con più produzioni autonome anche concorrenziali tra di loro, in grado di far crescere la qualità dell’intera produzione culturale-nazionale contrastando così posizione di rendita parassitaria e assistenzialistica.

Una cosa è certa: che la globalizzazione non si sconfigge con operazioni rituali di demonizzazione del sistema impresa, anche se quest’ultima, come modello comportamentale, crea sempre più la società a sua immagine e somiglianza trasformando la cultura in valore di scambio. Comunque più facile sarà immaginare che sarà proprio il processo di globalizzazione a indurre quella socializzazione globale dell’economia, ma anche del problema ecologico che come tale attraversa l’intero pianeta.

Nel primo caso ciò può favorire la creazione di una contraddizione “localistica”, per la questione ecologica invece si potranno finalmente affrontare misure realmente efficaci, rispetto a politiche ecologiche di respiro localistico e di debole efficacia globale.

Una parte del mondo sarà sempre più dipendente da un’altra parte del mondo, ma solo così entreranno in relazione e un problema di una parte potrebbe essere risolto da un’altra parte, aumentando la consapevolezza che si è effettivamente parti di un tutto in senso organico ed entità indipendenti in senso culturale.

Le periferie però sono ancora luoghi di costumi arcaici che sopravvivono accanto al benessere economico. Diffidenze campanilistiche, pregiudizi ancorati ai proverbi (moglie e buoi ….) consolidati da antiche esperienze, al sapere tramandato oralmente, contrastano la dinamicità dei processi economici, per cui il pensiero locale quando non è di pedissequa imitazione centralistica e non viene applicato alle imprese, rimane spesso povero di temi, addirittura poco razionale pervaso da antiche verità a volte regressive e barbariche, propenso a crearsi i propri nemici nella differenza non intesa come diversità da rispettare ma come inferiorità da combattere simile a certo nazionalismo esasperato d’un tempo che ammantato di propaggini romantiche determinò gli eccessi guerrafondai che tutti conosciamo.

Nelle periferie vive anche un facile dogmatismo ideologico, un certo comunismo semplificato e rozzo che in qualche misura può ostacolare per i suoi addentellati conservatori un processo di rinnovamento locale. In particolare il comunismo di oggi ha mantenuto la facciata ritualistica di pratiche congelate in un processo di sacralizzazione del mito, che lo fa diventare non più un’entità viva con le sue contraddizioni ma un museo del folklore dai tanti pezzi di pregio, qualche faccia di cera che riproduce quando c’era LUI e l’ostentazione senza autocritica di errori storici pervicacemente difesi in nome di un orgoglio fideistico. Rimane il fatto comunque che con questo non si vuole assolutamente non riconoscere ciò che di positivo, solidaristico, civile, avanzato, ha alimentato la cultura comunista con dei valori capaci di bonificare un corpo sociale altrimenti destinato alla degradazione della corruzione e all’anomia.

E comunque il bisogno d’utopia fa parte di una rigenerazione morale, di una ricerca seppur illusoria di infinito, ma si ritiene che per molti decenni ancora il comunismo sia una specie di “sacro laico” che conserva ciò che è stato senza alcuna importante funzione di incidenza e cambiamento sociale, diventando il luogo della memoria storica da onorare.

In questo deserto della politica intesa come possibilità di cambiamento radicale della società civile i comunisti potrebbero apparire come elementi decorativi dei templi isolati in cui si conservano le reliquie allo scopo di celebrare antichi fasti consumando vecchi riti in uno stile illustrativo, senza nessuna capacità di progettazione vera, mentre la politica intesa come autonomia localistica razionalizzatrice ed ecologista, prenderà il sopravvento, ma ogni cambiamento e razionalizzazione saranno comunque determinate non tanto da un processo di crescita soggettiva, ma dall’avvento delle nuove tecnologie capaci di mutare profondamente i modelli di vita e quindi il modo di pensare delle persone.

 

(1) PRC – Partito della Rifondazione Comunista, documento sulla cultura, programma per un anno,-

 

4 – UN RACCONTO INVERNALE

BRUCIA LA VECCHIA !

RACCONTO

Omaggio a Federico Fellini

 

 

Un racconto invernale. La nebbia era fitta nel bosco, camminavo incerto aprendomi a fatica la strada tra le fronde. La guazza notturna mi bagnava dalla barba ai piedi, cespugli e rami mi trattenevano e s’impigliavano nelle vesti, incespicavo nel buio pesto; quand’ecco in una minuscola radura una quercia lugubre, nuda e stecchita che si appressò.

Nel silenzio folto percepii il rumore ritmato del becco d’un picchio che lavorava sul suo tronco là vicino e un’espressione di terrore mi ridisegnò il volto: un lupo oscillava impiccato sul ramo di fronte alla luna velata con la lingua penzoloni, mi scostai con gli occhi sbarrati e un freddo-caldo alla schiena, mi parve per un attimo di scorgere un burattino di legno che mi veniva incontro, ora d’istinto alzai i tacchi, camminai veloce senza nemmeno voltarmi, corsi, ma mi fermai quasi subito; vidi di fronte a me una luce che m’abbagliava, distinsi nell’oscurità l’immagine candida d’una fata:

– “quanti anni hai?”

Mi chiese delicatamente con una voce trasognante.

– “settantatre”

Feci eco, ma mi allontanai obliquamente chinando la testa e pieno di disagio.

Finalmente giunsi in uno spazio aperto: una grande radura che sembrava una piccola vallata chiusa davanti a sé dal fitto scuro di abeti dai quali sbucavano come crape lisce, rilievi montagnosi imbiancati, manti continui soffici e lontani. E proprio alla fine di questa vallata una casupola fumante dava segni di vita.

L’erba era secca e si frammischiava a residui di candida neve e ghiaccio che congelava il fango, il vento ululava aprendosi squarci improvvisi, il freddo pungeva, tutto intorno l’immensa oscurità della foresta che si tramutava in ombre mobili e misteriose, in fruscii lievi, in sensazioni primigenie.

Un fruscio più corposo alle spalle mi fece sussultare, affrettai il passo anche per uscire dall’erba bagnata che ormai mi dava fastidio, i miei poveri piedi erano una ghiacciaia mobile, finalmente mi trovai in un sentiero di terra battuta con tanto di fango solidificato che portava proprio su quell’unica casupola in cui la luce fioca rappresentava un miraggio, una meta che dava vigore, moltiplicava le forze immaginando il senso di tepore d’un riparo, d’un fuoco, di stare al calduccio. Il sollievo aumentò la fretta, che fece girare le gambe, che aumentarono il sollievo….Mi sentii però un attimo intimorito, in balia di chi sa chi: ladri, assassini e la mia fantasia si inerpicava: “e se li abitava l’orco dall’accetta facile”; ma era freddo, tanto freddo che non sentivo le orecchie nella notte blu, velata di bianco, traforata di stelle, il gelo mi congelava di più.

La foresta al contrario non mi dava nessun tepore, mi dava un senso di bagnato freddo di brina e il fiato modificava l’aria fuori dalla mia bocca che conteneva il respiro affaticato.

Arrivai infine dalla parte più buia, bussai spinto da un improvviso coraggio misto a timore, poteva essere un onesto boscaiolo come ce n’erano tanti nelle fiabe. Percepii al di là dell’uscio dei passi, di chiunque fossero tra poco avrei visto il viso, ormai era andata, la porta si aprì appena solo per notare una vecchia smunta, magra sdentata, tutto naso, completamente vestita di nero con un fazzoleto in testa, da essere una befana. Non appariva sorpresa, non mi chiese niente, mi fece entrare, mi sorrise come potè, ma quegli occhi scuri e l’espressione di leggero ghigno non mi tranquillizzarono del tutto, sembrava la nonna antica contadina perennemente in lutto, perennemente in nero con la bacchetta di giunco in mano.

Nella povera stanza c’era un vecchio e rude camino acceso con poca legna accatastata sul pavimento di legno, il fuoco crepitava di rosso vivo e si riverberava sul tavolo rozzo di legno scuro, un po’ sconnesso e rigato dal tempo:

– “vieni, vieni, guarda cosa ho preparato per te!”

Notai la pinza e un bottiglione di rosso dal vetro gocciolante e trasudato con due bicchieri da osteria.

Si sfregava le mani ingobbita mentre il ghigno si allargava in un moto di soddisfazione, parmi rinascere in quell’odore antico di legna bruciate, i miei occhi si illuminarono a festa, fissai in me un lungo attimo di gioia, l’assaporai fino in fondo, un umore spavaldamente inebriante, mi veniva da ridere, scherzare, i miei occhi eccitati sembravano sfolgorati, l’entusiasmo mi trascinava verso un desiderio di follia: bevemmo, mangiammo, strafogammo, mentre lei sghignazzava, la sua faccia trai bocconi si modificava tutta, con gli ultimi denti avariati masticava sul davanti ad una velocità folle, sembrava che da un momento all’altro le sue mandibole rugate dal tempo le si staccassero frantumandosi a terra. E mi rimpinzai di pinza come una vacca in cinta, mangiai di gusto, affrettatamente a bocca aperta, bevvi fino ad ubriacarmi, ingurgitai bicchieri su bicchieri, dopo tanto freddo tutto si scaldava nel mio corpo e si intorpidiva, avvertivo l’ebbrezza, la velocità, l’alterazione e ogni cosa sfumava, lei mi fissava sempre beffarda, mi incoraggiava a continuare:

-“mangia, mangia, mangia ancora…dai ne è rimasto, mangia, mangia ancora!”

Poi dalla fievole luce del mio barbaglio di ragione le notai uno sguardo mandibolare spaventosamente illuminato e torvo.

Si alzò di scatto perfidamente sinistra, nutrita d’una agilità e d’una energia invidiabile e a schiaffi e pugni mi levò dalla sedia – io che non stavo neanche in piedi e che non volevo crederci in piena ridarella assoluta – mi gettò con un gesto selvaggio nel camino che si era quasi spento. Sembravo un sacco di fascine o di patate posato colà, avvertì appena qualcosa che scottava forte come le pietre surriscaldate posate nelle lenzuola fredde dei rigidi inverni, ma sempre più lontano dalla coscienza: tutto intorpidito non capivo più niente….il fuoco ardeva dentro me, ma mi sentivo beato, beato, percepìi un colpo forte in testa e un altro ancora… un ghigno malefico, chissa’ dov’ero se c’ero…

E fu così che quella notte riscaldai la vecchia bruciando per essa.

 

 

3 – ELEZIONI: RIVOLUZIONE A 5 STELLE

E LE STELLE NON STANNO PIU’ A GUARDARE

Lo dicevamo da tempo trovandoci contro stampa e partiti politici tradizionali, che ci sarebbe stata una grande rivoluzione civile, ma non quella dei professionisti del cambiamento che parlano bene e razzolano male, e intanto con la classe operaia e l’ambiente si fanno una carriera politica piena di vitalizi, ma da parte di chi ha saputo capire le tendenze della società civile, non i partiti che ormai sono maschere di cera in un museo chiuso al pubblico, neanche i giornali scritti da camerieri solerti del potere costituito e pagati per negare i problemi della gente o cristallizzati su una ideologia piena di retorica, ma quella del  Mov 5 stelle che ha catalizzato su di sè il malcontento, che ha saputo partorire istanze del cambiamento dal basso al fine  instaurare una Italia più democratica e giusta, rispetto ad una casta politica inamovibile che l’ha distrutta.

Subito bisogna togliere l’IMU, ridurre gli stipendi ai parlamentari, le pensioni d’oro, gli stipendi ai maneger, ai banchieri, togliere finanziamenti ai giornali e ai partiti politici,  riformare la Rai, un canale senza pubblicità togliendo l’influenza della politica, togliere le province. Come in una sceneggiatura scritta bene e dalla quale si può trarre un  grande film, non basta solo togliere, bisogna anche mettere, anzi è l’arte del togliere e del mettere.Togliere a chi più ha e mettere al centro il cittadino. Quindi Basta raccomandati, ci vuole meritocrazia, togliere ai tanti privilegiati e con i  risparmi istituire un reddito di cittadinanza. Insomma fare il contrario di ciò che ha fatto Monti.

Nello scenario politico è probabile un Monti Bis riservato agli abbonati del potere, con un leader però nettamente indebolito, o un governo tecnico di esponenti della Società Civile (e quindi non parlamentari) del PDLe del PD-L , magari professori universitari, intellettuali senza cariche politiche. Grillo docet.

 

1 – QUOTE O QUOTICINE CINEMA

Si era parlato qualche giorno fa che le quote-QUOTICINE  del cinema italiano nelle televisioni a rilevanza nazionale e quindi non solo Rai, avrebbero risollevato le sorti del cinema nostrano a patto che il cinema dei poteri forti lasciasse un minimo di spazio anche al cinema indipendente che ha molto spesso una capacità di “verità” superiore rispetto ad un cinema di successo, però ci si mette di mezzo il PDL che cura gli interessi di Mediaset a proporre una gradualità di queste quote e un’ulteriore riduzione della percentuale, già di per sé minima (il3%).

Vincenzo Vita senatore del Pd parla di colpo di mano da parte della commissione cultura del Senato, a maggioranza PDL dello schema di decreto ministeriale sulla riserva di quote nella produzione e nella programmazione delle emittenti televisive, di opere cinematografiche di espressione originale italiana, da sempre al servizio del suo padrone e alla difesa di Mediaset.

Per ossequiare il suo padrone Mediaset che non vuole nessun tipo di vincolo, ecco che il PDL è contrario ad aiutare la cultura italiana, quella che Tozzi chiama una politica industriale per la cultura: “ un ventennio di degrado di tutti gli aspetti della vita sociale ha condotto l’Italia alla depressione economica e psicologica: La cultura è la principale risorsa potenziale per risollevare le energie del Paese. La sola in grado di generare al tempo stesso crescita economica e civile

Della cultura a Mediaset (diciamocela tutta) gliene può fregar di meno, certo vuole fare quello che vuole senza vincoli, in quanto la sua natura non è quella di TV PUBBLICA ma commerciale, però non la si può considerare solo quando fa comodo TV DI RILEVANZA NAZIONALE  perché esprime anche degli interessi pubblici, eppoi dovrebbe essere un discorso di buon senso dare la possibilità di produrre dei film indipendenti e non solo quelli di grande successo internazionale e questo per aiutare anche l’economia nazionale e aumentare i posti di lavoro nel settore della cultura.

Parole al vento perché a Mediaset non importa proprio niente di noi, visto che ha sempre esaltato il cinema americano esterofilo, preferisce piuttosto comprare i film Usa in pacchetti per poi fare certi giochetti che sappiamo tutti per i quali Berlusconi è finito sotto processo, anche se lui a sua discolpa ha detto che era un comportamento diffuso e che le stesse pratiche le faceva la Rai, quando comprava i film in America.

Ecco perché, sottolineo, non bisogna votare chi non ci considera, se non vogliamo darci una zappa elettrica sui piedi. Molti ci criticano che così siamo reazionari perché puntiamo ad una cultura identitaria, ma se l’alternativa è la cultura della pubblicità ovvero di contenuti tutti uguali in tutti i paesi del mondo che esaltano la mercificazione dei nostri sensi, tutto ciò rappresenta il fallimento della cultura è l’esaltazione della volgarità e della regressione, ma loro ti ridicono che la tv è commerciale e possono mettere i contenuti che vogliono, o cmq quelli che vanno per la maggiore, potrebbe essere però che anche il cinema indipendente può attrarre interesse se esprime dei problemi intorno ai quali c’è il rispecchiamento del pubblico.

Noi diciamo: proprio perché le tv di Berlusconi sono di rilevanza nazionale devono soggiacere a delle regole di concorrenza verso la Rai, forse è troppo difficile capirlo.

 

 

2 – IL DEBITO PUBBLICO E IL TASSO DI INDEBITAMENTO

Tutti i Paesi occidentali a capitalismo avanzato hanno il problema dell’indebitamento, come se fossimo arrivati a quel livello di sviluppo economico che per crescere bisogna indebitarsi altrimenti c’è la depressione, la disoccupazione; dicendola in altro modo, il sistema economico si è imballato in sé stesso come un meccanismo arrugginito dalle grosse perdite che funziona con fatica e solo iniettandogli un sacco di olio, ovvero come un motore che parte sparato ma col freno tirato.

PER CAPIRE però in maniera approfondita dobbiamo intendere la differenza tra ciò che si chiama IL LIVELLO FINANZIARIO dei fenomeni economici e ciò che si chiama più propriamente L’ASPETTO ECONOMICO.

Quante volte parliamo di problemi finanziari e problemi economici, confondendoli spesso pur essendo di natura diversa.

Per economia volgarmente intendiamo risparmio, però è proprio il risparmio che sviluppa l’investimento, e quando c’è un investimento c’è una attività economica, quindi l’impiego dei fattori produttivi per la soddisfazione dei bisogni individuali o collettivi, si chiama economia.

Qui siamo nel campo della semplice ragioneria che ci parla di costi o spese che si sostengono al fine di produrre beni o servizi dai quali si può ricavare una certa ricchezza o anche solo il sostentamento alimentare.

L’uomo ha fame, deve mangiare e per mangiare deve sviluppare un’attività economica agricola, fino a quando siamo in una economia di sussistenza non c’è scambio, baratto, di un bene con un altro. Quando c’è il baratto si valuta un bene con un altro, poi con la moneta si valuta il bene in termini di una certa quantità di denaro e qui siamo già nel campo finanziario che è composto da disponibilità liquide (denaro) e da beni materiali che sono gli stessi attrezzi agricoli (patrimonio).

Questi due elementi ECONOMICO E FINANZIARIO sono strettamente connessi perché per produrre c’è bisogno di ricchezza e la produzione genera ricchezza stessa.

Citando dal Blog di Beppe Grillo (15/12/2012), possiamo portare questi concetti nella gestione di uno Stato e abbiamo da una parte il processo produttivo, che per lo Stato è attuare dei servizi pubblici (sanità, scuola, infrastrutture, servizi sociali) A FAVORE DELLA cittadinanza, dall’altro la ricchezza per produrre questi servizi che lo Stato reperisce mediante la tassazione. Quando uno Stato non raccoglie mediante la tassazione la ricchezza sufficiente per la produzione dei servizi ovvero quando questi si espandono in maniera non efficiente, alimentando al suo interno strati parassitari di origine politica, ricerca la ricchezza che gli manca rivolgendosi ai famosi mercati finanziari e quindi da questo passaggio si genera il debito pubblico.

Il debito pubblico si alimenta nel tempo anche grazie a una classe politica che non accetta di ridurre i costi della politica e alimenta una politica clientelare ai danni della Comunità, loro la chiamano POLITICA PER LO SVILUPPO LOCALE, ma quello che si sviluppa sono le dimensioni delle loro tasche e quindi le dimensioni del debito pubblico. Attualmente l’Italia paga 100 miliardi di interessi per pagare questo indebitamento, soldi sottratti al bene pubblico, tagliando altri servizi pubblici ovvero aumentando la tassazione, perché per ovvi motivi di ordine pubblico, non è possibile ridurre le burocrazie generate dalla politica, effettuando dei tagli significativi di personale.

C’è chi dice che il debito pubblico di un Paese sia ricchezza privata, però solo se rimane in Italia, in quanto gli interessi (i 100 milioni di prima) vengono pagati a risparmiatori italiani, se invece è detenuto da altri Stati e da Grandi Banche estere (attualmente il 50% del debito italiano) si crea una suddittanza verso l’estero e una dipendenza psicologica dalla Germania per fragilità economica. Con i debiti dei singoli paesi che devono esere vissuti individualmente da parte degli Stati, va in crisi la Falsa Unione Europea, perché ogni Stato pensa a se stesso e quello che si sente più forte non vuole aiutare quello più debole, insomma rimangono i soliti egoismi tipici di una mancata unità politica.

Il presidente Obama ha DETTO agli Usa: perché non alziamo il tasso di indebitamento? E perché allora, aggiungo io, non lo possiamo fare anche da noi

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO VI°

L’homo democristianus – D’altra parte vendere un prodotto significa suscitare un certo interesse sul medesimo e le Tv commerciali si basano sulla vendita di spazi pubblicitari.

Seguire l’audience vuol dire fare un favore alle Tv commerciali e in ultima analisi valorizzare le loro trasmissioni anche se contrapporsi alla Tv commerciale in nome della qualità, ha determinato una copertura ideologica ad una Tv di regime, spacciando per qualità o per cultura trasmissioni di propaganda ideologica a favore della coalizione di governo. Per cui l’audience costringe comunque a misurarsi con un certo indice di gradimento da parte del pubblico anche se ciò avviene a detrimento della qualità, che per un servizio pubblico cosa può significare?

Premiare l’originalità, l’intelligenza, la differenza, la cultura, la controcultura, la sottocultura? Meglio una Tv di regime o una Tv commerciale, ma se è commerciale perché si dovrebbe pagare il canone?

Quindi misurarsi con l’audience ha voluto dire anche sconfiggere una certa Tv di regime noiosa e interessata, ma come dovrebbe essere un servizio pubblico? Obiettivo, si risponde.

Questo non vuol dire niente, ognuno cercherà di essere il più possibile professionale e la sua obiettività dipenderà anche dallo schema mentale del giornalista, dai suoi assunti ideologici, come potrà rappresentare delle minoranze se manco le capisce? Allora non ha sufficiente professionalità, bisogna cambiarlo, ma come si fa a cambiarlo se è parente di quell’altro che sta nel partito? Ormai si stanno tutti imbrogliando da soli con questo discorso del servizio pubblico e dell’obiettività soprattutto quando sono i rappresentanti degli stessi partiti a richiederlo.

Come può essere una tv sottratta ai partiti quando le Tv private servono il loro padrone che è in concorrenza politica? Un fatto del genere sembra veramente surreale e fa capire che quando Machiavelli voleva l’Italia unita forse perché temeva i grandi intrighi di troppe corti, ma le corti sono rimaste tante attraverso la moltiplicazione dei partiti che comunque rappresentano una pluralità di interessi a differenza dei tempi suoi dove erano esistiti i guelfi o i ghibellini, i bianchi o i neri, l’impero o la chiesa, i comuni indipendenti e i comuni asserviti, le signorie, il partito del re e quello del popolo.

Molti argomenti risultano capziosi e riflettono semplicemente degli interessi strategici verso il controllo dell’informazione che è una fonte di potere e di propaganda del partito dell’aziendalismo contro il partito dello statalismo, c’è chi vuole fare dello stato un’azienda, una società per azioni e dell’interesse pubblico una merce da vendere e un’occasione d’affari, disconoscendolo quindi come un’entità autonoma, “demercificata”, come un’entità separata che coltiva l’interesse pubblico e quindi fuori dal commercio e dagli affari, ma fornitore solo dei servizi.

Il partito dell’aziendalismo accusa lo stato di essere divoratore di soldi, pozzo senza fondo che si mantiene facendo pagare troppe tasse ai cittadini, pieno di parassiti e corrotti, gli “statalisti” replicano che così si vuol trasformare il Paese in un far west senza regole, senza interesse pubblico che domini certe questioni di preminenza ambientale, lasciando in mano il tutto all’affarismo più selvaggio e alle varie mafie economiche.

E’ vero che lo stato può essere dominato da politicanti che lo possono corrodere e succhiare spremere per trarre vantaggi di gruppo, però è anche vero che i privati non sono dammeno quando applicano il principio delle perdite pubbliche e dei guadagni privati che ha fatto spremere parecchie risorse collettive da parte di soggetti intraprendenti. Il partito dell’aziendalismo promette tanti posti di lavoro se lo lasciano gestire gli affari pubblici, ma poi afferma di voler allungare i tempi del pensionamento, ma allora come può aumentare l’occupazione?

Tu sei sciocco non hai capito niente ti rispondono, qui non si tratta di gestire gli occupati ma aumentare le basi produttive del sistema, e la cosa diventa curiosa; come si può fare?

Ma certo comprimendo lo stato, non più pletorico come è ora. Va bene, allora bisogna licenziare- dei quattro milioni di dipendenti pubblici e para pubblici -almeno un milione e poi riassumerli nel privato sperando che la tecnologia eviti di sostituirsi alle persone, ma la sommatoria dell’operazione sarebbe sempre zero, se poi si vuole radicalmente cancellare lo stato trasformando i ministeri in Spa, allora bisogna prima licenziare quattro milioni di impiegati, certamente molti di questi anche veri e propri parassiti che sfruttano le protezioni politiche per non far niente, eppoi allargando la base produttiva contare su altrettante assunzioni nel mondo privato, ma la sommatoria rimane sempre zero.

Come si potrebbe allargare la base produttiva? Diminuendo le tasse, ma per far questo o devi combattere l’evasione fiscale in maniera radicale o licenziare personale in esubero e poi recuperarlo attraverso l’aumento della base produttiva, ma se la base produttiva si deve allargare restringendo l’occupazione il discorso diventa un mezzo imbroglio, dovunque vai il problema non lo risolverai ma lo aggraverai.

Per poter aumentare l’occupazione bisognerebbe evitare la tecnologia almeno nell’ambito dei servizi in cui ci deve essere per forza se non inventeranno il robot, l’incidenza del lavoro umano.

Qualcuno che vuole propinare facili ricette dimentica appositamente che le contraddizioni sono tante e non sempre risolvibili dentro un quadro di ottimizzazione delle risorse umane, anche se permane un problema di snellimento delle procedure burocratiche che devono diventare più leggere senza l’ipertrofia di uffici pubblici messi là a divorare carte inutili.

La Pubblica Amministrazione dovrebbe diventare più trasparente e capace di fornire servizi pubblici di qualità in sintonia col bene pubblico, ma per far ciò si dovrà imprimere nei suoi dirigenti e funzionari criteri di efficienza in modo da non perdere più giornate intere solo per scrivere una lettera in buon burocratese, considerando la forma più che il contenuto.

Privilegiare l’aziendalismo nella gestione di un pubblico interesse e nella gestione dell’informazione pubblica televisiva significa che poi non si può più chiedere il pagamento di un canone che equivale appunto ad una tassa, a meno che non si faccia un’operazione “machiavellica” (povero Machiavelli come lo trattiamo male) di fusione del pubblico interesse con l’aziendalismo, un ibrido tipo Rai che per le sue entrate si affida al 60% alla tassa del servizio pubblico e il rimanente 40% all’aziendalismo, un furbismo che ha sempre convissuto con la mentalità italica e con la borghesia parassitaria.

L’ibrido è oggi di moda anche nella gestione di servizi pubblici economici: tanto capitale pubblico e un po’ di capitale privato quasi per controllarne l’efficienza ma la proprietà rimane dello Stato Spa, un po’ più aziendalistico e un po’ meno statalistico, basta che non sia un ulteriore travestimento, un trucco per salvare una faccia piena di rughe.

In questa commistione in cui il padrone privato diventa PUBBLICO inteso nel doppio senso di servizio e di soggetto, per cui ciò che è pubblico interesse o interesse pubblico si confonde con l’interesse privato di molti o di qualcuno. In questo modo rimane indefinito il concetto di “pubblico” fino al punto in cui ognuno se ne può appropriare “privatamente”.

Forse ci possiamo chiarire se affermiamo che il servizio pubblico si richiama al concetto di bene pubblico come etica e deontologia della comunità che si sovrappone all’interesse individuale o di gruppo (conflitto d’interesse) e che riguarda indistintamente tutti: quel prato è un bene comune, è di tutti, nessuno deve insozzarlo; quel prato è un bene comune di tutti e quindi di nessuno, ognuno può farne ciò che vuole, ecco che allora i due partiti, quello statalista e quello aziendalistico si differenziano per una opposta concezione del bene pubblico. Il servizio pubblico televisivo dovrebbe procedere col primo argomento ma poi ognuno ha una idea su come trattare nel prato ogni filo d’erba, mentre il prato aziendale è tutto addomesticato come un giardino all’inglese: se il servizio pubblico non funziona i telespettatori si lamenteranno cambiando canale preferendo un altro programma, magari una Tv commerciale “infestata” di pubblicità, ma dove finalmente si possono vedere film decenti. Forse, al di là delle lottizzazioni partitocratiche che hanno contribuito in passato ad abbassare il livello di qualità dei programmi e alimentato vere e proprie “mafie” partitiche trasversali, l’unica soluzione potrebbe essere quella di fare dei canali ideologici di destra e di sinistra che rappresentano grosso modo la base elettorale nazionale con possibilità di accesso a tutti i movimenti e le associazioni d’opinione, o meglio due canali uno progressista e uno conservatore e un altro canale più vicino alla società civile. Le opzioni possono essere tante e molte di queste capziose, si tratta alla fine di scegliere delle persone che non devono poi come dei servi, rispondere ai loro partiti d’elezione e quanto sia difficile una cosa del genere lo sanno tutti. Se non sono scelti dai partiti chi li sceglie? Un manager? Ma se certi manager fanno più politica che gestione aziendale! Non sarà che oggi il capitalismo è più politico che aziendalistico? Il popolo? Può scegliere la gente una trasmissione, non certo votare per un giornalista senza andare a simpatie extraprofessionali.

La capziosità si eleva a sistema complessivo di segni aggrovigliati. Per cui qualcuno pensa: era tutto più semplice quando la tv era di regime.

L’unica alternativa potrebbe essere quella di lanciare una Tv originale, piena di idee non sempre immediatamente comprensibili, culturale in senso vivo che informa su tutte le arti figurative, proiettando i film che sono entrati nella storia del cinema, una Tv che privilegi la qualità con qualche cascame frivolo, ma in un’ottica di cambiamento perché certe formule collaudate possono durare anche molti anni, ma non sono auspicabili per la mente. Però dovrebbe anche conquistare il consenso pur sapendo che su questo termine si basa tutta l’ambiguità di ogni processo di pensiero.

Se in politica l’ossessione del consenso non fa fare scelte coraggiose, anzi molto spesso compromissorie che non accontentano nessuno, la cultura del consenso può essere la morte della cultura, d’altronde avere consenso significa non rischiare, basta vedere oggi come certe trasmissioni della Rai portino l’acqua al mulino della concorrenza commerciale quasi come se il servizio pubblico fosse succube alla Tv d’un padrone o più d’uno che la usano anche a fini personali (Fini invest)

La cultura quando è innovativa si deve conquistare con fatica il consenso, ma se le periferie sono refrattarie a certe trasmissioni forse incomprensibili e comunque con indici bassi di visione, come si possono mantenere queste trasmissioni quando sul gradimento della stessa periferia si misura il successo di molte trasmissioni commerciali?

E se questi programmi culturali vengono relegati ai margini si confondono con quelli che non sono per niente culturali, ma tentativi di regime o di grosse coalizioni politiche o di gruppi di interesse di influenzare l’opinione o peggio di irreggimentare le masse. Chi è che distinguerà una Tv a livello culturale o meno, se manca un certo consenso di massa? E la Tv può o deve educare? Domande, molte sono le domande che ci poniamo, difficili le risposte, le più semplici possono negare il problema e continuare con gli equilibrismi di sempre, però certe questioni non si possono eludere. Anche l’educazione suscita un concetto bifronte, essa indubbiamente diventa uno strumento di informazione alla libertà, ma anche di sottomissione.

Educare ad una maggiore “civiltà” è sempre positivo per la coesistenza sociale (pubblicità progresso), educare all’autonomia individuale è ancora più auspicabile, ma dipende sempre dal messaggio che viene comunque trasmesso dall’alto verso il basso (da una fonte ad una pluralità di individui) e qui concorrono interessi e ideologie, correnti di pensiero, lobbys, i partiti e la propaganda che suole essere sempre un’educazione” di parte con tutti i limiti che ciò comporta se si usa per dissuadere comportamenti alternativi consolidando il conformismo, in quanto considerati disgregativi del corpo sociale. L’homo democristianus.

 

 

3 – POLITICA LOCALE

Quando si vuole fare politica a livello LOCALE  bisogna considerare almeno 3 aspetti dell’agire politico, pena la parzialità dell’intervento.

1° – Bisogna avere e mantenere una componente ideologica che è fondamentale per conservare una “morale” politica. E’ il complesso di idee intorno al mondo, all’uomo, alla società: c’è l’ideologia laica, quella religiosa, quella progressista, quella conservatrice, quella di sinistra, di destra, non si possono confondere in nome di una buona amministrazione, se non nei comitati di salute pubblica, che devono essere di transizione, l’agire non è mai autonomo e neutrale, ma è compenetrato dal pensiero di come si deve agire cercando il meglio per poi trovare dei punti in comune tra diversi soggetti ideologici allo scopo di realizzare una determinata cosa. La mancanza della componente ideologica impoverisce talvolta a dismisura la politica e fa si che il soggetto sviluppi soprattutto il 2° punto;

2°-Capacità talvolta di rinunciare alla propria ideologia per questioni politiche empiriche, si chiede cioè al politico locale di saper gestire situazioni reali analizzando il contesto, fino al punto di rimuovere gli schemi ideologici per fare in maniera di risolvere determinati problemi contingenti, avendo però sempre a mente la dialettica con lo schema ideologico, questo è un passaggio di sottigliezza politica, nel quale sono tanti i politici che dimostrano i propri limiti, sia nel rimanere ancorati ai principi ideologici che però non forniscono soluzioni pratico- politiche, sia sviluppando un pragmatismo sterile in contrapposizione agli stessi principi. L’azione politica necessita di un tempismo puntuale della capacità di far fronte alla realtà del momento formando soluzioni adeguate, fino a sacrificare il desiderio a favore della necessità, poi però bisogna avere anche una conoscenza amministrativa;

3°- Saper cioè dirigere i flussi burocratici non rimanendo invischiati in procedure che non si sanno controllare.

Quando è preponderante il punto 1° il politico locale non riesce a incidere se non come testimonianza in cui vengono esaltate solo le sue capacità oratorie; se predomina il punto 2° si rimane imprigionati in schemi prevedibili e rintuzzabili, soprattutto la mediazione diventa l’arte dell’immobilismo; se predomina il punto 3° si è solo dei tecnici in grado di eseguire determinate procedure.

 

1 – QUOTE “CINEMA CON LATTE ALLE GINOCCHIA” parte terza

Ai piccoli produttori indipendenti stanno venendo il latte alle ginocchia perché le quote cinema sono in mano ai pochi mentre le tv non le vogliono

 

Però bisogna stare attenti adesso perché i poteri forti del cinema quelli che già si procurano tutte le antenne di sto mondo vorrebbero mangiare solo loro e a te caro  indipendente non lasciarti niente, neanche le briciole, ANZI DICONO CHE LORO SONO gli  INDIPENDENTI, così si prendono tutte le quote cinema e a noi ci fanno venire il latte alle ginocchia, hai capito sti furbacchioni.

Una preghiera quindi anche alla Rai, cercate  di trattare tutti i progetti con pari dignità e non invece mandare avanti solo quelli raccomandati, questo è fondamentale anche per il rinnovamento dei linguaggi e perchè la Rai non diventi decrepita, quindi “faccia” vivere non solo i grossi, ma pure i piccoli indipendenti se presentano dei progetti interessanti, anche se non sono raccomandati dal politico di turno (pari dignità).

Naturalmente presupposto di tutto è che i progetti vengano letti dentro una struttura organizzativa che funziona e ci sia una scelta professionale e non di altra natura.

Ci sono tanti che sono stati messi dentro dai politici e non fanno niente dalla mattina alla sera, possono essere coinvolti in lavori socialmente utili anche all’interno della Rai.

E dare almeno un servizio di lettura efficace (parlo dei progetti che vengono ammassati senza essere letti per mancanza di personale (che lavora).

Caro Tozzi non dobbiamo metterci in ginocchio e chiederti solo le briciole, cerca di essere magnanimo e lasciare un po’ di spazio nella tavola anche agli indipendenti, perché come diceva un napoletano criticando la politica dei leghisti, tutti hanno diritto a “mangiare”.

Qualche giorno fa il giornale “Libero”, da impegni di natura culturale, che mantiene una linea aggressiva e quindi spara un sacco di c…avolate, a cura di Francesco Borgonovo, ha scritto un articolo sarcastico contro i “cinematografari”

In sintesi diceva con un tono molto sottile: “ma volete i soldi!? Così gli italiani devono finanziare pure i vostri cinepacchi”: Caro Borgonovo finanziare i giornalisti è opera buona e giusta per fare quegli inutili e tutti uguali talk show per propinare una pseudo informazione spettacolare? Insomma siete un po’ egoisti eh! Volete tutto voi e poter quindi guadagnare begli stipendi, bravi si vede che siete magnanimi.

E invece di questa torta che vi mangiate avidamente, bisogna dare una fettina anche agli indipendenti e non solo far vivere i grossi cinematografari e i grossi giornalisti, non conviene con me? E SE NON CONVIENE A LEI FORSE CONVIENE A ME.

 

1 – QUOTE CINEMA – PARTE SECONDA

A proposito di quote, perchè la Rai continuava a comprare film americani piattamente televisivi (lì probabilmente c’e qualche strano giro finanziario ) INVECE che comprare i prodotti italiani?

Già -come sappiamo – il cinema italiano è escluso dalla grossa distribuzione che privilegia il molto più costoso prodotto americano, poi viene escluso una seconda volta perché la Rai (e anche Mediaset)privilegiano pacchetti di film americani (dove ci sono ripeto, strani giri finanziari) con la scusa-paraculata che i film italiani non avendo incassato non possono venire distribuiti in Tv.

Quindi a “mangiare” devono essere solo gli americani, e chi fa questi strani giri finanziari (Rai o Mediaset) o meglio gli amici e gli amici degli amici.

Oltre a ciò non vogliono neanche rispettare le quote, il che ci fa venire il latte alle ginocchia.

In passato i produttori indipendenti avevano due possibilità:

a) o conoscevano politicamente tramite i partiti e le amicizie e quindi riuscivano a livello clientelare;

b) o cercavano altre forme di distribuzione alternative, sia al theatrical che alle antenne televisive. Si pensava – per quanto riguarda la distribuzione, al possibile mercato di internet.

Però Internet almeno in Italia è fallita miseramente (anche se qualcuno come il patron della Cattleya continua a sperarci almeno come discorsi da propinare al pubblico) per effetto della devastante pirateria. Come facevano gli utenti a noleggiarti in videostreaming il film quando nella rete viaggiavano migliaia di film piratati, molto più famosi dei prodotti indipendenti? Solo un fesso della rete poteva pagare. E difatti erano talmente pochi che non ci si remunerava la banda larga, senza contare che sono molti che si vantano di non pagare e vedere gratis per farsi belli col gruppo (VEDI L’ART. DELL’INTERVISTA DEL PIRATA INFORMATICO)

Naturalmente qui purtroppo è mancata una campagna mediatica da parte delle associazioni di autori che chiacchierano chiacchierano e non combinano niente, così è per la un po’ troppo storica Anac ma anche i 100 autori non scherzano a fare i carini come certi intellettuali di centrosinistra pronti a vendere il c… pur di farsi notare a parlare di cose di cui manco capiscono il significato.

E’ vero che è una tecnologia molto avanzata e che potrebbe prefigurare il superamento del valore della merce, la socializzazione dei mezzi di produzione ecc. ecc., ma è anche vero che il capitalismo (anche se genera tanti debiti) funziona ancora, e cosi come si paga in ristorante e non si fa l’esproprio proletario, lo stesso dovrebbe essere per un prodotto cinematografico, ma qualche pseudo intellettuale istericamente, parla di condivisione che deve essere assoluta: allora perché caro Intellettuale da strapazzo non condividiamo anche tua moglie.

Ai tempi antichi in Grecia lo facevano o lo teorizzavano con la filosofia. Bisognerebbe parlare anche di queste associazioni di autori che non sono riusciti a combinare niente anche rispetto al cinema d’autore e i cui rappresentanti si sono fatti solo gli affari loro strappando contratti di antenna per influenza politica, questo per far capire il degrado anche della politica di settore.

 

 

1 – QUOTE CINEMA – CON LATTE ALLE GINOCCHIA parte prima

La produzione cinematografica italiana è stata emarginata a partire dagli anni ’80, i blockbuster Usa hanno ammazzato il mercato mondiale, basta cinema di genere italiano, solo commedie in una specie della suddivisione mondiale della produzione, ecco perché il cinema italiano se vuole sopravvivere deve rivolgersi alle tv e chiedere per prima cosa il rispetto delle QUOTE-CON LATTE ALLE GINOCCHIA- parte prima

Che sarebbe sto rispetto delle quote? Che le televisioni devono acquistare obbligatoriamente dei film italiani da trasmettere nei propri canali.

Il cinema italiano rappresenta il Made in Italy che è poca cosa rispetto al made in Usa, ma anche una delle componenti della cultura italiana nel mondo.

Era molto più potente negli anni 60-70 quando manteneva una influenza e una considerazione notevoli, ma poi ha dovuto subire una decadenza con un netto calo di mercato a partire dagli anni 80 dove abbiamo assistito, dopo una ristrutturazione del mercato internazionale, al dominio assoluto del colosso americano.

Negli anni 60-70 invece molti dei film italiani di genere, giravano il mondo non solo quelli western, chi non si ricorda il filone dei Tre Superman di Italo Martinenghi, era un prodotto artigianale a basso costo, oggi è impossibile, il mercato si è specializzato sulle grandi produzioni miliardarie.

A quei tempi anche i produttori italiani facevano un sacco di soldi.

Attualmente più tristemente siamo di fronte a politiche tipo panda, in quanto si rischia quello che i sociologi chiamano colonizzazione culturale, ovvero sudditanza culturale nei confronti di un potere imperialistico, dove i contenuti e le storie appartengono ad un mercato globale che parla inglese e si imitano i modelli di comportamento dettati dalle mode consumistiche, modelli importati dall’industria dell’entertainment e ciò non vale solo per il cinema ma anche per la letteratura, lo standard degli autori USA diventa l’unica “forma che i lettori riescono ad apprezzare.

Gli attori americani sono gli unici divi dell’immaginario collettivo.

Allora si parla di quote minime di sopravvivenza del cinema italiano, quote malviste in Tv perchè rubano soldi ad altre attività soprattutto giornalistiche.

E’ vero che nella specializzazione mondiale dei mercati l’italia domina con la moda, ma la cultura non è una merce qualunque (anche la moda però fa cultura) e se non viene preservata è destinata a morire vinta dal consumo “mercificato”. Siccome qualcuno ha detto che dalla cultura deriva l’identità d’un popolo. Come fare per preservarla?

E’ impossibile modificare l’attuale mercato dei film se non con un intervento politico/autoritario anti Usa imponendo ad es. un limite alla distribuzione di film Usa, cosa che è semplicemente improponibile, a favore di quelli italiani, però è indubbio che gli esercenti hanno a disposizione troppi film che possono smontare uno appresso all’altro, c’è troppa abbondanza di materia che non viene valorizzata e quindi si verifica che troppi film vengono bruciati, perpetuando uno spreco, un potlach, difatti la tenitura è ridotta ai minimi termini, quindi ci sono dei film che guadagnano e tanti altri no ( il sistema ha anche tante perdite e fa acqua da tutte le parti). continua.

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 5°

L’homo democristianus – Le periferie subiscono maggiormente la competizione produttiva come orgoglio di vita attiva, che comporta però un alto tasso di esaurimento psico-fisico non essendoci compensazioni soddisfacenti, mentre il tradizionalismo non vissuto ma subìto, i legami di sangue, la famiglia con i suoi schemi fissi, non agevolano una crescita psicologica individuale che aumenterebbe la consapevolezza di sè.

Si accetta acriticamente ciò che è sempre stato seppur modificato lentamente dalle condizioni economiche e non si cerca di vivificare la tradizione con apporti nuovi, facendo rispecchiare il più vuoto tradizionalismo fatto di doveri e di determinismo che poi diventano riflessi condizionati, favorendo un linguaggio degli istinti che quando è intelligente produce un che di bizzarro e attraente, ma quando si appiattisce può determinare equilibri vicino alla bruttura e alla violenza.

Se noi gli chiedessimo del perché fa quella cosa in quel modo ti risponde che si è sempre fatto così: me l’hanno insegnato così, mia madre m’ha detto che a lei hanno insegnato di fare in quel modo. Ma lo sa che oggi, l’hanno pure detto in Tv, si può fare molto meglio in un altro modo. Ah si, ti rispondono!

Tu glielo spieghi, permangono diffidenti, però ci provano, mah se l’ha detto la Tv, si dicono. Ecco quello che contraddistingue questa mentalità, questo modo di pensare o meglio questo tipo di cultura periferica antica e ormai distante, quasi estranea anche agli stessi soggetti che la manifestano e che a volte la recitano: questo cambiare passivamente che si attua attraverso un minimo di comunicazione e dialettica, in quanto ci troviamo nell’era della socializzazione e anche il buon selvatico deve andare in centro a vendere i suoi prodotti agricoli.

Quello che contraddistingue il vivere periferico è anche una certa dose di elementi arcaici i quali convivono con un modernismo più o meno raffazzonato, indotto dalla rivoluzione dei modi e dei mezzi di produzione e dai vezzi crudeli non più giustificabili da una realtà modificata ma che rimangono come abitudini consacrate, riflesso di un immobilismo mentale che contrasta con una certa dinamicità dei rapporti economici.

La rozzezza rimane un dato fisso per la difficoltà di confrontarsi con schemi più evoluti che non sono affatto necessari nell’attività economica, per cui il linguaggio, i suoni, gli affetti, i sentimenti sono praticati ad un livello meramente elementare anche se la specializzazione di oggi, induce ad una rappresentazione più articolata di uno di questi campi.

Proprio per questo il pensiero periferico è sovente reazionario, di stampo monarchico populista e preferisce una frivola letteratura di appendice, ma mantiene pure una minoranza rivoluzionaria (talvolta isolata) o comunque che auspica cambiamenti, seppure profondamente dogmatica e sacrale con schemi ingenui.

In mezzo ci sta la chiesa, le processioni, i riti, il cimitero luogo di socialità, ai lati, i “drogati”, i balordi senza dio, gli strani, qualche eretico: riassumendo, possiamo dire che le periferie convivono con una cultura lontana fatta di echi e richiami pedissequi in parte deformati, sotto un’aura obbligatoria di schemi vissuti senza immediatezza o spontaneità, ma dentro una mancanza di libertà e di spirito che facilita il mantenimento d’una povertà intellettuale, ovvero d’uno snobismo ermetico di difficile decifrazione; tant’è che la cultura delle periferie ha usato sottolinguaggi senza arrivare (o almeno quasi sempre) ad una certa originalità ed autonomia.

Là dove le periferie mantenevano una tradizione culturale più viva, questa è stata conservata senza innovazioni particolari in una sterilità noiosa e restrittiva, per effetto di una acriticità diffusa che ha lasciato inalterato e quindi col tempo impoverito, il deposito storico. La stessa cultura contadina come si sa, è stata completamente soggiogata dalle trasformazioni economiche che hanno favorito una perdita di memoria e un abbandono dei rituali coesivi della comunità, riflettendo uno spaventoso vuoto in parte riempito dalla società dei consumi, attraverso un processo di omologazione e uniformità che ha determinato anche il crescere di una sottoletteratura di giornalismo scandalistico e di rotocalchi dentro un’industria della comunicazione capace di assorbire ogni sottigliezza nella grossezza degli avvenimenti.

Si verifica così una separazione tra informazione e cultura, per cui si sa molto più d’un tempo, si è informati su tante cose senza però nessuna capacità di elaborarle in maniera critica e di inserirle in un contesto più organico nonchè profondo che rinvia alimentandolo, allo stesso deposito storico della cultura. Oggi è più facile leggere senza per questo capire maggiormente, molte sfumature rimangono inintellegibili. L’informazione quindi non alimenta la cultura proprio perché l’industria delle comunicazioni non ha interesse ad alimentare l’informazione attraverso la cultura.

L’informazione quindi viene semplificata, ridotta nella sua complessità, deve servire per la bisogna e calarsi ad un livello di immediatezza ricalcando schemi proverbiali, strappando emozioni diffuse, tutto ciò che è di facile lettura anche per i sentimenti; è bandita ogni raffinatezza della scrittura perché si rischia che non sia capita.

La rappresentazione dei sentimenti non prevede toni troppo delicati, non ci si forza cioè di colmare certe lacune nel difficile tentativo di migliorarsi e si finisce col considerarsi capaci di giudicare semplicemente in base ad una mera attività di discernimento pragmatico. Anche la Tv ha finito coll’assecondare trasmissioni di facile presa e immediata lettura senza considerare il bisogno di molti di puntare su solide basi, per cui ognuno oggi vede la Tv a modo suo, comprendendo nel contesto, solo ciò che è conforme al proprio mondo, mentre la complessità, la molteplicità dei punti di vista viene considerato noioso così come un certo intellettualismo di difficile interpretazione, anche se in passato, per motivi di opportunità ideologica, la Tv difficilmente ha saputo informare rendendo la realtà attraverso la verità, preferendo invece una rimozione di molte tematiche scomode.

Ancora oggi certi temi che potrebbero avere un interesse diffuso vengono censurati per motivi di conformismo e di controllo sociale.

E così la Tv che è creata da intellettuali e comunque dalla media e piccola borghesia a livello di estrazione sociale, finisce, in nome dell’audience col favorire, ricorrendo a formule standard, il peggior populismo con continue strizzatine d’occhio alla volgarità attraverso programmi insipidi, ripetitivi, banali, perché quello che importa è la ruffianeria dell’ascolto. La maggior parte di queste trasmissioni sono basate sulla lunghezza d’onda delle periferie, su una psicologia involuta, sui giochi della dea bendata sfruttando gli stati d’animo tipici delle classi più basse, da chi è sempre stato emarginato ed escluso da tutto, che per una volta tanto vuole intervenire in Tv, come un gioco, un sogno.

Chi presenta deve essere solo un gran sacerdote proveniente dalla classe media (un artista di fama, ma anche tanti pseudo-artisti, intrattenitori, venditori di mercanzie) egli rappresenta un gioco in cui i veri attori sono gli stessi spettatori o i loro rappresentanti fortunati, che riescono a prendere la linea o quelli che raccontano la loro disperazione o gioia in diretta in cui gli spettatori assurgono al ruolo di guardoni e curiosi come da dietro le finestre della piazza del paese assistono alla scena soddisfacendo la curiosità di tipo morboso. Homo democristianus

 

 

3 – 27 GENNAIO LA MEMORIA CONTRO LA DERIVA

In occasione del Giorno della Memoria

DALL’ALTRA PARTE DEL MARE

Miglior film al Santa Marinella Film Festival 2009 

Miglior attrice a Gordana Miletic al Saturno Film Festival 2010
Altri festival a cui ha partecipato Premio Amidei 2009,  Gallio Film Festival, Lodi Film Festival, Festival di Annecy, Jewish – World Jewish Film Festival, Zagreb Film Festival, Festival del Cinema Indipendente di Foggia, Belgrade Film Festival

SINOSSI

E’ un film che cerca di penetrare nel fondo dei sedimenti della memoria non per rimestare antichi dolori mai del tutto sopiti, ma per non rimuovere e dimenticare ciò che è accaduto.

….Sono un essere umano, un essere umano, sono un essere umano che vuole vivere…un essere umano.

E’ questo il grido disperato di Ka-Tzetnik 135633 nel suo libro dal titolo SHIVITI. E’ la storia di un sopravvissuto ad Auschwitz (Yehil De-Nur) con il numero marchiato nella carne del braccio sinistro, arrivato all’estremo limite di degradazione umana che dopo 30 anni ha accettato di rivivere l’esperienza del campo di concentramento con una terapia a base di LSD, sottoponendosi a 5 sedute chiamate Cancelli della Memoria. E’ uno dei due deportati di Auschwitz nella messa in scena sulla shoah da parte di una compagnia teatrale, l’altra è Tosca Marmor, ebrea-polacca intervistata all’inizio del film da Clara che aveva fatto un documentario su di lei a Parigi, dove entrambe vivevano ed erano diventate intime amiche.

Tutto comincia ai giorni nostri quando Clara che vive ancora a Parigi, viene chiamata dal regista Abele a Roma per collaborare a questa messa in scena. Si porta con sé il vecchio documentario girato nel ’79 e incontra altri attori che stanno provando. Insieme cercano di impostare i personaggi ma ben presto sorgono dei contrasti tra Abele e Clara sul modo di fare la rappresentazione: lei vorrebbe entrare dentro le esperienze singole, lui invece mantenere un tratto oggettivo.

A Trieste dove dovrebbe effettuarsi la messa in scena Clara ne approfitta per cercare suo padre scomparso quando lei aveva 8 anni. Viene a sapere di un suo passato oscuro.   Abele intanto cerca i luoghi adatti  per il suo teatro itinerante, ma non trova più i segni del passato e l’orrore provato visitando San Sabba, lo fa desistere dall’impresa: non si può esprimere l’inesprimibile e neanche rappresentarlo.

Clara  con il padre ritrovato riesce a lasciarsi alle spalle i suoi fantasmi e può finalmente guardare dall’altra parte del mare…

DOCUMENTI

I due pilastri del nazismo:
1° razzismo
2° fanatismo
che insieme generano odio, l’odio comunica negatività verso i fondamenti della società.

Quello che scaturisce leggendo il libro di Gitta Sereny “In quelle Tenebre”, è la grande ambizione di un oscuro poliziotto ex operaio specializzato che diventa il Kommandant di Treblinka: Franz Stangl. La Sereny ha raccontato le vicissitudini di questo poliziotto coinvolgendo anche la moglie di lui in un resoconto appassionato della sua vita, compreso l’orrore del campo di sterminio.
Anche se non si è macchiato direttamente di atti di ferocia a differenza di altri nazisti, Stangl era comunque il responsabile dello sterminio che si svolgeva sotto i propri occhi. Aveva fatto costruire una piccola stazione finta dipingendo le lancette dell’orologio che accoglieva graziosamente i deportati, come se quello fosse un luogo di passaggio, i deportati si fermavano per fare una doccia….
Nella parte del campo dove abitava crescevano tanti bei fiori e c’era pure un lungo viale alberato lungo 800 metri, dall’altra parte c’era lo sterminio quotidiano.

SHIVITI

è il titolo del libro con il sottotitolo UNA VISIONE, l’autore Ka – Tzetnik 135633 che significa deportato in un campo di concentramento con tanto di tatuaggio al braccio, si chiama in verità YEHIEL DE-NUR, ha voluto firmarsi come uno qualunque di quei deportati, a significare che lui si è salvato per caso – era scappato per miracolo nascondendosi in un bidone di carbone- dentro a un camion di deportati che andava verso le camere a gas.
Loro adesso erano fantasmi, rivivevano attraverso la sua memoria, quella memoria che però lo tormentava la notte proiettandolo nell’incubo. Per questo motivo accetta 30 anni dopo di rivivere la stessa esperienza per superarla e lasciarsi i fantasmi alle spalle. Doveva chiudere definitivamente i cancelli del campo di Auschwitz che erano ancora aperti e lo costringevano ogni sera con l’ausilio del buio a rientrare nell’orrore. Rivive dopo 30 anni una seconda volta l’esperienza attraverso  l’LSD sotto la direzione dello psichiatra dr. BASTIAANS, specialista nei disturbi provocati dai campi di concentramento.
Sono 5 sedute chiamate cancelli della memoria in cui l’autore attraverso gli effetti deformanti e mistici dell’Lsd cerca di ripercorrere quei tremendi ricordi, cioè riprovare un dolore supremo per tanti parenti e amici periti e deperiti. Costoro vivevano a livello larvale (erano chiamati mussulmani perché all’ultimo stadio della degradazione umana, sia fisica che psichica.)
E nella visione mistica la scritta ARBEIT MACHT FREI viene trasformata nelle parole ebraiche LO CREO’ AD IMMAGINE DI DIO…
…qui i polmoni respirano il fumo delle camere a gas e di notte il vento trasporta le ceneri di un corpo come il tuo, leggero e appena fiorito; le ceneri di un viso come il tuo e labbra come le tue labbra…
Anch’io c’ho un tatuaggio.. il mio tatuaggio è per sempre….
Che dire di fronte a queste suggestioni mistiche accostate all’orrore? E lo “spirito “ tedesco trasformato in razzismo e fanatismo e l’unità mistica di un popolo che ha creato un flusso di odio uniforme tanto da attraversare tutto l’occidente? E  l’organizzazione industriale della morte in un’immensa  catena di montaggio?
Il TAO libro di saggezza orientale dice che l’ordine e la disciplina se hanno uno scopo determinano una crescita spirituale, senza scopo ed esteriorizzati, portano invece al fanatismo.
Bisognava far sparire dalla faccia della terra l’ebreo, il diverso, che per secoli aveva osato integrarsi o semplicemente vivere con i propri costumi dentro la civiltà occidentale: il nazismo doveva essere il fulcro della modernità e la sua bandiera al centro del mondo,  senza che ci fosse più traccia di ebrei (la soluzione finale dopo secoli doveva essere portata a compimento).
Ma non erano solo gli ebrei ad essere vittime dell’olocausto, v’erano anche gli zingari e racconta un episodio di un carico umano di zingare con i loro bambini: poiché il crematorio era completamente saturo e le baracche erano piene oltre ogni limite, i camion svuotarono il loro carico dentro alla fossa e l’SS si rivolge al primo della nostra fila…scriveva Ka-Tzatnik, ordinandogli di prendere il contenitore del kerosene e versarlo sulle donne e i bambini: no, no ripeteva in olandese con un tono spaurito e allarmato, ritraendosi dall’SS. No, no, ripete, cosicché l’SS è costretto a far tutto da solo e mentre le donne e i bambini cominciavano a prendere fuoco tra urla e strepiti si avvicinò a noi inserendosi alle spalle della fila, sferra improvvisamente un violento calcio al corpo scheletrico dell’olandese che cade tra le fiamme… .
“Dove ci sono gli uomini là c’è Auschwitz, è il visitatore della notte che viene dall’inferno, è il negativo dell’uomo creato a immagine di Dio”.
Il dr Bastianas afferma che bisogna “assecondare il processo” per liberarsi dalla prigionia della memoria che in questo caso diventa una fissazione ossessiva diversa dalla rimozione, in cui questa fissazione agisce a livello inconscio, e dal bisogno di memoria come “liberazione dal male”. Lasciarsi i cancelli alle spalle significa chiudere con quella esperienza di orrore e quindi conquistare una nuova libertà  e in cui poter ricordare il tutto con dolore.

Ci siamo avvalsi di questo materiale:
SHIVITI di Ka-Tzetnik 135633  “Sensibili Alle Foglie”, 2007;
IL TEATRO di R.W. FASSBINDER  “Ubu Libri”, 2002;
SHOAH di Claude Lanzmann Dvd + Libro  “Einaudi” , 2007;
OLOCAUSTO/OLOCAUSTI a cura di F. Soverina  “Odradek”, 2003;
L’ISTRUTTORIA di Peter Weiss  “Einaudi”, 1966;
IN QUESTE TENEBRE di Gitta Sereny  “Adelphi”, 2005;
LA RISIERA DI SAN SABBA di Ferruccio Folkel  “Bur” 2006;
LA RISIERA DI SAN SABBA di M. Mucci  “L.E.G.”, 1999;
DALLO SQUADRISMO FASCISTA ALLE STRAGI DELLA RISERIA di Aa.Vv, 1974;
DVD – RISIERA DI SAN SABBA a cura del Comune di Trieste;
DVD –  L’ULTIMO METRO’ di Francois Trauffaut;
TRIESTE VENEZIA GIULIA 1943  “1954″ di Livio Grassi Ed. Italo Svevo;
I PEGGIORI ANNI DELLA NOSTRA VITA, Trieste in guerra 1943/45 di Stelio Millo ;
PORTOBUFFOLE’ di Salomone G. Radzik, Giustina 1984
(Venezia, 6 luglio 1480, perché tre ebrei furono bruciati sul rogo in p.zza San Marco?) per capire le discriminazioni di allora verso gli Ebrei;
RISIERA DI SAN SABBA monumento nazionale a cura del Comune di Trieste.

La modernità si apre con due grandi stermini riguardanti gli indiani d’America e i neri d’Africa e continua nella forma più crude del colonialismo e dell’imperialismo..la “barbarie civilizzata” (viene) portata alle estreme conseguenze da Auschwitz e Hiroshima…tuttavia Auschwitz simbolo per antonomasia dello sterminio nazista, non segna tanto una regressione o una grave battuta d’arresto, quanto rivela, insieme con le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki del 1945, il volto inquietante del progresso industriale e tecnico-scientifico.
Dal libro:  OLOCAUSTO/OLOCAUSTI –  a cura di Francesco Soverina , pref. di Luigi Cortesi (pag. 5)

…dal milione di armeni uccisi durante la 1° guerra mondiale per volontà soprattutto dei giovani turchi, dallo sterminio attuato dal nazismo, dalle vittime dello stalinismo  a quelle dei Khmer rossi nella Cambogia di Pol Pot, dal massacro di oltre 500.000 militanti comunisti in Indonesia tra il ’65/’66, alle pulizie etniche nell’ex jugoslavia, al massacro tra Hutu e Tutsi nel ’94.
Vengono coniati termini come Untermenschen, biocrazia, ebreicidio… nel dicembre del ’41 entrò in funzione il 1° campo di sterminio: BELZEC (pag. 60) OLOCAUSTO/OLOCAUSTI cit.

REINER WERNER FASSBINDER  “PER UN PEZZO DI PANE”
…comunque sia, in qualche modo si ha sempre anche l’impressione di rimanere se stessi e il personaggio che io interpreto, non esista realmente, capisce cosa voglio dire? (pag. 25)

…non pensa che assoldare attori per interpretare delle vittime uccise col gas sia altrettanto orrendo che ucciderle col gas? (pag. 31)
Tu cosa faresti se, dopo aver accettato una parte senza riflettere ti capitasse di non riuscire più a interpretare il ruolo, perché non ti identifichi più o non riesci a tirar fuori niente dal tuo
personaggio?
FRICKE: la mia regia, in fondo, è la stessa delle SS di allora…comunque devo essere un po’ come loro per dare verità alla rappresentazione, e questo mi rende infelice (pag. 32)

Da L’ISTRUTTORIA DI PETER WEISS (IL CANTO DELLA BANCHINA) ispirato al processo di Francoforte.
TESTIMONE 8
Mentre scaricavamo nacque un bambino
Gli avvolsi intorno quelche indumento
E lo disposi vicino alla madre
Baretzki mi si avventò contro col bastone
Picchiò me e la donna
Cosa fai con questa cacata
Gridò
E diede un calcio al bambino
Facendolo volare per 10 metri
Poi mi ordinò
Porta qui quella merda
Il bambino era morto

Da IL CANTO DE LAGER
TESTIMONE 3
Nella latrina c’erano lunghe vasche di cemento
Con sopra tavole fornite d’orifizi
Vi potevano prendere posto 200 persone
Il Kommando – latrine vigilava
Che nessuno rimanesse troppo seduto
Quelli del Kommando
Si avventarono coi bastoni sugli Haftlinge
Per buttarli fuori
C’era chi non poteva così in fretta
E nello sforzo
Espelleva un tratto di retto
Una volta cacciati fuori
Si rimettevano vicino a quelli in attesa
Non c’era carta
Certi per pulirsi
Si strappavano un brandello d’abito
O di notte si rubavano a vicenda
Pezzi d’uniforme
Da tenere di riserva
I bisogni andavano fatti di mattina
Di giorno non era possibile
Se qualcuno veniva colto
Era la prigione
Gli scoli del lavatoio
Finivano nella latrina

Da  IL CANTO DEL LAGER (pag. 46)
TESTIMONE 4
Le gamelle consegnateci
Servivono per 3 usi
Per lavorare
Per la zuppa
Per i bisogni di notte

TESTIMONE 5
Quando ci stesero sui tavoli
Nella sala d’accettazione
Ci frugavano nell’ano e nella vagina
Per cercare preziosi…
Io m’attaccavo a quelle
Che erano troppo deboli
Per consumare la loro razione
E m’impadronivo di questa
Alla prima occasione
Mi mettevo in agguato
Quando stava per morire
Ma con un pancaccio migliore del mio….(pag. 47)
Poteva sopravvivere soltanto il furbo
Che ogni giorno
Con attenzione sempre desta
Conquistava il suo palmo di terreno
Gli inetti
Gli apatici
I miti
Gli agitati gli inadatti
Gli afflitti quelli
Che si commiseravano
Erano schiacciati (pag. 48)

TESTIMONE 4
Arrivai in una baracca
Piena di cadaveri
E vidi
Che qualcosa si muoveva tra i morti
Era una bimba
La portai fuori sulla strada
E chiesi chi sei
Da quando sei qui
Non lo so
Disse
Come mai sei qui in mezzo ai morti
Chiesi
E quella disse
Tra i vivi non posso più stare
La sera era morta

TESTIMONE 5 (pag. 49)
Dovevamo scavare fosse
Molte donne stramazzavano sotto badilate di fango
Erano nell’acqua fino alla vita
Le guardie ci sorvegliavano
Erano giovanissime
Una donna si rivolse al kommandofuhrer
Signor Capitano
Gridò
Non posso lavorare in questo modo
Sono incinta
Quelli risero
Uno col badile la tenne
Sott’acqua
Finché affogò

TESTIMONE 8 (pag. 53)
Nel lager della quarantena c’erano ratti
Che addentavano non solo i cadaveri
Ma anche i malati gravi….
Avevamo anche qualche compressa d’aspirina
Che veniva appesa a un filo
Malati con febbre sotto i 38 gradi
Potevano leccarla una volta
Malati con febbre sopra i 38 gradi
Due volte
TESTIMONE 8 (pag. 54)
C’era la NOMA
Malattia che insorge
In individui all’estremo delle forze
E scava nelle guace buchi
Che fanno intravedere i denti

Da IL CANTO DELL’ALTALENA (pag. 78)
TESTIMONE 5
Saltò giù un bambino   (dal camion)
Con una mela in mano
Boger si  fece sulla porta
Il bimbo stava lì con la mela
Boger si diresse verso il bimbo
Lo afferrò per i piedi
Gli sbattè con violenza la testa
Contro la baracca
Poi raccolse la mela…che mangiò più tardi

Da CANTO DELLA POSSIBILITA’ DI SOPRAVVIVERE (pag. 111)
TESTIMONE 4
Le ragazze
Erano messe davanti all’apparecchio Roentgen
Fissavano loro una placca sul ventre
E una sul didietro
I raggi venivano diretti sulle ovaie
Che bruciavano
Sul ventre e sul didietro rimanevano
Gravi ustioni ulcere
da Peter Waiss – L’istruttoria

La shoah non fu solo un massacro di innocenti, ma soprattutto uno sterminio di gente indifesa, ingannata a ogni tappa del processo di distruzione, e fino alle porte delle camere a gas.
Frediano Sessi – Nota su Claude Lanzmann e su “Shoah”

La grande arte di Claude Lanzmann consiste nel far parlare i luoghi, nel risuscitarli attraverso le voci, e, al di là delle parole, nell’esprimere l’indicibile attraverso i volti
(Simone de Beauvoir)

Chi arrivata ad Auschwitz e, nel giro di poche ore, veniva gassato e ridotto in cenere, moriva senza aver minimamente compreso la propria morte….
Frediano Sessi – Dal cuore dell’Inferno

CLAUDE LANZMANN

Il 16 ottobre 2007 ho avuto l’occasione di essere presente alla presentazione del film documentario sull’olocausto che dura circa 9 ore, alla presenza del suo autore che per anni aveva lavorato alla rivista TEMPI MODERNI di Sartre.
E’ un’opera monumentale di grande impatto emotivo rivissuta circa 20 anni fa, dagli ultimi testimoni oculari non solo attraverso le parole ma anche rivivendo le canzoni dell’epoca.
L’autore  viene premiato dal sindaco di Roma Veltroni il quale nel suo intervento parla soprattutto ai giovani: la memoria come antidoto per il futuro affinché non si ripetano più simili mostruosità. Il film SHOAH è dell’’85 e non vuole spiegare del perché di ciò che è successo, ma il come, descrive i dettagli più minuti, ha spiegato nel suo intervento il critico cinematografico Mario Sesti.
E’ intervenuto infine Moni Ovadia che ha aggiunto come questo film di Lanzmann sia un nuovo modo di vedere la Shoah. C’è stata la collaborazione di Bim con Einaudi, i 4 DVD accompagnati da un libro che riporta i  dialoghi del documentario stanno dentro ad un cofanetto e il prezzo è di € 38,00 (non per tutte le tasche).

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 4°

L’HOMO DEMOCRISTIANUS – LE PICCOLE PERIFERIE NEL DESERTO DELLA POLITICA  Se il centro è il luogo del potere economico-culturale-istituzionale, le sterminate periferie fanno si parte del villaggio globale, ma rimangono sempre ai margini della storia, al massimo centro della cronaca per qualche vicenda scandalistica di amori e tradimenti.

La periferia sperimenta costantemente un certo abbrutimento, pochezza e povertà morale, noia esistenziale, limitatezza spaziale, vuoto, inedia.

Tutto ciò che costituisce movimento, originalità, diversità pur praticato in loco spesso inconsapevolmente, viene visto attraverso le lenti deformate di ciò che è lontano, un altrove mitizzato, l’eldorado irraggiungibile trasformato in una specie di aura che circonda ogni evento, lo dilata in realtà inaccessibile. Si rinuncia cioè ad una propria consapevolezza inadeguatamente vissuta dentro se stessi per cercare quello che è vicino ma che non si riesce a vedere, nell’altro da sè, per contro mitizzato, in cui proiettare le proprie rimozioni.

E’ incredibile come nelle periferie spuntino continuamente fotocopie di personaggi famosi, di divi, più perfetti degli originali, dove l’imitazione assurge ad arte completa e dove il vero – quello che ha dato origine al tutto – non viene spesso riconosciuto. Ecco ciò che distingue le periferie dai centri: la difficoltà a creare verità in proprio, si ha bisogno di una verità mediata da altri che bisogna imitare pedissequamente, quasi si avesse paura di rimanere senza una qualche guida, spingendo poi al parossismo ciò che si presenta come fasullo da confonderlo col vero più autentico.

Vige l’apocrifo pedissequo, che è il gusto del non canonico ma dentro l’imitazione più religiosa. Nascono così delle variabili anche creative che però si confondono col fasullo in un impasto trash d’ottima fattura, originale. C’è in effetti una difficoltà evidente da parte delle periferie ad elaborare una cultura autonoma propria che non sia quella stucchevole da pro-loco. Lo svantaggio evidente della periferia è che si colloca in una società civile senza potere, seppure economicamente capace e senza grande cultura: l’informazione si sedimenta su radici poco solide e chi sa qualcosa non lo socializza con altri, ma lo usa come strumento di potere sul gruppo.

Questa limitatezza peraltro attenuata attraverso il sistema di informazioni mondiali delle reti telematiche è la cagione d’una asfittica dimensione psicologica, con la conseguente difficoltà a capire le diversità e la tendenza a rinchiudersi in un motto d’orgoglio e il risultato di incrementare momenti di separatezza e luoghi di incomunicabilità.

Le periferie non cercano la convergenza in assoluto verso un centro, un potere, una cultura, ma la divergenza, la separazione-separatezza: certi quartieri sono completamente dominati da regole e luoghi di differenza assoluta rispetto al centro.

Questa frantumazione può portare all’isolamento, alla chiusura-clausura in gruppi che scivolano senza accorgersi verso forme di abbrutimento, (clan) degradazione o peggio violenza che sono spie di necrosi del tessuto sociale e di alienazione individuale; l’immobilismo poi, la mancanza di cambiamenti, di dinamiche, genera quella violenza di carattere ambientale nei riti collettivi domenicali, rivelando un disagio sociale diffuso.

Perché c’è questa violenza? Per le difficoltà esistenziali di dare un senso e delle motivazioni al proprio io, qualcuno direbbe perché il capitalismo (piuttosto generica come affermazione) crea quell’alienazione addizionale che aggiunta a quella della natura fa maturare tutto ciò, o forse potrebbe dipendere dal fatto che non si vive con soddisfazione, non c’è autenticità, ecc. ecc., ne sono state dette tante e non sono le teorie che mancano, nessuna delle quali però, come tutti sanno, è stata comprovata a livello sperimentale: sappiamo tutti che non si può rinchiudere un gruppo di persone in un recinto e introdurre variabili di laboratorio per comprovare le teorie, c’è anche chi dice che ognuno di noi ha un quantum di riserva geneticamente definita, chi di più, chi di meno, di violenza, che può essere sublimata o meno, dipende dalle condizioni sociali in cui il soggetto detentore è costretto ad agire, se si trova in guerra ad esempio, la esaurirà facilmente.

Comunque sia, risulta ormai assodato che intere periferie sono soggiogate da sottoculture strutturalmente complete che niente hanno da condividere col centro e che sono spesso in mano alla malavita per effetto della commercializzazione diffusa della morte a credito o in contanti, degli stupefacenti.

Le periferie esprimono estraneità, estraniazione ma anche una differenza notevole di linguaggi, di usi, di discorsi, di manifestazione dei sentimenti ed una percezione di impotenza rispetto al centro più “evoluto e raffinato”, con un senso di frustrazione nata dalla distanza non facilmente raggiungibile e un conseguente ripiegamento verso manifestazioni di impotenza, a questo si deve aggiungere una certa stabilità-staticità istituzionale di fondo nel mezzo di un movimento continuo di merci e di macchine. E allora la distanza col centro si colma apparentemente attraverso l’invasione notturna nella speranza di raccattare qualcosa, molto spesso viene fuori la bravata, la smargiassata per concludere la serata.

Il centro è un terreno di conquista del branco, il miraggio di avventure sperate più che reali, ma anche di violenze, di bottini improvvisati: forse è un tentativo di voler attenuare la differenza di status “inghiottendola” sacralmente attraverso la velocità dell’auto che correndo percorre le geometrie del potere, quasi le urta, senza però intaccarle con la sensazione, l’illusione, di avvicinarsi, di conviverci, di assorbirle e quindi di conquistarle.

Il benessere economico ha livellato le differenze tra centri e periferie al punto che non c’è più un unico centro, permangono tuttavia differenze culturali e una aristocrazia culturale multicentrica che detta le sue leggi nel mercato delle idee, anche se la periferia comincia seppur lentamente ad acquisire una maggiore sicurezza di sè che a volte si è trasformata in arroganza indotta dal pensare di sapere, mentre è solo senso comune, perché si ha più potere (economico).

Il sapere è molto più complesso avendo diramazioni intellettuali profonde e non si può confondere coll’essere aggiornati nell’informazione e neanche l’ottusa difesa di principi ormai ampiamente superati, né imparare a memoria la Divina Commedia serve granché, è solo uno sfoggio esteriore.

Le piccole periferie mantengono quindi questa difficoltà a legarsi al movimento vivo delle cose, anche la “cultura” esibita come status sociale diviene un obbligo a cui sottoporsi con sofferenza e una buona dosa di masochismo in una specie di dovere sociale che chiude gli occhi al piacere spirituale.

Ed ecco allora che invece di attività “gratuita” la cultura diviene una cornice di supporto agli affari, un elemento di decorazione delle pubbliche relazioni, un cimelio di citazioni dotte condotte con fascino ammaliante e seducente soprattutto se straniere o classiche, uno snobismo di maniera che cita autori poco conosciuti con l’aria che tutti debbano conoscerli meravigliandosi alquanto se tu sbagli di pronunciarli, perché sono tutti stranieri quelli che si citano, citare degli italiani sconosciuti da un senso di miseria o provincialismo e lo snob ti guarda come se fossi un barbaro appena uscito dalle foreste.

Molti di questi nomi vengono sciorinati nei salotti bene, ma più di qualcuno di fondo è incomprensibile, ma fa tanto “in” citarlo come copertura intellettuale a certe attività produttive. La cultura svuotata dei suoi contenuti diventa un guscio vuoto in cui puoi metterci dentro qualsiasi cosa, un cartoccio multicolorato con cui si incartano certe merci e questo per dare un senso di superiorità e di qualità sofisticata ai salami, ai formaggi, alle grappe.

Le piccole periferie dimostrano di svolgere più un’attività economica con un certo successo che un’attività culturale, proprio perché manca il senso del gratuito, del non produttivo, di ciò che esce dalla sfera dell’utilità immediata per assurgere ad indice del piacere estetico puro, anche se molti sentono questa necessità che però non riescono ad elaborare se non come possibilità di comprarla, di acquisirla come un prodotto.

L’unica cosa che si può comprare attraverso il guadagno è il tempo liberato dalle necessità volgari e conquistato al nuovo libro dei piaceri che sia capace di integrare l’esperienza umana di bisogni più spirituali oltre a quelli legati alla concentrazione produttiva, trasferendo almeno in parte i dettami di una vita attiva verso forme più contemplative.