3 – IL FILM “BENVENUTO PRESIDENTE” NON C’ENTRA NIENTE CON I GRILLINI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

 

Se la commedia è carina e fa ridere in quanto film di cassetta ( a tratti e nei limiti) è cmq poco approfondita e quindi difficilmente esportabile, ci sono anche delle incongruenze di sceneggiatura che ne limitano la portata.

Se fosse stato Grillino, mi aspettavo – visto che Bisio (Il presidente degli italiani) – grazie alla sua spontaneità era riuscito ad avere un grande credito economico dal Brasile, fosse riconfermato alla grande come per dire che ci vuole un po’ di spontaneità, di ingenuità e di follia per uscire dalla crisi, niente di tutto questo, anzi viene fuori la soluzione grigia, burocratica: non può essere uno competente perché uno improvvisato non può avere pensiero, non ha mestiere, in definitiva- dico io – non è un mestierante o un professionista della politica al quale magari chiedere dei favori. La politica è un’altra cosa, ci vuole competenza e via bla…bla…bla…blaterando.

Dopo questi discorsi pieni d’acume viene fuori il solito panegirico, che il nuovo non può che essere insicuro, pericoloso, instabile: Beppe Grillo non è uno di noi, è arrogante e autoritario e per questa via non si combinerà mani niente o meglio tradotto, non si otterrà mai niente…di personale.

Questo sembra trasparire vedendo la pellicola.

Chi come uomo qualunque – si prosegue nella filippica poco lirica – non ha fatto qualche imbroglietto per sopravvivere magari aggirando le tasse, scagli la prima pietra. La classe politica riflette il Paese, se è corrotta è perché noi siamo internamente corrotti e lasciamo fare ai politici perché almeno sono competenti, CHE VUOL DIRE IN ALTRE PAROLE: SICCOME SIAMO DELLE MERDE LASCIAMO LA MERDA AL POTERE. E’ il solito impasto di scetticismo combinato col cinismo. Se in Germania un politico che ha copiato un compito trent’anni prima deve dimettersi (ma loro sono teutonici è tutta un’altra cultura) noi siamo talmente corrotti – al punto da sottrarci alla giustizia – che non possiamo vivere in una comunità con costoro (e allora è meglio andare fuori dall’Europa- aggiungo io).

La competenza in politica, che ossessivamente si ripetete smarronandoci all’infinito, è solo una favola, esiste l’esperienza perché si conoscono delle procedure istituzionali per averle già vissute, la competenza esiste nel lavoro che si fa ed è spesso un segmento specialistico di tutto un processo lavorativo o quando si diventa “tecnici” di un settore anche della politica (ma ce ne sono altri 50 di cui non sa niente come un qualsiasi cittadino) per il resto si possono avere solo delle idee più o meno approfondite, più o meno originali che si sviluppano dalla informazione e dalla sensibilità sulle cose e sulla società.

Certo che un discorso più arrogante, autoritario, anzi reazionario, ma anche gregario, burocratico, conformista è difficile immaginare, per ciò questa impostazione non dà al film quella spinta felice che fa spfilm film film film film film film film film film film film erare la gente

Insomma il film prende una “messa in piega” che lo fissa, lo congela, e sotto sotto la persona viene maltrattata: non ci deve essere un cambiamento, la classe politica che ci ha portato al fallimento è la migliore che c’è…

Con questi discorsi siamo veramente all’ultima spiaggia, poi non ci resterà che il mare dove affogare.

3 – UNO, NESSUNO, CENTOMILA

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’ATTACCO MEDIATICO A CUI E’ SOTTOPOSTO IL M5s, CENTOMILA IN PARTICOLARE

Ecco le CENTOMILA  cazzate – e diciamolo –  sparate sui giornali contro Beppe Grillo e il M5s in un impasto a volte inestricabile di superficialità e di stupidità:

1° – E’ miliardario, assomiglia a Berlusconi;

2° – è fascista, assomiglia a Mussolini;

3° – è comunista assomiglia a Stalin, a Lenin a Mao Tze Tung;

4° – commanda tutto lui e gli altri sono solo comparse che fanno brutte figure in parlamento perché sono inesperti;

5° – il suo non è un movimento politico perché lui è proprietario del simbolo e fa, assieme a un ambiguo imprenditore della comunicazione come Casaleggio, quel che gli pare.

La maggior parte di questi critici sono di sinistra, incazzati perché Rivoluzione Civile, un coacervo di almeno 4 partiti e SEL hanno beccato pochi voti, Sel si è salvata solo per la sua adesione alla coalizione del Centro-Sinistra, autocostringendosi a coabitare con certi figuri della politica che te li raccomando. Insomma l’altra sinistra quella più radicale ha ottenuto risultati fallimentari e semifallimentari scagliandosi con rabbia e rancore verso il M5S e dimostrando superficialità, stupidità, rigidità ideologica e un certo passatismo ben raffigurato qualche anno fa, nel compagno che si sveglia dopo 30 anni inventato dall’attore Fassari, senza contare che la sinistra radicale si è imbalsamata, non si è rinnovata al suo interno, con gli stessi leaders da quasi 40 anni.

A) E’ miliardario: anche Berlinguer era miliardario e piaceva alla gente. Abbiamo a che fare con un mercato elettorale. Evidentemente nel nostro mercato elettorale non piace chi ha la faccia da sfigato e si mette in politica per vivere meglio;

B) Il movimento è nato come una Costola del Blog in cui tutti i giorni Grillo per anni pubblicava e continua a farlo dei Post, a cui seguono un sacco di commenti a volte anche molto critici. Questi articoli piacciono perché non sono scritti in politichese ed esprimono contenuti sociali, stati d’animo, filosofie, umori un po’ come in un bar virtuale. Lo stesso Beppe Grillo non essendo ideologico dalla A alla Z su certi argomenti ha detto delle cose discutibili come capita a chiunque se vuole essere sincero e non “doppio” come invece capita al politicamente corrotto. Se fosse stato come Mussolini avrebbe preteso una obbedienza totale, cieca e servile, se fosse stato Stalin avrebbe coltivato il culto della personalità attraverso un rituale politico di identificazione. Invece è rimasto molto laico, ha solo messo in campo la sua esperienza nello spettacolo e nella comunicazione e nel libro TUTTO IL GRILLO CHE CONTA ha parlato dell’esempio negativo della televisione che non spiega le idee, ma le spettacolarizza. Quando è nato il movimento DALLE SUE IDEE, a cui noi tutti abbiamo aderito, ha solo fissato dei paletti perché voleva riformare a fondo la politica e il modo di far politica.

Quindi è fascista, è comunista, è socialdemocratico, è maschilista, è xenofobo, e via cantando, viene in mente “l’avvelenata” di Guccini. Si sono scagliati tutti contro perché ha detto che la politica si fa a costo ZERO, niente dirigenti, funzionari, leaderini e padroncini della retorica politichese, l’organizzazione di una forza poltica deve essere orizzontale e non verticale, cioè tutti sulla stessa base e quindi antigerarchica. E’ chiaro che nell’organizzazione qualcosa c’è da perfezionare, i meetup (luoghi virtuali di incontro) qualche euro al mese costano, ma le sedi dei partiti chi le paga? E ancora: è integralista tipo Scientology, il suo Mov. è una setta che vuole ribaltare il vecchio per mettersi lui al potere (da che pulpito viene questa critica). Beppe Grillo è talmente avido di potere che ha scelto di rimanere fuori dal Parlamento. Ma se è fuori dal Parlamento non deve dire niente ai Grillini che ci stanno dentro: con quale autorità, chiede qualche giornalista, impone e dispone: siccome lui afferma che ognuno vale uno, lui non può valere di più (tipo se tu sei comunista non devi essere ricco). E via cantando IN UN CONCERTO ISTERICO DI TUBE E TROMBONI STONATI.

Certamente hanno paura che Grillo tolga i finanziamenti ai giornali e cercano di manipolare l’opinione pubblica.

Quella del cittadino in movimento è una idea sulla società partecipata grazie ai nuovi strumenti tecnologici per mantenere sempre deste le coscienze dei cittadini, che non devono farsi manipolare dalle informazioni interessate, diffuse dai centri di potere che li riducono a semplici comparse e quindi abbattere certe gerarchie della nostra mente. E’ un’idea di comunità, di “comunionismo” in cui i cittadini possono esprimere finalmente delle potenzialità e superare il loro ruolo di comparse nei dibattiti delle feste dell’Unità. Forse ancora per molti anni sarà impossibile che uno valga uno, Grillo ha promosso il movimento, è un leader naturale, in una società molto più avanzata sarà possibile essere leaders di sé stessi, importante è però capire la direzione del percorso. Capire lo sviluppo delle tendenze è indispensabile per fare politica e avere delle idee nuove. Chi invece critica confondendo i diversi piani di ragionamento è perché essendo un privilegiato e manipolando dei poveri cristi che in democrazia cmq hanno diritto a un voto, diffonde il verbo a suo uso e consumo.

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo IX°

L’homo democristianus per poter diffondere il suo virus letale deve rispondere a determinate caratteristiche caratteriali diffuse anche nella massa-maggioranza silenziosa, in una reciproca empatia che riflette un’immobilismo reciproco, un’eternizzazione del presente basato sulle reciproche convenienze bandendo ogni possibile rigenerazione culturale come arte degenerata.

L’homo democristianus non può che essere moderato in tutto ciò che rappresenta, nei suoi sentimenti, opinioni, passioni; sceglie il “giusto mezzo” sempre, ma solo per entrare meglio nella “mangiatoia”, anzi più speditamente, non certo come riflesso d’una maturità politica, non travalica mai i sensi, non sa cosa sia l’esagerazione (una possibilità di saggezza ad es.), rifiuta l’essere sanguigno-vitalistico che porta solo a guai o comunque lo dissimula, aborrisce temendola, una geografia del desiderio ricolma di fantasiose isole sconosciute, di deliri fantastici, di sogni derealizzanti, di ombre e fantasmi ricacciati come malefiche presenze del diabolico.

Al contrario coltiva il buon senso, lo irriga di pregevoli profumi, non si espone a lotte difficili o disperate, tipiche di una volontà visionaria, di esuberanza e di generosità, non rischia se non calcolando a tavolino i pro e i contro mutuando i collaudati modelli aziendalistici e se è prodigo lo fa dentro la contabilità del dare e avere, ma se sperpera in una circostanza, non può che essere colpito da una improvvisa “pazzia” che azzera o compensa un atteggiamento calcolatorio troppo accentuato, per riequilibrarlo nei termini della medietà; è del tutto incapace di concepire pensieri alti che non portino un vantaggio immediato, un guadagno presente, preferisce una vita pacifica scansando i conflitti, rimandando dolorose scelte e anestetizzandosi di fronte a possibili inquietudini o tormenti.

Certo l’equilibrio che ne nasce non dovrebbe essere eccessivamente riduttivo in quanto dovrà mantenere una sua vivacità coinvolgente, dentro però i limiti inossidabili del buon senso. Stiamo parlando di pochezza morale nelle sue azioni quotidiane per lo più improntate a cinismo interessato a sua volta coniugato alla meschinità delle piccole cose di pessimo gusto. Si mantiene in uno stillicidio continuo di comportamenti che se da una parte danno senso al presente, da un’altra erodono i solidi e saldi principi.

Come un mare – e lui ti dice in burrasca – che frantuma scogli, trasformandoli in indistinta sabbia e il morbido arenile contraddistingue una riva a cui attaccarsi per non naufragare.

Si giustifica l’homo democristianus, tiene famiglia, verrebbe voglia di aggiungere, “cristiana”, quasi che avesse cercato un alibi per auto assolversi: “vorrei, ma non posso, ho delle responsabilità!”

E allora subisce, assorbe e mastica i tanti fili della dipendenza, del ricatto: si sente con le mani legate dai troppi lacci e laccioli che lo imprigionano, gli impediscono di essere persona pensante con il coraggio delle proprie opinioni. “Vorrei, ma non posso sputare nel piatto dove mangiamo tutti i giorni il primo, il secondo e il contorno, caffè e ammazza caffè compreso, lautamente i miei familiari ed io, sarebbe ingratitudine, si è vero, mi costringono a pensarla in una maniera che non mi piace, ma devo compiacere, perché fare il bastian contrario proprio adesso che sono in attesa d’una promozione. A che serve andare fino in fondo?…..Tendo certo ad andarci, ma se ho la possibilità di tagliare corto, guadagno tempo. Questo ti dice con la sua collaudata e proverbiale saggezza: vai fino in fondo e vai a fondo!

Le cose si fanno a metà e per l’altra metà si cerca il compromesso onorevole, ma insomma bisogna aggiustarsi: “vorrei…ma non posso prendere tutto di petto, mi verrebbe l’infarto e alla fine che ci guadagno con l’handicap! Bisogna anche lasciare correre, non puoi litigare con tutti, in tutti gli angoli, diventi ridicolo, bada a ciò che è importante, dell’altro fregatene, scegli delle priorità e per il resto acquietati in una nicchia, magari trasformati anche in un uomo-massa anonima che lascia fare, lascia andare, il fiume non sarà mai capovolto da una chiusa, ma solo temporaneamente fermato, il suo flusso è scritto dalla natura, anche tu hai un tuo destino che non può cambiare, vedi quello che ti serve, il resto lascialo indistinto, tanto rimarrà tale anche se tu morirai.”

E’ questa la sua filosofia che traspira di saggezza limitata, perché i grandi traguardi non gli competono, sono al di sopra dei suoi orizzonti, in uno spazio indefinito che rimane vuoto cosmico, indifferenza pura, lontananza insignificante. La medietà si trasforma in mediocrità, vera base dell’ossatura sociale, tessuto connettivo, vestito mentale da indossare per tutte le stagioni, nucleo costitutivo dell’Italia postfascista che diffonde nella gestione della cosa pubblica, nella politica, il morbo che ammorba e pure deterge, si espande e comprime, infetta l’aria e disinfetta ogni singolo respiro, genera sintomi malevoli e cure soddisfacenti, processi disgregativi e unità molecolari, malattia sociale e improvvisi rigurgiti di vivacità solidale.

Ma l’homo democristianus è sempre presente, ladrone discreto, trafficone limitato, scaltro simulato, scrupoloso per deviare i sospetti altrui, con un comportamento falsamente aperto, un atteggiamento interlocutorio, pronto alla correttezza formale per esprimere un comportamento socialmente auspicabile, eppure al fondo immorale, cinico, crudele, proprio mentre magari esprime una religiosità di facciata, un ossequio rituale, una compiacenza mielosa e artefatta che si riempie di mezze verità condite con mezze falsità in cui si dice e non si dice, si afferma e anche si nega, si chiarisce confondendo, si confonde chiarendo.

Tutto nel mezzo, si coltiva l’orticello dell’ambiguità, le cui piante crescono nella palude tra insetti e acque stagnanti, odori di marcio e piante selvagge il cui lezzo invade sentieri aggrovigliati. Di natura piccolo-borghese eccolo che avanza, falsamente meticoloso, dai gesti accorti e gli atti disciplinati, ogni tanto si lascia andare a qualche piccolo slancio altruistico contabilizzato nella ragioneria degli affetti calcolati, qualche piccola offerta che lo fa sentire buono, appagato, perché ha dato il suo contributo. E cammina verso il centro, inesorabile, inaffondabile dentro il suo sistema di certezze inossidabili.

E’ diventato una macchina che funziona a meraviglia e il profumo un po’ grossolano, lascia nella scia, nessuno lo ferma o lo trattiene, nei suoi scopi ognuno conviene che lui è un uomo dabbene anche se indugia in qualche piccolo vizio, quello di accumulare ma non certo per sfizio.

Capita però che in questa marcia verso il centro, l’homo democristianus si imbatte in un ostacolo. Come lo supera? Non certamente ponendosi di fronte, lo aggira o meglio ci gira intorno e viscidamente mettendo in campo un sistema di simulazioni, dissimulando le sue intenzioni e operando in maniera da incunearsi negli spiragli che riesce a scorgere, come una talpa la quale buca e scava una piccola galleria fino al punto da rendere il terreno circostante friabile.

Ha bisogno di lavorare assiduamente, anonimamente, perseguendo il suo scopo con ogni mezzo mettendo in opera trucchi e piccoli imbrogli, portando zizzania, rimestando le carte, seminando maldicenze, insinuando dubbi in maniera che la discordia conseguente lo aiuti ad aprire delle brecce dentro cui insinuarsi come il verme nella mela, sfiancando a poco a poco l’ostacolo.

E’ l’arte della trama che si volge con finezza facendo terra bruciata, isolando e ingabbiando l’ostacolo fino al punto di essere forte e imporre un compromesso, patteggiare una soluzione usando tutte le armi, le perizie, l’accortezza possibile, ma anche la sfacciataggine che è l’applicazione pratica della furbizia da usarsi senza limiti, pudori, ritegni, in completa faziosità disconoscendo perfino i fatti più evidenti, pur di arrivare con tutti i mezzi a superare l’ostacolo. Applica ogni tipo di arte persuasiva che va dalla lusinga, all’adulazione oliando ogni pezzo d’ingranaggio.

Fa leva sulla vanità, sull’orgoglio altrui, gioca sui caratteri, i sentimenti, si adatta camaleonticamente alle loro esigenze, cattura la fiducia subdolamente spingendo poi ogni cosa nella direzione voluta, basta sfruttare al massimo le contingenze, le circostanze favorevoli proseguendo su un “lavorio” che costruisce, mentre demolisce l’ostacolo.

L’ostacolo è il nemico da abbattere, ma anche il rivale da neutralizzare e rendere innocuo. Non si affrontano mai direttamente in singolar tenzone, ciò non fa parte dello spirito dell’homo democristianus in quanto essere a “metà”, perfino la sua eventuale fierezza è merce di scambio così come i suoi principi ideali perché strumentali all’autoaffermazione, le sue massime diventano “minime” appena consegue il potere, anche le regole devono valere solo per gli altri che quindi può dominare.

Con arroganza li costringe a rispettarle perché lui si sente al di sopra, manovrandole e manipolandole a seconda delle sue convenienze. D’altronde il potere è anche questo: cercare di sviluppare un sapere trasversale per eludere con l’ausilio della scaltrezza ciò che sono prescrizioni diffuse.

E se qualcuno lo vuole ricattare perché viene a conoscenza delle sue malefatte, del suo agire in dispregio di ciò che formalmente predica e lo fa per guadagno personale, lui ha l’occasione di dimostrare la sua vera forza, il suo potere, allora cercherà di distruggerlo se vuole rimanere forte come un boss o altrimenti lo azzittirà concedendogli qualche vantaggio, rendendolo comunque non più in grado di nuocere. Mettersi contro può diventare oltremodo pericoloso, se non lo si fa in gruppo, perché tante diventerebbero in questo caso le teste da abbattere, mentre il gruppo soprattutto se organizzato può controllare o costringere il soggetto a stipulare degli accordi riducendogli la sua sfera d’azione.

Ma quando riesce in un modo o nell’altro a sconfiggere i suoi nemici può diventare un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono sottrarsi ad un dovere, basta dichiararsi suo amico. E’ il loro protettore a cui rivolgersi per ottenere favori, franchigie, abbattimenti, facilitazioni, in cambio si “mettono a disposizione”, si prestano a diventare uomini “suoi”, completamente affidabili dai quali disporre all’occorrenza per ingrandire la rete in cui circola il suo potere.

Fanno parte di quella elusione delle regole che diviene vieppiù sistematica, partecipano alla distribuzione del potere a livello microfisico anche se sono solo briciole rispetto alla grande fetta di torta, ma così si diffonde un esercito di sudditi che difende le ragioni del potere.

Certo, perché tutto si regga bisogna che continui a sussistere la maggioranza di fessi che tira il carro; anche perché se non ci fosse non ci sarebbero neanche i furbi che continuano a proliferare indisturbati in un mondo di fessi che sta dando segni di nervosismo. Se d’incanto sparissero i furbi, i fessi non si riconoscerebbero più.

Costoro pagano con la magra consolazione di essere fuori da certi giochi e di conservare una certa dignità e indipendenza, di poter decidere in piena libertà nei limiti delle loro possibilità a volte più ristrette. I furbi a loro volta mantengono altre classifiche e gerarchie, i migliori si sottraggono anche agli scambi, ricevono ma non danno, diventano ingrati, però il boss potrebbe punirli e la loro infedeltà costargli cara e se si mettono in proprio subappaltando una fetta di potere dovranno cercarsi altre protezioni.

Per farsi spazio togliendolo all’ex protettore occorrerà appoggiarsi ad un altro per risultare efficaci ma questo rischia di creare un nuovo rapporto di dipendenza, i furbi finiscono col divenire uomini fedeli pronti a rinunciare a qualsiasi libertà che il più delle volte non si sa nemmeno cosa sia per una protezione che li affranchi da certi doveri.

Prendono ordini, diffondono ordini, fanno parte della catena d’un clan, d’una banda, in cambio ottengono favori e se la loro attività è apprezzata, una certa influenza sul capo. I troppo furbi invece tendono ad acquisire potere personale fino al punto da diventare “indipendenti” o passandosi da fidati, fare le scarpe al proprio capo. Questi discorsi possono applicarsi sia alla politica quando diventa mala che alla criminalità, in mezzo c’è il limite della legge come un sentiero che divide in due la foresta, che è battuto da tutte e due con sconfinamenti in campi avversi.

Se questo modello di comportamento si diffonde l’organizzazione sociale degrada a feudo, si inaspriscono i conflitti di vassallaggio, aumenta la confusione nei comandi e tutto sembra naufragare in un mare tempestoso senza più una rotta da seguire.

Quando la “trasversalità” diventa un modus eludendi in un gioco di alleanze a vari livelli e tra diversi settori, garantendo una protezione diffusa e articolata in una rete collaudata per contravvenire alle regole del gioco istituzionale (contratto sociale) allora a questo gioco si sovrappone una prassi in grado di destabilizzare l’accordo originario indebolendo ogni forma di convivenza civile. Senza contare che in certi momenti, alla illegalità di questo tipo si può saldare quella “controistituzionale” e pur avendo due caratterizzazioni diverse, ciò che si affloscia è lo stato di diritto.

 

 

1 – LA PRODUZIONE CINEMATOGRAFICA ITALIANA NON SFONDA

Questa è una intervista di  un esperto italiano di incassi, contenuta in RED CINEMATORE, in cui afferma che in Italia non si sfonda, che i produttori forti, manco leggono le sceneggiature, tutto si basa sulla confezione che deve essere una storiella tipo, che faccia ridere con attori affidabili.

E’  il nostro cinema di provincia che non sfonda, anzi tante volte affonda nei soliti luoghi comuni triti e ritriti, non entusiasma e non è esportabile che ci fa dire  che la produzione italiana RIMANE AL POLO, volevo dire al palo.

Altro che il cinema dei grandi autori del passato, insomma romanzetti popolari d’appendice, altro che settima arte: OTTAVO NANO!

A sto punto c’è da vergognarsi ad incassare. Anche Michele Anselmi su IL SECOLO XIX parlando del fenomeno Bonifacci sceneggiatore di troppo successo, ci dice che IL LATO POSITIVO nel cinema italiano non c’è, c’è un film Usa che è incomparabile rispetto ai nostri filmetti che fanno un sacco di soldi.

E allora che facciamo, dove andiamo? Non è che il nostro pubblico è abbastanza ignorante di cinema come azzarda il critico Gianni Canova su 8 1/2, al punto che bisognerebbe fare corsi obbligatori a scuola di storia del cinema per elevare il livello piuttosto basso del pubblico?

Resta il fatto che in Italia piace sempre la stessa storia con infinite variabili, che rimanda un po’ alla commedia all’italiana ma rivissuta con stereotipi, abbandonando la realtà e inserendo il carinismo diffuso, l’importante è non annoiarsi con qualche film in cui il personaggio guarda per dieci minuti fuori dalla finestra senza capire cosa sta guardando e noi guardiamo lui per dieci minuti nella speranza che si muova qualcosa.

All’opposto però l’Italia non sa uscire dalla gabbia dei film solo macchietta che non emozionano, dialoghi che si dimenticano subito, insomma due opposti estremismi: quello “estetico” e quello “facile-facile”, non ci dovrebbe essere un giusto mezzo in cui si dispieghi la regia e la conoscenza iconica?


ECCO PERCHE' IL CINEMA ITALIANO NON DECOLLA CE LO SPIEGA L'UNICO CHE
LO HA CAPITO...

Nostro amico....Espertissimo di marketing da un anno ha azzeccato
tutti i dati al box office da Denzel Washington (aveva detto poco
più di 3 e 3.4 ha fatto)  a Siani (aveva detto 14 e 14 ha fatto)
e cosìcon tutti i film...non è un mago ma riesce ad indovinare sempre
irisultati incredibilmente....

Non potendo svelare il suo nome nonostante sia molto noto ci ha detto
cosa non funziona e soprattutto gli errori nel lancio dei nostri
film...
LO ABBIAMO INTERVISTATO...

domanda Ma il calo di incassi del cinema italiano (solo 2 film italiani
tra i primi 10 di stagione e il primo incasso italiano è  il sesto tra
i totali)  è dovuto alla crisi?

risposta La crisi del prodotto italiano parte dal nostro sistema NON
industriale.  Se le cose infatti fossero gestite come in un'industria
sana la sequenza logica degli eventi dovrebbe essere la seguente:
1) individuo una storia giusta
2) individuo un regista giusto per quella storia
3) il regista individua gli attori giusti per quel film.

domanda Noi facciamo il contrario...

risposta Esatto. Da noi si parte dagli attori e intorno a loro si costruisce
un progetto. Così succede che il primo punto e cioè la storia, diventa
invece l'ultimo ed anche il più trascurato...altre volte si prende spunto
da un libro sbagliando sempre il cast.... perché a volte l'anima del libro
viene venduta al diavolo del marketing...sbagliato...non si cerca l'attore
giusto tra i nomi del cinema italiano, ma quello giusto tra i nomi in agenda
del produttore o regista...per non parlare degli attori-registi che vogliono
mettere il loro volto sul manifesto...cosa sbagliatissima se non per personaggi
già amatissimi. 
domanda E i produttori?

risposta Sono troppo presi ad accaparrarsi quello che per loro sono i
talenti da mettere sotto contratto (talenti che poi non garantiscono
mai gli stessi risultati e gli stessi numeri, perché la gente cambia o
si abitua al loro stile) che non controllano la storia e non hanno
quasi mai coraggio di mettere  il naso sulla sceneggiatura e si fidano
.....quando negli Usa la sceneggiatura che sia commedia, horror,
action, drama, viene letta e approvata ogni volta dai vari produttori
step by step....da noi la revisione è letta e approvata solo dalla
testa del regista...negli Usa anche il montaggio viene monitorato con
le proiezioni prova....

domanda Non controllando però vengono fuori veri fenomeni da baraccone o
storielle infantili ...assolutamente non esportabili ma film che non
rimarranno mai....

risposta Infatti questo comportamento  oltre a dare vita a storie che nella
migliore delle ipotesi sono scritte male  impedisce di fatto di
scoprire nuovi attori ma solo fenomeni da baraccone, con il risultato
che ormai i nostri attori invece famosi più "giovani" hanno più di 40
anni.

domanda Sempre gli stessi....anche se bravi..non sempre ovunque mi vuoi dire?

risposta I nomi del cinema italiano che si fanno in fase di casting per gli
uomini sono esattamente gli stessi che una quindicina d'anni fa
vennero fuori come generazione dei trentenni e che formarono appunto
una vera e propria generazione...oggi P.FAVINO ha 43 anni, A.GASSMAN
48 anni, C.SANTAMARIA 38 anni, F.TIMI  39anni,  A.PREZIOSI 39 anni,
V.MASTANDREA 41 anni....e altri  15 nomi tutti veri talenti...ma non
tutti i nomi sono giusti per tutte le storie...

domanda Tutti 40enni...quindi per te meglio puntare sui 30enni?

risposta Certo, qualora ci fossero e non si rovinassero con la fiction e la
tv, la differenza fondamentale è che mentre un trentenne in sala è in
grado di intercettare i giovani i quarantenni lo sono molto meno. Le
storie dei trentenni, collocandosi a metà tra il mondo degli
adolescenti e quello degli adulti, riescono a parlare a entrambi i
pubblici diventando così, quando sono scritte bene, di fatto delle
storie per tutti. Lo stesso non può dirsi di una storia ambientata nel
mondo dei quarantenni che per forza di cose è più stretta. Senza contare
che per un quarantenne è molto più difficile andare al cinema: logisticamente,
di solito un quarantenne ha uno o più figli piccoli ed è nel periodo
della sua vita in cui esce di meno.

domanda Manca però il divismo....e poi nella recitazione molti attori si
ripetono...

risposta I nostri attori non hanno nel loro dna la cultura del trasformismo
che invece è tipico della scuola americana. I nostri attori:
bravissimi, talentuosi,  non si trasformano.  Tutto questo per dire
che, a maggior ragione, i nostri attori tendono a logorarsi prima di
quanto succeda ad un'attore come ad esempio Sean Penn che in quasi
ogni film mi propone una maschera completamente nuova. Ecco perché
anche nei trailer inizia a darti fastidio ad ascoltare sempre la stessa voce
con la stessa faccia. Ciò aggrava ancor più la situazione: non solo non ci
sono delle buone storie (perché non è da lì che si parte per fare un film),
non solo gli attori sono sempre gli stessi (perché un film si monta solo se ci
sono determinati nomi), ma in più quegli attori recitano sempre nello
stesso modo. E ancora ci chiediamo perché il nostro cinema è in
crisi????

domanda Ma perché vanno di moda i filmetti usa e getta ?

risposta Sta accadendo la stessa cosa dei giornali scandalistici, negli
ultimi 5 anni sono aumentate le vendite dei giornali quelli che
parlano non di divi ma di tronisti, di gente  che neanche è mai
arrivata a fare nulla di importante o è scomparsa dopo un film....in
Italia ci sono molti non comunitari ..sembra quasi che si facciano
film italiani per un pubblico da centro commerciale e per non
comunitari...incassano ma dopo 1 mese ti vergogni pure di aver speso
quei soldi  spinto e in cerca di quelle due risate senza che ti sia
rimasto nulla dentro...

domanda Ma quali sono gli errori dei lanci dei film?

risposta La promozione dei film meriterebbe un capitolo a parte. E' chiaro
che anche lì siamo molto indietro. Basti pensare che tutti i film
hanno pressoché lo stesso tipo di promozione. Una promozione nel
migliore dei casi obsoleta, che paradossalmente costa moltissimo e
produce pochissimo. A spendere la quasi totalità del budget sono due
voci: spot televisivi e manifesti stradali. E allora ti chiedo:
ma chi ci sta più davanti alla televisione? Chi li guarda più i manifesti stradali?
Basta guardarsi in giro per capire che i giovani (e cioè ripetiamolo
quelli che escono e vanno di più al cinema) non guardano nè la tv e nè
per aria. La tv poi è concepita dai giovani come fastidio mentre navigano.
I giovani guardano il loro telefonino rigorosamente smartphone e il
loro ipad, etc.. Ergo, la campagna giusta sarebbe quella. Ma
incredibilmente nessuno ci pensa. Che ci vorrebbe a creare ad esempio
un app per lanciare un film??? Costerebbe certo molto meno di dieci
passaggi televisivi da 15" (con i quali per niente hai bruciato un
centinaio di migliaia di euro) e sarebbe molto più incisiva. l'unico
problema  è che ti deve venire in mente. Sbagliato fare poi siti dei
film.....meglio far girare su facebook o su Twitter foto e curiosità

domanda E la critica?

risposta Sembra scomparsa, nel senso che alcuni critici a volte
scompaiono...misteriosamente..... non si ha lo stesso giorno il
giudizio della stampa su un film...alcuni critici non parlano di tutti
i film.....escono critiche ognuna in giorni diversi e la tv viene
usate come telegiornali..pilotata per far apparire un film piacevole
in programmi imbarazzanti...cosa che non è. Alcuni  critici, non tutti
naturalmente, sempre più spesso basano le loro critiche sui propri gusti
difficilmente azzerandosi, per gli attori ogni volta è un esame e anche i
critici ogni volta dovrebbero giudicare un film partendo da zero....
senza preconcetti. e soprattutto senza mai paragonare un film a
qualcosa che hanno visto.... sempre più spesso i critici (ma sempre
alcuni naturalmente) sono prevedibili e questo non è un bene....poi
la critica in tv è imbarazzante da radiazione.

domanda E la promozione ai festival?

risposta Se non è Cannes che ha un mercato e una vetrina veramente valida è
inutile.... dieci giorni a parlare di Venezia su tutti i giornali e le
tv, milioni di euro investiti, milioni di parole spese e alla fine?
Magari vince un film che esce in venti copie e incassa 30 mila euro.
Questo all'industria non serve. Apriamo i Festival a tutti i generi
anche la commedia e non solo compresi i premi....i film rappresentano
emozioni e le emozioni non hanno limiti di genere..

domanda Cosa proporresti come iniziativa?

risposta  I produttori invece di guardarsi in giro vedono cosa fanno gli
altri e cercando di seguire l'onda affogando... perché ogni film ha
una vita unica che sopravvive solo con un sequel al massimo. Un'idea
sarebbe quella di mettere dietro un tavolo i 10 distributori
più importanti (e coloro che leggono per loro) e far sfilare 50 idee
in tre giorni. Ogni idea ha 15 minuti per essere raccontata attraverso
le parole di chi l'ha scritta, o attraverso delle immagini. Come si
vuole: 15 minuti di pitching sulle idee. 15 minuti per convincere chi
deve mettere i soldi in un progetto a farlo. Ma alla fine però si deve
fare!!! E si deve fare come dovrebbe essere fatto ogni progetto: 1) la
storia 2) il regista 3) gli attori ..altrimenti il cinema italiano
crollerà ancora...e si continueranno a fare i film che continuiamo a
dimenticare dopo un'ora dall'uscita della sala...


2 – GLI INTELLETTUALI, IL POTERE, I GIORNALI, GLI APPELLI E I CAPPELLI

Sugli intellettuali e il potere sono stati sprecati fiumi d’inchiostro, anche sugli intellettuali e il Partito Comunista, gli intellettuali e la sinistra.

Ci sono intellettuali di potere che hanno messo la loro conoscenza al servizio di un leader che governa il Paese per un periodo più o meno lungo e gli intellettuali di opposizione che si sono opposti a quel potere per manifestare un contro potere che è diventato a sua volta egemone a livello di rappresentazione mediatica.

Sono stati i giornalisti – alcuni dei quali facevano parte di quel potere – a rappresentare gli intellettuali come coloro che potevano partecipare alle vicende politiche schierandosi da una parte o dall’altra, senza contare poi gli appelli che trasmettevano spesso istanze della società civile, che facevano diventare questi intellettuali degli opinion leaders arricchendo il panorama dell’informazione.

Questi appelli contano proprio perché vengono sottoscritti da persone prestigiose, che hanno già scritto dei libri, che sono professori universitari, la maggioranza dei quali definiti con una venatura di disprezzo, di “sinistra” e che nella gerarchia sociale ancora molto rigida, quasi castale, vengono prima, in senso intellettuale, rispetto alle masse lampadine spente, che capiscono dopo, anzi molto dopo,  le cose importanti da capire, che partecipano ai dibattiti da festa dell’Unità solo come comparse a scomparsa. Sono gli intellettuali che anticipano i movimenti della società, mentre il popolo bue li ringrazia.

Un grande intellettuale di costume fu Pier Paolo Pasolini, ma in quei tempi l’intellettuale era anche un poeta.

Senonchè anche gli intellettuali scoprono gli antidoti al loro potere molto prima che questo avvenga nell’era di internet.

Negli anni ’60 viene pubblicato un libro, un saggio “La realtà come costruzione sociale” dei sociologi-filosofi Luckmann e Berger in cui in sintesi si esprimeva il concetto che gli intellettuali non hanno più il monopolio del pensiero, ma in una “realta” costruita socialmente fanno parte del senso comune e i loro apporti sono pari a quelli che partecipano alla costruzione del senso comune.

Molto prima di internet si era capito che il pensiero deriva da esperienze comuni e nei laboratori si possono solo inventare dei “tecnicismi” che poi sono tradotti in senso comune quando sono volgarizzati nei libri attraverso l’uso della parola.

Perché tutto questo pistolotto, per dire semplicemente che sui temi politici e sociali chiunque dotato di raziocinio può esprimere dei concetti originali come l’intellettuale solo che la gerarchia “reazionaria” di sinistra, impone la sua sottomissione a chi è costruito, montato e smontato, dai media.

E anche in questo il mov di Beppe Grillo è rivoluzionario, non in quanto disprezza gli intellettuali, anche una certa destra bacchettona li ha sempre disprezzati (i danni causati dal libero pensiero) ma in quanto li riconduce a delle entità normali e non i rappresentati di un pensiero “migliore”, che possono dire ad esempio un sacco di stupidaggini come chiunque altro quando parla di cose che non sa e non capisce o non vuole capire dall’alto della sua posizione di potere.

Ecco perché in questo tipo della società della condivisione, sono quelli che vogliono stupire sperando di essere considerati come dei Pasolini e invece non capiscono che tutto è cambiato e che anche loro sono un pezzo di un ingranaggio del sapere simile a tanti altri pezzi, questo l’hanno ormai capito tutti, il senso comune, meno certi personaggi di sinistra che sono ottusamente legati ai media e continuano a sparar cavolate pensando di essere grandi pensatori, e qui citare Gaber diventa doveroso perché ha capito il cambiamento e ha trattato molti temi con ironia.

 

 

 

5 – IL VOLO DELLO SCIAMANO REGIA DI ROBERT REED ALTMAN

Il  progetto della Caro Film diretto da Robert Reed Altman 

Il film sarà diretto dal figlio del leggendario regista Robert Altman e Kathryn Reed. Ha lavorato come operatore di ripresa e direttore della fotografia su un numero impressionante di serie televisive e lungometraggi premiati dal Maverick Film Makers.

Altman iniziò la sua carriera di assistente operatore sui film che catapultarono il padre Altman nel pantheon dei grandi registi americani: Nashville” (1975), Buffalo Bill and the Indians” (1976), A Wedding” (1978), Popeye” (1979), Health” (1982), “Come Back to the Five and Dime,Jimmy Dean,” (1982), Streamers” (1983), and Fool For Love” (1985).

IL VOLO DELLO SCIAMANO sceneggiatura di ANTONIA TOSINI

E’ una sceneggiatura originale scritta da Antonia Tosini scrittrice e sceneggiatrice, tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Il libro della vita/Eutanasia Sociale”, “Pane e Girasole” e “La rosa ferita” pubblicato a marzo 2012. Ha partecipato nel 2005 (fuori concorso) al Festival di Venezia con il documentario “Vita e miracoli degli ex voto”. Ha collaborato con diversi registi tra cui l’algerino Rachid Benhadj, che le ha valso nel 2005 il premio internazionale “Scrivere Cinema” di Mirabella Eclano.

Nel 2010 (è stato premiato un suo progetto cinematografico al “Premio Penisola Sorrentina”. Un riconoscimento alle eccellenze) con la motivazione: Per il progetto cinematografico: “Tra gli ulivi” esempio significativo di uno spaccato mediterraneo di creatività, fantasia ed intelligenza abbinate allo scavo psicologico, al mistero e al colpo di scena, che appartengono alla migliore tradizione del genere thriller.

2012 Terronian Festival – (al Palapartenope) è stata premiata per la sezione Cinema (come eccellenza del sud). Inoltre ha collaborato con Tony Tarantino, padre di Quentin e con David Worth, il quale le ha scritto un Endorsement : “Antonia, un meraviglioso talento, creativo, fantasioso e stimolante scrittore…”

NOTE DI PRODUZIONE

Quando abbiamo letto questa sceneggiatura ci siamo subito appassionati alla storia che rinvia a quel cinema fantastico di qualità come furono film di grande successo come IL SESTO SENSO e THE OTHERS. Inoltre l’ambientazione è a Napoli e in Messico e ciò ci permette con la regia di R. R. Altman di creare quelle sinergie e coproduzioni con vari Paesi, garantendo così una distribuzione nazionale ed internazionale all’opera. In questo senso abbiamo già intrapreso contatti con altri investitori. Il nostro ufficio stampa si prodigherà per pubblicizzare al meglio l’evento e fare uscire articoli presso i principali giornali nazionali e regionali. Ci avvarremo, anche degli uffici stampa dei singoli attori che parteciperanno al film per ampliare il più possibile la pubblicità e l’interesse verso il progetto. I temi del film sono sicuramente internazionali ed il fatto che siano ambientati in una città come Napoli, è un merito in più che farà e darà lustro culturale alla città stessa. Nello specifico, non è possibile elencare tutti i riflessi d’immagine che un film e questo in particolare, possa e potrà portare per il territorio. E’ evidente, però, che oltre ai temi d’attualità, nel concreto un film che faccia vedere il mare, i beni artistici e culturali  avrà una ricaduta positiva sulla città.

TARGET

Il film può essere considerato un crossover in quanto il pubblico di riferimento è un pubblico adulto >18 anni internazionale che si appassiona al mistero, empatizza con i personaggi e il loro destino.

SETTIMANE DI RIPRESE : 6

LOCATIONS : NAPOLI – SCAVI DI POMPEI – MESSICO

 

2 – SIAMO LIMITE CHE TENDE ALL’INFINITO

O AL CONTRARIO SIAMO INFINITO CHE TENDE AL LIMITE?

TUTTI vogliono formarsi e uniformarsi in questa vita, tutti vogliono crescere, però il punto di vista di chi preferisce rimanere “animale” nel senso nobile del termine, perché considera l’uomo con i suoi bisogni per niente diverso da qualsiasi altro animale e non deve farsi soverchie illusioni sulla vita che rimane comunque salda dentro la sua natura di essere finito, in cui il cambiamento diventa un’illusione “religiosa”, un bisogno di evadere dal proprio stato. Questo tipo di uomo-animale l’abbiamo mai analizzato?

lIMITE, LIMITE, TANTI LIMITI…Non ho mai avuto il desiderio di essere migliore di altri mi diceva un carissimo amico, né ho avuto voglia di migliorarmi, ho considerato il mio carattere, la mia formazione professionale e mi sono accontentato di quella che altri chiamano mediocrità: la carriera, l’equilibrio, il buon senso e via dicendo, senza slanci e senza troppo andare oltre, perché noi siamo fatti per essere quello che siamo, cioè prevedibili, ripetitivi, metodici come la notte che si cambia col giorno e il giorno con la notte, è inutile inseguire fantasmi o illusioni di completezza, l’importante è non sbagliare troppo e non cagionare il dolore a qualcuno, bisogna rimanere saldi e fermi nei propri intendimenti, sono contento di quello che sono, di come occupo il mio tempo dei miei hobby che mi appassionano, delle mie mani con cui costruisco tante belle cose, del mio mestiere e vorrei che anche mio figlio facesse quello che faccio io, che si trovasse bene come mi sono trovato io a questo mondo, il segreto di tutte le cose è nel sapersi accontentare senza diventare troppo aridi, bisogna evitare i trabocchetti che la vita ti costruisce senza che noi ce ne accorgiamo, bisogna capire il nostro limite di esseri transeunti, di non perdere i sentimenti diventando troppo aridi, non bisogna neanche essere troppo “movimentisti” con i continui cambiamenti dovuti alla incostanza, ma solidi come pietra e saldi come gli alberi impiantati al suolo, non umorotici: un giorno con slanci e un altro giorno depressi, ma sempre costanti in un entusiasmo moderato che faccia intravedere una gioia anche nel fare sempre le stesse cose come se si facessero non dico per la prima volta, ma quasi, cerchiamo con moderazione il bene, un bene contenuto che soverchi il male al quale tendiamo anche, ecco perché moderato perché il male comunque agisce e dobbiamo imbrigliarlo sotto il nostro controllo, non si può pretendere troppo da noi stessi perché siamo caduchi e soggetti  all’incertezza: non ho mai fatto voli pindarici, mi accontento anche delle chiacchiere, delle poesie facili, dei sentimenti di superficie, non sono un criticone con la puzza sotto il naso, snob, non rimango ai margini delle cose vi partecipo per quanto sciocche queste siano, al punto da sentirmi ridicolo, mi arrabbio solo quando gli altri non mi vedono….

 

3 – MOV. 5 STELLE O LA TAVERNA DEI 7 PECCATI

LA TAVERNA DEI 7 PECCATI E’ LA DIMOSTRAZIONE CHE IL GIOCO VALE LA CANDELA BASTA CHE QUESTA NON FINISCA NEL RETTO DEGLI ITALIANI. IL CAMBIAMENTO DEVE ESSERE AUTENTICO

Si fa un gran discorrere in questi giorni dei senatori grillini che hanno dato il voto a Grasso del Pd per la sua elezione al Senato.

Io seguo il blog di Beppe Grillo e il Mov. 5 Stelle è nato dalla costola del blog intorno alle idee di Beppe Grillo ampiamente condivise da un sacco di persone, idee di politica e sulla politica che erano nettamente innovative: “basta con questa classificazione di destra- sinistra che crea solo il gioco delle parti, si deve volare in alto nel mondo delle autentiche idee, cioè si deve essere trasversali, l’importante è ridurre la politica a una pratica di cittadinanza attiva  eliminando la delega in bianco e questo si poteva fare anche grazie alle nuove tecnologie.

Non più la politica come attività separata dai cittadini e quindi specialistica e mestierante.

Tutti la possono fare  perché ognuno ha una parte di se sociale attiva e quindi ognuno di noi può essere un “animale politico” SOLO PERO’ per un certo periodo di tempo e poi si ritorna al proprio lavoro e questa idea rivoluzionaria si era trasferita in una proposta di legge popolare (anch’io avevo firmato) per un Parlamento Pulito con al massimo due mandati e poi a casa. Il problema era come mandare a casa i vecchi arnesi della politica che facevano ormai parte di una casta che si divideva falsamente su ideologie  contrapposte, ma che si inciuciava sempre pur di mantenere dei privilegi impermeabili a qualsiasi realtà di crisi.

E’ da qui che nasce la sperimentazione di un Movimento di Cittadini dal basso. Naturalmente Beppe Grillo e il suo blog polarizzavano tutte le questioni per la necessaria attenzione mediatica come avrebbe fatto qualsiasi altro leader, perché come sappiamo dalle elementari, le idee da sole non emergono se non sono supportate da un “potere” mediatico,  basti vedere le vicende del Partito Umanista che una decina d’anni fa pur avendo idee  innovative non è mai riuscito ad andare sopra lo zero per cento. Questo per dire che il Mov. è fatto da cittadini incensurati che si dedicano per spirito volontaristico alla politica tenendo presente che a livello parlamentare esiste una norma molto “borghese” e ottocentesca che il parlamentare non avendo vincolo di delega può tradire i cittadini che l’hanno eletto e farsi i suoi beneamati cavoli. E invece, al contrario, il voto dei cittadini parlamentari deve essere sempre trasparente e preso a maggioranza, chi si discosta deve esplicitare il suo dissenso magari su un singolo provvedimento, pubblicamente e rimettersi al giudizio dei cittadini e della rete.

Io ritengo che date queste premesse e l’alto compito politico che il Mov. ha, cioè quello di sostituire una classe politica logora e le sue pratiche di sottopotere e quindi  pur stimando delle persone come può essere stimabile l’ex Procuratore Antimafia, deve proseguire nella sua linea che è quella di non appoggiare la vecchia politica o un nuovo  modo di far vecchia politica, pur rinverdita da foglie di fico, altrimenti non solo non si va in alto ma si precipita nella taverna dei 7 peccati capitali della politica e dei falsi schieramenti dove la tensione innovativa del M5s può stemperarsi nei soliti vizi del politichese spinto, coinvolgendo quando tutto va bene il 3-4% del mercato elettorale.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo VIII°

Chi è l’homo democristianus? Rispondere a questa domanda potrebbe essere ovvio e banale quanto complicato perché difficile delimitarlo in una sfera d’azione che lo possa caratterizzare e differenziare nettamente.

Viene descritto come un parassita che succhia il midollo del bilancio statale, sorta di ominide onnivoro che si tuffa nella ricchezza quando diventa pubblica perché non è più di nessuno e quindi con espedienti di vario tipo la vampirizza; asportando in definitiva il sangue d’un corpo economico racchiuso in tanti scomparti-fialette.

Se ne appropria nel momento in cui il prezioso liquido viene separato dal corpo e collocato in un grande bancone luminoso, un deposito-laboratorio dove ogni goccia è analizzata al microscopio, proprio in quel momento si compie una specie di sortilegio: con riti magici pratici l’homo democristianus approfittando del fatto che le fialette sono tante e anonime si avventa su alcune e le fa sparire.

C’è chi fa tutto con le carte, chi tramite computer e chi fisicamente se le mette in tasca, ma la sottrazione non cambia, il vampiro solerte si muove in un ambiente asettico con sicurezza, non si gira nemmeno a guardare, tutto intorno è conosciuto e amico.

Preleva alacremente costringendo altri a versare ancora fino a quando i loro corpi si assottigliano, smunti, emaciati e pallidi, deboli e anemici dimagrendo fino all’osso, così malinconici e malaticci non ce la fanno nemmeno più a camminare, al contrario lui s’ingrassa e sorride alla vita che gli ha dato tanto…sangue, con ottimismo e perfino benevolenza perché tutto gli va bene, poi all’improvviso il laboratorio cambia di luogo, ma lui da perfetto previdente, l’aveva previsto e si era già preparato, in fin dei conti non era altro che un semplice passaggio ad altre stanze di uno stesso edificio o al massimo in un edificio diverso che si poteva però raggiungere facilmente.

Si trattava solo di prendere nuove misure, fare qualche calcolo, studiarsi meglio un corridoio, allisciare una qualche nuova coda, l’homo democristianus non ha fretta, basta che gli amici fidati lo mandino da altri amici fidati che gli aprono le porte, un po’ di sangue anche a loro ogni tanto bisogna versare, poche gocce perfino all’amico più umile, quello che gli fa vedere dove stanno le chiavi della porta.

Essere generosi è una qualità molto considerata per conservare, ma anche aumentare le amicizie così da muoversi agevolmente, protetto da sguardi benevoli. Un po’ di sangue non guasta mai.

L’uomo sorridente a cui tutto va bene, è concentrato più d’un pomodoro quando si trova a spellare la comunità spremendo sangue a josa…ma anche in altri posti (battuta). Per questo si affida agli amici con i quali ha un rapporto di cuore, profondo, vero, disinteressato, quasi mistico…

Alberto Sordi nei suoi tanti film ha personificato l’italiano medio, rappresentandolo nel suo cinismo asociale, nell’opportunismo di chi non assume mai una posizione chiara, decisa, se non per compiacere. Senza principi, con fini dissimulati, mediocre nei sentimenti, fasullo e superficiale, con poche verità e quindi bugiardo quando occorre, vigliacco se bisogna dimostrare un minimo di coraggio, perfino traditore, crudele verso i deboli, debole verso gli arroganti; eppoi ancora mammone, fregnone, adulatore dei potenti, servile quanto basta, pigro, egoista, impudico nelle sue dosi di menzogna, civettuolo, qualunquista, ecc. ecc..

Non tutte queste “qualità” sono proprio nazionali e non antropologicamente uniche, per fortuna si giustappongono altri “difetti” ma sono diffuse e frequentate dalla maggioranza del popolo italico anche se il centro produce dei modelli che sono poco sentiti nelle periferie.

Secondo questo schema i politici sono tutti uguali, destra o sinistra non fa differenza, tutti pronti a mangiare, salvo proiettare su di loro quello che farebbe questo uomo medio-mediocre se fosse al potere, senza contare che non facendo differenza tra politici si assolvono anche i veri ladri perché irriconoscibili dagli altri.

Anzi rovesciando la questione, quelli che sono lì e non rubano sono solo dei fessi. Un esercito di galoppini viene mandato in giro a dire che tanto sono tutti ladri e ciò li giustifica, verso gli altri, se scelgono la “protezione” di uno fra i tanti cioè il vero ladro che regala qualcosa anche al galoppino-accattone.

Si innesca così la dialettica furbi-fessi sempre diffusa a macchia d’olio, per cui la politica diviene un’occasione aggiuntiva per confermare questo principio trasformandosi a sua volta in risorsa economica che scade a puro calcolo di convenienza e la tessera di iscrizione al partito, si trasforma in tessera alimentare, di modo che la società civile si modifica in clientela e il voto di scambio corrompe ogni possibile opinione.

Questo comporta nel medio periodo un processo degenerativo, la desertificazione di ogni spinta ideale, una lotta di tutti contro tutti per vincere la supremazia della furbizia, un disordine diffuso e la conseguente caduta d’ogni principio di vita sociale, nel lungo periodo alla destrutturazione della stessa unità politica dello stato, minato da un esercito di cavallette che si nutre di linfa vitale.

Matura inevitabilmente la necessità conseguente di instaurare un regime autoritario e totalitario in quanto la democrazia si riduce a forma politica svuotata di ogni energia, di ogni elemento collettore e connettivo, disgregata in lotte fratricide tra clan in competizione.

 

 

1 – DISTRIBUTION OR NOT DISTRIBUTION this is the problem?

 

Distribution or not. Non esistono più DA QUALCHE TEMPO, le mezze distribuzioni, soverchiate dai grandi circuiti, crollano subito; basta andarsi a vedere gli “incazzi” pardon incassi su Cinema d’oggi, ci sono distribuzioni che incassano in un anno 4-5000 euro, neanche i soldi per comprarsi un panino quotidiano: che dire?

I cortometraggi non hanno mercato, non se li filano neanche le tv, i documentari idem con patate fritte, a parte qualche argomento che suscita la morbosità popolare.

Il 50% dei lungometraggi prodotti in Italia è fuori mercato, si punta sui festival, ma con i festival on si mangia -dicono i toscani- le tv che spendono un sacco di soldi per servizi giornalistici spesso inutili non spendono un euro (staremo a vere con le quote) non voglio essere pessimista, pero’ si produce tanto per niente e quindi niente per tanti che ci rimettono i soldi, le grandi distribuzioni hollywoodiane dicono per farsi immagine, che distribuiscono film italiani DICONO bisogna vedere se poi lo fanno, il più delle volte fanno finta, e nonostante questo, con grandi sacrifici, piccole produzioni continuano a fare dei film, microproduzioni continuano a fare cortometraggi a josa, che possono essere distribuiti solo in qualche festival e in cui non si fa un euro perché i festival come piu’ volte ripetuto, non pagano.

Anzi devi pure pagare per farli iscrivere sti film. Anche facendo uno sciopero della produzione per 1 anno non si accorgerebbe nessuno, anzi gli fai pure un piacere, talmente sono prodotti di nicchia per pochi appassionati e familiari, il cinema invisibile è quasi sempre inesistente, anche se ognuno nel suo intimo ha la segreta speranza di essere lui il grande prescelto, che potrà camminare nei grandi pascoli del successo, che farà l’opera immortale e ci prova, intanto però tutti ci rimettono…dai poveri produttori che dopo due o tre film di questo tipo vengono guardati in cagnesco dalla banca, ai registi e attori promettenti non cagati da nessuno.

Che fare? Come diceva il grande Lenin? Una rivoluzione distributiva? Ma a chi gliene frega qualcosa? Ci sono alcuni autori come il Moroni che cercano di effettuare una distribuzione alternativa ad es. attraverso la pre-vendita dei biglietti, ma la maggior parte di queste iniziative sono solo idee pubblicitarie, non hanno nessun peso economico.E allora? E allora dai, le cose giuste tu le sai, diceva una vecchia e mitica canzone di Remo Germani dimmi perchè non le fai?

Ma noi che possiamo fare se non guardare lungo il fiume il cadavere che passa e se ne va.

 

 

 

1 – LE QUOTE, I PIRATI, LA DISTRIBUZIONE

Il D.M 22/2/2013 reca la normativa sulle quote obbligatorie di investimento per le reti televisive al netto di tgi, giochi, intrattenimento, pubblicità, ecc..Può essere una soluzione contro la rete dei pirati

Può essere senz’altro un’occasione ghiotta per le sorti del cinema indipendente a due condizioni:

  1. che la normativa non sia troppo complicata e di difficile attuazione e quindi sostanzialmente burocratica e di conseguenza facilmente eludibile; ciò dipende anche dalle difficoltà di alterare conteggi o di applicare sofismi di comodo che ne alterino gli scopi;
  2. che ci sia veramente la meritocrazia, cioè che la scelta delle opere cosiddette “originarie” non venga effettuata per amicizia e quindi sarebbero sempre i 3-4 produttori detti indipendenti a usufruire di tuta la torta, ma sia una scelta che si basa sull’originalità del film medesimo- a prescindere dal produttore – nelle sue 4 fasi: produzione, finanziamento, pre-acquisto e acquisto e quindi con L’ISTITUZIONE DI UNA SPECIE DI CONCORSO.

Solo in questa maniera potrebbero usufruirne anche quei produttori indipendenti che oggi si trovano in difficoltà sul lato distributivo perché i film indipendenti incassano poco, in quanto – come sappiamo -non entrano nei circuiti distributivi più importanti i quali sono gestiti in maniera da non dare spazio agli INDIPENDENTI VERI, che perciò devono accontentarsi delle briciole.

Molti di costoro, sono ormai convinti che non serva più farsi distribuire e puntano direttamente sul circuito dei festival internazionali per tentare una vendita estera che diventa però sempre molto problematica. Se si punta solo sui festival non c’è nessun ritorno economico se non d’immagine, per l’autore, mentre la distribuzione on line che poteva presentare un’utile alternativa al mercato theatrical, nella sua versione STREAMING, NON RIESCE ASSOLUTAMENTE A DECOLLARE, per la presenza di troppi prodotti piratati.

Sul versante della pirateria, Grillo, non ha mai dato il via libera alla Pirateria come afferma su “La Stampa” il presidente dell’ANICA (Assoc. dei Produttori) Riccardo Tozzi, che definisce l’Italia il “Paese dove il sostegno culturale alla pirateria è più marcato”. Grillo ha solo detto che bisogna ridurre i tempi dei diritti in sintonia con una dinamica sociale molto più veloce rispetto al passato, ma la socializzazione o meglio la condivisione di contenuti, se riguardano dei film in cui ci sono dei produttori e detentori di diritti viene tutelata a livello di sfruttamento, quindi condivisione si, ma non gratuita. Sostanzialmente la forma-merce si applica a tutti i film professionali mentre i video “non commerciali” quelli dilettanteschi, possono essere socializzati dal web. Ricordiamoci che in streaming (sarebbe come se fosse un noleggio) non si paga più di € 3 per 24-36 ore, meno quindi dell’affitto fisico di un DVD.

 

 

1 – UNA DISTRIBUZIONE REMUNERATIVA PER IL CINEMA INDIE

Lo constatiamo ogni giorno con i nostro occhi quanto sia prolifico il cinema indiE ITAliano, ce ne siamo accorti anche ai vari festival, ce lo dicono gli autori di documentari, che vengano premiati a più riprese, eppure questi film spesso autoprodotti, più spesso finanziati almeno in parte dal Mibac, vivono una realtà separata come è quella dei festival, non riescono cioè ad essere distribuiti come meriterebbero se non in qualche sparuta sala d’essai.

Tanto s’è detto da parte di tutti gli organismi istituzionali, sindacali ecc, tanto poco s’è fatto, come parole gettate al vento perché poi la politica dell’inedia prevale sempre…e allora diciamolo senza pretendere di dire verità ultime o penultime, anzi scoprendo l’acqua calda vicino ad una fonte termale: se vogliamo, come pensiamo, far uscire questi prodotti in sala bisogna mettere in piedi con urgenza un circuito alternativo di distribuzione che sia nello stesso tempo anche remunerativo, che non venga lasciato alla fantasia di qualche autore quando deve distribuire il suo film (inventandosi, per creare un po’ di pubblicità, un presunto circuito nato col suo film e che morirà presto col lo stesso), ma che possa invece veramente attecchire .

Ora noi abbiamo un sacco di monosale ubicate nei centri storici delle città che si trovano in difficoltà e quindi sono costrette a chiudere per il “cannibalismo” esercitato da tutte quelle multisale di periferia che invece di attirare nuovo pubblico (magari di periferia) l’hanno sottratto ai cinema dei centri storici, probabilmente perché fuori c’è più parcheggio e servizi.

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

 

E’ proprio con queste sale del centro storico che invece si potrebbe ricominciare a sviluppare una logica del discorso che abbia un senso condiviso, naturalmente queste sale per far uscire i film indipendenti avrebbero bisogno anche di un qualche ausilio statale, una certa promozione, una sinergia fra i vari soggetti che operano nell’istituzione cinema, pensiamo al Mibac che finanzia dei film e poi non si cura della loro distribuzione (se non in maniera marginale) e pensiamo nella stessa logica del discorso, ai vari festival italiani come Santa Marinella Film Festival, Il Cinema Indipendente di Foggia, Il Gallio Film Festival, quello di Lodi e di Busto Arsizio, Imaginaria, Amidei, Clorofilla, Mantova Film Festival, Est Montefiascone che premiano le opere prime e seconde e il cinema invisibile, trovandosi a svolgere un’attività utile e culturalmente necessaria di scoperta di una cinematografia considerata a torto marginale, come se il cinema indipendente fosse in effetti un luogo distaccato del cinema italiano e assimilabile ai film africani e dei paesi dell’est che si scoprono solo nelle varie rassegne.

Questi festival possono avere una funzione trainante e importante per la valorizzazione del cinema indipendente e un trampolino di lancio mediatico per quei film che riscuotono l’interesse del pubblico, se questa sinergia tra i festival, le sale cinematografiche dei centri storici e il Mibac con l’aiuto di altri soggetti come le associazioni di categoria, potrebbe partorire non un topolino, ma mille topolini e così far distribuire almeno quei film segnalati o vincitori di premi, si avrebbe la possibilità di garantire una uscita almeno di questi film, e quindi il pubblico potrebbe vederli, allora si che ci sarebbe più attenzione verso il cinema indipendente italiano e l’investimento fatto servirebbe a rilanciare il cinema nazionale, lasciamo le multisale di periferia al cinema Usa o a quello con grande promozione, mi riferisco soprattutto alle commedie italiane e lanciamo il made in italy nei centri storici, tutte quelle opere autoriali documentari, cortometraggi, sperimentali segnalate dal circuito di festival dando uno sfogo necessario all’autoproduzione.

Provare questa strada vorrebbe dire sviluppare finalmente un percorso completo e mantenere la diversità dei linguaggi nel cinema arricchendola al punto tale che anche il cinema d’essai potrebbe trovare un suo spazio di pubblico, si tratta di mettere insieme un’attività che molti svolgono in maniera separata

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – CAPLO 7°

L’homo democristianus.  La stessa educazione difatti può trasformarsi in un consenso acritico o addirittura in una forma di propaganda di regime magari cancellando la tensione dialettica e favorendo una regressione sociale.

Fino a quando è lecito persuadere e da quando cominciare ad obbligare se non si è in presenza di leggi e fino a che punto è lecito far aumentare le leggi?

E qui ci invischiamo in uno di quei dibattiti da cui non se ne esce mai con idee chiare, ma con un senso di affaticamento per la presenza assidua d’un Giano bifronte che condiziona ogni ragionamento, perché tutto dipende dall’ottica (parola mitica degli anni ‘70) in cui si illumina d’immenso l’argomento o lo stesso rimane oscuro oggetto del desiderio o sterile luce fastidiosa.

I processi educativi vengono bene compiuti là dove c’è disponibilità culturale, difatti le periferie hanno difficoltà con i processi educativi, con le prescrizioni delle leggi, con comportamenti maturi e più facilità a seguire una propaganda di parte, se questa sa comunicare certi bisogni istintivi.

Quello che conta in ultimo sarebbe la crescita soggettiva in qualsiasi direzione, che ponesse l’individuo fuori dai meccanismi poco “socievoli” dei riflessi condizionati tipo azione comunicativa, reazione prevedibile, a favore di un’acquisizione di coscienza della propria esistenza, nella consapevolezza di essere una specie in movimento che può usare tante altre facoltà e non solo quelle istintualità.

La ragione umana di per sè si apre su un grande campo, eppure non sembra sia uniformemente coltivato, anzi per certi versi, nelle masse, nonostante la storia e l’esperienza, si continua a farsi influenzare da una coazione a ripetere che ripropone determinismi culturali tradizionali sensibili al condizionamento di forze superiori quali il fato, il destino che non si possono combattere (stava scritto prima che tu nascessi) e dove la ragione stesa rimane impotente a modificare o a incidere su certi comportamenti in una sorta di automatismo mentale. L’illuminismo appartiene alle classi colte, alla borghesia nella sua fase rivoluzionaria ed esprime una notevole evoluzione culturale rispetto alle società “istintive”, ma questo sviluppo razionale apre la strada alla manipolazione, alla simulazione, all’artificio nella “costruzione” della propria esistenza in cui ogni uomo diventa un architetto-artefice del proprio destino. Però le masse d’oggi dimostrano anche una certa diffidenza verso l’illuminismo, preferiscono un qualcosa d’altro che non è ancora definito, ma che le fa apparire incerte sul loro cammino anche se le “droghe” hanno cominciato ad attecchire superando la loro esclusività d’alto bordo.

Le masse apprezzano la razionalità ma non ne fanno una divinità o il centro di una attenzione esclusiva. Forse l’immediato futuro ci dirà di più, per il momento c’è tanta confusione nell’aria con una incredibile ripresa di miti di cartapesta che comunque svolgono la funzione succedanea di dare motivazioni profonde all’esistenza.

Sono prodotti, vissuti, rappresentati in una nuova sacralizzazione a volte bizzarra a volte razionalmente incomprensibile che convive con l’antico e con un certo gusto barocco, peraltro forma espressiva di ritorno molto vicina al sacro pur distanziandosi dal medesimo, in una ambivalenza di espressioni caratteristica dell’animo umano.

Attualmente la cultura delle periferie rimane “fumettistica” come rappresentazione visiva immediata priva di difficoltà percettive, con punte di delirio “mitico” e mistico per degli eroi semplificati non privi però di complicazioni barocche, che entrano di prepotenza nell’immaginario di gruppo.

Inoltre coesistono accanto a processi di conservazione dell’esistente (immobilismo passatista) anche tentativi di “raffinazione hobbystica” della cultura, cioè lo sviluppo di interessi specifici in cui si manifestano risultati veramente sorprendenti per sviluppo, approfondimento e trattazione di argomenti un tempo di competenza accademica.

Le accademie oggi e anche le università si stanno trasformando in reliquari di una cultura burocratica, funzionale al potere più che al sapere.

La cultura delle periferie però è più vicino al concetto di “produzione-produttività”, alla fabbricazione di oggetti raffinati provenienti dal design, a quel sistema di piccole imprese dove l’artigianato si coniuga ad una certa mobilità mentale innovativa indotta dallo stesso sistema industriale. Quindi la periferia ha una maggiore difficoltà a creare il “gratuito”, ciò che non serve, bisogna andare in centro per contemplare la grande arte spesso derisa dalle periferie, in cui come diceva Veblen (Teoria della classe agiata), la ricchezza porta a disprezzare l’utilità.

Solo in questi ultimi anni la periferia ha dimostrato di uscire dall’estetica retriva e restrittiva del “paesaggio pastorale” per abbracciare almeno l’impressionismo e magari fermarsi alle avanguardie storiche di questo secolo, segno questo di un decisivo passo in avanti nella storia del gusto.

Le periferie sono piene di luoghi “regionali” dove si riperpetuano in scala ridotta i centri, ogni luogo rappresenta sempre un centro di qualche altro e nel contempo periferia d’un centro più grosso.

Nell’epoca della globalizzazione economica in cui gli stati nazionali sono soppiantati dalle politiche mondiali, la periferia ha costruito uno spazio altro di democrazia con qualche degenerazione autoritaria e razzista che riflette il modo di pensare delle periferie.

Mentre il capitalismo con le nuove tecnologie diviene “immateriale” nascondendosi come un’ombra per cui il centro si trasforma in luogo di “simulacri”, di poteri occulti e patinati, di aristocrazie conservative e conservate, anzi congelate ma dominanti l’universo massmediologico, dentro l’eterno presente senza età che diventa sempre più immobilista, le periferie dimostrano più dinamicità sia come imprescindibile specificità culturale non altrimenti riducibile, ma anche come moto inatteso di conflitti e contraddizioni col risultato di rendere evidente una ulteriore conoscenza delle differenze e una possibilità di loro espressione su un piano evolutivo di necessità culturale.

Paradossalmente le periferie se purificate da certe incrostazioni semplificatorie, andrebbero a sviluppare meglio la democrazia e la partecipazione politica, senza per questo imitare pedissequamente sterili formule centralistiche, mentre d’altra parte il centro più universale, però superato dal globalismo, finisce col rimanere cristallizzato e più soggetto ai processi di omologazione, imitando proprio quel globalismo già “portatore ammalato” di un universo omologato che accentua maggiormente gli aspetti di distacco e di pregiudizio a seguito di una falsa e superficiale uniformità piena di scricchiolii per possibili rotture.

L’incontro di culture diverse su basi più “vere” può avvenire più facilmente nelle periferie, ma naturalmente se queste riusciranno ad evolversi culturalmente e non rimanere impigliate in improbabili, antichi rituali feudali.

D’altronde il globalismo si manifesta soprattutto nelle periferie, per questo si parla di villaggio globale, e s’insedia nella microfisica del potere.

Non si può pretendere a livello locale di produrre per un mercato mondiale senza accentuarne le contraddizioni, ma la materia qui si fa veramente vischiosa e difficilmente dissociabile tra considerazioni localistiche – dove appare insieme ad una minoritaria economia dell’autoconsumo, una complessa rete globale – e aspetti di mondializzazione che accentua i legami dei popoli della terra, la loro socializzazione, ma anche la fragilità del loro incontro.

E’ impensabile oggi che ci sia una economia locale dedita all’autoconsumo in contrapposizione ad una economia globale di mercato, si verifica bensì una maggiore velocità nella circolazione di prodotti e saperi locali sfruttando anche le nuove tecnologie. In questo groviglio c’è ancora chi teorizza per effetto di residui arcaico-ideologici che le periferie possano contrapporsi ed addirittura sconfiggere la globalizzazione dell’economia (un topo che fa cadere un elefante con lo sgambetto) non considerando il fatto che le periferie più evolute economicamente sono integrate in quella rete, anche se le reazioni localistiche si diffondono come un bisogno di contrapporsi culturalmente alla uniformità mondializzante, di difendere le proprie tradizioni linguistiche contro un linguaggio unico.

Ricordiamo però un eventuale autoisolamento danneggia lo stesso sistema di imprese locali integrate nella rete mondiale per cui all’autoisolamento corrisponderebbe la riscoperta di una economia dedita all’autoconsumo dalle caratteristiche anticapitalistiche e deglobalizzanti, mentre fenomeni quali il razzismo e l’intolleranza possono distruggere quella differenza che faticosamente il localismo conquista accentuando una forma di separazione egoistica dei localismi ricchi rispetto a quelli poveri legittimando il principio dello scambio ineguale a livello micro-territoriale.

Ciò può rendere possibile come ritorsione una qualche forma di boicottaggio economico, per cui non solo ognuno deve restare a casa propria, ma anche i propri prodotti devono restare a casa propria, costringendo paradossalmente proprio a quell’economia dell’autoconsumo. Allora sembra più probabile che entrambi i processi – il localistico ed il globalizzante si debbano svolgere compiutamente completandosi a vicenda, mentre un certo integralismo regionalistico costituisce la reazione non tanto nazionale, quanto locale di una comunità che perde progressivamente identità e che si vede minacciata anche a livello nazionale da pratiche e poteri di sottomissione economico-politica, parte di quella globalizzazione di cui il centro ormai viene investito come nuova periferia del mondo che annulla la specificità culturale.

Con una richiesta di potere politico rispetto ad un centro ormai in disuso e avvezzo ad acquisire rendite di posizioni parassitarie, il localismo ricco e ben integrato in un processo mondiale di produzione economica vuole acquisire una situazione di predominanza e quindi di superiorità verso il centro e verso altri localismi non in grado di tenere lo stesso passo. Per mezzo dell’economia, poi con la politica, si vuole ribadire una preminenza culturale attraverso una concorrenzialità selvaggia mentre lo stato nazionale rivendica comunque una legittimazione statale di funzioni che non possono essere disperse nel territorio senza mettere in pericolo l’unità nazionale, l’identità collettiva.

Il pericolo per il centro è l’indebolimento conseguente e “marginalizzazione” logica di tutte le industrie nazionali come ad esempio quella della comunicazione e della cultura rispetto al processo di globalizzazione che “consentirà il dominio assoluto delle industrie culturali più forti.”(1)

Anche se il “nazionale” potrebbe essere benissimo la sommatoria articolata delle realtà locali rendendo vacua la creazione di una grossa industria culturale nazionale che potrebbe facilmente istituzionalizzarsi e sclerotizzarsi, realtà locali con più produzioni autonome anche concorrenziali tra di loro, in grado di far crescere la qualità dell’intera produzione culturale-nazionale contrastando così posizione di rendita parassitaria e assistenzialistica.

Una cosa è certa: che la globalizzazione non si sconfigge con operazioni rituali di demonizzazione del sistema impresa, anche se quest’ultima, come modello comportamentale, crea sempre più la società a sua immagine e somiglianza trasformando la cultura in valore di scambio. Comunque più facile sarà immaginare che sarà proprio il processo di globalizzazione a indurre quella socializzazione globale dell’economia, ma anche del problema ecologico che come tale attraversa l’intero pianeta.

Nel primo caso ciò può favorire la creazione di una contraddizione “localistica”, per la questione ecologica invece si potranno finalmente affrontare misure realmente efficaci, rispetto a politiche ecologiche di respiro localistico e di debole efficacia globale.

Una parte del mondo sarà sempre più dipendente da un’altra parte del mondo, ma solo così entreranno in relazione e un problema di una parte potrebbe essere risolto da un’altra parte, aumentando la consapevolezza che si è effettivamente parti di un tutto in senso organico ed entità indipendenti in senso culturale.

Le periferie però sono ancora luoghi di costumi arcaici che sopravvivono accanto al benessere economico. Diffidenze campanilistiche, pregiudizi ancorati ai proverbi (moglie e buoi ….) consolidati da antiche esperienze, al sapere tramandato oralmente, contrastano la dinamicità dei processi economici, per cui il pensiero locale quando non è di pedissequa imitazione centralistica e non viene applicato alle imprese, rimane spesso povero di temi, addirittura poco razionale pervaso da antiche verità a volte regressive e barbariche, propenso a crearsi i propri nemici nella differenza non intesa come diversità da rispettare ma come inferiorità da combattere simile a certo nazionalismo esasperato d’un tempo che ammantato di propaggini romantiche determinò gli eccessi guerrafondai che tutti conosciamo.

Nelle periferie vive anche un facile dogmatismo ideologico, un certo comunismo semplificato e rozzo che in qualche misura può ostacolare per i suoi addentellati conservatori un processo di rinnovamento locale. In particolare il comunismo di oggi ha mantenuto la facciata ritualistica di pratiche congelate in un processo di sacralizzazione del mito, che lo fa diventare non più un’entità viva con le sue contraddizioni ma un museo del folklore dai tanti pezzi di pregio, qualche faccia di cera che riproduce quando c’era LUI e l’ostentazione senza autocritica di errori storici pervicacemente difesi in nome di un orgoglio fideistico. Rimane il fatto comunque che con questo non si vuole assolutamente non riconoscere ciò che di positivo, solidaristico, civile, avanzato, ha alimentato la cultura comunista con dei valori capaci di bonificare un corpo sociale altrimenti destinato alla degradazione della corruzione e all’anomia.

E comunque il bisogno d’utopia fa parte di una rigenerazione morale, di una ricerca seppur illusoria di infinito, ma si ritiene che per molti decenni ancora il comunismo sia una specie di “sacro laico” che conserva ciò che è stato senza alcuna importante funzione di incidenza e cambiamento sociale, diventando il luogo della memoria storica da onorare.

In questo deserto della politica intesa come possibilità di cambiamento radicale della società civile i comunisti potrebbero apparire come elementi decorativi dei templi isolati in cui si conservano le reliquie allo scopo di celebrare antichi fasti consumando vecchi riti in uno stile illustrativo, senza nessuna capacità di progettazione vera, mentre la politica intesa come autonomia localistica razionalizzatrice ed ecologista, prenderà il sopravvento, ma ogni cambiamento e razionalizzazione saranno comunque determinate non tanto da un processo di crescita soggettiva, ma dall’avvento delle nuove tecnologie capaci di mutare profondamente i modelli di vita e quindi il modo di pensare delle persone.

 

(1) PRC – Partito della Rifondazione Comunista, documento sulla cultura, programma per un anno,-

 

4 – UN RACCONTO INVERNALE

BRUCIA LA VECCHIA !

RACCONTO

Omaggio a Federico Fellini

 

 

Un racconto invernale. La nebbia era fitta nel bosco, camminavo incerto aprendomi a fatica la strada tra le fronde. La guazza notturna mi bagnava dalla barba ai piedi, cespugli e rami mi trattenevano e s’impigliavano nelle vesti, incespicavo nel buio pesto; quand’ecco in una minuscola radura una quercia lugubre, nuda e stecchita che si appressò.

Nel silenzio folto percepii il rumore ritmato del becco d’un picchio che lavorava sul suo tronco là vicino e un’espressione di terrore mi ridisegnò il volto: un lupo oscillava impiccato sul ramo di fronte alla luna velata con la lingua penzoloni, mi scostai con gli occhi sbarrati e un freddo-caldo alla schiena, mi parve per un attimo di scorgere un burattino di legno che mi veniva incontro, ora d’istinto alzai i tacchi, camminai veloce senza nemmeno voltarmi, corsi, ma mi fermai quasi subito; vidi di fronte a me una luce che m’abbagliava, distinsi nell’oscurità l’immagine candida d’una fata:

– “quanti anni hai?”

Mi chiese delicatamente con una voce trasognante.

– “settantatre”

Feci eco, ma mi allontanai obliquamente chinando la testa e pieno di disagio.

Finalmente giunsi in uno spazio aperto: una grande radura che sembrava una piccola vallata chiusa davanti a sé dal fitto scuro di abeti dai quali sbucavano come crape lisce, rilievi montagnosi imbiancati, manti continui soffici e lontani. E proprio alla fine di questa vallata una casupola fumante dava segni di vita.

L’erba era secca e si frammischiava a residui di candida neve e ghiaccio che congelava il fango, il vento ululava aprendosi squarci improvvisi, il freddo pungeva, tutto intorno l’immensa oscurità della foresta che si tramutava in ombre mobili e misteriose, in fruscii lievi, in sensazioni primigenie.

Un fruscio più corposo alle spalle mi fece sussultare, affrettai il passo anche per uscire dall’erba bagnata che ormai mi dava fastidio, i miei poveri piedi erano una ghiacciaia mobile, finalmente mi trovai in un sentiero di terra battuta con tanto di fango solidificato che portava proprio su quell’unica casupola in cui la luce fioca rappresentava un miraggio, una meta che dava vigore, moltiplicava le forze immaginando il senso di tepore d’un riparo, d’un fuoco, di stare al calduccio. Il sollievo aumentò la fretta, che fece girare le gambe, che aumentarono il sollievo….Mi sentii però un attimo intimorito, in balia di chi sa chi: ladri, assassini e la mia fantasia si inerpicava: “e se li abitava l’orco dall’accetta facile”; ma era freddo, tanto freddo che non sentivo le orecchie nella notte blu, velata di bianco, traforata di stelle, il gelo mi congelava di più.

La foresta al contrario non mi dava nessun tepore, mi dava un senso di bagnato freddo di brina e il fiato modificava l’aria fuori dalla mia bocca che conteneva il respiro affaticato.

Arrivai infine dalla parte più buia, bussai spinto da un improvviso coraggio misto a timore, poteva essere un onesto boscaiolo come ce n’erano tanti nelle fiabe. Percepii al di là dell’uscio dei passi, di chiunque fossero tra poco avrei visto il viso, ormai era andata, la porta si aprì appena solo per notare una vecchia smunta, magra sdentata, tutto naso, completamente vestita di nero con un fazzoleto in testa, da essere una befana. Non appariva sorpresa, non mi chiese niente, mi fece entrare, mi sorrise come potè, ma quegli occhi scuri e l’espressione di leggero ghigno non mi tranquillizzarono del tutto, sembrava la nonna antica contadina perennemente in lutto, perennemente in nero con la bacchetta di giunco in mano.

Nella povera stanza c’era un vecchio e rude camino acceso con poca legna accatastata sul pavimento di legno, il fuoco crepitava di rosso vivo e si riverberava sul tavolo rozzo di legno scuro, un po’ sconnesso e rigato dal tempo:

– “vieni, vieni, guarda cosa ho preparato per te!”

Notai la pinza e un bottiglione di rosso dal vetro gocciolante e trasudato con due bicchieri da osteria.

Si sfregava le mani ingobbita mentre il ghigno si allargava in un moto di soddisfazione, parmi rinascere in quell’odore antico di legna bruciate, i miei occhi si illuminarono a festa, fissai in me un lungo attimo di gioia, l’assaporai fino in fondo, un umore spavaldamente inebriante, mi veniva da ridere, scherzare, i miei occhi eccitati sembravano sfolgorati, l’entusiasmo mi trascinava verso un desiderio di follia: bevemmo, mangiammo, strafogammo, mentre lei sghignazzava, la sua faccia trai bocconi si modificava tutta, con gli ultimi denti avariati masticava sul davanti ad una velocità folle, sembrava che da un momento all’altro le sue mandibole rugate dal tempo le si staccassero frantumandosi a terra. E mi rimpinzai di pinza come una vacca in cinta, mangiai di gusto, affrettatamente a bocca aperta, bevvi fino ad ubriacarmi, ingurgitai bicchieri su bicchieri, dopo tanto freddo tutto si scaldava nel mio corpo e si intorpidiva, avvertivo l’ebbrezza, la velocità, l’alterazione e ogni cosa sfumava, lei mi fissava sempre beffarda, mi incoraggiava a continuare:

-“mangia, mangia, mangia ancora…dai ne è rimasto, mangia, mangia ancora!”

Poi dalla fievole luce del mio barbaglio di ragione le notai uno sguardo mandibolare spaventosamente illuminato e torvo.

Si alzò di scatto perfidamente sinistra, nutrita d’una agilità e d’una energia invidiabile e a schiaffi e pugni mi levò dalla sedia – io che non stavo neanche in piedi e che non volevo crederci in piena ridarella assoluta – mi gettò con un gesto selvaggio nel camino che si era quasi spento. Sembravo un sacco di fascine o di patate posato colà, avvertì appena qualcosa che scottava forte come le pietre surriscaldate posate nelle lenzuola fredde dei rigidi inverni, ma sempre più lontano dalla coscienza: tutto intorpidito non capivo più niente….il fuoco ardeva dentro me, ma mi sentivo beato, beato, percepìi un colpo forte in testa e un altro ancora… un ghigno malefico, chissa’ dov’ero se c’ero…

E fu così che quella notte riscaldai la vecchia bruciando per essa.

 

 

3 – ELEZIONI: RIVOLUZIONE A 5 STELLE

E LE STELLE NON STANNO PIU’ A GUARDARE

Lo dicevamo da tempo trovandoci contro stampa e partiti politici tradizionali, che ci sarebbe stata una grande rivoluzione civile, ma non quella dei professionisti del cambiamento che parlano bene e razzolano male, e intanto con la classe operaia e l’ambiente si fanno una carriera politica piena di vitalizi, ma da parte di chi ha saputo capire le tendenze della società civile, non i partiti che ormai sono maschere di cera in un museo chiuso al pubblico, neanche i giornali scritti da camerieri solerti del potere costituito e pagati per negare i problemi della gente o cristallizzati su una ideologia piena di retorica, ma quella del  Mov 5 stelle che ha catalizzato su di sè il malcontento, che ha saputo partorire istanze del cambiamento dal basso al fine  instaurare una Italia più democratica e giusta, rispetto ad una casta politica inamovibile che l’ha distrutta.

Subito bisogna togliere l’IMU, ridurre gli stipendi ai parlamentari, le pensioni d’oro, gli stipendi ai maneger, ai banchieri, togliere finanziamenti ai giornali e ai partiti politici,  riformare la Rai, un canale senza pubblicità togliendo l’influenza della politica, togliere le province. Come in una sceneggiatura scritta bene e dalla quale si può trarre un  grande film, non basta solo togliere, bisogna anche mettere, anzi è l’arte del togliere e del mettere.Togliere a chi più ha e mettere al centro il cittadino. Quindi Basta raccomandati, ci vuole meritocrazia, togliere ai tanti privilegiati e con i  risparmi istituire un reddito di cittadinanza. Insomma fare il contrario di ciò che ha fatto Monti.

Nello scenario politico è probabile un Monti Bis riservato agli abbonati del potere, con un leader però nettamente indebolito, o un governo tecnico di esponenti della Società Civile (e quindi non parlamentari) del PDLe del PD-L , magari professori universitari, intellettuali senza cariche politiche. Grillo docet.