3 – LA PIRATERIA UCCIDE: DILLE DI SMETTERE!

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Come dice Fulvia Caprara ne “La Stampa” chi scarica i film sono gli impiegati benestanti, ma anche chi li vede in streaming, e che quindi non li scarica, forse Tozzi il presidente dell’Anica,  non ha capito bene la differenza. Cmq la pirateria uccide perchè provoca danni enormi al settore.

La rete deve essere libera e non a pagamento dicono i pirati tedeschi: vogliamo il gratuito e respingiamo il concetto di merce, (questa è una critica radicale, non si può fermare la condivisione), chi lo dice sa di essere reazionario e quindi molti autori non lo dicono, anzi si nascondono però il problema deve avere una sua luce che illumini tutti i vari aspetti. Dice ancora Tozzi: “quello della rete libera è il punto dominante del programma di Grillo.

Che fare se il film non si vuole pagare? Bisogna “predicare” l’educazione civica, il senso di legalità, le famiglie la scuola dovrebbero trasmettere ai più giovani il senso del reato che commettono perché la pirateria uccide, dille di smettere! Prima che sia troppo tardi.

Un furto che non danneggia l’immaginaria categoria dei ricchi cinematografari come si tende a pensare, ma la schiera dei lavoratori dell’audiovisivo.

Ma se si deve fare come si è fatto per il proibizionismo delle droghe leggere è meglio lasciar perdere perché si rischia che diventi una pratica di massa, io penso invece che bisogna investire in una tecnologia sofisticata che non permetta sia il download che lo streaming di film e poi anche bisognerà bonificare la rete perché fino a quando ci sono film gratis nessuno vorrà pagare per un elementare principio di imitazione che conosciamo fin dalle scuole elementari.

Se la tecnologia facilita sempre di più lo scaricare e lo trasmettere in streaming, solo un altro tipo di tecnologia potrà fermalo altrimenti dobbiamo augurarci che la rete non sia il futuro del cinema – sempre citando il Tozzi.

Qui si può aprire una polemica con i pirati veri, basta vedere un articolo su “iI fatto quotidiano” circa la chiusura di alcuni siti per file sharing, in cui nei commenti qualcuno di loro diceva che vede un film solo perché è gratis non lo vedrebbe mai se fosse a pagamento, anche in caso di Ultimo Tango a Parigi e che quindi scaricandoli fanno pubblicità al film, perché se capissero qualcosa, (le persone che li considerano pirati) ridotti come sono allo stato larvale del cervello (sempre loro), che la rete non danneggia nessuno e che anche i pirati vogliono fare una class action non ho capito contro chi, lo Stato immagino, (come i produttori dell’Anica che vogliono fare una class action contro lo stato per i danni subiti dalla pirateria) e che non si possono chiudere le autostrade perché c’è qualcuno che non paga il pedaggio (chiudere no, ma far pagare un pedaggio a tutti si) il fatto è che anche youtube è pieno di film piratati, è una tecnologia invasiva e socializzante che non può essere più fermata se non come i cinesi (fanno) in maniera repressiva e antidemocratica, se però una parte di banda larga aumentasse (pedaggio) per pagare gli autori e produttori che hanno dei film in rete, si potrebbe recuperare qualcosa, ma ormai bonificare la rete sembra (per loro, parlo dei pirati) impossibile se non si vuole distruggere internet. E’ il caso dell’appropriazione privata di mezzi di produzione socializzanti, siamo fino alla fine nelle predizioni di Marx, una nuova tecnologia che supera il concetto di valore capitalistico, per cui non esiste più il furto, ma l’appropriazione collettiva, e io questa cosa la vedo bene in una società comunista dove i produttori sono pagati dallo Stato e tutto circola gratuitamente quindi: viva Marx, viva Lenin, via Mao Tze Tung (come si diceva una volta) questo per dire che Internet è l’anticamera di un nuovo comunismo telematico.

 

1 – UN CIRCUITO DISTRIBUTIVO PER IL CINEMA INDIPENDENTE

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Ci vuole un circuito distributivo che si appoggi ad almeno 200-300 sale.

Quelle dei cinema del centro storico, poi quelle sale associate ai cineclub, che devono avere un marchio inequivocabile: qui si distribuisce solo prodotto italiano e qualche film africano.

Si può ripetere l’esperienza delle sale veneziane, il film sta solo un giorno in un cinema e poi circola nelle altre 300 sale ritornando alla prima sala con una rotazione continua e per un periodo, però ci vuole un supporto mediatico di attenzione, una rivista on line che parla di tutti questi autori che vengono presentati con interviste e altro e una agenzia che sappia valorizzare l’evento.

Come vengono scelti i film da distribuire?

Questo è un problema, l’automatismo puo’ essere pericoloso, una scelta può essere arbitraria e castrante, però ci deve essere un responsabile che si assume il problema di valorizzare delle pellicole anche economicamente, e quindi deve avere oltre all’intuito delle qualità manageriali, insomma bisogna far in maniera che i film compaiano su un circuito alternativo che copra tutte le zone dell’Italia e che incassino un pubblico il quale  deve rimanere entusiasta dell’offerta, un pubblico disponibile a un cinema di regia, impegnato ma non appesantito da una estetica accademica.

Il problema dei critici è che loro fanno del cinema e della critica, un lavoro, mentre il pubblico al cinema ci va fuori dagli orari di lavoro, e questa differenza è fondamentale perché mentre il critico, il cinema lo studia, lo spettatore lo consuma e paga per questo almeno 4-5 euro, non si può pagare di meno ma neanche di più e non essere soddisfatti.  Misurare il grado di soddisfazione su che cosa?

Divertimento, impegno, approfondimento? Ricordiamoci che lo spettatore cmq è sempre un soggetto passivo che sceglie di farsi invadere da una storia e quando non c’è storia da delle immagini

 

1 – UN CINEMA DI REGIA

UN CINEMA DI REGIA

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E’ possibile che anche in Italia ci siano film di regia, in cui c’è l’impronta di un regista o invece per le commedie basta una regia di ordinario mestiere?

Un cinema di regia non deve essere necessariamente un cinema d’autore, ma il famoso mercato tanto esaltato dai neoliberisti de IL GIORNALE non può premiare sceneggiature sbrigative scritte col lapis e filmetti di mestiere senza un minimo di regia, perché allora a questo punto un film deve essere considerato per il suo valore intrinseco e quindi se vale ma non incassa potrebbe essere migliore di un film che incassa ma che è una puttanata.

Capito il concetto? NON HA VALORE, COME PER DIRE che tutta quella critica a suo tempo fatta al Mibac da parte dei neoliberisti del Cinema perché finanziava film che non incassavano diventa spuntata, cioè non è importante per la cultura i film che incassano ma i film di valore intrinseco.

Però se non c’è il mercato, chi li definisce film di valore intrinseco? I critici, la gente, siamo in un binario morto. I festival, i cineclub? Per questo ci deve essere un circuito per la valorizzazione di questo altro cinema di regia, altrimenti si rischia che sparisca il cinema di qualità e ritornino i “telefoni bianchi” in versione comica con aggiornamenti di costume.

La critica purtroppo è asservita al potere, al mito dell’incasso e parla bene solo di ciò di cui si parla, altro che funzione culturale, il critico sa che se parla di un film che è all’attenzione dei media magari anche facendo il bastian contrario, può farsi una pubblicità, se invece recensisce un film sfigato ma di valore, che non vede quasi nessuno, ha la sensazione di aver perso del tempo, è proprio così?

Certo se un film non ha neanche i soldi dell’ Uff. Stampa è meglio che non venga neanche girato, perché in una società come la nostra sarebbe un suicidio e una follia.

Cmq è importante anche il concetto di Gianni Canova sui ragazzi che rischiano l’ignoranza ICONICA, anche se non è così importante come la decrescita felice, però insomma si rischia la subordinazione culturale, già diventa arduo alle scuole medie far capire cos’è un film di regia e cosa vuol dire l’immagine cinematografica, perché è una forma di alfabetizzazione “secondaria” ma indispensabili a tutti.

Il cinema è in calo si dice, ma in Italia ci sono tanti film non valorizzati, fuori mercato, perché non si valorizzano anche quelli, che potrebbero compensare il calo di altri tipi di film? E’ l’ennesima volta che finisco un articolo con un punto di domanda.

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XI°

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L’homo democristianus – Il partito può diventare il luogo battuto da opportunisti mediocri, carrieristi cinici che occupano posizioni di comando senza spesso averne i seppur minimi requisiti.

Si creano così gruppi, clan vari con i fedeli legati al capetto lavorare per il suo successo che è nient’altro che rafforzamento del suo potere. Alcuni personaggi del partito diventeranno intoccabili, nessuno oserà combatterli a viso aperto all’interno perché si potrebbe creare una conflittualità pericolosa e permanente da indebolire lo stesso partito, anche se ci potranno essere all’occasione scontri di idee il più delle volte “strumentali”, ognuno si arrangerà come potrà a trovare un proprio spazio, una propria collocazione, all’occorrenza ricoprire un certo ruolo e le eventuali rivalità verranno ricomposte con infinite mediazioni in nome dell’unità del partito.

Il faticoso equilibrio raggiunto tende a dividere e spartire il “territorio” all’interno dello stesso partito tra i vari leader e i loro fedelissimi creando dei campi d’influenza nei quali non ci mette il naso neppure il capo del partito.

A tutti conviene soprassedere e a far rientrare feroci lotte intestine poiché l’organizzazione deve mantenere un minimo di fair play temperando il personalismo di alcuni in nome di una convergenza di interessi e idee superiori. Di scontri ne succedono molti, ma dovranno rimanere dentro a regole di accettabilità se non si vuole creare delle fratture insanabili riflesso di un malcelato spirito di clan che attenta alla unità.

Il capo d’un partito non sempre è in grado di controllare cancrene pericolose al suo interno che lo dovrebbero portare a rimuovere personaggi scomodi o corrotti, può solo cercare di isolarli, ma se costoro continuano a lavorare nell’ombra e comunque se vuole salvaguardare l’organizzazione dovrà accettare dei compromessi. In ogni caso è utile discutere anche animatamente, confrontarsi continuamente, dissentire radicalmente, ma in uno spirito di lealtà, se il gioco travalica questo spirito e si mettono in atto trucchi truculenti, si scade “nell’avversariato” e quindi non si ha più ragione di rimanere amici dello stesso partito.

Se fosse applicato questo principio, di partiti ce ne dovrebbero essere almeno centomila in quanto tanti e tali sono gli scontri interni che dapprima si travestono di conflitti ideologici e che poi diventano conflitti di potere puro, per cui c’è qualcosa che non funziona alla base del partito se continuano continue risse, in genere viene a mancare una solidarietà interna tra i membri, un motivo d’amore che dovrebbe superare tutte le dinamiche psicologiche tra le persone: la loro simpatia o antipatia, le rivalità, gli odi segreti ecc., per cui l’organizzazione di solito funziona meglio quando il partito è ancora un movimento magari clandestino che deve diffondere un’idea nella società, quando viene combattuto dal potere, allora si crea una solidarietà spontanea tra i suoi aderenti, quando cioè non è andato al potere; all’incontrario se il partito comincia a sentire aria di potere l’unità interna tende a disgregarsi e l’avidità, l’ambizione, il carrierismo tende a trasformare i propri membri in personaggi cinici, si perde lo spirito originario, la generosità reciproca, i comportamenti austeri, lo spirito di sacrificio per la causa e tutto diventa più nascosto, più ipocrita, si fa finta di credere a certe cose, ci si immedesima con un leader, si copiano gli atteggiamenti e intanto si sviluppa la doppiezza, sorta di psicopatologia politica che equivale allo sdoppiamento della personalità in campo psichiatrico, tutto quello che si dice è il contrario di quello che si fa, ciò che fa non si dice e il comportamento politico diventa tutto un cifrario per addetti.

Se la trasversalità politica contribuisce a saldare nuove amicizie a fronte di una disgregazione interna delle singole fazioni politiche in cui permangono grossi conflitti e il venir meno di una solidarietà di gruppo, ci troviamo di fronte ad un regime di “classe politica” in cui quest’ultima è più coesa e unita, al di là delle differenze ideologiche, nella conservazione di determinate prerogative e interessi specifici, rispetto a contrasti ideologici ovvero di minipotere che assorbono i gruppi politici organizzati nella base dei partiti ovvero provenienti dalla società civile che spingono la gente a votare scegliendo tra diverse alternative di idee e di programmi.

Ciò può far alimentare la teoria qualunquista della separatezza del politico rispetto all’uomo comune, della differenza e diffidenza di quest’ultimo rispetto ad una presunta politica diventata puro gioco delle parti e mirante solo a spartirsi il potere tra le élites. Siamo di fronte a quella che si chiama politica-politicante dei mestieranti e che ovunque si collochi, annuncia la necrosi delle idee e delle opinioni per attivare un aziendalismo politico in cui ognuno diventa rappresentante di una merce con idee e opinioni di copertura.

La teoria qualunquista marca l’uniformità della classe politicante che non esprime nessuna differenza ed è tutta tesa a conseguire gli stessi obbiettivi. Pur vigendo in un sistema democratico i partiti non lo riflettono al suo interno, anzi sono poco trasparenti, dominati da personalità carismatiche e autoritarie, da gerarchie rigidissime, dai militanti che si identificano con i loro capi e rinunciano a ragionare, si fa largo uso della cooptazione, mentre il leader si regge su un certo potere assoluto.

Sembra abbastanza curioso che non si applichino “regole” democratiche nei partiti che dovrebbero far funzionare le stesse istituzioni democratiche e ciò comporta dei limiti nelle stesse pratiche democratiche rimaste nell’esclusivo appannaggio d’un formalismo di facciata, non dando quindi al sistema democratico quel vigore e quella forza necessari alla sua rigenerazione sempre più anemizzato e ridotto alla pura delega data a dei professionisti della politica, i quali anche senza volere finiscono col creare una pericolosa autocrazia e un conseguente èlitarismo conservativo.

Succede che se un membro d’un partito riesce a “corrompere” membri di altri partiti si genera un pericoloso potere totalizzante, che può essere in parte evitato se ci fosse un ricambio molto più rapido della classe dirigente e ancor di più se si sviluppassero strumenti democratici di controllo anche all’interno dei partiti perché il rischio di una degenerazione a regime non divenga reale. Innanzitutto bisognerebbe espellere dall’organizzazione tutti quei membri perennemente incollati ai posti di potere e che una volta isolati continuino a tramare per rimanere attaccati come la spugna alla roccia e che con il loro comportamento rendono impossibile qualsiasi cambiamento, poi creare un’organizzazione leggera e flessibile che si basi sul volontariato, infine gli incarichi devono essere temporanei naturalmente conciliando la temporaneità coll’acquisizione di esperienza e abilità sempre nell’ambito di una maggiore mobilità possibile.

L’austerità dovrebbe obbligare a rinunciare al lusso di rappresentanza, niente riunioni in grandi alberghi che costano cari, a meno che non siano dati gratis, ma in luoghi normali e anche nei centri sociali mantenendo una certa povertà spartana che s’addice a un missionario e comunque al fine di rappresentare uno stile di vita “povero” e non frivolo.

Il potere deve per forza logorare chi ce l’ha se lo fa con scrupolo di servizio, altrimenti diventa un arbitrario esercizio di dominio incontrastato fuori da ogni controllo democratico. Si crea così una rete di personaggi inamovibili e inossidabili e un vertice burocratico sempre più ottuso incapace di capire il paese reale ed una corruzione che si diffonde come un fiume in piena favorendo l’incremento della malavita.

Proprio per questo ci vorrebbe un’autority super partes (ce ne sono tante ormai) che potesse denunciare all’opinione pubblica eventuali irregolarità nella gestione degli stessi partiti come l’infiltrazione di interessi illegali, ma anche sui giochi di potere, che sono talvolta giochi di parti nel senso che ognuno fa finta di rivestire un ruolo d’accordo con gli altri: quando ad esempio si dice che il partito deve rinnovarsi e che i vecchi devono lasciare il posto ai giovani, ma poi chi lo dice è un vecchio che si fa forte di questa politica di cambiamento in combutta proprio con i vecchi per cercare di svuotare dall’interno quel processo di ringiovanimento. Inoltre sul commercio di tessere di iscritti che diventano “alimentari” sulle anime morte che continuano a proliferare e su varie altre irregolarità in maniera da portare alla luce possibili degenerazioni e quanto meno bloccare o addirittura farsi restituire il finanziamento pubblico al partito: qualsiasi cittadino, ma anche un semplice iscritto al partito in nome del bene pubblico, può denunciare certi fatti o misfatti presenti in quella certa organizzazione politica, l’autority indagherà e se troverà conferma inviterà l’organizzazione a prendere provvedimenti o si bloccherà il finanziamento pubblico.

La rete in sè assomiglia alla ragnatela che un ragno politico ha tessuto con la sua attività di scambio, giustapponendosi, il più delle volte, sovrapponendosi alla società, in cui l’attività di un galoppino che cerca di allungare la rete si contrappone a coloro i quali svolgono una attività sociale altruistica senza secondi fini, limitando il loro raggio d’azione nell’ambito della solidarietà sociale aiutando ad es. deboli, bisognosi, emarginati, mentre invece il galoppino lavora per far tornare il conto, in nome del ragno. Corrompe le richieste della gente dicendo che tutto è possibile anche ciò che sarebbe vietato dalla legge, per cui risulta più facile avere vantaggi economici, pensioni varie, licenze di tutti i tipi, case degli enti pubblici, basta dare il voto o portare mazzette di voti che allargano la rete.

“La politica” allunga le possibilità, come risorsa economica aggiuntiva su cui contare, non più esercizio di diritti ma loro commercio come se ogni cittadino rinunciasse ad essere tale per spremere in forma d’accattonaggio qualche soldo, una bolletta pagata, un paio di scarpe, ecc. ecc.. Questo significa rinunciare alla democrazia e svenderla per un piatto di minestra, perdendo ogni possibile dignità e sfruttare il diritto di voto per farsi corrompere. E’ del tutto ovvio che questo tipo di attività è illecita e dovrebbe essere annullata d’autorità anche provvedendo a bloccare il voto per recidiva a intere migliaia di persone, se occorre all’intera circoscrizione elettorale.

La democrazia diventa opportunità di servire vari ragni. Si perdono di vista le libertà civili, le conquiste sociali, si assiste solo ad una lotta tra ragni che regnano accompagnati da un esercito di formiche che vivono in “rete” specializzandosi a tirare i fili nel territorio elettorale ricoprendo lo spazio pubblico di interessi privati, decantandovi l’asocialità come modus vivendi. Lo stato assume le caratteristiche di un assetto frantumato in mille rivoli affaristici che debordano in pratiche micro-illegali dentro un mercato di contrattazione continua e di ricatto diffuso. La politica delle macchinazioni diventa una enorme attività in cui ognuno è in guerra contro tutti e tutti sono in politica contro l’individuo, il soggetto, che diventa complemento oggetto, presagendo così la richiesta diffusa d’uno stato autoritario.

homo democristianus

 

 

5 – IL VOLO DELLO SCIAMANO REGIA DI ROBERTO REED ALTMAN

 

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Robert R. Altman figlio del leggendario regista Robert Altman e Kathryn Reed firmerà questa sceneggiatura scritta in Italiano e tradotta, da Antonia Tosini: IL VOLO DELLO SCIAMANO

Robert Reed ha lavorato come operatore di ripresa e direttore della fotografia su un numero impressionante di serie televisive e lungometraggi premiati dal Maverick Film Makers.

Altman iniziò la sua carriera di assistente operatore sui film che catapultarono il padre Altman nel pantheon dei grandi registi americani: Nashville” (1975), Buffalo Bill and the Indians” (1976), A Wedding” (1978), Popeye” (1979), Health” (1982), “Come Back to the Five and Dime,Jimmy Dean,” (1982), Streamers” (1983), and Fool For Love” (1985).

IL VOLO DELLO SCIAMANO sceneggiatura di ANTONIA TOSINI

E’ una sceneggiatura originale scritta da Antonia Tosini scrittrice e sceneggiatrice, tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Il libro della vita/Eutanasia Sociale”, “Pane e Girasole” e “La rosa ferita” pubblicato a marzo 2012. Ha partecipato nel 2005 (fuori concorso) al Festival di Venezia con il documentario “Vita e miracoli degli ex voto”. Ha collaborato con diversi registi tra cui l’algerino Rachid Benhadj, che le ha valso nel 2005 il premio internazionale “Scrivere Cinema” di Mirabella Eclano.

Nel 2010 (è stato premiato un suo progetto cinematografico al “Premio Penisola Sorrentina”. Un riconoscimento alle eccellenze) con la motivazione: Per il progetto cinematografico: “Tra gli ulivi” esempio significativo di uno spaccato mediterraneo di creatività, fantasia ed intelligenza abbinate allo scavo psicologico, al mistero e al colpo di scena, che appartengono alla migliore tradizione del genere thriller.

2012 Terronian Festival – (al Palapartenope) è stata premiata per la sezione Cinema (come eccellenza del sud). Inoltre ha collaborato con Tony Tarantino, padre di Quentin e con David Worth, il quale le ha scritto un Endorsement : “Antonia, un meraviglioso talento, creativo, fantasioso e stimolante scrittore…”

Il progetto ha coinvolto anche la Caro Film che cerca una cooproduzione usa o europea

a cura di Giancarlo Sartoretto

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1 – QUEL CHE RESTA DEL CINEMA INDIPENDENTE

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Purtroppo la situazione è pessima rivedendo i dati del recente convegno riguardante TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO e possiamo fare queste considerazioni su quel che resta del cinema indipedente

1 – il mercato italiano di cinema, quello delle sale, può assorbire attualmente una sessantina di film tra commedie (diette) e Cinema d’Autore (che è in calo di incassi);

2 – gli altri 60-70 film italiani non incassano che delle miserie in termini di cifre compresi i documentari e molti di questi sono proprio prodotti indipendenti fatti da piccoli produttori, autori non molto conosciuti e registi che sono fuori dalle “risonanze” mediatiche;

3 – ogni hanno in Italia si distribuiscono circa 300 film Usa, se ci fosse un tetto a 240 ad es. troverebbe spazio la distribuzione di altri 60 film italiani diversi da commedie e film d’autore, di genere, drammatici (come c’erano una volta). Sono consapevole che protesterebbe la potente lobby dei doppiatori, ma ci guadagnerebbero gli attori meno noti che il più delle volte per campare devono fare i doppiatori;

4 – i film americani sono già (quasi sempre) usciti in Usa quindi già pubblicizzati per cui le filiali italiane delle grandi distribuzioni Usa fanno quasi gli impiegati, preparano la solita confezione, il solito vestito pubblicitario, le sorprese sono poche più che altro derivanti da argomenti e soggetti poco consoni al pubblico europeo;

5 – L’altro ieri sera ho visto Mystic River in Tv per la sapiente regia di Clint Eastwood, perché in Italia non si vedono film di questo tipo? Qualcuno risponderà che non abbiamo un regista come Clint, ma anche lui è cresciuto alla scuola di un grande regista italiano che era tale perché un tempo si poteva fare tutto il cinema, invece adesso in Italia c’è la specializzazione in questi due tipi di film (commedia e d’autore) lasciando fare agli Usa tutto il resto (quindi nessuna concorrenza nel mercato che si è ormai specializzato) anche perché gli americani detengono grandi capitali e una distribuzione mondiale e noi invece siamo relegati nella versione comica dei telefoni bianchi dell’epoca fascista e nel cinema d’autore di “sinistra” (beato pluralismo) ma i film di genere italiani dove c’era tanta regia, non si fanno più ormai da decenni e se li fai con pochi soldi, nessuno li vede;

6 – per evitare il tetto o la regolamentazione tanto odiata dai poteri forti del cinema, non ci rimane che creare in Italia con capitale pubblico e privato (misto) un circuito di almeno 300 sale, anche (mantenendo la pellicola) e quindi coinvolgendo tutte quelle sale che non hanno i soldi per digitalizzarsi, in cui proiettare tutta una serie di film italiani indipendenti, adatti per il pubblico e con una grande promozione, creando una rivista online e un circuito sull’esempio di quello veneziano (che i film stanno solo un giorno e poi girano in altre sale) o anche sale a menu dove ogni giorno si proiettano 3 film diversi con lo stesso biglietto d’entrata. Idee ce ne sarebbero, mancano i capitali, e non è poco…cosa resta del cinema indipendente?

 

 

5 – SIAMO CIRCONDATI-PROGETTO DI FILM INDIE

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ABBIAMO IN CANTIERE UN PROGETTO dal titolo Siamo Circondati scritto da Gianni Cavina con la regia di Veronica Bilbao La Vieja

E’ una commedia scritta e interpretata da Gianni Cavina nel ruolo di Gianni, il capitalista non vedente. Sceneggiatore del film “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati e “L’ispettore Sarti” successo televisivo, di cui è anche protagonista come in “Regalo di Natale” “La rivincita di Natale”, “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio e quest’anno in “Una grande famiglia” di Riccardo Milani, fiction.

NOTE DI REGIA

Quando ho letto questa sceneggiatura mi sono subito innamorata del testo che rinvia a quella tradizione di commedia all’italiana che tanta fortuna ha avuto nel cinema, appunto perché esprime il nostro carattere di italiani (veramente io sono anche un po’ spagnola), che è a tratti estremistico nel suo egoismo e a tratti opportunistico nei sui comportamenti, ma che ha anche quei momenti di forza che sfiora l’eroismo, in una miscela di contrapposizioni e contraddizioni che ci fanno apparire agli occhi degli europei come un popolo inaffidabile, fatto di persone da non prendere troppo sul serio.

E’una storia che racconta senza vergogna, con cinica verità, con ironia feroce e un po’ di coraggiosa presunzione, la storia di noi abitanti felici, maligni e disperati di questo pazzo Paese che ha sprecato i suoi talenti e cammina confuso verso il caos. La stanchezza di vedere film che raccontano le stesse storie d’amore viste e riviste, che hanno assunto i foruncoli degli adolescenti come porta-parola dei problemi mondiali, che fanno degli effetti speciali l’unico motore narrativo, che barano spudoratamente con lo spettatore, mi spinge a realizzare questa commedia che parte dalla realtà di oggi, che si serve del grottesco intrecciato col ridicolo, con il cinismo, con l’ironia, con il dramma, che può fare esplodere la vita se la miccia è fatta di fantasia e di quotidianità.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo X

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L’Homo Democristianus – Ritornando alla rete, quando viene stesa, cattura tanti piccoli pesci, talvolta cattura grosse prede e soprattutto può entrare in rotta di collisione con un’altra rete; molti sono gli ostacoli protetti e negli scontri che ne derivano, l’umanità assorbe una grande parte del suo tempo.

Se per caso un individuo calpesta una parte di rete, tutta la rete reagisce e il povero soggetto si trova davanti a un muro perché se pesta i piedi a quel tale, sono in tanti a sentirne il dolore come se li avesse pestati a tutti. Si crea l’amplificazione di effetti che come un gioco di specchi rimanda l’immagine pericolosamente deformata a tanti altri, fino al punto che costoro alleandosi la faranno sparire.

La rete è affidata al caporete il quale si servirà dei suoi accoliti, vigeranno altresì regole, riti da tradursi in comportamenti “mafiosi”, anche la politica ha un suo linguaggio nascosto, corporeo, fatto di gesti, cenni, espressioni del viso.

Con la rete si entra facilmente nella palude della politica a discapito di ogni libertà individuale, chi incappa nella rete può solo tentare di fuggire o diventare reticente, omertoso, i diritti non esistono più, solo protezioni alternative che siano abbastanza forti da contrapporsi a quella rete, tutto si riduce a dipendenza, sparisce l’autonomia, ogni diversità sarà bandita se non avrà l’accortezza di costituirsi in rete alternativa, il gruppo degenera in clan, chi non accetta queste regole soffoca per mancanza di spazio, bisognerà attaccarsi a qualche “cordata” come parte aggiunta, legandosi ben bene per non cadere rovinosamente, la cordata mira alla scalata se la vetta viene raggiunta ci si può tranquillamente riposare sui primi allori, se si frana miseramente bisogna cominciare tutto da capo.

In politica il cambiamento viene ostacolato da reti di interessi i cui fili annodati a volte inestricabili costituiscono punti di accordo tra reti creando un tessuto di “mafiosità” così ben ordito difficilmente districabile tendente a sconfiggere ogni cambiamento imbrigliandolo nella grossa matassa.

In questo contesto le lotte tra clan si manifestano senza esclusioni di colpi, a volte rimangono nei pressi della legalità con modesti ricatti all’acqua di rose, altre volte debordano e tracimano in manifestazioni di incredibile violenza soprattutto se siamo nel mondo della malavita. Si ricorre a colpi bassi, fendenti improvvisi quando la guardia è allentata sfruttando ogni debolezza dell’avversario; in politica come in carriera e negli affari si formula al meglio ogni ricatto derivato dallo squilibrio temporaneo, da una situazione di fragilità transitoria, indotte da una reciproca dipendenza, la quale riflette l’azione di ruoli sociali che instaurano determinati comportamenti e reazioni nei soggetti.

Ciò scoraggia una reazione perdente e distruttiva in soggetti ragionevoli perfettamente adattati al loro ruolo che misurano la convenienza o sconvenienza ad agire a seconda di dettagliati calcoli.

La trasversalità “di potere” inizia con dei punti di contatto che si stabilizzano per effetto di certi incarichi nelle istituzioni. Il tempo crea sottili ragnatele come fili che congiungono varie reti, su questi fili scorre il linguaggio “ermetico” che traduce la convergenza di interessi mai del tutto asseriti e mai del tutto negati.

Ciò costituisce la premessa di possibili accordi e la costituzione di equilibri impliciti da cui facilmente nasce una situazione di ambiguità a tratti voluta perché creata, o dovuta in quanto imprescindibile dai rapporti di potere tra soggetti. Da ciò scaturiscono delle regole ferree che governano la generalità di tali rapporti:

1) è sempre meglio favorire o compiacere “l’avversario” politico anche se costui se vuole, riesce a respingere le attenzioni, in questo caso si assiste al “corteggiamento” per cui il prezzo dell’incontro aumenta e ciò perché condivide lo stesso potere istituzionale. Basta notare ad esempio come funzionano certe commissioni ministeriali che finiscono con lo spartire tra i propri membri i finanziamenti pubblici.

Chi manovra dovrà cercare di comprare i “binari” che gli permettono di marciare verso la meta per non essere eccessivamente contrastato. Gli affaristi sono legati al partito politico esclusivamente per ingurgitare pezzi di torta da dividere con altri nella stessa condizione, però possono mandare avanti altri amici se certi giochi di potere li hanno messi da parte e quindi manovrare nell’ombra.

E’ inutile valutare la bontà dei “progetti” e procedere in maniera da salvaguardare una sorta di “meritocrazia” (arcaico valore borghese), si procede invece al rituale spartitorio con le sue procedure quasi ipnotiche e un linguaggio di copertura tutto pieno di valutazioni fasulle da verbalizzare, se si comincia ad alzare la voce ciò significa che gli accordi sono saltati per qualcosa di dissimulato tenuto artatamente nascosto, per doppiogiochismi dell’ultima ora e la riunione può prendere forme concitate, allora anche il verbale sarà più attaccabile nonostante la maestria di qualche ricucitura scritta in uno stile burocratico il più possibile anonimo.

Il tutto si condensa in poche e significative pagine lette e rilette, masticate con tutte le virgole dai delusi per rimediare qualche contraddizione, attaccarsi a qualche frase dai significati oscuri – e lo stile burocratese agevola lo scopo – allo scopo di effettuare il ricorso facendo lavorare i propri avvocati.

Il rituale spartitorio crea il processo di lottizzazione che a sua volta agevola ulteriori spartizioni, certi progetti vengono appoggiati, caldeggiati e ottengono la maggioranza dei consensi, altri rimangono in minoranza, i primi riescono ad avere un consenso generalizzato, trasversale, i secondi sono di facciata, ma la discussione si anima quando i fondi non sono sufficienti e qualcuno dovrà venire escluso.

Chi tagliare? Si cerca allora una “parametrazione” oggettiva che naturalmente non sarà mai unanime, alla fine un compromesso faticosamente raggiunto metterà tutti d’accordo salvo l’escluso. La regola n° 1 è quella di favorire l’avversario politico piuttosto che un proprio compagno di partito che non può dare niente in cambio o molto meno del vantaggio acquisibile attraverso il compromesso, a meno che non entrino in gioco altri equilibri come un grosso favore da rifondere al compagno di partito o un favore da fare a chi l’ha messo in quella posizione.

2° Bisogna compiacere un componente del partito alleato che fa lega col proprio nell’alleanza di governo perché nel sottogoverno la rete diventa un labirinto: tanti sono quelli che fanno anticamera, bussano nelle varie porte, attendono pazienti all’uscio, ma le richieste girano vorticosamente nel labirinto tra i molti messaggeri-galoppini fino a trovare grossi intermediari.

Costoro come in un alveare di api in cui ognuno ha il proprio compito filtrano le richieste girandole a chi di dovere, in un gioco di correnti indotte dalle vie articolate, fino ad arrivare su in alto o meglio al centro del labirinto, poi le smisterà all’ufficio di segreteria di chi presiede la catena che tante cose non sa e non vede che però presiede per cui può succedere di trovarsi marpionato da scandali di fatti avvenuti sotto il naso ma a lui sconosciuti.

Durante il tragitto certe richieste si perdono per strade contorte e rimangono chiuse nei cassetti se non vengono opportunamente seguite dall’interessato anche perché il messaggero si vantava all’esterno per avere benefici, ma nell’alveare non era tanto considerato. Si può paragonare ad una pallina che entrata nel flipper corre, sbatte a destra e manca, fa punti, viene rilanciata e giocata più a lungo rispetto ad una altra pallina che fa subito buca.

In genere i partiti politici quando occupano il potere in nome della “trasparenza” si spartiscono risorse proporzionalmente tra di loro, quando manca la trasparenza, qualcuno prevale anzi preleva un po’ di più e gli altri si devono accontentare di briciole e macchinazioni subite.

Coloro che sono rimasti a lungo a digiuno possono continuare nella loro attività “spirituale” fino ad avere le visioni, ma qualcuno più concreto alla fine preferisce le divisioni, le moltiplicazioni, le addizioni e le sottrazioni tutte quattro operazioni spartitorie che però possono riguardare più i poteri che le risorse e ciò si deve dire per non essere tacciati di qualunquismo.

Chi cerca di guadagnare il tempo perduto, esagera se lo può fare soprattutto se è un deluso dalla sua ideologia e allora quando diventa pragmatico forse alla causa dell’età, affonda le mani e i piedi con una certa naturalezza, anzi si spaventa di questa naturalezza, come se l’avesse sempre voluto, si era nascosto fino a quando aveva potuto ma alla fine anche lui si prenderà discretamente il dovuto, dovuto da chi? C’è chi però si accontenta di un puro potere “simbolico” preferendo rimanere fuori da certi giochi: il generale che deve fare carriera rispetto al maresciallo che tira a campare.

Però si trova in una posizione di debolezza perché può essere falsamente, facilmente coinvolto per nascondere qualche altro che ha effettivamente abusato, diventando sovente vittima delle stesse macchinazioni, nessuno può nascondersi a priori almeno che non sia talmente in alto che gli altri sfruttano la sua ombra senza osare attaccarlo. Se il partito privilegia l’apparato, certi giochi possono essere più facilmente coperti dentro una struttura burocratica protettrice, rispetto al partito centrato sul leader, sul capo del quale possono ricadere le responsabilità.

Nella regola n° 1 si cerca sempre di rendere morbida, malleabile, l’opposizione favorendola ad ogni occasione perché questa denunci solo parzialmente i giochi di potere, gli intrallazzi, gli scambi reciproci, con la regola n° 2 si cerca di neutralizzare eventuali conflitti nati dalla spartizione favorendo chi ti deve poi appoggiare. Chi manovra in una commissione dovrà perciò essere “sensibile” talvolta “ipersensibile” ai partiti della coalizione per neutralizzare certi conflitti nel luogo delle decisioni.

3°) Si agevolano i membri del proprio partito che abbiano però efficace potere contrattuale, quelli che contano, ovvero un gruppo egemone che distribuisce e filtra vantaggi. L’eventuale “servizio” alla società civile non è nemmeno preso in considerazione mentre molto di più conta il servizio alla “società servile”, sempre che un certo “servizio” non venga a loro combinato da qualche associazione di cittadini o da qualche altra associazione di interessi di parte, malcontenta della spartizione, le quali comincino a “sparare” con i poteri della denuncia pubblica, ma perché questa denuncia possa avere successo ci dovrà essere la concomitanza di elementi favorevoli, come l’indebolimento di potere del gruppo politico, una situazione di transizione, un momento favorevole di clima giustizialistico, una maggiore autonomia delle varie istituzioni dello stato conseguenza anche dell’indebolimento dei sistema di potere, un approssimarsi delle elezioni, un clima di corruzione ormai troppo accentuato, una opposizione “rivoluzionaria” che punta sulle piazze, in altre circostanze può ritornare indietro come un boomerang e determinare l’isolamento accentuato del gruppo a meno che non abbia buon gioco con i mezzi di comunicazione di massa.

Allora diventa necessario neutralizzare anche queste associazioni concedendo qualcosa ai suoi membri rappresentativi almeno fino a quando ci sono i giornali dietro, spenta la spinta tutto ristagna mentre qualche membro rappresentativo inamovibile dal suo essere rappresentativo, viene cooptato nella stanza dei bottoni dove ha modo di agire sulla commissione tramando al punto da riuscire a far sostituire qualche componente rompendo l’equilibrio costituito.

La fetta di “torta” per i più che hanno militato nei partiti politici, costituisce una specie di “risarcimento” del sacrificio della militanza: tanti anni di volontariato per il partito e non hanno mai chiesto niente, adesso che c’è il figlio da sistemare insistono nell’affermare il loro diritto primario a sfruttare certi canali aggirando regole e leggi (il partito può se vuole) sugli altri membri della società civile, come se svolgere attività politica non fosse una scelta autonoma di fede (nell’ideologia) speranza (nel futuro) e carità (cristiana o socialista), se ciò significa accumulare frustrazioni e autogiustificarsi, autoassolversi, ognuno allora potrebbe autoassolversi quando non rispetta le regole della convivenza indotto dalla necessità di agire per un proprio interesse o vantaggio.

Questi galoppini ti obbiettano che non hanno mai chiesto niente, anzi si vergognano un po’ (si fa per dire), ma un favore, un favore, dico, si può negare a un membro così assiduo, fedele, pronto, affidabile, lo si fa a tanti dell’opposizione o della maggioranza, possibile che noi siamo figli della serva o l’ultima ruota del carro, noi che lavoriamo per il partito? E così diventa inevitabile che il partito perda ben presto la sua funzione di coesione ideale per trasformarsi in una rete d’affari ancora più prepotente- potente se si basa sul pragmatismo antideologico soprattutto se riceve finanziamenti dallo stato, rigenerandosi in una struttura burocratico-aziendalistica.

La politica costa, ti rispondano, se non vuoi che diventi una crosta di lerciume e quindi diventi ancora più sporca e così per non sporcarsi troppo dovrà essere finanziata dai cittadini attraverso una tassa non suoi rifiuti, ma sui partiti politici che diventano vere e proprie articolazioni dello stato che hanno interesse che niente cambi, perché tutto debba rimanere come prima (cioè ben finanziato)

Questa mostruosità fa intendere che il partito diventi un’affare con qualche idea di copertura per meglio arraffare di fatto perdendo ogni autonomia, istituzionalizzando ciò che c’è, contribuendo a conservare il mestiere ad una classe politica che può sclerotizzarsi. E intanto la società civile paga, ma chi la risarcisce?

Una struttura organizzativa permanente irrigidisce ogni possibilità di cambiamento interno, congela il potere nelle solite mani, che diventano per forza col tempo, mani sporche sfuggendo a qualsiasi controllo del partito.

Solo un’organizzazione leggera e mobile come il movimento sociale impedisce tale concentrazione di modo che la società civile non venga completamente soffocata da strutture separate che pretendono di rappresentarla nel teatrino quotidiano della politica in tutte le possibili voci, gesti e suoni, da parte dei politici-attori-politicanti.

Non si può negare un favore all’amico e al compagno che in passato è stato magari discriminato per non essere stato dello scudo-crociato.

Ecco che allora il partito assolve ad una funzione di “protezione cooptiva”: tu dai a lui e lui ti darà in cambio dei vantaggi preferendoti ad altri, magari più meritevoli, ma che non hanno appoggi perché cresciuti “liberamente” nella società civile e quindi non portano acqua al mulino del partito, il quale per vivere e sopravvivere sulle spalle della comunità attraverso il finanziamento pubblico, diventa un polo d’attrazione di tanti “mediocri” che occupano posti nevralgici del potere anche culturale i quali soffocano ogni tentativo di innovazione e cambiamento e soprattutto lo sviluppo di talenti naturali nel campo dell’arte che finirebbero coll’evidenziare la loro mediocrità, è molto meglio essere adulati e circondati dai propri simili che dare spazio a chi li potrebbe soppiantare. homo democristianus.

 

 

 

1 – TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO/3

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Continua Tutti i numeri….

Interviene Sciarra dei 100 Autori (associazione sindacale dei registi famosi) e con linguaggio “misterico” da adepti, dice che bisogna criticare il colosso Usa come se non lo sapessimo, si raccomanda un reintegro del Fus, (grazie al cavolo chi non lo vorrebbe) il rinnovo del Tax Credit (auspicabile da chiunque) e un sistema di incentivi per le sale rispettando le quote europee. Il cinema italiano ha meno soldi rispetto a quelli che servono, bisogna trovare i soldi con la vendita delle frequenze televisive, ma una parte di quei soldi devono andare agli autori (non si capisce come, (della serie ci dividiamo il gruzzolo). Per finire dice che mancano al tavolo delle trattative chi sta facendo attualmente un grosso business (Chi è?).

Un altro intervento difende il cinema d’essai: è importante lavorare sui giovani anche per effetto delle nuove tecnologie.

Un giornalista chiede come mai l’uscita di 7 film italiani tutti insieme, non costituisce  un  massacro?

Risponde Barbagallo dicendo cripticamente che siccome non li vuole nessuno, mettendo insieme pubblico, sale, distributori, è meglio levarceli come il mal di denti anche perché una ragione c’è: concorrere al David di Donatello, che per i film è senz’altro più bello. Barbagallo: “col mio film (di Lo Cascio ndr) giriamo nei vari festival, secondo gli esercenti il film ha qualcosa di troppo complicato per la sala cinematografica, io replico leggermente  indignato, ma se lo capisce anche mio figlio piccolo che non frequenta le sale cinematografiche?!” Della serie: Il pubblico ci manca e sul ponte sventola bandiera bianca. Che dire?  Si parla sempre dei propri film in evidente conflitto di interessi, così non si fa politica cinematografica, ma tant’è l’Italia costuma così.

Risponde De Laurentiis: la restrizione del mercato è dovuta alla Pirateria, ci vuole un mercato più protetto e Lucisano il capo della IIF, inveisce: ma dove sta il Ministero, manda i suoi funzionari in vacanza in giro per il mondo ai vari festival col pretesto di interessarsi di cinema? Qui interviene quasi sdegnata per l’accusa, la Pasqua Recchia. Noi non andiamo in vacanza, siete voi che volete sempre soldi da noi (e allora lasciateceli godere in qualche viaggio). Altro problema è che la Rai non programma i suoi film italiani con un orario certo. Interviene dal pubblico Mario Mele, critico cinematografico, che appunto critica arrabbiandosi che c’è troppa pirateria, assistiamo ad un crollo dell’84% del guadagno, bisogna passare alle sanzioni, il video demand è ridotto del 20% mentre si registra un analfabetismo cronico di ritorno del cinema in pieno declino del Paese. Che disastro!

Tozzi gli dice di non agitarsi troppo, perché per tanti la pirateria non è poi così grave in quanto manifesta – secondo certi intellettuali (e registi che si nascondono – aggiungo io) – la libertà di espressione in rete. La proprietà non è più un furto.

Anche Barbagallo sempre più affranto, quasi piangente,come un salice,  parla di un calo del 30%.

Poi è la volta di un giovane emigrato in Francia che esalta gli aiuti francesi (noi sembriamo una colonia) li si parla di 800 milioni di investimenti ed esistono vari aiuti, sia per lo sviluppo delle sceneggiature, che per lo sviluppo dei film, ma le commissioni sono di professionisti dello spettacolo statali e non governative, un modo edulcorato per dire che non sono in mano ai partiti come in Italia. Difatti è stato subito tacciato come provocatore dalla Pasqua Recchia che deve salvaguardare le logiche partitiche.

Un giornalista chiede a Tozzi di una piattaforma online di cinema via internet, organizzata dall’Anica che può reperire facilmente i film dei vari produttori, ma Tozzi nicchia, sembra che non ne sappia proprio nulla.

Per quanto riguarda le sale, 3150 sono già digitalizzate e 1449 no, di cui 356 monoschermi (sale a rischio) 156 2 schermi, altri centoecc. 3 schermi, 102 a quattro schermi, 221 a 5-7 schermi e 219 più di 7 schermi.

Interviene la Pasqua Recchia per una doverosa difesa d’ufficio circa l’attività del Mibac, aggiungendo poi alcune considerazioni prettamente ministeriali:

  1. C’è la paura di accantonamenti sui capitoli di spesa operati dal Sicoge del Mef (Sistema di contabilità telematica del Tesoro) che vuol dire tagli improvvisi (si sta sul chi va là);
  2. bisogna onorare gli impegni fuori bilancio, cosa vuol dire? Gli impegni dovrebbbero essere sempre previsti nel bilancio, è che non c’è la cassa per pagarli, cmq si tratta di prestazioni e forniture fatte al di fuori degli impegni di bilancio (per motivi non programmabili) debiti che dovranno essere riconosciuti (da estendere eventualmente anche ai contributi);
  3. i talk-show sono tossici, si invitano tra di loro (i politici) a spese nostre;
  4. gradimento del pubblico (manipolato) fino a che punto è veramente tale?
  5. occorre ribadire la linea culturale, il monitoraggio delle opere prime, no alla distribuzione dei fondi a pioggia;
  6. no alle spese improduttive del Mibac per la presenza di fastidiose lobbys;
  7. l’ innovazione tecnologica è indispensabile;
  8. sale di prossimità come luoghi di aggregazione, le multisale ormai crescono nei centri commerciali (le monosale dovrebbero crescere dentro ai centri sociali, non è una cattiva idea, aggiungo io) ma dove sono i centri sociali?;
  9. per la Pirateria bisogna passare alle sanzioni attraverso un impegno politico trasversale e sconfiggendo la demagogia;
  10. promozione del cinema italiano all’estero con gli Istituti di Cultura, (ma quelli dicono che non hanno soldi e allora che ci stanno a fare funzionari pagati 10.000 euro al mese? (E’ meglio chiuderli)

Quindi diamo credito a questi dieci punti, considerati dal Segretario Generale del Ministero, ma se vogliano far rinascere il cinema italiano secondo me bisogna puntare, (come ho detto in un altro articolo) sul decentramento del finanziamento). Altrimenti i pochi, la casta del cinema, fanno come gli pare e mangiano solo loro.

 

 

 

1 – TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO/2

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Continua con  tutti i numeri…

Interviene ancora Tozzi: Medusa ha ridotto del 75% il suo investimento nel cinema, tutto si è spostato verso la Rai che sviluppa di più progetti commerciali abolendo il cinema d’autore (i crossover) il quale non è compensato dal FUS (Fondo Unico Spettacolo), una seconda patologia è derivata dal fatto che la Tv italiana non trasmette film italiani. Ad es. la Rai tv generalista ha diffuso nel 2012 in prima serata solo 5 film su Rai 1, 2 su Rai2 e 36 su Rai3 mentre Mediaset, 35 su Canale 5, 36 su Rete 4 e 4 su Italia 1, così possono pagare di meno il diritto di antenna, il danno è anche per gli attori di cinema che vengono visti meno rispetto ad es. agli attori di fiction e molto spesso un progetto vincente si fa attorno ai personaggi che hanno spopolato in Tv (aggiungiamo noi) e poi si critica la troppa informazione giornalistica, i troppi talk show,  che sono solo spettacolo, quindi si assiste ad un aumento dell’offerta giornalistica  rispetto alla trasmissione di film italiani  ci vorrebbe il controllo dell’Agcom se la Tv viene meno ai suoi obblighi, ma l’Agcom è in mano ai politici, i quali compaiono continuamente nei talk- show quindi…rimane a Cesare quel che è suo.

Borg in qualità di distributore ha affermato che il prodotto italiano l’anno scorso si era affermato con punte del 40%, attualmente siamo al 29% però non è un dato stabile e dipende dai singoli film, in Europa è la Francia più attenta al prodotto nazionale, l’unica è aumentare lo spazio estivo, mentre la rivoluzione tecnologica della sala, l’avvio nei prossimi mesi del digitale in tutte le sale cambia il modus operandi e darà un nuovo impulso al prodotto medio-piccolo per una maggiore flessibilità della nuova tecnologia (si spera), le monosale invece sono in crisi e forse verranno spazzate via se non interviene un finanziamento pubblico per adeguarle (5 milioni di euro) mentre per quanto riguarda la pirateria non si sa per quanti euro influisca sul mercato. Bisogna fare una legge, Tozzi interviene dicendo che i peggiori “scaricatori” sono gli adulti e parla di offerta legale e finestre, Tozzi insiste dicendo che bisogna digitalizzare le sale o morire, ci sono ancora 800-1000 sale di profondità da trasformare, (ha detto profondità, voleva dire prossimità, o forse pensava agli schermi di pixel che stanno sotto il livello del mare e buoni per una visione subacquea dei documentari marini ).

A questo proposito Barbagallo parla di segnale preoccupante del Box office (Barbagallo è preoccupato e angosciato di tutto quel che sta succedendo nel mondo del cinema), 11.600 milioni incassati nel 2011 contro 8700 del 2012: i film incassano di meno, è un dato: “non so se la soluzione del problema ha a che fare con il tipo di film o nel modo di vederli”, dice.

Poi interviene in maniera spettacolare il produttore dei produttori, ultimamente traviato dal calcio, De Laurentiis che declama: “il Fus esiste dall’85, vi sento parlare poco del mercato, i Francesi si che hanno una cultura dell’”esercizio” a differenza di noi italiani che siamo più improvvisati, con i Multiplex fatti un po’ a “capocchia“, chi aveva interesse a costruire per fare una speculazione e un centro commerciale li inseriva, fuori da una vera programmazione. Sale costruite senza logica (che si mangiano tra di loro) che fanno perdere almeno un 15% di incasso come potenzialità distributiva. Per quanto riguarda la pirateria sostiene De Laurentis sono stati fatti solo interventi -toppa, (con due p) bisogna fare una class- action contro lo Stato..

Il Mibac non conta niente, prosegue il nostro, in passato sono stati parcheggiati al suo interno, dei personaggi della politica, scartati dalla Rai.

De Laurentiis si rende conto di essere andato oltre, arretra dando una sviolinata al  burocrate di turno, affermando che ciò non vale per i presenti (sic) che c’è il solito potere dei vecchi (tono da oratore incallito) bisogna applicare il metodo francese per la pirateria (ma per  applicarlo bisogna essere  Francesi – dico io), e prosegue nel suo accorato discorso prendendosela con l’ Angelo: caro Barbagallo, facciamo discorsi sul nulla, se non vediamo che  vengono date 15 milioni alle opere terze (ai registi acclamati) e ben 9 milioni alle opere prime e seconde (è uno scandalo – applausi convinti dalla sala). Che sti giovani che hanno rotto il caxxo si formino nel web e facciano prodotti a basso costo, (si tolgano dai coglioni – questo lo aggiungo io dall’enfasi delle parole) e invece di pretendere finanziamenti che spettano a noi, imparino i nuovi linguaggi…che capiscono poco.  No ai film di questi presuntuosi da nove settimane e mezzo (si parla del piano di lavorazione) , ma al massimo da nove ore (applausi dalla sala scroscianti con urla e gridolini di assenso, lui si che è il migliore …a farsi i caxxi suoi) che facciano solo corti. E’ bravo il nostro De Laurentiis, vuole che lo Stato gli finanzi i film commerciali così lui risparmia e investe nel calcio.

 

1 – TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Si è svolta ieri  nella biblioteca “Crociera” presso il Mibac di via del Collegio Romano, il convegno annuale a cui hanno partecipato Riccardo Tozzi, presidente delle imprese cinematografiche (Anica), Angelo Barbagallo presidente dei produttori, Richard Borg, presidente distributori, Nicola Borrelli Direttore Generale per il Cinema (Mibac) e Antonia Pasqua Recchia, come segretario generale del Mibac. Insieme hanno dato tutti i numeri del cinema italiano

Ecco i numeri: i film italiani prodotti nel 2012 – compresi i documentari – sono 166, di cui 36 coprodotti con altri Paesi esteri, 16 in stato minoritario e 20 maggioritario. La produzione è pari ad un investimento di 500 milioni di euro, 350 a capitale italiano e 150 straniero  (pari a 5 film di successo americani). 36 di questi 166 film hanno un costo massimo di 200.000 euro e qui una gaffe spaventosa di Borrelli e Barbagallo, il primo ha detto che sono poco culturali e il secondo che non valgono praticamente niente da un punto di vista  tecnico,  e che sono prodotti indipendenti di scarsa qualità.

Tiè cinema indipendente che ti autoncensi perché pendi poco. E i documentari dove li mettiamo? Probabilmente sono quasi tutti documentari per i quali si spende una cifra molto inferiore rispetto ai film di fiction, possibile che non lo sappiano! In secondo luogo se questo è il pregiudizio verso film a basso costo che hanno la stessa dignità di ogni altro film, non conviene più dire (parlo dei loro autori) che costano poco (magari con orgoglio) altrimenti le loro idee non varranno niente: costano poco!) Quindi per loro sarà sempre chiuso il mercato e potranno essere utilizzati solo in rete (e li non si fa un euro neanche per sbaglio).

25 film costano tra i 200.000 euro e gli 800.000, quindi sono a low budget, insieme agli altri 36, fanno 61 film, mentre quelli che superano 800.000 fino a 3.500.000 sono 44, maggiore di € 3.500.000 sono 24 per cui alla fine dei 129 film completamente prodotti in Italia, 68 sono quelli validi secondo i nostri due e gli altri non contano niente, non hanno detto questo ma l’hanno pensato, per far capire come l’Anica e il Mibac giudicano il cinema indipendente a basso budget, ma poi interviene Tozzi a confermare che si fanno i film sempre più a meno soldi, che tristezza per il cinema italiano, ma dico io, se la distribuzione praticamente non esiste, come si fa a spendere un sacco di soldi e pensare di recuperarli? Chi ce li dà, lo Stato a sfondo perduto.

Mentre sempre più significativo è l’apporto del Tax Credit esterno, (79 film finanziati) con la possibilità per gli investitori non di cinema, di finanziare dei film avendo in cambio le agevolazioni fiscali pari al 40% del capitale apportato, che  è in scadenza al dicembre 2013 e non si sa se verrà rinnovato. Se non lo fosse, creerebbe ulteriori problemi al settore e tutti vorrebbero invece che fosse un provvedimento stabilizzato.

Di questi 166 film, 56 sono stati finanziati con un contributo per interesse culturale, se vediamo le cifre corrispondono ai film prodotti in Italia e ritenuti validi cioè 68, esclusi i film autoprodotti che non hanno ricevuto una lira: 19 finanziati come opere terze e 37 come opere prime e seconde, 7 film hanno avuto un sostegno europeo di Euroimages (coproduzioni). Se vediamo invece le delibere del 2012 per film che verranno conteggiati nel 2013 o 2014 ci sono stati 35 film per opere terze e 51 film per opere prime e seconde.

Secondo i produttori, vengono spesi troppi soldi per le opere prime e seconde e pochi per le opere terze, in particolare Tozzi afferma che i diritti di antenna (il finanziamento delle televisioni dei film) di Rai e Mediaset, sono diminuiti del 50% (comme apporti individuali) e questo comporta un budget molto più basso e problemi di reperimento di altre risorse.

Si assiste così ad una frammentazione di risorse, film fatti male destinati al fallimento. Borelli del Ministero difende il finanziamento delle opere prime e seconde che devono far emergere nuovi talenti, però poi Tozzi controbatte che la maggior parte di questi non arriva alla opera terza, (forse qualcuno non sceglie bene chi e cosa finanziare) quindi lanciare tanti giovani  significa anche illuderli per un mercato che non c’è (questa si che è tristezza!).

Barbagallo che non è dammeno in fatto di tristezza, nel suo intervento manifesta la paura dei tagli (qui non si mangia più) per fortuna ci sono le quote (l’obbligo delle tv a investire appunto con quote annuali sul cinema) qualcuno vorrebbe anche sulle fiction, ma se siamo sommersi dalle fiction! Mentre auspica che i contributi arretrati come fondi che lo Stato deve ritornare ai singoli produttori per effetto degli incassi che hanno fatto, vengano riconosciuti all’interno dei debiti pregressi della P.A., quindi non solo prestazioni o forniture ma anche contributi che cmq sempre crediti sono e che lo Stato deve onorare.

Borrelli constata che mentre un tempo il Mibac finanziava film che non erano visti, oggi invece finanzia film che vengono visti (ma aggiungiamo noi, anzi io, quando sono commediette, non dovrebbero essere finanziati – dov’è l’apporto culturale?). Cioè il Ministero si è più indirizzato verso il mercato anche per effetto delle campagne di stampa come quelle de IL GIORNALE di qualche anno fa in cui si diceva che vengono finanziati film amici degli amici, che non incassano una lira. Di questa acqua qua come direbbe Bersani, Veltroni ne sa qualcosa. (Continua)

 

 

3 – GRILLO E LO STALLO

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Grillo e il M5S coerentemente vogliono un parlamento non dominato dai partiti, in questo mi ricordano le lotte dei Radicali di qualche lustro fa e rileggono la Costituzione senza i filtri di una prassi decennale di comportamenti costituzionali semplificati dai partiti tesi a svuotare il parlamento dalle sue funzioni. Una battaglia sacrosanta. Dall’altra parte però c’è lo stato di stallo tra i partiti col pericolo di riandare a votare sena la nuova legge elettorale.

Poi in mezzo ci si mette pure l’elezione del Presidente della Repubblica. Qui pur essendo iscritto al M5S voglio distaccarmi e scindermi in un osservatore esterno, e dico che la questione si sta complicando a dismisura, e poi il popolo (le masse) se sarà di nuovo chiamato alle urne come voterà?

I Radicali nel loro massimo splendore di consensi elettorali non hanno mai superato il 7%, ma quando una forza politica come il M5S PRENDE IL 25% DOVREBBE RAGIONARE IN UN ALTRO MODO, in termini di maggiore immediatezza, perché se oggi il cambiamento non riesce a sparare i suoi proiettili (anche con un governo in cui il M5S da’ l’appoggio esterno) che diano delle risposte rapide alla crisi traumatica che stiamo vivendo, è facile che tutto ripieghi verso un andamento lento in cui i partiti che hanno provocato questa crisi sono ancora sulla breccia e in questo senso può essere scelto tra i leaders loro, il meno peggio, l’ebetino di Firenze o meglio il Renzheimer.

Però c’è un però, ed è l’esperienza greca che ce lo insegna: se il cambiamento immediato non viene e il M5S sviluppa dei problemi giusti ma di lungo respiro e la gente non vuole ritornare al vecchio, dove può’ indirizzarsi se non verso uno stato forte che reagisca e cerchi di salvare il salvabile anche rispetto all’Europa.

L’insicurezza può partorire un bisogno irrazionale di identitificazione verso soluzioni forti e decise, come ancora di salvezza. Se nel medio e lungo periodo ci sarà un cambiamento epocale indotto dalle nuove tecnologie di partecipazione, nel breve periodo può emergere una idea che meglio identifichi un popolo in crisi, un revanchismo contro l’Europa e la Ue e la democrazia inetta dove i furbi e i corrotti dominano. Il M5S non deve permettere di andare a votare con questo porcellum a breve, ma deve cercare – come estrema ratio – alla fine, un approccio con il PD per salvare la legislatura, nel caso in cui le larghe intese portassero a una paralisi, e a un’ulteriore stallo, solo così se poi veramente l’accordo salta per colpa del PD, il M5S può essere di nuovo vincente, altrimenti vedo la destra non quella berlusconiana che non verrà attraversata che marginalmente dalla protesta, bensì quella più culturale e nascosta che non esibisce il fascismo, perché spaventa tanta gente, ma che esprime dei concetti “retrivi” sentiti e anche razzisti.

Dall’altra parte quel po’ di sinistra che è rimasta merita il rinnovamento, ma perché gliela deve creare un M5S che è al di sopra dei partiti e considera la sinistra o la destra come concetti superati in questo contesto in cui tutto è rimescolato con i comunisti che rimangono alla finestra a sventolare inutilmente le loro bandiere antiche.

E’ vero, cmq che insieme si può fare una legge contro il conflitto di interessi, ma il M5S non può salvare la sinistra da una politica fallimentare, non ha questa missione, ma in caso di estremo pericolo per la nostra democrazia cosa bisogna fare? Ritornare al voto? No. Salvare la legislatura, si. Ma con chi? Con chi è disponibile. Chi è, fino ad oggi, quella forza politica che ha chiesto il cambiamento senza mai ottenerlo? Siccome Berlusconi lo chiedeva all’inizio quando doveva entrare nella stanza del potere per poi non parlarne più, e Monti ha fatto male i suoi conti, l’unico rimasto è il Pd anche se è strapieno di vecchia politica.

Dipenderà molto da chi sarà eletto al Quirinale. Lo stallo nel nostro percorso a piedi ci può procurare un grande callo.

 

1 – POLITICA CINEMATOGRAFICA IN 4 PUNTI

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4 PUNTI PER IL CINEMA INDIPENDENTE

Se vogliamo difendere il cinema italiano indipendente da un possibile e quasi sistematico fallimento economico dei suoi produttori, dobbiamo con urgenza sviluppare 4 PUNTI da portare all’attenzione mediatica per salvare il salvabile.

Altrimenti fra qualche anno vedremo solo film giovani, carini e omologati e tanti autori disoccupati. Ecco una politica di raddrizzamento:

  1. Abolire il Reference System. Quel sistema di punteggio per i progetti presentati al Mibac (Ministero Beni e Attività Culturali) che favorisce il finanziamento dei film solo dei soliti noti, anche perché si considera l’aver vinto solo pochi festival importanti e non in tutti i festival che ci sono in Italia e nel Mondo creando una discriminazione “classista” tra festival di serie A e festival di serie B, festival di serie C e quelli di serie D (Dilettanti), registi di Serie A e registi di serie B o C1, C2. Ecco che si crea una gerarchia burocratica della peggio specie. Il Reference System è nato dalla Riforma del 2004 attuata per mezzo di decreti ministeriali, sotto la spinta dei poteri forti del cinema, i senatori della pellicola che volevano che si rispettasse una gerachia della visibilità (chi è più noto, chi è meno noto, chi non è noto o visto per niente) questo in origine per sconfiggere la tendenza che il Ministero aveva di finanziare con grosse cifre perfetti sconosciuti, i quali non riuscivano ad incassare neanche una minima parte di ciò che era stato speso, perché a quell’epoca si finanziavano totalmente pochi progetti e chi più conoscenze politiche e di varia natura, aveva, più riusciva, a questo proposito un gruppo di produttori (chiamiamoli così) grazie a queste conoscenze senza rischiare niente sono riusciti a fare un sacco di soldi alla faccia del bicarbonato di sodio, si davano miliardi senza vedere le potenzialità distributive di un progetto, mentre tanti altri progetti magari migliori, rimanevano fuori. Invece di dare poco a tanti in maniera che i produttori dovessero trovare la differenza, davano tanto a pochi (i privilegiati) da farli diventare ricchi a spese della comunità.
  2. Creare un circuito distributivo a capitale misto (Stato e privati) che sia remunerativo per il cinema indipendente, i festival non fanno guadagnare un euro, puntando invece sulle mono sale del centro storico che quindi possono passare con ritardo al Digitale. Tanti si inventano circuiti alternativi ma sono solo espedienti di lancio del loro film, il problema è che un sacco di film indipendenti non vengono visti e così la Rai o Mediaset non li comprano e il produttore che ha anticipato anche grazie, in certi casi al finanziamento pubblico, si trova con le braghe di tela e rimane esposto con le banche, entra facilmente per piccoli importi, nella centrale rischi e non piglia più nessun anticipo neanche se si mette in ginocchio e si frusta la schiena. La loro valorizzazione può passare anche attraverso una agenzia pubbblicitaria, una rivista online che promuova questi autori e un interesse mediatico, presupposti oggi come oggi per poter creare una confezione decente per vendere un prodotto di questo tipo altrimenti, si creano confezioni di serie b) o di serie c) scartate anche pregiudizialmente dal pubblico. Una rivista fatta da filmakers (italiani) per loro, che funga anche da scambio di esperienze, di annunci ecc. coinvolgendo tutti gli autori di cortometraggi e di documentari diventa fondamentale se vogliamo valorizzare adeguatamente queste risorse creative togliendole da un certo isolamento creativo. Si dovrebbe potenziare una rete insomma!
  3. E qui passiamo a un aspetto un po’ delicato che non piace (per niente) ai doppiatori e cioè la regolamentazione della distribuzione dei film Usa (della serie o mangiano solo loro o mangiamo anche noi). Lo scambio ineguale con il cinema Usa vige da tanti anni. Oggi per poter imporre (a differenza degli anni 60) un film in Usa ci vogliono parecchi capitali ancora prima che delle idee nuove. “Con Sorrentino e Garrone il nostro cinema arranca negli Usa” dice Pedro Armocida in un articolo del 29/03/2013 su IL GIORNALE. Il film di Garrone, Reality, ha incassato 18.000 dollari e 144.000 dollari per il film di Sorrentino girato in Usa. E diciamola sta verità: ci sono troppi film made in Usa (circa 300 nelle nostre sale in un anno) che non danno la possibilità ai nostri film di essere “circuitati almeno in Italia” con grave danno economico. Se non incassano in Italia dove vuoi che vadano, a parte rare eccezioni, perché oggi i film prodotti sono tanti e ogni Paese promuove i loro.
  4. Il Mibac assegni solo l’interesse culturale, il visto censura ecc., mentre delle commissioni dentro a macroregioni diano il contributo statale che si coniuga con quello regionale e sponsorizzazioni varie locali. Si creerebbero delle sinergie. Commissioni a gettone presenti ad es. a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, Bari formate da autori di cinema in stand by. Così si creerebbe uno spirito di concorrenzialità e la Commissione che lavora meglio (che giudica seriamente i progetti) emerge e quindi i produttori sarebbero incentivati a girare in quei territori. Questi finanziamenti diretti non devono superare la metà del budget, l’altra metà può essere procacciata dal produttore con i suoi giri finanziari, ma anche dalla Tax Credit esterna perché cmq sno sempre dei privati che vengono coinvolti. Se poi un circuito distributivo efficiente remunera questi capitali si creerebbe di fatto un circolo virtuoso per il cinema piu’ libero e impegnato socialmente.

 

 

3 – SULLA PIRATERIA ONLINE CHE FARE?

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

CINEMA ONLINE, FILM SENZA PAGARE

Dice nel suo articolo Roberto Brega (L’Unità del 12/03/2013) “Cinema non temere i pirati Web”.

  • Si, ma cosa bisogna fare?
  • Bisogna ridurre temporalmente i diritti d’autore e dall’altra parte ripulire la rete di migliaia di film piratati.
  • Ma sarà mai possibile ripulire la rete di film piratati, quando si possono vedere benissimo su youtube sia interi che a pezzi?
  • Bloccare i computer?
  • Non è semplice
  • Promuovere una azione culturale?
  • I tempi sono lunghi
  • Promuove una pubblicità progresso?
  • Tanti se ne fregano.
  • E’ la tecnologia che ha creato questo, e la tecnologia deve darci una soluzione
  • E intanto?
  • So cavoli amari.

Si potrebbe parlare all’infinito e non trovare una soluzione condivisa. L’abbattimento delle finestre temporali e le agognate licenze di distribuzione pan territoriali sono per l’internauta fastidiosi vincoli da aggirare per cercare il film gratuitamente.

C’è quindi una lotta continua tra chi vuole fissare dei paletti e chi vuole abbatterli, però ne va dell’efficienza di tutto il sistema complessivo di valorizzazione della merce. Oggi tocca ai film, domani toccherà a qualcosa altro, i Pirati hanno dato vita a un movimento nel nord europa, vogliono condividere qualsiasi cosa, non sopportano restrizioni di natura commerciale, la condivisione è una forma di socializzazione di informazioni, di strumenti della conoscenza.

E dall’altra parte cosa dicono gli esperti del settore?

Hanno fatto un sacco di convegni costosi in cui si arrampicavano sopra e sotto i muri e molti parlavano senza neanche sapere la differenza tra un download e uno streaming. Se il download di un film può anche costare, perché si scarica interamente un film e pure la copertina, lo streaming è una specie di noleggio on line come con i cd, solo che a differenza dei cd (contatto fisico) si entra in una library virtuale dove si può individuare il film da vedere che può comparire nel proprio schermo televisivo o nel monitor del computer dopo aver pagato attraverso una scheda i 2-3 euro, per 24 -48 ore.

Quindi, caro Brega qui non c’è nessun Robin Hood nella foresta virtuale è che certi pirati non vogliono assolutamente pagare sia per una questione ideologica, sia per una soddisfazione personale, non gli passa neanche lontanamente per l’anticamera del cervello pagare anche solo 2 euro e quindi si tratta di discutere del rapporto tra tecnologie socializzanti e l’appropriazione individuale trovando un nuovo terreno di confronto, appunto nella riduzione temporale dei diritti d’autore. Come si può affrontare il problema? Fino a quando la rete sarà piena di film piratati ben pochi vorranno vedere un film specifico magari pagando 3 euro, anche perché bisogna utilizzare una scheda pre-pagata e magari passare attraverso una banca, per carità?

 

 

 

3 – IL MOVIMENTO PARLA, GRILLO ACCONSENTA!

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Ci sono più di 8 milioni di italiani che hanno votato M5S, gente che votava a sinistra, a destra, al centro, o non votava affatto, ognuno con intenzioni diverse è approdato al Movimento che non ha una sua struttura partitica o ideologica, un comitato centrale, una direzione.

Quelli di sinistra hanno apprezzato la politica per l’ambiente, quelli di centro e di destra, la campagna contro i politici che mangiano, tutti hanno apprezzato un discorso economico fuori dagli schemi ideologici,  in cui finalmente si parla di fallimento dell’Italia, della piccola e media impresa, del debito pubblico (la sinistra non ne ha mai parlato o al massimo ha detto debito pubblico-ricchezza privata), insomma Grillo è riuscito ad arrivare alla gente con le sue idee semplici, ma efficaci.

I partiti tradizionali che controllano i media hanno fatto una campagna di denigrazione, dopo che non l’avevano preso sul serio (chi non si ricorda la sceneggiata del Servitor Ferrara a Rai 1 che si strappava la camicia di dosso parlando con disprezzo di Grillo), e questa campagna ha anche condizionato la gente che ha votato per Beppe Grillo, facendogli ripetere ( o perché distratti e o in buona fede) che Grillo fa tutto lui, che comanda, e uno non vale uno ecc. non capendo che lui si è messo in gioco e che lui è un leader come ce ne sono tanti: Vendola, (da tre anni parla solo lui non conosciamo nessun altro esponente di Sel, forse Fava – non congiungete questi due cognomi, è pericoloso!), Ferrero, (qualcuno conosce la direzione o la segreteria di Rifondazione, un certo Grassi della direzione, ma chi è costui? Come direbbe Don Abbondio, Diliberto (chi c’è oltre a Diliberto nel Pdci, non Rizzo che se n’è andato) Bonelli dei verdi, sapete che c’è Boato con lui, ma nessuno ne ha mai parlato, eppoi Di Pietro – parlava sempre solo lui, Donadi gli reggeva il microfono fino a quando non si è stufato, o forse il leader maximo della percentuale minima 0,7%, sto parlando di Ferrando marxista trosckista, (non mi ricordo neanche più come si dice) Bersani che è leader ha oscurato tutti i precedenti compreso il prete Gianni (Franceschini), Casini (chi c’era con lui, Cesa?) Fini (ci ricordiamo due o tre nomi solo perché aveva fatto una scissione fresca e infine Berlusconi (che ha avuto i suoi portavoce) e che cmq ha lasciato spazio a un po’ di personale politico ex craxiano, quando si sentiva forte al potere. Tutti questi sono dei leaders?

Se si, sono dei leaders democratici? Silvio Berlusconi commanda dal ’92 prima Forza Italia, poi il Popolo della Libertà: che fai mi cacci? Bersani da un po d’anni, Casini da una vita, Fini è il leader naturale di Fli Flo e Fla, insomma dov’è la democrazia, dov’è la rotazione? Ci sono dei leaders che sono tali dagli anni 70, hanno fatto una carriera politica come se fossero dipendenti statali, non hanno mai lasciato la sedia ne il seggio in parlamento per 35 anni, ma loro erano bravi, competenti, “pensi che sapevano accontentare tutti, voglio dire le clientele”. Però alla Fine è Beppe Grillo l’autoritario, robe da martiri.

E allora adesso siccome tutti possono dire la loro anche senza molto riflettere, potenza della rete, anche lui che aveva suscitato lo sviluppo della rete viene criticato in rete come non mai: bisogna fare un governo con Bersani e condizionarlo in maniera che si possano fare le riforme e cacciare Berlusconi.

Questa è la tesi della paura. La gente ha paura che non si riesca a combinare niente, soprattutto quella di sinistra che ha visto le idee nuove congelate in parlamento senza che potessero diventare maggioritarie.

La paura è comprensibile anche se non giustificabile, perché per molti significherebbe gettare nel cesso questi due ultimi anni, e c’è l’altra opzione della coerenza caldeggiata da Grillo e da tanti altri che vogliono rispettare una filosofia politica che si è sviluppata contro i partiti. Che si facessero sentire di più perché sembra che la maggioranza appartenga ai filo-responsabili-governativi-bersaniani-democratici di base. Io se fossi Grillo indirei delle assemblee in qualche cinema sparso nella penisola, si potrebbe finanziare facendo pagare 2 euro a testa, aperto a chiunque, quindi parlamentari, amministratori, popolo e ognuno può parlare per cinque minuti e dire la sua, in maniera tale che la gente abbia un rapporto più emotivo con il suo leader, quello che hanno gli altri partiti.