1 – IN ITALIA SI FANNO TROPPI FILM

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

In Italia si fanno troppi film.

Mi dispiace ma questa è la verità ci dice Michele Anselmi, e se fosse invece una bugia perché la gente faccia meno film e quindi lui debba lavorare di meno come critico? Non lo so, dipende se lui guadagna un tanto ad articolo, o invece ha un fisso a prescindere.

Che tristezza sentire un apprezzabile giornalista venduto ai poteri forti: “però bisogna magnà’!” per cui il cinema è una cosa aristocratica decisa dall’alto da pochi, protetti, paraculi, che sembrano urlare dai loro scranni contornati da giornalisti accondiscendenti: “il cinema è nostro e lo facciamo noi! Cazzo volete voi! Il cinema Indie? Cioè indigente? E vi pare bello, noi gli diamo una dignità…è’ cosa nostra! I soldi dei finanziamenti pubblici ce li dobbiamo pappare, anzi poppare noi, già il Mibac vi dà troppo spazio, ma quali talenti, non abbiamo bisogno di nessuno, siamo autarchici, noi siamo il cinema e voi… non siete un cazzo.

Ordine, gerarchia e disciplina, una cittadella fortificata che ti rassicuri ogni mattina, noi siamo inespugnabile. Prima vengono quelli che incassano (anche se sono filmetti) l’importante che se ne parli bene, assoldiamo un po’ di critici che sui film parlino d’altro, gli diamo un piatto di minestra, ma chi vi credete di essere?

Prima le nostre commedie, poi gli autoriali storici (gerachia) poi il documentario autoriale e poi l’élite. Ma come non lo sapete che la democrazia è elitaria, prima noi e poi…che cazzo volete voi!”

Ma anche tu Anselmi – figlio loro – citi tre film che non hanno incassato niente nel tuo articolo del 5 maggio su Ciak, ma se avevano una confezione distributiva di serie B come potevano incassare? Riccardo Tozzi da grande paraculo dice, riportato da Anselmi: ci sono film che non devono proprio andare in sala, (solo i miei lo possono fare) e aggiunge: trovate altre alternative e non ci rompete, come se fosse facili trovare delle alternative remunerative (è qui la presa per il culo). Il problema è che non si vuole toccare il tetto dei film americani per cui Anselmi arriva a dire una di quelle cazzate cosmiche, che ve la riporto per registrazione storica: “il fatto (non quotidiano) è che molti di quei 166 film girati nel 2012 (italiani) un senso e un obiettivo (Audite! Audite!) proprio non ce l’hanno.

Spesso sono impuntature stanche, scommesse a perdere, prototipi scalcinati. Che nessuna tv, quote o non quote, manderà mai in onda. Neppure alle 3 di notte” Questo è un giornalista che non ha mai capito un bel niente di produzione e che si permette senza aver visto molti di questi film, di dire che non valgono un beneamato…o beneamata… Ma va a vanculo va! Se uno fosse onesto direbbe che non capisce bene come funziona la macchina del cinema oggi, che è tutto più complicato rispetto alle fette di mercato, no lui giudica e pregiudica dall’alto: ma rivà a fanculo!

Mi fermo qui perché ho esaurito tutte le infioriture a disposizione. www.vaafareinc.it;

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XIII°

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’homo democristianus – Pure le persone più trasparenti possono risultare vittime di macchinazioni soprattutto se chi le compie è un potente in grado di appoggiarsi ad amicizie altolocate.

Però bisogna stare attenti ai passi falsi che si trasformano in veri e propri boomerang e quindi controproducenti, chi infine non riesce più a dominare un intrigo si squalifica a vita.

Un soggetto molto potente può fare le debite pressioni perché un giornale non lo pubblichi, allora cercherà di ricattare il direttore e sono le testate di provincia a subire maggiormente questa eventualità.

Ma torniamo di nuovo alla trasversalità parlando di associazioni corporative nate per tutelare interessi di categoria. All’interno di questa associazione non vige alcuna forma democratica nella scelta o nell’elezione del leader e molto spesso nelle nomine intervengono gli stessi partiti in quello che tutti conosciamo come processo di lottizzazione.

I capi di queste associazioni se si accordano tra di loro possono fingere di fare una politica di settore, nella pratica si distribuiscono i ruoli e le parti per mantenere soprattutto influenze e vantaggi personali.

Ecco allora che con la trasversalità, i poteri personali creati in nome del settore, determinano un’alleanza ferrea per la spartizione delle risorse soprattutto influenze e vantaggi personali.

Le stesse associazioni per loro natura, pur essendo radicate in tutto il territorio nazionale sono proiettate verso il Centro del sistema diventando un interlocutore indispensabile nel luogo dove si prendono decisioni politiche.

Se la loro sede è unica nel Centro, quelli che stanno nella periferia si trovano svantaggiati fisicamente anche se l’organizzazione impone dei rappresentanti locali che porteranno le istanze a livello nazionale. Al loro interno vige un’organizzazione “verticistica” composta di pochi membri inamovibili e inossidabili che pretendono di rappresentare tutta la categoria ma che in effetti non sono disponibili a nessuna regola democratica.

L’associazione cercherà di rafforzarsi rispetto al potere politico presentandosi come un gruppo rappresentativo di interessi omogenei e organizzato per influenzarne le decisioni, la redazione di leggi, ma anche eventuali finanziamenti pubblici o provvidenze. In effetti agisce come una lobby che nel mentre si dice portatrice sana di interessi diffusi, privilegia soprattutto qualche interesse personale che si trova in una posizione di “rendita” politica o di pratica “mafiosa”.

Il potere cioè non è del gruppo, ma di qualcuno sul gruppo proprio per la scarsità di democrazia interna e di garanzie di trasparenza. Queste associazioni quindi, oltre a sclerotizzare un settore per l’insensibilità al rinnovamento interno, per la mancanza di regole e per la permanenza di clan al potere, ledono i principi di libertà personale perché costringono chiunque a passare attraverso ad esse o a misurarsi con esse, spesso come una possibile articolazione della controparte.

Le vere associazioni dovrebbero comunque rimanere fuori dalla distribuzione del potere promuovendo una politica di settore che può avere anche dei momenti pubblici e politici di confronto ma nell’ambito dei propri associati e soprattutto presentando una piattaforma largamente condivisa.

Così come le associazioni sono una fonte di potere personale per qualcuno a cui gli altri devono sottostare magari in un rapporto tutto clientelare, le lobby facilitano certe soluzioni legislative che però molto spesso sono a detrimento della chiarezza della legge.

A differenza di un tempo in cui le leggi erano generali ed astratte, oggi essendo “funzionali” e specifiche a singoli settori, determinano vantaggi o svantaggi anche grossi, fortune economiche o rovine; quindi partecipare alla redazione degli articoli di legge, spostare un comma, inserire una virgola dopo una parola, può capovolgere il senso dello stesso articolo rendendolo più ambiguo e indecifrabile, per cui ciò che si prescrive di fare in un precedente comma e che potrebbe essere dannoso per le lobby, viene reso complicatissimo in un coma successivo in modo che a livello burocratico la legge si blocchi e non venga applicata.

Una legge che disciplina vari interessi se non viene equilibrata dal governo di settore (ministro o sottosegretario) diventa un contenitore pieno di ambiguità e si rischia la sua inapplicabilità perché trova difficoltà reali a causa di uno spirito contraddittorio che la ispira e aleggia nel riflesso di troppi compromessi.

La legge così si appesantisce dagli interessi personali di qualcuno che prevalendo snaturano gli intenti della medesima, quindi le lobby nel mentre facilitano certe soluzioni e quindi rendono la legge “reale” sottraendola a qualche principio ideale e teorico, nel contempo anche la distorcono ai loro fini, al punto da farla diventare fin troppo reale.

Una società veramente libera non dovrebbe tollerare troppe associazioni che finiscono per condizionare le soluzioni politiche e corrompere qualsiasi nuova idea, qualsiasi possibilità di cambiamento, è vero che gli individui si associano per essere più forti, ma molto spesso paradossalmente diventano più deboli contribuendo a creare strutture burocratiche dominate da politicanti che pensano agli interessi propri o di carriera.

Esempio: chi ha un “progetto” da presentare in sede politica, deve passare per le maglie e quindi essere costretto ad iscriversi all’associazione, la quale da parte sua proteggerà non la qualità, ma i propri iscritti più influenti magari mediocri. Ciò vale per molti finanziamenti pubblici dove alla fine passano solo i progetti del clientelismo partitico o dell’associazionismo collaterale.

La corruzione avanza là dove la legalità è meno sentita e lo stato viene eroso da pratiche trasversali sistematiche, da reti che hanno come talpe, scavato gallerie dappertutto, la corruzione nasce come escrescenza per trasformarsi in bubbone malefico, si diffonde in quanto patologia della società che non sa cambiarsi e trasformarsi. Quando siamo di fronte a situazioni del genere o si cambia radicalmente il “personale” politico e quello di comando o il tumore si diffonde da intaccare in profondità il tessuto sociale, fino al punto che lo stesso stato si liquefa.

Se poi pensiamo che esista una corruzione diffusa indotta dai tanti compromessi che ognuno di noi è costretto a fare per sopravvivere o a subire nel corso dell’esistenza, noteremo i tanti nostri principi rimasti, diventare una pura crosta esterna che finisce col dissecarsi e cadere da sola.

In una società poi che fa della diffusione delle lotterie la speranza di un rapido cambiamento personale, fabbricando l’illusione di essere prescelti dalla fortuna mediante i tanti giochi televisivi o pubblici di massa, incoraggiando il facile guadagno, si sviluppa un virus di corruzione generalizzata in cui gli individui esistono in quanto giocatori e scommettitori e il denaro diventa l’unica fonte che dà un “significato esistenziale”.

Corruzione promossa dallo stesso stato il quale poi pretende che la gente lavori e si sacrifichi per pochi soldi. Se il mondo diventa una bisca ognuno punta la sua quota e riversa su questa attività tutte le sue frustrazioni e i suoi malcontenti trasformando i rapporti umani in rapporti di successo o di sconfitta. I soldi diventano un miraggio diffuso, il simbolo di una condizione umana e quando si fa una cosa in più si attende sempre una lauta ricompensa, un premio, ciò facilita la corruzione che fa decadere i costumi.

I giocatori in privato sono sempre esistiti ma che questa attività altamente educativa venga foraggiata dallo stato, il quale sotto questa forma fa pagare le tasse ai cittadini, dimostra il livello di “depravazione” a cui una società può giungere sfruttando le mancanze anche psicologiche degli stessi individui completamente ingabbiati in una nuova filosofia della miseria.

Il vuoto interiore verrebbe ricoperto da speranze di arricchimento che diventano illusioni in cui progettare il proprio successo, che non è più neanche effimero ma solo virtuale e tutto si regge su quei pochi sorteggiati con cui identificarsi perennemente, trasformando la vita sociale in una specie di lotteria in cui consumare tutte le proprie aspettative. homo democristianus

 

 

 

1 – POCHI, PROTETTI, PARACULI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Le scuole di cinema distribuiscono sogni a pagamento da veri paraculi.

Proliferano le scuole di cinema che fanno un discreto business illudendo i giovani che si può fare cinema, che ci sono i produttori, quando il cinema da anni è un settore chiuso che non fa filtrare talenti, un mercato ristretto compreso quello della fiction in cui molti generi di film in Italia non si possono fare e dove gli autori sono una casta chiusa, una cittadella dentro la quale è difficile entrare se non ti portano in braccio una schiera di critici che si spendono per te, l’ultimo è stato Giorgio Diritti.

La maggior parte delle storie rimangono fuori dal mercato e quando vengono tramutate in film incassano con una piccola distribuzione e senza pubblicità max ventimila euri.

Sono film fuori distribuzione, fuori mercato, fuori e basta, cioè da festival (se te li prendono) dove però non prendi te, come produttore un euro e anzi spendi ancora.

Mi è dispiaciuto assai rifiutare di produrre o distribuire dei progetti interessanti, ben fatti, perché sapevo che non potevo garantire una confezione da serie A, E CHE SE ANCHE AVESSI INVESTITO I SOLDI SE NE SAREBBERO ANDATI PER CONTO LORO (non sarebbero mai ritornati) Superare le maglie risulta arduo, il meccanismo ti stritola.

E allora che speranza puoi portare ai giovani (sebbene speranza sia una brutta parola): unica cosa è emigrare verso l’estero perché in Italia è tutto in mano a pochi, protetti, paraculi. I 3 p o P3 (P2 + 1)

A me è capitato personalmente come editor di aver letto un sacco di sceneggiature di giovanotti speranzosi che avevano appena fatto un corso o corsetto di sceneggiatura a pagamento – naturalmente – e pretendere di essere prodotti così su due piedi – chissà quali balle avranno detto in questi corsi alla voce produttori: che sono personaggi come negli anni ’50 che investono nei giovani, e leggono le storie, quando a parte rare eccezioni, esisteva un filtro incredibile dove si facevano passare solo i raccomandati dei raccomandati e ogni tanto un autore (degno di questo nome ) ma nel tempo pochi. Di fatti il cinema d’autore non ha tantissimi autori di successo, però dietro ci sono quelli che vengono spinti e quelli che rimangono alla finestra e si devono accontentare di dare il nome a qualche progetto di nicchia.

Perché dico questo: perché molte di queste sceneggiature rinviavano a temi e problemi (naturalmente aggiornati ad oggi) che noi italiani abbiamo sviluppato (parlo dell’Italia degli anni 50) in film di genere e se anche si riusciva a modificarle per migliorarle, rimanevano nel cassetto perché poi non si sapeva a chi proporle, visto che era difficile avere una confezione di serie A (confezione significa distribuzione da eletti e promozione nei grandi media) ci si doveva accontentare delle confezioni di serie B, C1 e C2 CSUA) in una specie di gerarchia assoluta e dove il mercato ristretto ti diceva commedia, commedia, commedia, commedia, anche di notte.

C’è tantissima gente che scrive in Italia, vuoi per ambizione personale, vuoi perché gliel’ha ordinato lo psicologo, tant’è vero che di sceneggiature ne circolano tantissime e io personalmente ho potuto constatate che ci sono delle idee, solo che queste non possono emergere perché non essendoci industria, o essendo l’industria talmente ristretta, si disperdono per strada e quando vengono presentate per una grossa confezione produttiva-distributiva si rischia che siano copiate, per questo ho detto a tanti di vedersi i film italiani di successo perché se c’è una idea uguale alla sceneggiatura che hanno, deve partire la denuncia, ma ad alto livello sono molto più furbi di quel che non si pensi e l’idea è decontestualizzata e rilanciata in una altra base di pensiero, da cui nasce poi la scrittura. Cmq la quantità di sceneggiature inedite potrebbe riempire un palazzo di più piani, e in tutte quelle scaffalature polverose ci sono storie e sogni racchiuse in un faldone, che tristezza!

 

 

1 – IL CINEMA TERRITORIALE

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

SOLO NELL’AMBITO TERRITORIALE I L CINEMA ITALIANO INDIPENDENTE PUO’ AVERE SPERANZA DI USCIRE, ALMENO NELLE SALE LOCALI

Il Mibac in passato è stato al centro di roventi polemiche riguardanti soprattutto l’art. 28 quando veniva finanziata l’opera prima e seconda con criteri, diciamo poco trasparenti, i film raramente uscivano al cinema, gli autori potevano scegliersi i produttori e quindi diventavano loro stessi produttori spesso in una situazione di incompetenza totale, bastava conoscere qualcuno al Ministero e avevi i soldi che sulla carta dovevano rappresentare il 30% rispetto al budget, ma che veniva fatto proprio con quel 30% di finanziamento statale e trovando dei marchingegni soggettivi per dimostrarne 100.

Fu il finanziamento dato a Marina Lante della Rovere che come regista fece la sua opera prima e ultima, che scatenò il finimondo su tutti i giornali, ci fu un attacco mediatico senza possibilità di replica che investì tutto il settore e con l’acqua sporca si buttò pure il bambino, però i criteri clientelari non riguardavano solo l’art. 28, la stanza dei rubinetti era stracolma di personaggi vari e variegati, per cui dei film assolutamente mediocri che avevano avuto consistenti finanziamenti, venivano lanciati all’estero e in cui diventava importante chi riusciva ad avere questi finanziamenti e non sempre coincideva con la figura del produttore, c’erano un sacco di personaggi definiti mediatori d’affari che riuscivano a trovare la via giusta che quasi sempre era quella politica.

E’ chiaro che in questo contesto il beneficiario dei quattrini intanto si comprava una casa dopo un anno faceva un film con un produttore esecutivo che doveva anticipare i soldi, poi si vendeva la casa e restituiva l’importo( non sempre però è successo così, ma accompagnare i soldi con una speculazione immobiliare poteva anche salvaguardare il produttore rispetto ad eventuali perdite dovute al film) pero’ ci doveva essere anche un qualche dirigente di banca compiacente.

E veniamo ai tempi più recenti dove il Mibac è stato accusato dalle campagne giornalistiche de IL GIORNALE del padron Berlusconi, di sprecare fondi pubblici per fare dei film che non vede nessuno, quindi ultimamente anche il Mibac ha cambiato strategia e tende a finanziare i film che incassano (e che quindi non hanno bisogno di essere finanziati) perfino delle commedie così leggere che evaporano già in sala e dove l’interesse culturale non si capisce dove si sia nascosto… in qualche angolo buio, però cosi soldi tornano indietro.

Secondo me mentre il Mibac può continuare a esaminare i film per l’interesse culturale e per tutti gli adempimenti amministrativi relativi, i finanziamenti invece dovrebbero essere delocalizzati nel territorio allo scopo di creare un cinema territoriale, come? Si potrebbero fare delle commissioni decentrate nelle gradi città: Milano, Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria e Palermo, ristrette e composte da FILMAKERS e non da critici, che seguono il progetto dall’inizio alla fine cercando di valorizzarlo anche economicamente. Con questo tipo di concorrenzialità emergeranno le commissioni che lavorano meglio e che magari riescono ad attrarre le domande degli autori e a lanciare dei film culturalmente interessanti.

Si creano delle sinergie perché si possono inserire le film commission che potranno integrare i finanziamenti statali, qualche sponsor locale, la tax credit esterna di qualche investitore nel territorio, insomma potrebbe prendere piede un cinema che almeno riesce ad essere distribuito territorialmente.

 

5 – SIAMO CIRCONDATI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

NOI QUANDO CAMMINIAMO ANDIAMO VERSO UNA DIREZIONE MA SIAMO CIRCONDATI….

Dalle mafie,  IN PRIMIS QUELLE  politiche, dalla delinquenza anche finanziaria, dalla corruzione, dall’appropriazione indebita di beni pubblici, dalla truffa sistematica, dal degrado istituzionale, dall’imbroglio, (meno male che c’è Papa Bergoglio). Siamo cirocndti dai misfatti contro il bene comune, siamo circondati dall’ambiente, dagli incendi dei piromani, dalle discariche abusive, dagli allevamenti- lager di animali, dal sadismo sperimentale, dalla speculazione dei farmaci, dalle truffe agli anziani, dalle vessazioni burocratiche, da Equitalia, dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua del cielo, della terra, forse della luna, cos’è che ci manca nella distruzione del pianeta e nell’autodistruzione, eppure si sopravvive alle ingiustizie, alla violenza, alle vessazioni, alle umiliazioni, se questo è un uomo, la donna come sarà? Violenza in famiglia, pedofilia con allegria, che bel-brutt cinema da raccontare anche in periferia.

Nous sommes entourés,

par la mafia, par les politiques mafieux, y compris la délinquance financière, par la corruption, le détournement des biens publics, l’escroquerie systématique, la dégradation institutionnel, la duperie provenant de l’infractions contre le bien commun, de l’environnement, des pyromans qui détruisent les forets, par le dumping illégal, des fermes-lager des animaux, par le sadisme expérimental, la spéculation des médicaments, de la tromperie vers les vieux personnes, des vexations bureaucratiques de Equitalia, la pollution atmosphérique, l’air, l’eau, ciel, terre, de la lune peut-être, que c’est que nous manque dans la destruction de la planète, et dans notre autodestruction? Mais aussi on survit aux injustices, aux violences, aux vexations, aux humiliations, si cela c’est un homme, comme sera la femme? Elle supporte la violence familiale, la maltraitance des enfants avec de la joie, ce film maussade à dire, surtout dans les banlieuses.

CHE DOBBIAMO FARE PER POTER QUALCOSA COSTRUIRE SENZA ROVINARE? PERCHE’ TUTTO QUESTO DEGRADO, PERCHE’ SI INIZIA BENE E POI CI SI PERDE PER STRADA E SI DIVENTA IL PEGGIO CHE C’E’ COME SE LA RELIGIONE E LA SPIRITUALITA’ NON RIUSCISSERO A COMBINARE NIENTE E NON AVESSERO NESSUNA INFLUENZA NELLA VITA DELLE PERSONE…

 

 

 

 

 

1 – I PUNTI SALIENTI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Se vogliamo difendere il cinema italiano indipendente da un possibile e quasi sistematico fallimento economico dei suoi produttori, dobbiamo con urgenza sviluppare dei punti da portare all’attenzione mediatica per salvare il salvabile.

Altrimenti fra qualche anno vedremo solo film giovani, carini e omologati e tanti autori disoccupati. La rete del cinema indipendente si è riunita all’Apollo il 14 maggio. Ecco quello che penso io per essere concreti ed aggredire i nodi:

  1. Abolire il Reference System. Quel sistema di punteggio per i progetti presentati al Mibac (Ministero Beni e Attività Culturali) che favorisce il finanziamento dei film solo dei soliti noti, anche perché si considera l’aver vinto solo pochi festival importanti e non in tutti i festival che ci sono in Italia e nel Mondo creando una discriminazione “classista” tra festival di serie A e festival di serie B, festival di serie C e quelli di serie D (Dilettanti), registi di Serie A e registi di serie B o C1, C2. Idee di serie A ecc. Ecco che si crea una gerarchia burocratica della peggio specie. Il Reference System è nato dalla Riforma del 2004 attuata per mezzo di decreti ministeriali, sotto la spinta dei poteri forti del cinema, i senatori della pellicola che volevano che si rispettasse una gerachia della visibilità (chi è più noto, chi è meno noto, chi non è noto o visto per niente) questo in origine per sconfiggere la tendenza che il Ministero aveva di finanziare con grosse cifre perfetti sconosciuti, i quali non riuscivano ad incassare neanche una minima parte di ciò che era stato speso, perché a quell’epoca si finanziavano totalmente pochi progetti e chi più conoscenze politiche e di varia natura, aveva, più riusciva, a questo proposito un gruppo di produttori (chiamiamoli così) grazie a queste conoscenze senza rischiare niente sono riusciti a fare un sacco di soldi alla faccia del bicarbonato di sodio, si davano miliardi senza vedere le potenzialità distributive di un progetto, mentre tanti altri progetti magari migliori, rimanevano fuori. Invece di dare poco a tanti in maniera che i produttori dovessero trovare la differenza, davano tanto a pochi (i privilegiati) da farli diventare ricchi a spese della comunità.
  2. Creare un circuito distributivo a capitale misto (Stato e privati) che sia remunerativo per il cinema indipendente, i festival non fanno guadagnare un euro, puntando invece sulle mono sale del centro storico che quindi possono passare con ritardo al Digitale. Tanti si inventano circuiti alternativi ma sono solo espedienti di lancio del loro film, il problema è che un sacco di film indipendenti non vengono visti e così la Rai o Mediaset non li comprano e il produttore che ha anticipato anche grazie, in certi casi al finanziamento pubblico, si trova con le braghe di tela e rimane esposto con le banche, entra facilmente per piccoli importi, nella centrale rischi e non piglia più nessun anticipo neanche se si mette in ginocchio e si frusta la schiena. La loro valorizzazione può passare anche attraverso una agenzia pubbblicitaria, una rivista online fatta dagli autori e un interesse mediatico, presupposti oggi come oggi per poter creare una confezione decente per vendere un prodotto di questo tipo altrimenti, si creano confezioni di serie b) o di serie c) scartate anche pregiudizialmente dal pubblico. Una rivista fatta da filmakers (italiani) per loro, che funga anche da scambio di esperienze, di annunci ecc. coinvolgendo tutti gli autori di cortometraggi e di documentari diventa fondamentale se vogliamo valorizzare adeguatamente queste risorse creative togliendole da un certo isolamento. Si dovrebbe potenziare una rete insomma!
  3. E qui passiamo a un aspetto un po’ delicato che non piace (per niente) ai doppiatori e cioè la regolamentazione della distribuzione dei film Usa (della serie o mangiano solo loro o mangiamo anche noi). Lo scambio ineguale con il cinema Usa vige da tanti anni. Oggi per poter imporre (a differenza degli anni 60) un film in Usa ci vogliono parecchi capitali ancora prima che delle idee nuove. “Con Sorrentino e Garrone il nostro cinema arranca negli Usa” dice Pedro Armocida in un articolo del 29/03/2013 su IL GIORNALE. Il film di Garrone, Reality, ha incassato 18.000 dollari e 144.000 dollari per il film di Sorrentino girato in Usa. E diciamola sta verità: ci sono troppi film made in Usa (circa 300 nelle nostre sale in un anno- se non sbaglio) che non danno la possibilità ai nostri film di essere “circuitati almeno in Italia” con grave danno economico. Se non incassano in Italia dove vuoi che vadano, a parte rare eccezioni, perché oggi i film prodotti sono tanti e ogni Paese promuove i loro.
  4. Il Mibac assegni solo l’interesse culturale, il visto censura ecc., mentre delle commissioni dentro a macroregioni diano il contributo statale che si coniuga con quello regionale e sponsorizzazioni varie locali. Si creerebbero delle sinergie. Commissioni a gettone presenti ad es. a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Palermo, Bari formate da autori di cinema in stand by. Così si creerebbe uno spirito di concorrenzialità e la Commissione che lavora meglio (che giudica seriamente i progetti) emerge e quindi i produttori sarebbero incentivati a girare in quei territori. Questi finanziamenti diretti non devono superare la metà del budget, l’altra metà può essere procacciata dal produttore con i suoi giri finanziari, ma anche dalla Tax Credit esterna perché cmq sono sempre dei privati che vengono coinvolti. Se poi un circuito distributivo efficiente remunera questi capitali si creerebbe di fatto un circolo virtuoso per il cinema piu’ libero e impegnato socialmente.

 

 

1 – IL FORUM DEL CINEMA INDIPENDENTE

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

ll Forum del Cinema Indipendente che si è svolto il 14 maggio nello spazio dell’Apollo11 ha confermato molte delle aspettative che erano alla base dell’iniziativa. Più spazio al cinema dal basso.

Voci provenienti da vari settori e di diverse competenze sono riuscite a individuare e a confrontarsi sulle criticità del cinema italiano.

Giovani produttori e registi e operatori impegnati nello sviluppo dal basso dei loro progetti hanno misurato il loro malessere e le loro proposte con figure più navigate ed esperte che hanno condiviso molte delle istanze che erano oggetto del Forum.

Ne è scaturito un dibattito vivace e ricco di spunti, nel quale i docenti che condividono la piattaforma di proposte presentata da Rete Cinema e Territorio, hanno offerto il loro significativo contributo e hanno trasmesso l’importanza di inserire nei piani didattici anche l’insegnamento delle forme e del linguaggi provenienti dalla varie discipline.

Un elemento del tutto inedito in questo tipo di appuntamento soprattutto nel modo di approcciare la materia che riguarda la formazione del pubblico del futuro.
Com’era nella volontà degli organizzatori del Forum, il dibattito si è sviluppato non sulla base delle appartenenze alle sigle ma su quello più specifico delle proposte da porre sul tavolo comune del progetto culturale e imprenditoriale che riguarda il cinema.

Un’analisi ampia effettuata a “volo d’uccello” sui mali e sugli errori del passato ma soprattutto sui fattori di rilancio che vanno messi in azione.

Da questo punto di vista si è trattato di una tappa importante per dare vita a un organismo collegiale che deve servire a determinare i percorsi futuri all’interno delle relazioni tra le associazioni rappresentative e nel rapporto con le Istituzioni di riferimento.

L’auspicio e anche l’impegno che Roberto Perpignani ha definito come principale urgenza al termine dell’incontro è stato quello di prendere spunto dal modello adottato in questo Forum per comporre dei tavoli di lavoro, magari più strettamente tematici, in grado di far convergere progetti e proposte di riforma in un solido impianto condiviso.

C’è quindi da ritenere che nel breve periodo ci saranno ulteriori momenti di incontro e di elaborazione, nel segno, ci si augura, di un’intesa concreta e proficua tra tutti i soggetti che concorreranno al recupero di una dimensione più efficace e influente del nostro cinema in Italia e all’Estero.
Ci auguriamo infine che la vigorosa richiesta di maggiore collegialità e di nuovi metodi di confronto, più aperti e democratici, venga recepita anche da quelle entità che, come l’ANICA, hanno preferito disertare l’appuntamento.

Nei piani alti si ritiene ancora, ma è solo un’ipotesi, che la cultura verticistica, separata dalle reali dinamiche della società, possa ancora garantire canali privilegiati e mantenimento di un medievale dominio che tuttavia appare sempre più evanescente e autodistruttivo.
Una classe dirigente che si arrocca per tentare di proteggersi finisce col far crollare la torre per colpa del peso e dell’inerzia.
Uscire dai castelli e comunicare con gli altri è la ricetta più valida per tornare a crescere, a patto che questa crescita non riguardi soltanto i pochi, soliti eletti.

Forum Cinema Indipente

Sono Intervenuti al Forum (nell’ordine):
Viviana Girani (MOVEM – Presidi culturali), Elio Materazzo (MOVEM), Giorgio Valente (Il Labirinto), Raffaele Rivieccio (Formatore), Maurizio Molisani (Docente – Liceo Scientifico T. Gullace), Paola Populin (Produttrice), Michele Diomà (Prod. Indip.), Sebastian Maulucci (Regista), Renzo Rossellini (Produttore), Giorgiana Sabatini (Visioni Fuori Raccordo), Max Amato (Regista), Umberto Carretti (SLC-CGIL), Angelo Zaccone Teodosi (Pres. IsiCult), Claudio Gentile (Ogni Maledetta Domenica-RadioCittàAperta), Franco Montini (Giornalista, Pres. SNCCI), Michele Conforti (Regista, Pres. RTA), Alessandra Guarino (Docente CSC), Annamaria De Luca (Dirigente scolastico), Michele Pellegrini (100Autori), Roberto Perpignani (Montatore, Pres. FIDAC)

Guarda la sintesi degli interventi:

Parte 1

https://www.youtube.com/watch?v=wNlzIucrJ7k

Parte 2

https://www.youtube.com/watch?v=JnXi6jFr96Q

Parte 3

https://www.youtube.com/watch?v=W0YHnkI1rP0

uff. stampa

a cura di ginacarlo sartoretto

forum forum forum forum forum forum forum

3 – EQUITALIA E’ QUI…NOO!

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Che bello pagare le tasse! E’ un modo per evitare anche Equitalia, ma quella non la eviterai mai se le paghi perché c’è sempre qualcosa che dimentichi di pagare in meno e lei te lo ricorda.

Qualcuno si ricorda questa affermazione di TPS  Tommaso Padoa Schioppa ministro di Prodi e purtroppo deceduto qualche tempo fa. Pace all’anima sua.

Un commento che ha suscitato scalpore in un Paese notoriamente di furbi come quello italiano. Tant’è che la gente ha avuto una reazione istericamente contraria:

-Ma pagale te!

Berlusconi il portavoce dei paraculi ci ha fatto pure una campagna politica contro, la chiamava la rivolta fiscale, e i commercialisti senz’anima ricevono fior di quattrini (costano più loro che le tasse da pagare) per eludere l’imposizione fiscale e non cadere nelle tante trappole della complicazione fiscale. Imposizione significa imposta, che non è il luogo fisico dove si va a pagare, ma qualcosa a cui non si può sfuggire. Tommaso Padoa Schioppa voleva provocare? Aprire una breccia sul fronte della scaltrezza italica? Probabilmente non voleva più essere il ragioniere di Prodi, era la seconda sparata mediatica in due giorni dopo quella dei bamboccioni, segno di un bisogno di autoreferenzialità.

Tutti indistintamente, ricchi e poveri, sono incazzati quando devono pagare le tasse anche se ci fosse uno stato etico che attrae tutte le energie vitali di un popolo, perché i soldi sono destinati secondo loro, ai parassiti politicanti e loro seguaci dalla faccia di tolla che rubano soldi allo Stato senza ritegno: lavori pubblici falsamente necessari, sprechi a iosa per crearsi la propria clientela o addirittura ai mafiosi con gli appalti.

Il pagamento di tasse e imposte ha un terminale statale che si chiama Equitalia, la parte più avanzata dell’Ufficio delle Entrate, è un’organizzazione il cui scopo è garantire (se ci pensiamo bene) le risorse ai politici che devono spadroneggiare nella penisola con le loro auto blu. Ma è così, no è peggio, ed Equitalia diventa agli occhi degli Italiani un mostro che divora con le sue fauci enormi tutto ciò che proviene dal mondo produttivo.

Liberiamoci di Equitalia prima che lei si liberi di noi.

E’ la quinta notifica di Equitalia che ricevo nel 2013 (una al mese) per un giorno di ritado nei versamenti irpef 2007, per un pagamento F24 2006, risultato leggermente insufficiente, per una multa del 2004 non notificata e questo capita se cambi casa o se sei in affitto e cambi qualche indirizzo: e alla fine una innocua multa per aver superato di 10 km/h i limiti di velocità, si tramuta nel tempo in un mostro pieno di notificazioni, sovraprezzi, ed indirizzi passati di multe prese a mia insaputa . E poi ancora cartelle pazze per pagamenti già onorati. Potrò godere di una bella giornata di sole passeggiando nella luce del mattino senza che una triste figura in motorino o in macchina (ambasciator non porta pena) ti dica laconicamente: ho qualcosa per lei da farle firmare. Mai un pacco dono. Ma un pacco si, anzi una busta verde con su scritto Equitalia. La giornata è rovinata, dalla tranquillità passo all’arrabbiatura e quindi al furore, mi immagino che vado lì e spacco tutto e invece poi mi viene una sorta di rassegnazione con riduzione di energia: soffro come se avessi preso una pugnalata. Una pugnalata al mese

 

 

 

1 – I COCCI NEL CINEMA

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

 

I COCCI (COMMISSIONE CULTURA COMUNISTI ITALIANI) INTRODUZIONE AL DISCORSO SULLA PRODUZIONE INDIPENDENTE

 

Questo era un documento del ’99 che un gruppo di autori cinematografici, tra cui il sottoscritto, avevano cercato di portare all’attenzione della Commissione Cultura del Parlamento per il tramite del PDCI, ma l’operazione non e’ riuscita, i problemi sono sempre gli stessi, le varie associazioni degli autori in questi anni non hanno fatto un beneamato cavolo, sono state fallimentari e la situazione è notevolmente peggiorata, molti autori indipendenti hanno dovuto chiudere la loro piccola società o si trovano in difficoltà col credito bancario, perchè la politica di settore non deve essere dominata dall’inciucio e dal mefitico gioco delle parti. Il cinema indipedente in cocci.

cocci cocci cocci cocci cocci

 

Sono anni e anni, dal dopo guerra che viviamo e sopportiamo la colonizzazione americana, ed oggi più che mai con la globalizzazione imperante la cultura americana fa da padrona. Eppure non vogliamo solo schierarci contro, sarebbe troppo facile.

Vogliamo invece chiederci e chiedervi perché l’Italia di fine millennio vive in ogni campo culturale, ormai solo sul passato?

Sarà vero che non ci sono più talenti e pensatori? Se non qualche raro esempio emerso più per caso fortuito o meno che sia.

Proprio in questi giorni si è svolta la Fiera del libro, ma a parte i classici e sempre quei rari casi, chi viene oggi pubblicato deve aver almeno ucciso la moglie, evirato l’amante o essere l’amante del presidente, così la casa editrice calcola in base alle apparizioni televisive del neo-scrittore quanti libri venderà.

Oggi viviamo nella società dello spettacolo, si giustifica l’operazione, altrimenti non si vende. Nessuno obbietta che l’immagine si crea, ed è tempo che lo si faccia sui contenuti sfatando l’ormai convinzione di massa che chi appare nei media, sia anche il migliore e perciò in grado di fare e dire il meglio in ogni campo.

Il dato più preoccupante è che la cultura del prodotto come ideologia omologante del mercato ha portato a trasformare gli artisti e gli intellettuali in uomini e donne in carriera sconvolgendo la regola fondamentale che entrambi hanno ragione di esistere se hanno ancora qualcosa di vivo da dire.

Assistiamo ad un progressivo impoverimento culturale dove una classe trasversale domina tutti i campi del sapere e dell’arte e si difende con tutte le proprie forze o meglio subdole alleanze dagli attacchi di possibili nuovi talenti.

Talenti che si possono trovare su scritti inediti, in piccoli teatri, su Cd fuori dal mercato e in sceneggiature che mai nessuno produrrà. E vogliamo proprio arrivare là, alla produzione indipendente.

COCCI Commissione Cultura Comunisti Italiani

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo XII°

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’HOMO DEMOCRISTIANUS – Oggi il mercato della politica cresce vorticosamente all’interno della complessità del sociale, costituisce un luogo con propri tracciati obbligatori da frequentare quasi per necessità, ma ricolmo anche di contorsionismi che rischiano di risucchiare gli ultimi fremiti di libertà, gli ultimi aneliti di semplicità dentro a dei labirinti sempre più disorientanti e dispersivi.

La stessa organizzazione sociale richiede da parte dei cittadini una capacità considerevole di capire e di differenziare i fenomeni anche per la persistenza e la molteplicità di più ruoli che gli stessi cittadini sono costretti ad assumere, pur trovandosi in concomitanza di una riduzione di complessità derivata dai fattori omologatori che percorrono interi comportamenti diffusi.

Lo stato d’altra parte nella sua organizzazione burocratica diventa vieppiù labirintico, tortuoso nei suoi percorsi accidentati che la gente deve seguire, anche se afferma quotidianamente di voler semplificare le procedure.

Ma il labirinto fa parte dell’architettura sociale creata dall’homo democristianus: più lui cerca di fare il furbo usando scorciatoie, piegando traiettorie rettilinee per i suoi contorti scopi che solo per gli altri sono indecifrabili, più dietro di sè deve seminare depistaggi che generano altri intrecci e questo per confondere e rimestare le acque torbide e nella confusione attuare meglio i suoi scopi, far passare i suoi progetti, ottenere vantaggi per sè e i suoi protetti.

Ecco che allora in cambio del voto lui crea stretti interstizi attraverso i quali far passare i suoi clienti che così camminano più speditamente senza il pericolo della fila e dei posti esauriti, per effetto di queste e di altre facilitazioni l’homo democristianus si diffonde come la gramigna, si amplifica, col passa parola e quando alza la voce non lo fa per rivendicare diritti, ma per inscenare un coro di lai che smette subito tra strizzatine d’occhi appena riceve l’obolo.

Si guarda soddisfatto attorniato dai suoi accoliti che si rimettono a piangere raccogliendo la commozione pubblica rappresentata da un caporete e intanto intascano la solidarietà interessata, si intrattengono tra di loro sottovoce per meglio sfruttare qualche vantaggio, socializzano il loro falso dolore, si rivolgono al pubblico sollecitando la loro compassione, ma appena qualcuno si gira per andarsene gli rubano il portafoglio o cercano di farlo inciampare perché nella confusione possono toglierglielo meglio. Si servono di macchinazioni, piccoli imbrogli, raggiri, in quell’arte di arrangiarsi per tirare a vivere come se fossimo in una guerra perenne.

Usando la distorsione nella legge, nelle regole sociali, si vive la norma non come una prescrizione che ordina, ma come un insieme di parole che hanno un significato “alterabile”. Invece di agire speditamente con una certa prevedibilità dettata dalla norma, l’homo democristianus agisce con tutta una serie di altri codici: “come cercare di non pagare un debito” chiede Strepsiade al filosofo Socrate, “insegnami i sofismi per eludere il dovere”. (Aristofane, Le Nuvole).

Il pensiero non deve servire per elevarsi nello spirito, ma essere piuttosto un marchingegno per sottrarsi ad un impegno. La macchinazione è una concentrazione di pensiero “obliquo” che investe le leggi e le psicologie delle persone ad opera di un attore – colui che compie l’intrigo – da solo o con l’aiuto di altri, finalizzato alla produzione di un vantaggio, più spesso uno svantaggio all’avversario o rivale; viene molto usato anche in politica e l’homo democristianus ne è uno specialista, perché ci prova piacere, come modo per occupare la sua mente, tenerla desta e attiva usando ogni tipo di perfidia che sfida il demoniaco, instillando nella vittima grossi e a volte fatali turbamenti. A chi non viene in mente la cattiveria di Jago?

La truffa è un addentellato delle macchinazioni e sfrutta l’ingenuità, la credulità, più spesso uno stato di necessità. Il truffatore si presenta con un’aria di perbenismo e quindi fa colpo indossando vestiti eleganti che denotano una condizione di superiorità economica, ma anche di classe, ci sono poi attori più mediocri dai vestiti andanti che fanno breccia per una certa spontaneità comunicativa e “amicizia”, ma non devono avere una faccia troppo segnata che li tradirebbe.

Entrambi dimostrano attenzione psicologica, freddezza dissimulata, abilità comunicativa capace di misurare ogni attimo della situazione controllandone tutte le sue pieghe e risvolti fino a quando la vittima designata è indotta a fidarsi colpita dalla dabbenaggine e dalla cortesia esibita da persone di buoni principi “morali”: “sempre più rare da trovarsi al giorno d’oggi” e difatti non lo sono e lo scopriranno con un senso di pena e disagio per essere stati gabbati da una facile messinscena.

Per chi è abituato al fasullo sfugge al vero. Il truffatore gioca sul falso-vero rendendolo “autentico”, è allenato ad approfittarne di ogni situazione, sfrutta stati d’animo altrui col massimo distacco controllando la propria emotività che potrebbe tradirlo, riesce ad entrare nelle grazie delle persone usando i trucchi del mestiere e approfittando delle mancanze sentimentali, emotive prepara il mangime fino a quando il pollo becca e abbocca e se a volte il gioco si fa duro diventa “durone” incallito, fino a quando la trappola scatta e il fessacchiotto entra nella gabbia come un topo affamato.

Anche in politica l’intrigo ha un alto indice di gradimento, si trova soprattutto nel bisogno di carrierismo, nei servizi segreti come modus operandi talmente sottile da sembrare un gioco di specchi che si rifrangono in scintillii talmente veloci da non riuscire a fissarli con gli occhi, e quando l’immagine comincia ad essere chiara si raccolgono i cocci di una frantumazione subita.

Il dossier è lo strumento principe per squalificare un rivale o per ricattare un avversario, si indaga nella vita privata di chi si vuol colpire trovando sempre qualche lato debole. Più i documenti costituiscono prove, più si inchioda l’avversario, ci si può basare anche su illazioni che però non hanno lo stesso potere o su persone che possono testimoniare inventandosi qualcosa di più di ciò che è successo, ma naturalmente dovranno essere “lavorate” e adeguatamente unte.

Più spesso il dossier serve semplicemente a rendere espliciti tutta una serie di fatti realmente avvenuti e quindi oggettivi che riguardano un uomo di potere il quale ha interesse a rimuoverli e nasconderli. La compilazione di dossier in proprio può diventare perfino una attività lucrosa se uno ha la mania della ricerca negli archivi, perché l’uomo potente ha interesse a comprarli per non avere un danno d’immagine, ma se la “roba” scotta, la situazione si può complicare fino al punto che qualche volta il dossier sparisce insieme a chi l’ha compilato e ciò accade quando si scoprono magagne pericolose che indeboliscono il personaggio pubblico, anche se il dossier viene facilmente fotocopiato e nascosto in una cassetta di sicurezza, tanto da scatenare ricerche spasmodiche da parte degli interessati o dagli inquirenti come capita in parecchi film.

Chi poi è arrivato al potere tramite grossi traffici è più facilmente ricattabile, perché i molti vantaggi che ha acquisito non sono mai di pubblico dominio.

Ma un dossier può semplicemente mettere in evidenza cariche di potere, ovvero conflitti di interesse palesi in capo ad una unica persona, tenuti nascosti e allora è sufficiente che il documento diventi fonte d’informazione per una testata giornalistica disposta a pagare o che lo riceve in maniera anonima.

In entrambi i casi può scatenarsi una tempesta o peggio un ciclone che si abbatte sull’uomo politico, a meno che questi, attraverso la sua rete di informatori riesca a saperlo per tempo e cerchi di neutralizzarlo mettendosi d’accordo ovvero far sparire il giornalista. Il mercato dei ricatti è florido e circola in tutti i poteri, ma soprattutto è molto quotato in politica. Per ottenere qualcosa bisogna usare il linguaggio trasversale del ricatto; si dice e non si dice, si minaccia velatamente, si avverte discretamente, allora il gioco si fa duro, i piedi si appesantiscono, il corpo si irrigidisce, la tensione sale, alla fine lo stress consuma ma qualcuno paga e qualcuno altro indaga.

Il dossier diventa uno strumento di pressione, il suo artefice può giocare su più staffe, diventare infido, magari la stessa informazione la cede a più persone o magari non restituisce i documenti completi, archivia in proprio altre prove documentali, per tessere i fili d’un gioco che ritorna a farsi duro e qualcuno ci rimette le penne, quando ritorna tutto trafelato e stressato alla macchina la trova in panne, cerca di metterla in moto, ci riprova ancora e quella salta in aria.

Contro il dossier si redigono delle memorie difensive, soprattutto se c’è un attacco di stampa o un’azione giudiziaria.

Quindi l’uomo politico dai grandi traffici cerca di neutralizzare possibili documenti compromettenti in mano ad estranei di cui venga a conoscenza con accordi anche molto costosi quando si trovi di fronte ad un potente che li possiede. Glielo fa intendere attraverso un linguaggio allusivo e velato se chi detiene i documenti si trovi in posizione d’inferiorità, non c’è però una garanzia assoluta che tutte le carte siano in quel dossier e onde evitare strascichi o spiacevoli incidenti il dossierista debole farebbe meglio invece di ricattare direttamente l’uomo potente a diventare una fonte non citabile del giornalista chiedendo in ambio un lauto compenso, in questo caso dovrà usare una strategia: avvicina il giornalista interessato senza insospettirlo di un possibile doppio gioco per cui questi può diventare uno strumento inconsapevole di una manovra che non conosce, un altro pericolo è derivato dal fatto che il giornalista sia nel libro paga dell’uomo potente, mentre proporlo direttamente all’uomo potente può diventare un gioco molto pericoloso se non si hanno le spalle coperte, soprattutto se sono coinvolte mafie internazionali che hanno sicari al loro servizio o gli stessi servizi segreti.

Chi non ha niente da temere dal dossier e non fa niente per neutralizzarlo si trova comunque in una situazione di incertezza, alla mercé di qualcuno prima che possa eventualmente difendersi e discolparsi, anche perché non può redigere un memoriale preventivo basandosi sulle chiacchiere o sulla fuga di notizie. Homo democristianus.

 

 

1 – QUOTE CINEMA E’ CHE…BISOGNEREBBE CHE CI FOSSE IL CHE

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

E CHE…BISOGNEREBBE CHE CI FOSSE IL CHE – Quote cinema anche per gli indipendenti

Purtroppo il cinema è un mondo a sé, chiuso, difficilmente addomesticabile a un principio di giustizia, di equità, di meritocrazia: “siccome c’è già chi fa dei film che incassano non ci interessa allargare il nostro orizzonte, siccome ci sono già dei bravi amici produttori perché dovrei cercare dei progetti cinematografici fuori dai gruppi di potere consolidati – ti dicono – che provengono dalla periferia?”

Le quote cinema vanno di fatto e di diritto agli indipendenti, ti dicono i nostri grandi amici GROSSI PRODUTTORI: MA NOI POTERI FORTI SIAMO GLI INDIPENDENTI, T’E’ CAPI’ e anche le TV ribadiscono: “quelli che conosciamo noi, i più noti, che ci possano garantire…dei giri, per gli altri nisba, e chi sono, cosa vogliono, magari i loro film fanno cagare… io gli affari li faccio con i noti, c’è il rispetto della gerarchia e che adesso diamo opportunità a tutti e che siamo noi… un istituto disinteressato quasi di beneficenza?. E che …cazzo volete! …e che! E che ca!..E che…E CHI (salute!) e che, il che” E girano intorno con le imprecazioni, il cerchio è magico e voi non ci entrate neanche se ballate l’hully gully, che da piccolo chiamavo galli-galli, neanche se arrivassero i Watussi a ficcare una lancia in c… in resta a chi quelle quote se le vuol mangiare da solo o in un piccolo gruppo ristretto. E cosi non ci resteranno neanche le quoticine…e che…se arrivasse il Che!…

 

1 – IL CONVEGNO DI BOX OFFICE/2

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Seconda parte convegno di box office

E passiamo all’intervento di Sergio Castellitto autore e attore cinematografico che parla subito di tragicità della crisi che investe la psiche collettiva, l’artista deve essere ottimista (di sinistra) e qui riprende un po’ l’intervento di Barbagallo e prosegue parlando della centralità della scrittura per il cinema, riprendendo l’intervento di Letta, di fronte a tanta velleità pseudo autoriale dove si manifesta spesso una finta profondità, mentre è cambiato il modo di usufruire il cinema da parte dei giovani (suo figlio non trova mai qualcuno con cui andare al cinema) e anche i giovani oggi vedono meno la sala, fanno più difficoltà a recarsi …rumori di disapprovazione in platea (sono tutti esercenti), dall’altra parte bisogna dire quel che succede non quello che si vorrebbe non succedesse, e poi fa un cenno anche al peggioramento della critica cinematografica della rete, stronca con facilità, parla male per vezzo intellettuale, una critica che stronca non ha ragione d’essere.

E’ il turno di Bonifacci uno sceneggiatore di successo, finalmente la scrittura ritorna al centro perché da lei dipende tutta la struttura del film, certo si può sempre trovare un regista che la rovina(aggiungo io), mentre la nostra commedia di successo è ancora troppo legata a personaggi comici televisivi, la commedia dovrebbe essere più di attore lo interrompe Castellitto citando Alberto Sordi e lo stesso Bonifacci ribadisce che la stessa commedia può trattare seppur con leggerezza e in chiave sentimentale importanti problemi sociali, che possono fare scattare aggiungo io, il rispecchiamento degli spettatori che fa ridere ma anche riflettere, invece la commedia italiana è più dominata dai comici. C’è il pericolo della omologazione delle sceneggiature, di fare film di pancia, bisogna trovare altre soluzioni fuori e oltre la commedia comica e questo può essere una criticità il punto debole, la tendenza a ripetersi creando una rigidità di scrittura e sappiamo anche che non tutti i personaggi comici della tv piacciono al cinema e cmq quelli affermati fanno un film ogni due anni e invece dovrebbero farne di più (con il rischio di fare flop), d’altra parte basta vedere la quantità di film che ha fatto Alberto Sordi. Dovrebbero mescolarsi più tra di loro, (i comici di successo) invece ognuno tende a fare la sua regia. Che poi tutto sommato – diciamolo – la regia del comico è piuttosto modesta.

Cosa dice Brizzi, anche lui invitato a parlare sul cinema di oggi, intanto accende il malcontento della sala, secondo lui il cinema sarà sempre meno di sala e più casalingo, forse la sala può recuperare se diventa interattiva, insomma dice quello che sente, e non dissente da quello che dice alla prima critica contraria e conferma che i giovani della sala se ne fregano, e noi che ci stiamo a fare, rispondono dalla platea, non è colpa mia io andrei al cinema ogni giorno, ogni ora, però tant’è, si ma non va bene così, non ci crei un’immagine per le sale, (dicono gli esercenti) io preferisco una sala per le immagini (ribadisce Brizzi) ma se non c’è mi arrangio anche a casa mia, si sa però che la casa è talvolta un luogo di depressione e difatti sono molti i giovani che ci cadono dentro, anche con il ritorno della violenza come conseguenza. Le serie televisive americane oggi sono più innovative dello stesso cinema Usa che va avanti con personaggi ed eroi ormai datati mentre critica la tv italiana la cui fiction è rimasta agli scheRmi degli anni 50. Il futuro sembra essere ancorato al connubio tv e internet, bisogna riconvertire l’arte ai nuovi media, ci può essere spazio oggi per la tv di alto livello e per un cinema con idee basato sui prototipi.

E infine Ambra Angiolini, la sala può essere archeologia e il cinema senza idee, la cosa peggiore è la prevedibilità, oggi si sono ristretti i tempi del divertimento domina il centro commerciale e un pubblico sempre più condizionato dalla mancanza di tempo che cerca il film meno impegnato e dove invece il piccolo film è isolato rispetto ad un tempo, questo tipo di società è responsabile di un certo gusto, io dal conto mio – prosegue l’attrice – devo ringraziare la tv che mi ha dato popolarità e quindi può essere una spinta importante, la gente si affida a cose semplici avendo poco tempo, come dire che se ci fosse una società comunista dove si lavora meno, la gente potrebbe andare a teatro e al cinema già di mattina e quindi ci sarebbe più spazio per un cinema intellettuale, ma il ritmo produttivo di questo sistema capitalistico crea solo cinema di superficie, però il cinema americano si discosta da questa analisi.

 

 

 

1 – IL CONVEGNO DI BOX OFFICE

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Il moderatore era il direttore di Box Office, Autieri che faceva domande standard agli ospiti: il punto di forza, il punto di debolezza e una proposta per il cinema italiano .

E’ intervenuto Paolo Del Brocco di Rai Cinema il quale citando I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO ha detto che su 130 film italiani prodotti solo 28 hanno superato il milione di euro di incasso, tutti gli altri stanno molto indietro e una buona parte non supera neanche i centomila euro, siamo alle solite, aggiungo io, il mercato può assorbire solo un 25% di prodotto filmico, per cui se applichiamo il principio neoliberista tutte le altre pellicole non dovrebbero essere prodotte, però grazie al principio keynesiano dell’economia che vuole mantenere la piena occupazione del settore anche con la domanda pubblica, si fanno altri 90 film a rischio di fallimento economico con registi a rischio di non riuscire a fare un secondo film.

Paolo del Brocco ha parlato della mission della Rai che svolge anche una funzione pubblica, quindi oltre alle solite commedie che possono andare bene per far cassa, la Rai è aperta ad altri tipi di commedie e al cinema d’autore, anche di opere prime se si crede che l’autore possa avere talento. Ragazzi delle opere prime andate tutti da Del Brocco a proporre il vostro progetto, lui vi dirà se avete talento o no.

La Pirateria è sempre più devastante e secondo Del Brocco il pirata-tipo ha all’incirca 37 anni e proviene dal nord,  (ma Del Brocco che cavolo di bruxxelles dici ) ci sono dati che affermano  invece che è più diffusa al centro-sud soprattutto negli uffici pubblici e nei ministeri in cui c’è Internet, tant’è vero che sono piratati soprattutto i cartoni animati; poi l’amico nostro parla di un prelievo di scopo per un consumo illegale di cinema senza specificare oltre, com’è il meccanismo, chi sono i beneficiari. In Italia attualmente di commercialmente rilevante c’è la commedia media che però sta perdendo colpi al botteghino, invece bisogna allargare la base produttiva, più volume di investimenti anche se i film non incassano per evitare l’impatto negativo sull’occupazione.

La parola passa a Letta (un cognome impegnativo) Amministratore Delegato di Medusa che conferma la crisi di produzione anche se si è proceduto a qualche innesto esclusivamente italiano, principalmente incentrato sulle commedie non tralasciando il cinema d’autore. Secondo Letta si fanno troppi film (a basso costo) disperdendo energie e risorse che vuol dire in altri termini, lasciateci fare a noi il cinema, (però si sa- dico io- che le aspirazioni umane non possono essere racchiuse in un mercato e quindi ci sarà sempre chi farà un film, anche con poche speranze di essere distribuito).

La Pirateria è una tragedia pubblica, continua Letta, bisogna mobilitarsi, lo Stato è danneggiato da una perdita di gettito fiscale mentre blocca i rimborso dovuti alle imprese cinematografiche, il punto di debolezza è la scarsa esportabilità del film italiano,il punto di forza invece è quello della centralità della sala, c’è una sintonia col pubblico seppure a corrente alternata. Bisogna puntare assolutamente sulla scrittura come si fa in Usa, la sceneggiatura deve essere maturata al punto giusto, il film in Tv è ancora forte, ma dobbiamo guardare all’estero, confrontarci, mettiamoci insieme e facciamo (riprendendo i due Letta politici, aggiungo io) eine grosse koalition contro la Pirateria che i soldi ci porta via.

E passiamo a Barbagallo: non ci sono così tante carenze creative nel cinema italiano perché tutto sommato l’ offerta è diversificata, la debolezza però è riconducibile alla mancanza di risorse, metà dei film costano meno di 800 mila euro, possono essere belli e tecnicamente perfetti, riferendosi alla recente polemica dei piccoli produttori indipendenti che hanno rivendicato l’assioma di piccolo è bello, però non esistono industrialmente e quindi non valgono nulla (in sostanza). Insomma ha confermato che ci sono film che hanno il dna della sfiga incorporato e che non potranno mai essere distribuiti pur essendo di valore, con buona pace di chi li fa. Neanche a lui è venuto in mente che ci potrebbe essere un circuito distributivo centrato sulle sale di città e su quelle appoggiate ai cineclub. Purtroppo, dice il nostro Angelo, c’è una situazione depressiva a livello psicologico per cui la gente non esce più di casa, il cinema ha successo quando si è cittadini attivi, manca poi una politica culturale, c’è l’analfabetismo funzionale o iconico dei giovani (iconico è il termine di Gianni Canova sulla rivista 8 ½) poi per i film diversi dalla commedia le Tv pagano poco (si riferisce al diritto di antenna) conferma quindi, in questa anticamera del suicidio, che la cinematografia italiana naviga sulla nota di max 30 titoli se non ci fosse il FUS, che appartiene al principio keynesiano della economia aggiunta, e che fa fare tanti altri film, il problema però è che siano visti e adeguatamente valorizzanti. Si prosegue domani con gli interventi autorial- artistici di Castellitto, Brizzi, Bonifacci, Angiolini.

CINEMA MODERNO ROMA

6 maggio 2013

 

 

2 – LA CULTURA E I MERCENATI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Un neoliberismo culturale. La Cultura non sempre è una merce e la merce non è mai cultura se non una cultura di consumo e quindi un sottoconsumo di cultura. Chi sono i mercenati cosa c’entrano con la cultura?

Vorrei fare alcune riflessioni su un articolo comparso sulla rivista 81/2 dal titolo “Azzeriamo i fondi pubblici per far rinascere la cultura”.

Messa così ha tutta l’aria di una fregatura insieme all’errato pregiudizio dei finanziamenti a pioggia.

In Italia i finanziamenti a progetto (vedendo e analizzando seriamente il progetto) non sono mai avvenuti per meritocrazia ma solo per conoscenze e influenze politiche e questo è sempre successo e sta succedendo in tutte le istituzioni (la Rai, il Mibac, i Comuni, gli assessori alla in-cultura) qualcuno cinicamente ha affermato che se va al potere il M5S, bisognerà raccomandarsi a loro, (cinismo un po’ rozzo e qualunquista perché nega qualsiasi cambiamento), cmq c’è sempre chi decide in base ad una tessera di partito, basta leggere l’intervista sul Fatto Quotidiano (14 aprile 2013)al produttore Donald Ronvand e i commenti successivi e questo succede in Italia dove il produttore deve essere capace di intrallazzi, tant’è che si possono costruire con la politica produttori da un giorno all’altro, se tu conosci ottieni, altrimenti sono – come si dice con un francesismo – cazzi amari, e i partiti ancora oggi la fanno da padroni e padrini, padreterni e tu se non ti adegui sei fuori, il problema però si ripresenta perché sussiste una gerarchia di raccomandazioni e ci sono quelle che valgono (quelle di vero potere che a volte è nascosto) e quelle di persone che stanno nei pressi delle stanze del potere, ma fanno da scendiletto a quelli che valgono, a volte capirlo diventa impresa improba, perché nel mezzo ci sono strani personaggi, mediatori, facilitatori, PER LA MAGGIOR PARTE MILLANTATORI, così se uno è un po’ sprovveduto può scucire qualcosa che non fa mai male.

Quindi – da un certo punto di vista – azzerare i fondi pubblici, si legge, è come azzerare i partiti politici, spuntare la loro arma di offesa di massa e fare in maniera che non passino i progetti dei loro protetti e fin qui siamo d’accordo, però si rischia di buttare con l’acqua sporca (che è legittimo)anche il bambino e alla fine siccome tutto passa per la politica è meglio non fare niente, ma affidarsi agli sponsor privati, i quali lo fanno per immagine, per la loro immagine, non certo per la cultura in sé, non sono come si dice mecenati ma “mercenati”, nati cioè col pallino della merce, della loro merce.

La cultura per sua natura non sempre è una merce e non si riduce a valore di scambio e quindi verrebbe paralizzata una buona parte della sua espressività con notevole impoverimento della società: vogliamo parlare del valore d’uso della cultura che confligge cn il valore di scambio e parliamone! Quel valore d’uso ha una natura collettiva, come bene pubblico che non sempre si presta alla valorizzazione dei mercenati e perché deve morire è come se morisse una parte di società

 

3 – YOU TUBE, YOU LADER!

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

RIPORTO UN ARTICOLO NON COMPLETO DI “ITALIA OGGI”  molto interessante per quanto riguarda il problema della pirateria, per far capire come la tecnologia in se genera pirateria diffusa e quando ci sono un sacco di film gratis nella rete è difficile che qualcuno paghi e per bonificare la rete bisogna distruggere Internet. You tube o google potreste essere anche voi dei ladri, you tube you lader, il dibattito è aperto.

LUIGI De Laurentiis, IL FIGLIO DI AURELIO IL  PRODUTTORE, afferma che è possibile accordarsi cn You Tube per salvaguardare i diritti d’autore sui film, anche spezzoni e clip superiori ai 5 minuti e potrà monetizzare ogni volta che il film, la clip o la scena viene cliccata. You tube – e qui parliamo tecnocratese e quindi senza capire – tramite un proprio algoritmo avendo il film originale intero (che il produttore deve fornire) potrà bannare eventuali user che inseriscono – sti paraculi – un minutaggio superiore a quello deciso dal produttore (di solito 5 minuti). Insomma il copyright verrebbe tutelato e quindi è necessario collaborare con You Tube e far valere i propri diritti in rete.

Red Cinematore, una rivista online di cinema afferma  che è finita la pacchia, o meglio per i film che “girano” gratuitamente e nessun produttore si fa sentire (magari deceduto o film vecchio, senza diritti) continua come prima, se invece il produttore si accorge che il film è su You tube può intervenire per essere pagato in base alla quantità cliccata.

Vediamo lo stato del problema in Usa

Il portale non è responsabile dei video caricati dagli utenti

Diritti d’ autore , YouTube vince ancora su Viacom

YouTube batte Viacom 2-0. La corte federale americana ha respinto la causa in appello intentata al portale di

condivisione video di Google dall’azienda delle tlc. Il motivo del contendere,già nel 2007, quando Viacom

aveva intrapreso le vie legali, era la violazione dei diritti d’autore per i video caricati sul portale dagli utenti,

quando la società non era ancora parte di Google. La sentenza del 2010, secondo cui YouTube non poteva

essere colpevole semplicemente per aver avuto «generica consapevolezza» delle violazioni e perché non si

riteneva ci fosse un obbligo specifico di vigilanza, è stata dunque confermata in appello tre anni dopo.il Congresso

ha efficacemente bilanciato l’interesse pubblico per la libertà di espressione con i diritti dei detentori di copyright».

Il Dcma è la legge antipirateria federale, che limita la responsabilità dei provider purché

non ci sia dolo, dal quale YouTube è tutelato». In pratica, ai provider è garantito il cosiddetto «safe harbor»,

l’impossibilità di essere perseguiti se al momento in cui vengono a conoscenza della presenza di contenuti pirata

sui propri siti si adoperano per eliminarli. Di fatto, perché si sia certi che un provider sia a conoscenza del

materiale è necessario che il titolare dei diritti gli faccia una segnalazione. Viacom, però non si è data per

vinta. «Questa decisione ignora l’opinione dell’Alta corte», ha detto un portavoce dell’azienda, «e non tiene

in alcuna considerazione i diritti degli artisti. Una giuria dovrebbe soppesare i fatti e rendersi conto

dell’evidenza che YouTube ha volontariamente infranto i nostri diritti».In sostanza Viacom ricorrerà

ancora in appello contro questa decisione, forte anche del fatto che l’anno scorso la Corte d’appello

di New York aveva affermato che il safe harbor garantito dal Dmca protegge le società online come YouTube

nel momento in cui eliminano i contenuti incriminati dopo la segnalazione, il problema è se YouTube fosse

o meno anche prima a conoscenza dell’esistenza di questi video sul proprio sito e quindi responsabile

comunque della violazione.La disputa sui diritti d’autore non è materia solo statunitense:

anche Mediaset in Italia ha presentato ricorso contro YouTube, con una causa ancora in corso ma che in

via cautelare ha visto la vittoria del Biscione. In Spagna, la controllata Telecinco ha invece perso la causa