1 – LA SACHER FILM CHIUDE/2

Secondo Pedro Armocida (Il Giornale) è un tipo di cinema quello distribuito dalla Sacher Film, che non sopporta il mercato o forse un mercato che non sopporta un certo cinema, “chiuso” ormai dalle 7 Sorelle Usa e dai 2 circuiti italiani.

Insomma se il prodotto attira poca attenzione bisognerebbe fare uno sforzo promozionale, ma il rischio è che si spenda e non si incassi.

Il problema è che si ridisegnano una mappa di sale sempre più periferiche il cui pubblico esige contenuti spettacolari mentre quelle del Centro Storico secondo l’articolista potrebbero attrarre film “d’essai”. Ma non è così perché anche in centro storico si tende a far vedere gli stessi film delle Multisale: “già ci viene poca gente – ti dice il gestore – se non metti quelli “famosi”, cioè quelli altamente spettacolari, non ci viene più nessuno”

Ecco perché riprendendo Gianni Canova su 8 ½ LA COMUNICAZIONE E IL MARKETING SERVIREBBERO DI PIU’ per questi film diciamo più svantaggiati, ma i costi dovrebbero essere divisi tra tanti film da distribuire per essere contenuti, cioè una promozione su scala industriale. Però giustamente dice il nostro Pedro che anche lo spettatore dovrebbe essere un tantino più curioso. Quando si abbassa il clima culturale-ideologico diventa più difficoltoso catturare l’attenzione del pubblico sempre più oggetto della concorrenza feroce di svariati media che se lo contendono.

 

1 – LA SACHER FILM CHIUDE

E’ di questi giorni la notizia che anche la SACHER FILM  (LA DISTRIBUZIONE CINEMATOGRAFICA DI NANNI MORETTI) chiude.

Evidentemente il cinema di qualità avrebbe bisogno di più attenzione mediatica, ma non ci sono più gli uffici stampa di una volta, adesso c’è una catena di montaggio industriale dei film, di loro si parla solo una settimana prima che escano e se il soggetto funziona anche per circostanze relative al presente, come le mode, le chiacchiere in, i miti del momento, il film può incassare altrimenti no.

Però per i film iraniani, cecoslovacchi e bulgari c’è qualche problema più evidente: il film dovrebbe essere importante da vedere per un argomento che è essenziale nel panorama della nostra vita culturale di oggi, il problema è che se non c’è questo panorama tutto rimane sottotraccia o altrimenti ci dovrebbe essere un buon ufficio stampa che si inventa qualcosa pur che se ne parli e che quindi fa scrivere i giornalisti suscitando una certa curiosità magari adoperando anche argomenti scandalistici o di basso profilo, altrimenti vista la tanta offerta filmica la domanda, (il pubblico) si posizionerà sui film considerati + “mitici”.

Come dice il famoso regista Sodebergh dopo l’11 settembre la gente vuol evadere dalla propria realtà asfittica considerata spesso un carcere a cielo aperto e rifiuta quel film + profondo e anche più intellettuale perché tanto la realtà confina gli intellettuali nell’accademia.

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XV°

L’homo democristianus riesce ad accumulare molte ricchezze – dipende comunque dal livello in cui opera, ma può rimanere vittima di sfortunate coincidenze del caso nel corso degli accadimenti ed essere coinvolto in frane e smottamenti scivolando nella miseria temporanea e gli capita a volte di espiare per altri le colpe che non ha, senza farsi nemmeno pagare (capita che uno a pagamento si addossi le colpe di un personaggio molto in vista e vada in galera per lui).

Sfrutta la religiosità popolare e tutte le credenze in genere legate alla tradizione per schermirsi e operare facendo del “bene” a se stesso e dando agli altri lo stretto necessario, evita la generosità, ma anche l’avarizia, può talvolta nel corso delle sue vicende rimanere vittima di qualche senso di colpa che lo fa diventare testimone di Jeova, pentito per come si è condotto fino a quel momento cercando di trasformarsi in uomo virtuoso che aiuta il prossimo. Normalmente quando agisce nelle sue piene facoltà non represse da scrupoli morali o religiosi si pone al di fuori da qualsiasi rettitudine con arroganza impunita, doppiezza comportamentale, meschinità assoluta, volgarità relativa, bassezza d’intenti, volendo permanere al di sopra o in parte, comunque al di fuori della norma, usa l’arte ricattatoria attraverso una comunicatività densa di significati traversi.

Chi subisce suo malgrado la presenza dell’homo democristianus tende facilmente al turpiloquio come reazione ad un linguaggio falsamente elegante che nasconde molte insidie e in tutti i modi cerca di liberarsene, ma se è costretto a fare tresca con lui dovrà per forza fare buon viso, sperando che duri poco, come una puntura che non faccia male.

L’homo democristianus ha un rapporto strumentale con la legalità che è un principio a cui sottostare per convenienza, ma altrettanto non rispettare per un altro tipo di convenienza, che diventa una questione di immagine, di facciata, mentre dietro lavora per i suoi scopi al di là di qualsiasi proporzionalità tra mezzi e fini e se occorre non importandogli di norme, disposizioni e regole, per questo costituisce un centro d’attrazione e di diffusione d’una prassi alternativa e di facile presa su un ceto pubblico corrompibile.

Bisogna però distinguere nel perseguimento della legalità tra chi usa la norma in maniera trasversale per alimentare i suoi interessi egoistici e “volgari” o quelli di una rete clientelare, da chi invece non la rispetta in quanto indotto da una ricerca di sperimentazione sociale, da esigenze utopistiche, idealistiche, perché nonostante il reato in cui finisce per incappare, la buona fede “evolutiva”, la ricerca d’un cambiamento sociale, il farlo per gli altri pur sbagliando nei metodi e nei mezzi, inducono a una maggiore indulgenza. Anche se molto spesso i ladri e i corrotti usano strumentalmente attraverso le loro amicizie, ignari giovani come elementi sacrificali dell’opinione pubblica, gettati in pasto per sollecitare un bisogno di ordine e continuare a passare inosservati mentre imbrogliano pacificamente.

Qualcuno dice che troppa libertà dà alla testa, meglio governarla dall’alto (la libertà) qualcun altro approfitta di quella libertà “illimitata” per rubare al suo prossimo, affrancato da ogni e qualsiasi autorità, per poi dire pubblicamente che la gente comune, le masse devono essere tenute sotto briglia altrimenti ne approfittano.

Proprio per questo nel corso del tempo l’homo democristianus conserva una sua patente di homo deliquens, ma a differenza dell’individuo rivoluzionario che ha commesso reati e che paga ipotecando il suo futuro, rimane lungamente impunito in una situazione di protezione e di franchigia, salvo ogni tanto cadere in disgrazia e pagare magari le colpe di tanti altri che rimangono così “coperti”.

Concludendo questo capitolo senza scadere nel lamento funebre, epicedio, treno, della democrazia politica – anche per rispetto di chi ha cercato di contrastare questo malcostume – possiamo ironizzare alterando una massima dello stato hobbesiano: homo – homini – Lupis.

Da piccolo, negli anni ‘60 vedevo alla Tv un certo on. Lupis, socialdemocratico, in voga nel periodo, la sua faccia mi spaventava tantissimo anche se mi pare, non lo confidavo a nessuno. E’ forse da lì che ho cominciato ad avere un rapporto negativo col mondo adulto e la vecchiaia. Quella faccia assomigliava proprio al muso d’un lupo con le orecchie lunghe seppur vestita in giacca e cravatta, ciò non di meno turbava le mie notti, mi sembrava di vedere uno di quei telefilm di Alfred Hitchcock che proprio in quel periodo davano in Tv da impressionare tantissimo, alimentandomi una sorta di paura che sconfinava nel terrore, anche perché il volto, il nome (Lupis) mi riconducevano all’immaginario favolistico dell’orco, del lupo che mangia bambini, dell’animale feroce della foresta, certo non pensavo che la politica facesse altrettanto, ma quella faccia segnò il mio approccio con la realtà politica e quando veniva intervistato in Tv, la sua espressione, gli occhi luccicanti, forse arrossati (eravamo in bianco-nero) magari per la stanchezza di riunioni notturne, mi inducevano a fantasie tenebrose, me lo immaginavo metà umano e metà animale come certe figure della mitologia, sta di fatto che per una evidente seppure ingenua associazioni di immagini – che ne sarebbe stato del mio cuore se l’avessi incontrato tutto solo di notte – il termine socialdemocratico mi amplificava a dismisura la paura, quasi da sentirmi agnello o preda, istintivamente indietreggiando alla ricerca di protezioni familiari Forse che i socialdemocratici nella mia fantasia sono rimasti metà uomini e metà bestie? Ma cosa c’entra tutto questo con l’homo democristianus? C’entra, c’entra!

E per concludere parliamo un poco del significato di “protezione”: dai tempi antichissimi gli uomini vogliono proteggersi dalle forze malefiche, dagli spiriti malvagi invocando lo stregone del villaggio, successivamente il fenomeno religioso cristiano ha continuato con questa pratica di protezione attraverso l’uso dei santi, ancora oggi ogni santo difende una categoria professionale, noi poi sentiamo il bisogno di proteggere le persone più deboli, soprattutto i bambini. Il processo da fenomeno religioso filogenetico investe anche il campo del lavoro e dell’economia: la protezione del capo che permette alla persona di far carriera, la protezione politica, di un potente. Fino almeno alla fine del ‘700 si usava quando si cambiava città avere delle lettere di raccomandazione scritte dal proprio protettore, nelle società aristocratiche era normale averlo anche per iniziare qualsiasi attività sia economica che culturale, lo stesso Molière quando venne attaccato violentemente per le sue pièce irriverenti si salvò per la protezione del re concessa soprattutto perché il padre dell’autore aveva prestato servizio alla corte. Ma questi tipi di protezione fanno parte di quella che si chiama necessità di vita, in un mondo crudele che la nega ad ogni istante. Per cui la ricerca di protezione corrisponde ad un istinto primario, un bisogno vitale e si inserisce nel desiderio di sicurezza e autoconservazione dei soggetti. Ma cercare protezione nella sfera della libertà vuol dire rinunciare ad una propria indipendenza e nella sfera economica degli “affari” VUOL DIRE ACQUISIRE UNA SORTA DI IMPUNITA’ che nella malavita ha il significato di continuare a svolgere la propria attività illecita pagando il pizzo al “potere” o meglio nei territori dominati dalla malavita svolgere la propria attività economica pagando una “tassa” a chi controllando un territorio protegge gli “affari”.

 

2 – FELIPE DELGADO di Jaime Saenz

FELIPE DELGADO di Jaime Saenz Un giovane uomo corre per la città piovosa di La Paz. Suo padre dottore è in fin di vita. Incontra un vecchio, un tipo misterioso, il quale fa la cacca proprio davanti alla porta del dottore pulendosi le dita nel muro bianco con noncuranza e in sua presenza.

E’ un incontro gravido di conseguenze, il padre muore e la stessa famiglia si dissolve in poco tempo.

Era già morta la madre quando lui era nato, ora la zia voleva chiudersi in convento mentre lo zio fratello di sua madre – un tipo eccentrico – si ritirerà sull’altopiano non prima però di avergli presentato una specie di stregone indios di cultura aymara che diventerà suo amico e lo accompagnerà per il resto della sua vita, predicendogli anche quando questa cesserà.

Felipe, il nome del giovane, aveva nel frattempo ereditato tutto, liquida l’attività del padre e in poco tempo dissipa tutto ciò che questi aveva accumulato, rivede ancora il vecchio che per lui è diventato una specie di visione, di fantasma, la cui comparsa è foriera di qualche accadimento speciale nel bene e nel male.

Fa conoscenza di personaggi un po’ strampalati, un po’ ubriaconi, un po’ poeti che frequentano una vecchia cantina di La Paz regno degli “aparapita”- manovali, portatori di pesi secondo una tradizione autoctona e che vivono ai margini della società – in un giorno in cui al padrone della cantina era morta la nipotina, la cui bara giaceva in loco sopra un catafalco.

Una bevuta “lugubre” con i migliori liquori offerti da Felipe, fece da funerale.

Poi si susseguono altre situazioni surreali, spia un tipo folle come Prudencio, s’innamora di sua moglie Ramona, con lei ha un rapporto tempestoso, lei lo punge in certe sue debolezze, forse che lui non la ama a sufficienza? Ma l’improvviso epilogo di una grave malattia la porterà prematuramente alla morte provocando in Felipe un dolore duraturo.

Non bisogna solo parlare della morte….la morte viene…e sconvolge. La realtà distrugge ogni pensiero. La storia ambientata negli anni ’30 è infarcita di discorsi filosofici sottoforma di pensieri del protagonista, sulla vita e sulla morte e come fece dire Ugo Foscolo a Jacopo Ortis: “non avremo salute mai? Ah se gli uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero si vilmente” così Felipe incarna il mito romantico: la passione che trabocca dalla vita, che porta a sua volta al delirio e alla follia.

Le azioni sono poche, la morte del padre, la scomparsa della famiglia, i ricordi dell’infanzia e poi la cantina con tutti gli eccessi, l’incontro con Ramona, il mare, le visioni, le scorribande notturne e infine ….in una notte di luna piena.

L’autore boliviano JAIME SAENZ

L’autore boliviano JAIME SAENZ DECEDUTO NELL’86 è considerato un grande scrittore in patria, da noi è pressoché sconosciuto e pubblicato da un piccolo editore come CROCETTI, molti suoi libri famosi non sono stati tradotti.

FELIPE DELGADO di Jaime Saenz , Crocetti Ed.

 

3 – ANEMONE, BALDINI E BLANDINI

ANEMONE, BALDINI, BLANDINI

Sono indagati, il primo è un appaltatore, il secondo un dirigente statale, il terzo un ex dirigente pubblico, attuale direttore della Siae.

Li lega le vicende giudiziarie che vanno sotto il nome di CRICCA, un sistema di potere basato sulla corruzione. Blandini in quando dirigente del Mibac competente a finanziare i film, amico di Baldini, lo ha favorito nell’attività del figlio attore che grazie ai suoi buoni uffici era riuscito a convogliare su alcuni progetti filmici il benestare del Mibac.

Si tratta di capire se Blandini all’epoca un potente direttore generale, abbia per mezzo del Ministero, concesso un prestito agevolato alla produzione in cui lavorava Balducci figlio (quindi niente di male) o abbia fatto finanziare questi progetti di interesse culturale con una sessione in cui c’erano altri partecipanti.

Nel secondo caso la scelta effettuata dal Ministero sarebbe in pregiudizio degli altri partecipanti alla sessione e quindi viziata da raccomandazione assoluta in danno degli esclusi.

Sempre in caso di sentenza di 1° grado di colpevolezza, coloro che hanno partecipato alla stessa sessione per ottenere il contributo sul finanziamento pubblico e siano stati esclusi, hanno subito un danno e una penalizzazione e possono rivolgersi al Tar o cmq chiedere un risarcimento uguale al finanziamento che avrebbero potuto prendere se non ci fosse stato l’alterazione del giudizio.

 

4 – L’ORDA E IL LORDO

L’orda dei comunisti infestanti (e sono tanti)

ha messo piede sull’antico suol di Piazza Maggiore o dei Signori –

un giorno sarà ribattezzata Piazza dei Poareti –

e ha conquistato direttamente il luogo sacro della politica cittadina

tra lo sconcerto dei gentiluomini d’arme d’antica schiatta,

e cavalieri e leghisti che ora si ritrovano con i volti si ben tristi e la testa matta.

E mesto è lui, il Gentil avvocato che da Treviso l’hanno,

in qualche posto mandato.

L’opposition non gli si addice per uno che è stato tanto vice,

ma l’unico uom che verità abbia dato al comun mortal di poco aspetto

che esalta il Gentilin dal cuore diretto e ancora si dice

ei solo lice, ei solo puote, ei solo perfetto.

Perché il pericoloso comunista extracomunitario,

da sempre maledice.

E invece finalmente Treviso senza duce,

deleghizzata, degentilinizzata, dopo 19anni di domin assoluto,

ritorna ad esser un posto evoluto,

dove il nuovo che avanza si chiama Manildo

ed è dolce realtà di Treviso beltà.

Ma il vecchio di passata speme

si trova lordo d’acrimonia per il ridotto tiro,

il suo peso politico al netto della tara antica

si ri-duce alquanto nella città avita,

leghizzata, sicurizzata all’estremo,

da lui sceriffo tutto scemo

e anche goffo che nella ingenua credulità

dovea mandar dentro il gaglioffo

come util gesto che rassicura il Trevigian di superior virilità

che invece rimane fuori in libertà.

E ora concludiam con Manildo,

finalmente il nuovo che avanza,

speriamo che non si fermi presto.

 

 

 

2 – ANTONELLA ROSSO – FIABE POPOLARI TREVIGIANE

FIABE – Le ho trovate interessanti perché si ripercorre in forma di documento le antiche tradizioni della cultura popolare e contadina trevigiana che sta sparendo per effetto della diffusione della televisione, mentre prima esisteva e resisteva una cultura orale tramandata da tantissime generazioni che si esprimeva soprattutto in quei momenti di condivisione che risultavano essere i filò.

Si tenevano nella stalla e mentre gli uomini riparavano gli attrezzi e le donne filavano e cucivano c’erano anche momenti di gioco a carte e di racconti orali di storie di streghe, di fiabe, novelle comiche, barzellette, scioglilingua.

Però il libro avrebbe dovuto essere rivisto per il pubblico e magari anche eliminare qualche errore marchiano: Baco Imbriagon dovrebbe avere l’accento di Bacò un vino molto diffuso nell’epoca, poi si ha una certa difficoltà di lettura dei termini con la lettera S che non è distinta dalla x di raixe e mancante di doppie per cui certi passaggi del racconto orale trascritto senza modifiche risultano difficoltosi, bisognava fare delle modifiche per renderli più leggibili aggiungendo magari delle note, anche la traduzione in italiano è piuttosto elementare piena di anacoluti e di frasi involute con traduzione troppo alla lettera, ci sono incongruenze, insomma dovevano essere rivisti meglio i racconti per rendere più piacevole la lettura, mentre gli accenti aiutano bene la lettura delle parole. Difatti ho scoperto poi che era una tesi di laurea che doveva essere adattata per la lettura.

Antonella Rosso – Fiabe Popolari Trevigiane Ed. Cierre 2007

 

2 – A PROPOSITO DI CLASSE OPERAIA E NATURA

A proposito di Classe Operaia e Natura –

Se un tempo il marxismo aveva designato la classe operaia come destinataria di un processo di liberazione (teoria e prassi)per cui lo sviluppo economico e sociale avrebbero portato questa classe al massimo sviluppo (e vediamo che questa teoria è diventata realtà: mai come oggi l’operaio consuma come un borghese e ha il figlio dottore), d’altra parte però il processo di emancipazione-egemonia non è ancora diffuso e tutto rimane nel limbo delle previsioni storiche.

Se noi ragioniamo in altri termini e sostituiamo alla Classe Operaia, LA NATURA, vedremo che tutte quelle teorie marxiste si dimostrano valide, ma non più per la classe operaia ma per l’ambiente:

Ecco alcuni spunti di riflessione:

– innanzitutto le teorie liberali nate nel ‘600-‘700 e sviluppate nell”800 erano la coscienza filosofica di un capitalismo in espansione in cui la natura era sconfinata e tutta da sfruttare: parlavano di libera concorrenza dentro a spazi infiniti,oggi non è più così e l’attuale neoliberismo è solo ideologia del mercato in mancanza di mercato;

– tutti quelli che pensano che la storia abbia un senso e una direzione sono confermati dai limiti della natura, la direzione della storia (cultura) non può infrangere le leggi della natura; e questo per dire che la storia ha un senso e anche un dissenso in questo suo procedere verso lo sviluppo dell’umanità dando ragione quindi anche al marxismo e al suo determinismo seppure non così meccanicistico;

-le contraddizioni primarie e secondarie tra sviluppo economico e sfruttamento della natura e i limiti al processo di sviluppo, ma anche vincoli rispetto ad una libertà totale dell’economia e del mercato. Tutte cose che fanno capire come oggi il liberismo sia morto e defunto ma che venga riattivato come ideologia del mercato che è solo in mano a clan o a camorre politiche.

 

 

2 – CINEMA, PROPAGANDA, IMPEGNO, EVASIONE.

Il cinema tra le due guerre è stato “usato” come propaganda politica per il potere, però il cinema è anche impegno politico al di fuori del potere, cosi’ come può essere disimpegno, non   cesso, ma evasione, che non è la stessa cosa ma ma quasi…

Negli anni 30-40 al cinema era demandata anche una funzione di propaganda che significava in ultima analisi manipolare le coscienze, allo scopo di asservirle, però ormai oggi gli studiosi hanno constatato che l’influenza della propaganda non è così “totalizzante” e procede più a livello esteriore tramite comportamenti consumistici di miti meno potenti di quelli tradizionali, ma che si rinnovano continuamente rimanendo solo delle mode passeggere e degli atteggiamenti, un certo divismo, che nutre questi miti.

Qualcuno in passato pensava che bastasse creare un involucro cinematografico dentro il quale mettere tutte le idee per cambiare il mondo, ma questo cinema è stato definito più “reazionario” che “rivoluzionario”; nel contrasto dialettico tra forma e contenuto apparivano più innovativi certi film in cui l’immagine, non servendo un becero realismo politico, cercava forme espressive autonome, anche se poi il popolo aveva bisogno del melodramma strappalacrime per sognare ed evadere dalla realtà spesso connotata di grigiore e conformismo e contemporaneamente anestetizzarsi la mente dai problemi del “quotidiano dei lavoratori”.

La polemica tra realismo politico e astrattismo c’è anche nella pittura e segna un momento di rottura nella cultura politica del Partito Comunista degli anni’50.

Assistiamo poi all’invasione dei fotoromanzi, dei fumetti in cui si esaltano determinati valori piccolo-borghesi, e a qualcuno era venuto in mente di creare fotoromanzi o fumetti “proletari” e di fronte a una televisione “manipolatrice” come quella incentrata sul gossip, la stessa sinistra non ha a suo tempo creato televisioni alternative.

Così il cinema è stato spogliato da queste sue funzioni sociali di cambiamento dell’universo simbolico per svolgere funzioni più contenute, di evasione dal quotidiano lavorativo da una parte, e un cinema più impegnato e d’essai dall’altra. Queste due modalità di fruizione del prodotto attualmente si dividono il mercato: Non è tanto il cinema che crea opinioni ma è al contrario l’opinione della gente che “vuole” un certo cinema.

La gente vuole delle storie – talvolta desidera solo divertirsi anche in maniera grossolana – ma anche delle “geografie” incontaminate, rispetto ad es. agli anni ’70 in cui il cinema rispecchiando un bisogno di cambiamento sociale, almeno giovanile, si nutriva di sperimentazione, spesso incentrato sulla non-storia, sul cinema nel cinema, per tutti c’è un film famoso come “Effetto Notte”. In ultima analisi nel presente funzionano meno i film metaforici, didattici con il loro realismo contaminato dalle idee dell’autore, simbolici. Oggi “la Montagna Sacra” non avrebbe incassato come negli anni ’70 in cui spopolavano i libri di Carlos Castaneda che si incentravao sulla riscoperta dei simboli primigeni.

Oggi siamo ormai nel regno del dominio della pubblicità, è la pubblicità che ti permette di “piazzare una idea” e il budget diventa fondamentale per il lancio d’un prodotto culturale, ci sono alternative come il cinema indipendente, ma per quello americano il basso costo si aggira su 5-6 milioni di euro, come il documentario, però se non si spende in PROMOZIONE si rischia l’invisibilità. L’impegno purtroppo non piace a tanti 

 

2 – CINEMA, NATURA, CULTURA

Dai tempi di Shakespeare l’arte regge lo specchio alla natura, vi riflette, l’immagine ha bisogno della natura per acquisire senso, ma può anche manipolarla, farla apparire quale non è, magari in uno stato molto migliore di quello che è.

L’immagine fa parte dell’arte di manipolare e il cinema è soprattutto immagine, anche la Tv è immagine, ma nettamente più seriale….

La cultura intesa come attività dell’uomo in movimento,  pur affondando le radici nella natura,  riesce a distrugge la stessa natura da cui l’uomo è creato, ha il potere di modificarla, di depotenziarla, di addomesticarla.

Molti anni fa il Berlusconi costruttore diceva che bisognava diffondere l’idea di casa-giardino in tutto il pianeta, mentre i grandi parchi potevano accogliere gli animali selvatici (da vedere) pagando un biglietto. Il modello di “Milano 3” era da esportare nel mondo anche se costituiva il massimo dell’antropizzazione. Questa visione della natura contaminata da fogne, appartiene a un modello economico capitalistico in cui vige il principio secondo il quale occorre distruggere per costruire e alimentare il circuito della valorizzazione. Anche in un film documentario sull’american life di una ventina d’anni fa, un celebre cantante rock, il lieder dei Talkin Heads, il regista di questo documentario, mostrava come per gli americani un prato, un appezzamento, un campo siano inutili, ci vedono sempre qualcosa da costruire sopra.

La tendenza affaristica distruttrice che si nutre culturalmente anche del concetto di progresso considera il territorio come terreno in cui coltivare speculazioni più che un bene pubblico da gestire per il benessere collettivo, in questo caso per poter ripristinare con la nostra cultura un minimo di natura.

Per fortuna c’è della gente considerata “ipersensibile” o “neoromantica” che occupa alberi per non farli tagliare, (è il caso del bosco di sequoia), vuole un maggior rispetto per il paesaggio non solo per la salute, ma anche per la bellezza, considera le costruzioni quadratiche d’oggi, affiancate a quelle vecchie e antiche, brutte di per sé. E questo conflitto di visioni fa parte di una dialettica talvolta negativa sempre più difficile da gestire politicamente.

Il cinema certo non ha la forza né la pretesa di trasformare la realtà, non è soggetto di cambiamento sociale, semplicemente pone all’attenzione attraverso la sensibilità degli autori, problematiche ambientali come nei documentari in cui si riprendono territori ancora intatti, abitati da pinguini o da uccelli migratori, ovvero lo scontro di una persona soprattutto in certi lungometraggi, contro multinazionali senza scrupoli. Aumenta anche l’interesse per l’etologia (Lorenz e la scoperta di vari linguaggi) infine abbiamo avuto anche qualche film in cui la natura viene considerata in termini di utopia ecologista come ad es. IL PIANETA VERDE di Coline Serraut.

Sostanzialmente però l’economia la fa ancora da padrone e tanti sono quelli che considerano legittimi i posti di lavoro prodotti dall’economia inquinante, poiché i problemi della disoccupazione, la sconfitta della penuria, l’antidoto farmacologico contro la solitudine “industriale”che significa aumento della medicalizzazione sociale, sono i problemi dominanti, e poi l’ecologia che appare un po’ sofisticata, snob.

Però negli ultimi 20 anni la questione ambientale cresce, non proprio come coscienza, bensì come necessità: la prima nube tossica a Seveso fino al recente inquinamento del fiume Sacco attraversando inquinamenti chimici come ad es. quelli perpetrati da una multinazionale in India, l’uso dissennato di risorse, fa capire che ci deve essere un limite allo sfruttamento dell’ambiente perché alla lunga genera danni irreversibili difficilmente quantificabili se ad es. non si razionalizzano i consumi (privilegiando non i consumi individuali ma bensì i consumi collettivi) e non si limitano i costi sociali dell’economia privata o neoliberista.

C’è bisogno quindi di una difesa politica e sociale dell’ambiente in una fase storica in cui la natura non è più quella di mille anni fa: negli ultimi 20 – 30 anni sono nate forze politiche, sono cresciute associazioni a difesa della difesa della vita selvaggia (W.W.F., Greenpeace, Legambiente,ecc.)

 

 

1 – INTERNET E TV

Internet e tv, la televisione è un elettrodomestico e Internet un ecosistema di isole da circumnavigare, insieme faranno grandi cose e rivoluzioneranno l’elettrodomestico? Per sua natura laTv è unidirezionale, i suoi programmi vengono definiti dall’alto e direzionati verso il basso, il pubblico li recepisce in posizione passiva, e se non ne viene coinvolto può snobbarli grazie al telecomando o spegnendo il mezzo.

In internet invece l’internauta viaggia in maniera orizzontale e approda su tante isole che non hanno nessun rapporto gerarchico tra di loro mentre i contenuti sono spontaneamente sviluppati dal basso senza bisogno di autorizzazioni o di vincoli politici.

Ritorniamo alla Tv: parlando dei contenuti televisivi, Gori – non quello di Addio Lugano Bella – afferma che è il pubblico che fa la Tv attraverso l’audience, ciò che costituisce una balla colossale, il pubblico televisivo è passivo, è solo capace di ricevere i contenuti che vengono decisi dalle stanze di potere, se in prima serata un tempo mettevano una trasmissione come l’Approdo certo tutti scappavano via inorriditi, invece oggi puoi cambiare canale, alla disperata trovi sempre qualcosa su cui addormentarsi.

L’audience è un indice di gradimento ma il pubblico può essere interessato a contenuti che (per il suo bene) è meglio che non veda e chi lo decide è l’autorità che presiede ai programmi, che se vogliamo può manipolare anche l’interesse dello spettatore, le fiction devono avere determinati schemi di senso e avere per eroi dei tutori dell’ordine pubblico o dei personaggi istituzionali.

Probabilmente se si producessero storie diverse l’indice di gradimento salirebbe ma si devono mettere al centro delle storie rassicuranti, questo tipo di pubblico non è esigente e si accontenta facilmente basta che i programmi non siano troppo stucchevoli.

Gori – non l’avvocato di cui sopra – afferma inoltre che la Tv commerciale ha saputo registrare i desideri degli italiani, ovvero i contenuti ideali dove piazzare la pubblicità di prodotti. Cmq il futuro della Tv è la rete che dovrebbe ovviare a questo autoritarismo insito nella scelta e prodigarsi per una maggiore condivisione delle trasmissioni fino a giungere a una TV interattiva. La Tv italiana ultimamente si è risollevata da una crisi di visibilità da parte soprattutto delle giovani generazioni.

A sentire “Il Giornale” del 3.1.2013 nel 2012 c’è stato un trionfo degli ascolti televisivi, non solo quindi non è morta la Tv, ma gode di ottima salute considerati i dati Auditel che costituiscono un criterio di gradimento nato nel 1986, anzi l’articolista Laura Rio ci dice che la gente preferisce la Tv che andare al cinema, grazie al cavolo non costa niente o quasi rispetto al cinema in tempi di crisi, sono i canali tematici che attirano più gente e la loro diversa modalità di fruizione (su smartfhone e sul tablet) e poi la Tv è sempre più interattiva attraverso i commenti e le critiche, quindi l’ascolto si fa più attivo soprattutto quando è a pagamento (vedi Sky TV- Xfactor).

Quindi la Tv fa una concorrenza spietata al cinema quando è di qualità per la presenza di tutte quelle serie Tv amate, “cult” anche perché il cinema italiano dei cinepanettoni risulta sempre più scadente. Mentre il cinema è per i giovani, le serie Tv sono per gli adulti. Serie Tv come Lost, Breaking Bad e Homeland fidelizzano uno spettatore meno motivato ad andare al cinema: le serie Tv si possono condividere anche tra amici a casa, soprattutto se i cult veri non sono più i film ma le serie Tv, sperimentali, complesse ed epiche, drammatiche, corrosive e comiche (art. Eco di Bergamo 04/01/2013), stiamo parlando di serie come In Treatment , 24, The Wire, Last Resort, Band of Brothers, The Pacific, I Soprano, Boardwalk Empire, Breaking Bad, The New Normal o Misfits, 30 Rock, Glee, di produzione usa, inglese, canadese.

E l’italia è rimasta al palo ancorata ai vecchi modelli anni ’50: Recupererà, speriamo di no, così la gente continua ad andare al cinema.

Infine è di questi giorni la notizia della trattativa tra Rai e You Tube per portate in maniera massiccia la Tv di Stato in Internet anche se la Rai ha concesso i diritti Rai ad un prezzo troppo basso, secondo Gubitosi (art. di Massimo Sideri Corriere della Sera del 16/05/2013) mentre la raccolta pubblicitaria in Tv la fa ancora da padrona in termini assoluti su 1,594 miliardi raccolti nei primi tre mesi del 2013, 905 milioni restano al grande schermo anche se con un crollo di quasi il 20% rispetto all’analogo perido del 2012.

 

 

1 – IL CINEMA AFFONDA PER CARENZA DI IDEE?

                       FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

O sono le idee che affondano per carenza di cinema nel senso che manca un cinema capace di esaltarle? e CHE  INTANTO AFFONDA

Girotondo Intanto vediamo se le sale cinematografica hanno  un futuro?

Se lo chiede Pedro Armocida su Il Giornale  che gira la domanda a Verdone: “in tempo di crisi è dura per chi guadagna solo 900 euri pagare un biglietto, al secondo posto ci metto la pirateria che dà al sistema un’altra botta da novanta: in Italia appena affronto l’argomento mettono sotto attacco il mio sito,” ribadisce che risulta essere lui, il più scaricato d’Italia a livello di download illegale.

Il terzo elemento di criticità continua Verdone è di natura psicologica, la crisi economica genera un clima di depressione: “eppoi basta con questi film di vacanze, c’hanno stufato, (bisogna lavorare! ndr) almeno i miei vanno all’estero, ma gli schermi oggi entrano nelle tasche sono sempre più piccoli e tecnologici (IPAD?! di fatti non si vede niente ndr) mentre le sale spesso sono brutte, sporche e cattive”.

Questo risulta leggendo l’articolo. Una risposta certa sul futuro delle sale quindi non c’è, anche se continuo a pensare che quando vedo un film in Tv mi distraggo, perché la musica disturba i dialoghi, mentre il grande schermo mi attrae e mi assorbe, mi suscita più emozioni. Ma il cinema affonda per carenza di idee, ad affondarlo sono gli stessi “cinematografari” quando vogliono continuare a propinare con confezioni di serie A filmetti “digestivi” che non hanno nessuna possibilità all’estero.

Dovrebbero capire che se non li vendi all’estero è meglio che non li fai neanche in Italia, ma siccome da noi la farsa ha sempre avuto una attrazione popolar- contadina dai tempi degli antichi romani, si continua ad insistere sul genere filmico perché si incassa quel minimo per resistere. Le idee ce ne sono, non è che in Italia siamo cretini, ma vengono rubate (in maniera sofisticata, alla faccia dell’industria), quindi più che la carenza è più vero che c’è poca varietà dell’offerta, (non è vero, secondo Barbagallo).

Allora vediamo cosa dice Valerio Cappelli sul Corriere della Sera del 29/12/2012 intervistando Tornatore secondo il quale il cinema italiano è monocorde, si può, dice il grande regista, puntare anche sul cinema d’autore lo dimostra l’ultimo film suo che ha incassato più di tante commedie, ma ti rispondono Tornatore è Tornatore, lui può fare ciò che vuole, va be’, ma dov’è tutta sta offerta diversa, c’è il cinema d’autore, ok, bisogna anche lì distinguere in una specie di gerarchia tra i nomi storici e quelli attuali, lo spettatore medio non premia tanti film diversi da questi autori storici fa eccezione l’ultimo film di Maria Sole Tognazzi, insomma è un casino muoversi e se si facessero i melodrammi realisti, le storie popolari proletarie meno autoriali ma più vicine alla gente che succederebbe? Quelle le vedi in Tv ti dicono, non c’è bisogno di andare al cinema. Sarà vero? O come dice Iacchetti sarah ferguson. (anche se c’è un problema con i neri)

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo XIV°

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’homo democristianus – Se il principio di legalità dovrebbe preservare il tessuto connettivo, esso dipende anche dalla moralità di un retto agire che è la conseguenza però di un retto vivere in cui ogni esperienza assume un suo valore identificativo per il soggetto, ma se si privilegia il “comportamento unico” quello legato al gioco, ogni rettitudine svanisce ben presto e non si può pretendere dal cittadino quello che gli è sempre stato negato, allo scopo di vivificare dei valori coesivi della comunità che rimangono così un’astrazione completamente ideale contraddetta dalla realtà.

In ogni caso la comunità è costretta se vuole sopravvivere a far rispettare dei principi di legalità troppo spesso ideali, comminando pene severe e ripristinando un sistema di controllo pronto ed efficace.

Tutto ciò coinvolge il senso del pubblico dovere, dell’etica e deontologia professionale che molti non sanno veramente cosa sia; se le norme sono usate in maniera obliqua e quindi vince chi riesce a neutralizzarle attraverso l’uso distorto della legalità, se i ladri per eccellenza riescono a diluire e dilatare gli effetti costrittivi d’una norma pagando profumatamente con i proventi dei loro illeciti guadagni un buon avvocato, se costui non ha scrupoli ad approfittare della legge per arricchirsi, la legalità allora diventa solo un peso in più, uno schermo dietro a cui proteggersi e una buona parte di ladri si nasconde nelle pieghe dei diritti senza farsi scovare facilmente, intrecciati come sono alle norme e alle amicizie del palazzo di giustizia.

Si tradiscono qualche volta quando foraggiano provvedimenti di amnistia nei confronti dei loro amici che in sede politica hanno approfittato, diventano indulgenti, garantisti (colpevolisti quando si tratta di imprigionare un ladro di polli), cercano di farli assolvere usando i loro buoni uffici, di solito appunto sono intolleranti verso le diversità sempre che non procurino guadagni e poco garantisti, anzi colpevolisti, peggio forcaioli, ma quando si tratta di veri ladri, scatta automatica la solidarietà.

L’homo democristianus è un conservatore, nella sua vasta gamma di conservazioni, primeggia l’istinto predatorio quale meccanismo retrivo e restrittivo della sua personalità, in quanto antico bisogno di conquistare vittime sacrificali che esaltino la sua potenza e con quelle inaugurare un rapporto di dominio verso il mondo esterno che gli rafforza l’autostima. Cerca e isola costantemente individui deboli e sprovveduti da depredare, le sue prede però possono essere trofei ambiti da esibire in privato come prova di rispetto e deferenza altrui.

Si avventa sull’elemento femminile che si trova in una condizione di necessità o di bisogno intrattenendo un rapporto di convenienza reciproca: la donna cerca il successo, lui le può promettere attenzione e protezione, all’inizio ognuno dei due pensa di servirsi dell’altro per i propri scopi, ma è facile che la donna (a parte casi eccezionali) diventi la vittima designata, prima o dopo scatterà una trappola a seguito d’un lavoro accorto e premeditato di pedinamento da parte di lui che si avvicinerà insistente fino a quando la donna cede e accetta un compromesso carnale in cambio d’un presunto vantaggio personale.

E’ solo l’inizio di un processo che continuerà per molto in cui la preda si accorgerà di essere stata giocata, il suo orgoglio non le permette di riconoscerlo, ma dovrà continuare per quella strada ricominciando di nuovo; si trova in un giro, se si ritira sarebbe sconfitta, è costretta a proseguire mentre il predatore pensa ad altro: ma la preda designata può essere accorta e giocare bene le sue carte, attraverso piccoli ricatti riuscire a fare carriera, molti sono coloro che devono cedere se stessi, il proprio corpo, parti mentali comprese per raggiungere lo scopo, con grande sacrificio della libertà individuale e dell’indipendenza psicologica: Il costo trasforma il carattere della persona che vede tutto in termini cinici di scambio, d’altronde l’eventuale successo (denaro, potere) richiede sacrificio, costanza, dedizione e perdita di piacere quando non giunge per il concorso concomitante di eventi favorevoli o peggio attraverso la “politica del corpo” che negli ambienti corrotti diventa pratica diffusa e apre carriere veloci senza incorrere in spiacevoli gavette.

In questo contesto il ricatto spesso sottile assurge a strumento attivo e pragmatico riflesso di “forza” contrattuale. Il cinema ambiente corrotto per eccellenza ne è una prova vivente, soprattutto da parte di chi ha il potere di decidere sulle carriere, tant’è che sia il corpo femminile, sia quello maschile vengono facilmente spogliati per pratiche sessuali spinte all’estremo della perversione e poi ci si meraviglia se il cinema italiano “cade” così in basso da essere considerato cinema del c….

Ma l’istinto predatorio viene sfruttato anche in politica soprattutto in presenza di risorse pubbliche, occorre una capacità specialistica per realizzare il bottino e le armi non sono più quelle della forza e della conquista ma dell’astuzia e della scaltrezza per accumularne più degli altri, meglio di altri e in concorrenza con chiunque.

L’istinto predatorio è per sua natura antisociale, se diffuso mina l’assetto sociale di una comunità, ma è una pratica in sè piacevole perché soddisfa a più livelli antiche esigenze, può dar senso anche al presente attraverso l’elaborazione di una continuità di significati che permettano la riproduzione in serie dell’homo democristianus e di tutti i suoi bisogni primari. Qualche umanista desidererebbe che questo istinto venga sconfitto “socialmente” in quanto pericoloso per una corretta e avanzata riproduzione sociale, ma la caccia – come ben sappiamo – continua ancora ad esistere come passatempo nonostante non abbia più i fondamenti della sopravvivenza, perché rimane profondamente intrecciata ai bisogni più significativi dell’evoluzione umana.

Naturalmente essendo l’uomo un animale politico, esso cerca di coagulare l’ordine sociale con pezzi di razionalità, quanto meno le istituzioni che erige mirano a soluzioni di ragionevolezza e convenienza reciproca, ma l’homo democristianus è un vero “animale” prepolitico, parapolitico dell’era antropozoica capace di sfruttare i suoi bisogni primitivi in qualità da spendere, come se abitasse intimamente ancora nella caverna pur vivendo in una casa con tutti i comfort, elegante e ricolma delle sue razzie, che trova nella giungla di cemento, il richiamo della foresta. Si soddisfa pienamente quando i suoi istinti rimangono desti, usando la ragione in loro funzione. La città diventa ai suoi occhi una foresta pietrificata da battere in lungo e in largo per soddisfare i suoi bisogni predatori e quando trova un po’ d’acqua tende la sua rete per pescare nel torbido agguantando con occhi ferini ogni tipo di preda che gli capiti nelle mani, si serve dei sistemi collaudati dall’esperienza che non vengono mai sottoposti ad alcun giudizio morale, percorre i tratti obliquamente tra scorciatoie e sentieri sconnessi, anche lui di tanto in tanto deve difendersi da predatori più grossi ma lo fa con la sua consumata astuzia, riconosce le trappole degli altri perché adopera il naso come periscopio, cammina storto per evitare trabocchetti e coltiva i suoi istinti primordiali anche in mezzo al traffico, è refrattario al “progresso” d’un paese perché mina il suo assetto mentale.

Tende a indebolire la ragionevolezza collettiva, a favorire l’irrazionale che assume valenza positiva, rovesciando a suo vantaggio il meccanismo involutivo del prevalere degli istinti asociali. L’irrazionale serve a scompaginare gli schemi prevedibili creando un substrato culturale dei primordi. homo democristianus

 

 

 

1 – LA COMMEDIA MEDIA E I FILM INTERROTTI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

La casta del Cinema è formata da quei tre-quattro produttori che di solito fanno leggere le sceneggiature ad amici e amanti e che riescono a creare, poiché ne hanno un potere, una confezione media però d’alto profilo, una confezione di serie A.

Le sale sono in mano alle 7 sorelle Usa che fanno finta per immagine, di distribuire qualche film italiano e da due grossi circuiti italiani (uno Medusa e l’altro Rai), sono loro che riescono a lanciare i film medi o mediocri e a farli cmq superare il milione di euro, grazie al loro potere sulle sale cinematografiche, un potere che nessuna piccola distribuzione può avere.

Gli indipendenti raramente accedono a quella confezione e devono accontentarsi di distribuzioni medie, medio-basse ovvero basse.

Ma se un produttore indipendente pensa di avere tra le mani finalmente una sceneggiatura importante e la fa leggere a questi grossi produttori-distributori per una coproduzione e/o una confezionedi serie A), finiscono in mano ad amici e amanti (persone incompetenti) con grande frustrazione di chi vuol fare progetti importanti, poiché i flussi dal basso verso l’alto sono intasati, interrotti e sono puramente formali, dove vige quella paternale anche se non espressamente detta: lasciateci fare a noi i film importanti che li facciamo bene.

Poi viene un incerto Giacomo Ferrari da “Libero” dell’ 1/5/2013 a dirci che noi italiani non sappiamo sceneggiare e non c’è chi sappia prendere il testimone dei grandi maestri e siamo condannati all’aurea mediocritas e se era partito dicendo che noi italiani non sappiamo sceneggiare, finisce col dire che i grandi come Rossellini potevano fare a meno delle sceneggiature, anche se Kubrick, Spielberg e Peckinpah pure loro maestri, non partivano se non avevano sceneggiature di ferro. Insomma cosa vuole dire non s’è capito.

Poi le commedie alla Vanzina.

In una intervista (Il Giornale dell’8.1.13) Enrico parla dei segreti del cinema popolare: “anche noi siamo diventati stracult, ci studiano all’università, gli esercenti di tutta italia ci hanno telefonato per comunicare che il film (l’ultimo) piaceva alla gente, anche se i numeri a volte giocano brutti scherzi, a volte i film brutti fanno soldi, però nessuno andrà più a vederli (?!?)

Diciamolo il grande sconfitto è il cinema d’autore” e continua affermando che la commedia all’italiana la fanno in pochissimi ed è un genere che ti restituisce la tua identità, ed è l’unico spazio che ci lascia il cinema americano.

E poi Enrico Vanzina se la prende con l’assistenzialismo della Rai che produce troppi film d’autore perché in Italia non si considera il cinema un’industria mentre all’estero si promuovono film che non ci rappresentano. Ma una domanda viene da fare a Vanzina: come mai queste commedie, le sue e di pochi altri all’estero non vendono, a differenza delle commedie dei grandi autori anni 60 e 70? Di che tipo di industria parla?

E allora vista la conformazione del mercato italiano, nel quotidiano L’Avveniredel 4/5/13, Emanuela Genovese ci dice che insomma “non ci resta che ridere? Francesco Bruni di 100 autori le risponde: perché oggi la commedia si snoda solo attraverso le parole chiave dell’intrattenimento e della spensieratezza, però rimane sempre più superficiale con attori macchietta che non cambiano mai mosse e faccette e storie e personaggi che guardano troppo al successo facile e veloce.

Lo ribadisce anche Michele Anselmi, e Paolo D’Agostino parla di storie condannate alla semplificazione e alla scorciatoia: il film vengono costruiti con la struttura della farsa.

Per finire Fabio Ferzetti sottolinea il fatto che le nostre commedie sono contenitori ricchi ma artificiosi e con poca vita.

Insomma dai critici si dice che in Italia c’è solo la commedietta e quella degli anni 60-70 è completamente scomparsa.

Questa è una panoramica dalla quale si possono trarre utili conseguenze: BASTA CON LA COMMEDIA MEDIA

  1. che il cinema vero è in mano agli Usa;
  2. che noi però possiamo fare commedie medie per divertire;
  3. che queste commedie medie sono in mano ad una élite o casta che dir si voglia;
  4. corrispondono ad una specializzazione produttiva del cinema a livellodi mercato globale;
  5. che non funziona il mercato italiano perché non premia la qualità, ma la confezione;
  6. che il cinema indipendente non vi accede e quindi non esiste;
  7. che l’art. é stato scritto da giancarlo sartoretto
  8. ah si e chi sse ne frega nun celo metti?
  9. basta con la casta e la commedia media media media media media media media media media media

3 – TENGO FAMIGLIA…CRISTIANA!

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Parliamo di politica che non è mai stitica, ma statica, senza stato, ma piena di famiglie, di famiglia, tengo famiglia cristiana. E la famiglia socialista dove la mettiamo? Puah!

IL M5S è stato ridimensionato, (si parla di regionali e locali)  alle ultime elezioni nazionali aveva intercettato anche i voti di protesta di chi altrimenti non sarebbe andato a votare: voto di protesta, voto umorotico (ma mai umoristico)  di chi voleva un’azione immediata di governo da parte del M5S con Bersanetor come intelocutore, uno che aveva navigato abbondantemente nella politica dell’inciucio.

Grillo e Casaleggio secondo le masse di cittadini,  non avevano capito questo voto nazionale che dava al Movimento una percentuale storica vicina ai numeri del potere, troppo alta anche per lo stesso Grillo. Forse- aggiungo io-  bisognava avere le capacità di un Lenin-Grillo: appoggiare un monocolore Pd dall’esterno per poi in caso di fallimento ritornare alle urne da vincente, è anche vero che se il Pd falliva il M5S poteva essere stritolato, cmq doveva essere un tunnel da percorrere e la luce non era garantita mentre la famiglia era sempre cristiana.

Probabilmente l’elettorato voleva anche una responsabilità immediata da parte del movimento, cioè di chi parla tanto ma poi non sa magari come funziona lo Stato.

Sta di fatto che oggi dobbiamo essere sinceri: la gente protesta non votando e noi adesso non siamo più i beneficiari di quella protesta.  E’ meglio o peggio? Ecco un commento sensato di uno del blog:

SIETE SORPRESI? IO NO.

Amici, sono il vostro ENNIO DORIS (nick ovviamente ironico ma scelto non a caso), quello che fa le “profezie” e che più o meno ci azzecca.

– Beppe ha sopravvalutato gli italiani…che sno quelli che tengono famiglia 

– Un popolo per 2/3 semi-analfabeta (con varie gradazioni), e disinformato, come confermano da anni tutti gli studi in merito.

– Io non sono per nulla sorpreso dei risultati.

Alle elezioni politiche Grillo poteva contare

1- sull’effetto novità;
2- sulla impressionante serie di scandali in poco tempo dei mesi precedenti (ora già dimenticati dal popolo più smemorato del globo);
3- del fatto che i media padronali lo avevano sottovalutato e non si erano preoccupati di lui, mostrando spesso spezzoni dei suoi comizi.

L’impatto e la carica trascinante di Beppe, unito ai fattori 1 e 2 hanno prodotto un grande risultato, oltre le aspettative.

Poi, dopo il grande successo imprevisto, i media padronali italiani, compreso il pericolo che il popolo si potesse svegliare e buttare a mare i loro padroni, hanno iniziato il bombardamento a reti unificate contro il M5S, compresa la compagna Giannini di Report (autrice del servizio-porcata che distrusse l’IDV) e una parte degli italioti, notoriamente tele-anestetizzati, è tornata all’ovile.

Ehi..stiamo parlando delle TV ITALIANE

Avete presente?

Quelle controllate da Berlusconi e (in misura minore) dal PD

Questa è l’Itaglia, Signori e Signore,… s’ignora

Da 20 anni.

PS: non voglio demoralizzarvi, voi dovete andare avanti, e io, nel mio piccolo, sto cercando di aiutarvi (a modo mio, nel web) e continuerò a votare per voi.
Io la mafia (PDL) e le lobbies-clientele (PD), non le voterò MAI.

Ieri Di Pietro, oggi Grillo, domani chi verrà, non importa.

A me hanno distrutto il futuro, e li combatterò fino all’ultimo giorno in cui sarò al mondo. 

ENNIO DORIS 28.05.13 20:41|