4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XVIII°

Dall’homo democristianus all’homo democraticus. Chi oggi a sinistra vuole mantenere il sistema proporzionale non contemperandolo con quello maggioritario dimostra una miopia che sfiora il passatismo perché volente o nolente lavora per il re di Prussia conservando un sistema in cui ha sguazzato l’homo democristianus.

Il ricambio attualmente non può che basarsi sul bipolarismo in cui però l’alternativa sia radicale (non come oggi di centro-sinistra/centro-destra).

Cioè una destra e sinistra che sappiano contrapporsi o comunque giustapporsi nell’autonomia della politica, a loro volta ai “valori” del capitalismo allo scopo di sviluppare una intensa dialettica tra la politica e l’economia onde evitare il ritorno a pastette e compromessi che sviliscono la politica fino ad essere un puro e semplice traino degli interessi del capitale.

Questo non significa che non si debbano concludere accordi e mediazioni ne tantomeno condurre una politica “anticapitalistica” quando si è al governo che di fatto paralizzerebbe le istituzioni, bensì fare delle scelte precise che sappiano condizionare anche la politica del capitale.

Quindi non più un sistema centripeto, (le ideologie di destra e sinistra che camminano quando vogliono governare, verso il centro) ma centrifugo (il centro del capitale deve camminare verso le ideologie) rafforzando quindi la stessa politica anche se c’è il rischio che nessuna delle due ideologie voglia che l’altra governi e che il capitalismo non gradisca le ricette di entrambe, massimamente quelle di sinistra.

Però solo in questo modo possiamo prospettare una politica di qualità dando soluzioni profondamente diverse alle stesse questioni, in modo che si innesti un movimento di idee che si misuri poi con la realtà dei fatti e se le ricette si dimostrassero inefficaci oltre a perdere il consenso dell’elettorato indurrebbero a maggiori ripensamenti e riflessioni.

Le idee vincenti dovrebbero essere in questo modo premiate assieme all’originalità di proposte innovative, anche se il termine innovazione ha più contraddistinto i processi tecnologici che l’attività del pensiero.

Nessuno così si nasconde per esigenze di immagine al centro, senza contare che ogni tesi, da quella più tradizionale o retriva a quella più azzardata e rivoluzionaria può avere il potere di manifestarsi e misurarsi con la realtà e non rimanere nel “cassetto” ideologico per anni o addirittura per intere generazioni. In questo modo si potrebbe anche combattere un “razzismo” ideologico strisciante che non aiuta la trasparenza del vivere sociale. Comprendere il principio di realtà in corso aiuta a non fuggire troppo nelle utopie e costringe comunque a misurarsi con problemi che si tende a non considerare.

Tutti noi abbiamo l’esperienza, in quanto viviamo in famiglie cristiane o socialiste, laiche o conformiste, creative o tradizionaliste o comunque anche in altre forme di convivenza di fatto, di fratelli o sorelle che appartengono ad una sponda politica completamente diversa dalla nostra, di cugini o cognati qualunquisti o peggio imbroglioni.

Non di rado da un padre anarchico (inizio secolo) è nato un figlio democristiano e da un padre democristiano è rinato un figlio anarchico, lo stesso Fidel Castro ha la figlia che dissente da lui: ciò è naturale se la politica riprende la sua tensione ideale e permette di costruire progetti alternativi che oggi invece sono frustrati da un pragmatismo livellatore e se la politica prende forza, la ragione si fortifica nella sua ombra e l’uomo può ritornare ad essere l’artefice del proprio destino. Si cercherà di più di condividere con altri le proprie posizioni in una sorta di affinità elettiva, piuttosto che irrigidirsi in posizioni di rifiuto, ma nonostante ciò rimarrà ineludibile il confronto con chi è diverso da noi, a cominciare da nostro padre per finire con nostro figlio, mentre l’intolleranza non fa altro, per un gioco beffardo del destino di riproporre molto spesso quella legge di cui si diceva sopra.

Nel bipolarismo ognuno dei due sistemi (funzionale comunque a una “democrazia borghese” e riflettente l’equilibrio istituzionale) deve dispiacere profondamente all’altro e creare così nella gente un possibile giudizio di comparazione, nei limiti poi d’un consenso che ad entrambi proviene dall’opinione pubblica e comunque dal corpo elettorale e quindi senza possibilità di fughe “autoritarie”.

In questa situazione non servono a niente e a nessuno i vari centri più o meno moderati, più o meno progressisti, che in tempi passati hanno solo contribuito a generare l’homo democristianus.

Oggi questo ruolo è del capitale. Il capitalismo senza confini ha assorbito e superato lo stato nazionale divenendo transnanzionale, anonimo e immateriale, esso si regge su “indici tecnocratici” che vengono metabolizzati in un “sistema oggettivo di compatibilità” il quale ultimo non abbisogna di servilismi politici dei soliti portatori d’acqua, perché il mulino ha una sua automaticità.

Il capitalismo fa da sè, senza intermediari, è in grado da solo di gestirsi le proprie politiche di centro, gli basta insediare un “ragioniere” supervisore nella stanza dei bottoni. Se mai il problema potrebbe essere quello di instaurare un rapporto dialettico economia-politica con le altre forze che al governo possono contrastarlo.

Sia la destra che la sinistra o altro che cresce politicamente, dovrebbero essere portatori “sani” di esigenze non contemplate negli schemi mentali del capitalista, che però costituiscono il necessario consenso della società “contrattualistica”.

Quindi l’economia costituisce un contrappeso alla politica e la politica un contrappeso all’economia in un equilibrio voluto dall’opinione pubblica ovvero dal corpo elettorale e d’altra parte le diverse idee possono contribuire a “democratizzare” lo stesso capitalismo (non è detto) il quale beneficia così di elementi dinamici e di nuovi stimoli.

Senza un certo fermento il rischio del grigiore e del burocratismo appare elevato. Senza il capitalismo le ideologie farneticano su mondi possibili evitando di fare i conti col rude oste e il delirio si interrompe bruscamente quando questi le caccia a pedate.

Il mondo oggi è più artificializzato, si costruisce e decostruisce oltre i meccanismi automatici della tradizione. Ciò comporta una maggiore libertà individuale nelle scelte di vita, ma anche il pericolo di fragilità delle stesse forme di vita ed una maggiore sofferenza per la quasi costrizione a cui si è indotti, ciò comporta inoltre a pensare e ripensare la propria esistenza, ognuno diventa più padrone di sè e ciò che fa, se non piace, può essere cambiato radicalmente.

In questo contesto sia la sinistra che la destra seppur radicali non possono superare concretamente i limiti consentiti da una politica istituzionale nutrita di compatibilità col centro se vogliono governare e avere il consenso dell’opinione pubblica o comunque del corpo elettorale, l’importante è che non si appiattiscano su posizioni similari convergendo docilmente verso le esigenze superiori del centro.

Le pericolose avventure in avanti o i processi di trasformazione radicale appartengono più ai movimenti che ai partiti (costoro con scopi preminentemente istituzionali) e si inscrivono in quel processo che si chiama rivoluzione sociale: Se i partiti agiscono dall’interno e i movimenti dall’esterno si creano turbative dell’ordine sociale che possono indurre l’elettorato a premiare le opposizioni.

D’altra parte le omologazioni conformiste allontanano la gente dalla politica burocratizzata mentre una sorta di equilibrio si avrebbe con un “pragmatismo ideologico” dove il pragmatismo sia temperato da idee e le idee siano temperate dal pragmatismo e in cui la politica diventi più prassi di idee che si concretizzano, che di avveniristici mondi possibili ormai fantascientifici.

In alternativa l’homo democraticus può solo occupare il potere alla maniera del craxismo, per cui la politica (se si vuole ancora chiamarla tale) si ridurrebbe ad una pratica selvaggia di potere a detrimento del bene pubblico, cambierebbero gli uomini a gestirla, solo che dopo un po’ non si riconoscono più da dove vengono alimentando cosi il qualunquismo e il rifiuto della politica, soprattutto se si continua con questa prassi:

1) mettere uomini propri nei centri di potere addomesticati ed esecutori di ordini;

2) partitocrazia selvaggia;

3) manuale Cencelli ritualizzato e riattualizzato;

4) l’homo democristianus in circolazione che diffonde a pagamento il suo sapere sul potere.

Solo se invece l’homo democraticus si sforza di combattere, almeno quando è al governo, l’eventuale degenerazione della società civile indotta anche dai processi di alienazione (violenza, prevaricazione ecc.) introducendo elementi migliorativi nella medesima società, gli stessi partiti possono ancora svolgere una funzione attiva, altrimenti rimarranno le solite entità separate e superate che vivono parassitariamente di risorse pubbliche, spingendo la stessa società civile ancora di più verso i margini, le periferie del sistema, con una frantumazione inevitabile dell’assetto politico-istituzionale e all’uomo democraticus sarà levato tutto, all’ex (pi)diessinus oltre alla pi sarà levato anche la (di) rimanendo in mutande e diventando in questo modo un uomo “sinistretto”.

FINE

 

 

 

3 – VIGILANZA SULLA RAI

Vigilanza sulla Rai. Riprendendo il FATTO QUOTIDIANO di qualche giorno fa che informava sulla Commissione di VIGILANZA  della Rai presieduta da Roberto Fico del M5S, sono stati dati in pasto dei nomi intorno alle 2400 società che si dividono la torta delle forniture Rai, che come sappiamo, ci sarebbero anche se la Rai fosse completamente privatizzata, e corrispondono alla esigenza di trasmettere delle trasmissioni che vanno dai talk show, ai film e alle fiction nonché ai tantissimi servizi giornalistici.

Il problema che sorge è quello di come individuare il contraente senza che ci sia una influenza diretta della politica che pilota le scelte, si parla quindi di ingerenza della partitocrazia, cioè in altri termini: si mangia solo con la partitocrazia poiché il contraente viene scelto non in base a parametri meritocratici e di convenienza economica, ma attraverso una selezione politica, è sempre il solito vecchio discorso che il filtro è rappresentato da questi partiti che strozzano la società civile e determinano la scelta di chi sarà un privilegiato e di chi invece rimarrà sempre fuori dalla torta.

I nomi di personaggi legati alla politica e che di fatto lavorano pagando cmq una tangente al proprio partito sono: Velardi, i fratelli Casella, i Dino Vitolo tutti protetti o dal Pd, o dal Pdl o dall’ex An Rositani.

E’ da capire se molti di questi hanno una professionalità vera, che cmq per lavorare si sono avvicinati a qualche area poltica per essere scelti, da chi invece ha ben poca professionalità ma gioca tutto sulla protezione politica.

L’importo degli appalti è pari a 2 miliardi di euro e riguardano servizi, forniture, trasmissioni, film, fiction e quant’altro, per i contenuti da trasmettere sui quali si inserisce la pubblicità.

Nell’ articolo del Fatto si parla di Teodosio Losito, Patrizia Marrocco, (ex compagna di Paolo Berlusconi,), si parla della Luxvide, di E. Bernabei, Maurizio Romi, Alessandro Jacchia,(ultimamente c’è stato lo scandalo della vendita dei diritti dei film di Toto’) Claudio Velardi, cn la Paypermoon Italia, Lorenzo Mieli, Agostino Saccà (famoso il video della raccomandazione di Berlusconi) Gabriella Bontempo, Ida Di Benedetto, Beppe Ceschetto, tutti legati a protezioni politiche.

Solo se appartieni a queste aree protette puoi lavorare con la Rai, ma anche con  Mediaset, la scelta del contraente quindi viene fatta per appartenenza politica.

Invece tu povero cristo se chiedi un appuntamento a un Responsabile Rai del settore dove dovresti intervenire con una fornitura, un progetto, un servizio, ti risponderà invariabilmente che sono momenti difficili, che il budget dell’anno è già abbondantemente esaurito e tu non becchi niente perché il grano se lo sono già speso, tu timidamente fai presente che gli appalti sono regolati da un codice, appunto il codice degli appalti e non si deroga da questa legge e che dovrebbe vigere il principio della rotazione: mangiamo tutti, non sempre i soliti.

– eh si ma tu dove vivi? Ti chiedono?

– A Ciampino!

– Allora si capisce che sei un pochino….allora  non hai capito,  devi essere mandato! man   da to!

– Mah! Se ci sono degli appalti dovrebbero esserci delle gare non pilotate perché altrimenti si compie un reato. Quindi la Rai oltre ad eliminare tutti gli sprechi dovrebbe fare delle gare rispettando la legge dove vige il principio della rotazione oltre a quello della economicità, della professionalità ecc., ecc in maniera di garantire il massimo di trasparenza, è mai possibile questa cosa o è solo un sogno?

-Ciampino?

-Siii

-Ficcatelo….

-Eh?

-In testa, che nn è cosi facile

-Ahh|

Ciankazzo da Fare

2 – LA TERZA VIA

Tornatore ci dice che c’è una terza via tra il cinema d’autore e le commedie italiane: VIA DALL’ITALIA! Cercare di andare in un altro Paese anche per fare cinema.

A parte gli scherzi una terza via potrebbe essere costituita da un cinema di “regia”. Lo stesso Tornatore ne IL MESSAGGERO di Roma del 17/6/2013 (articolo di Gloria Satta) ci dice: “una volta si giravano 300 pellicole all’anno oggi una sessantina, solo producendo di più possiamo imporci “

Neanche lui conosce bene le cose, oggi non si producono 60, bensì 120 film solo che la metà appunto 60, non guadagnano, che vuoi fare più film se il mercato non li assorbe? Ampliare il mercato? Ma se non c’è espansione, in quanto la sommatoria è uguale zero per forza di cose o incasseranno meno i film Usa e le commedie italiane o altrimenti risulta uno spreco di risorse molte delle quali anche private che non riescono ad essere valorizzate. Come mai ci si chiede, i film drammatici non hanno successo in Italia? I Polizieschi? I film Horror? Sono fatti male, non li sappiamo fare? Eppure qui c’erano grandi maestri che si sono cimentati con i generi, possibile che non ci siano più degli allievi degni.

Io penso che la terzia via sia quella del cinema indipendente, veramente libero, veramente nuovo che non sia però troppo autoriale o autobiografico e dia sfogo alla fantasia più sfrenata e soprattutto ogni volta sia diverso.

Si dovrebbe costruire una rete di cinema indipendente capace di attrarre un pubblico più esigente, dove metà del budget deve essere consumato in promozione e dove ci siano film che vanno incontro anche ai gusti del pubblico medio esigente.

Torniamo a Tornatore: il successo di “La Migliore Offerta” venduto in tutto il mondo, smantella una certezza ben radicata nel cinema italiano: il fatto che ci sia spazio solo per le commedie medie, è una convinzione inesatta ci dice il maestro: il pubblico richiede un’offerta articolata, non vuole solo ridere, ma anche riflettere e commuoversi, invece quel che resta della nostra industria si dirige verso la commedia e la “riserva” indiana del cinema d’autore, ma gli spettatori hanno fame di altro, la colpa è dei produttori dice Tornatore che non rischiano per mancanza di coraggio

 

 

1 – I PRODUTTORI E IL CROWDFUNDING

I PRODUTTORI ROMANI SONO IN CRISI E IL CINEMA SI AUTOFINANZIA VIA WEB COL CROWDFUNDING

Chi ha detto questa come dire …sciocchezza (usiamo parole consoni) è Maria Luisa Di Simone – bisogna attirare l’attenzione a tutti i costi- a proposito del “crowdfunding” e nella capitale diventa particolarmente attivo, tanto da creare interesse.

 

Mettere a confronto i produttori romani col crowdfunding è veramente ridicolo, è come mettere insieme un albero di banane con un fungo porcino, sono due livelli assolutamente inconciliabili di finanziamento, uno riguarda l’alto il medio e il basso budget, l’altro riguarda il no budget, nel secondo caso significa che non ci sarà mai nessuna speranza di distribuzione e sono prodotti limitati per una circolazione gratuita sul web, e sono quindi attività di rete che niente hanno a che vedere con il cinema diciamo “normale” che peraltro non riesce a farsi distribuire

In più, incuriosito, ho svolto una ricerca per capire se davano più soldi ed e’ venuto fuori che si ci sono piccolissimi e microscopici prestiti, ma se vogliamo invece avere prestiti più alti dovevo accettare condizioni di usura.

Scusate, mi sbaglierò, ma a tutta prima il Crowdfunding è una grandissima minchiata, non è utilizzabile per il cinema, ameno che tu non faccia un film col telefonino a costi quasi zero, come Pippo Delbono, l’unico finanziamento che ci salva e il tax credit esterna per questo bisogna lottare per mantenerla al 100% altrimenti di qui a breve ci sarà un crollo della produzione, nonostante che il tax credit per gli indipendenti sia difficile da ottenere se non inserisci qualche attore di grido, altrimenti nisba.

 

2 – QUERELLES INTELLETTUALI – LA CULTURA E’ UN VALORE DI MERCATO?

Che il mercato rappresenti la cultura della merce lo sappiamo tutti, ma il mercato più che cultura è profitto, diciamo che non occorre tirare fuori la parola cultura  per ogni dove,  ma non occorre essere intellettuali per capire certe cose: e cioè che la cultura può essere svilita dal profitto perché tutto diventa cultura per il profitto  e la cultura non è più niente.

La cultura è il deposito storico di un Paese, è la sua lingua le sue espressioni dialettali, i suoi usi, i suoi costumi come si dice alle elementari, ma la cultura è anche esercizio intellettuale alla ricerca del nuovo, di idee originali che aumentino questo deposito storico, è arte, il problema nel cinema è che non si è mai esplicitato a livello di Mibac, cos’è l’interesse culturale, cosa vuol dire cultura, o meglio cultura cinematografica, lasciando lo spazio a qualsiasi espressione generica per cui si può “aiutare” (o forse meglio, decidere) qualsiasi tipo di film da quello con temi complessi, con personaggi difficili che osservano la realtà, dai documentari a quelli leggeri come commediole d’evasione che riproducono cmq una certa cultura cinematografica.

E’ questo il fatto negativo per cui si è finanziato di tutto e di più senza dare nessun tipo di impronta veramente “culturale” se invece il Mibac avesse definito qual è la cultura da premiare, probabilmente un sacco di sceneggiature si sarebbero indirizzate verso quei problemi e quei temi cari al Mibac al punto di giustificare un finanziamento, ma questo avrebbe comportato una notevole restrizione “politica”negli interventi e invece si è preferito dopo gli attacchi dei giornali, in primis IL GIORNALE E LIBERO ad indirizzarsi verso dei film più commerciali o autoriali di successo CHE PARADOSSALMENTE NON HANNO BISOGNO DI FINANZIAMENTI.

Attualmente siamo arrivati al punto che si danno pochi soldi a tanti soprattutto per le opere prime e seconde e ai soliti noti per le opere terze.

A mio parere il Mibac avrebbe dovuto non solo finanziare certi film culturali ma creare le condizioni di una loro promozione tramite una agenzia con capitale pubblico e privato e di una loro valorizzazione attraverso un circuito pubblico-privato di distribuzione, tutto questo comportava una certa meritocrazia dei progetti che non sempre c’è stata, puntando effettivamente sul meglio e allora solo allora riesci a tirar su una fetta aggiuntiva di mercato che si giustappone a quella delle commedie e riduce l’impatto dei film Usa.

Era questo in definitiva che chiedeva la legge 1213, incrementare il mercato cinematografico “culturale” che poteva non solo dare posti di lavoro aggiuntivi ma aumentare il peso della cultura cinematografica italiana, questo progetto non è riuscito altrimenti il mercato italiano poteva essere al 50% con quello americano come negli anni 60-70, si è allargato un po’ per effetto delle commedie ma adesso è ritornato sempre a quel 20% di prodotti italiani che dà, a noi indipendenti, poche speranze di poter sopravvivere quando fai dei prodotti che non circolano, non essendo noi un istituto di beneficenza e non essendo figli di capitalisti, risulta sempre più difficile guadagnarci con un film che molti ormai fanno o per scaricarsi delle tasse o per riciclare… un po’ di spazzatura.

 

 

 

1 – LA RAI DI TUTTO DI PIU’

La Rai è sotto attacco mediatico, sprechi a josa, ci dice L’Espresso, film pagati con cifre da capogiro e non trasmessi, Tv movie spazzatura non utilizzabili, passaggi tra società che fanno salire i prezzi, fiumi di denaro pubblico buttato al vento, licenze rinnovate per anni.

La Procura di Roma ha acquisito i contratti stipulati dal 2003. Dal 2003 ad oggi la Rai ha speso 1,3 miliardi di euro per acquistare i diritti di film e serie Tv.

I magistrati ipotizzano che siano state comprate pellicole a prezzi pompati mediante l’emissione di false fatturazioni da parte di società di intermediazione, il tutto al fine di evadere le tasse e garantire “stecche” sotto forma di consulenze.

Per il momento dalle indagini sono emersi solo sprechi n quantità industriale e l’emersione di un conto cifrato che può essere servito per girare mazzette.

Ecco due commenti interessanti all’articolo, il primo di Fulvio Wetzl, il secondo di Sartonet:

1) Esistono centinaia di film che dopo trattative estenuanti siano riusciti a vendere alla Rai, a prezzi risibili il più delle volte, e che programmatori delle varie reti disattenti o non adeguatamente foraggiati (menefreghisti ndr) non si sognano nemmeno di mandare in onda, nonostante siano molto ben recensiti dalla critica, perché pensano di dimostrare la loro personalità programmando solo film di “tendenza” ed escludendo altri film, più coraggiosi, non necessariamente sperimentali, ma giudicati da loro secondo un loro criterio insondabile di “nicchia”.

E così fanno un danno gravissimo a noi autori perché di fatto li fanno sparire dal mercato, non potendo noi rivenderli ad altreTv più sensibili. E i nostri film finiscono nell’inferno dell’invisibilità, senza neanche poter accedere così ai proventi minimi ma necessari dell’equo compenso” Dovremmo come 100 autori e personalmente batterci perché nei futuri contratti ci sia una clausola di obbligatorietà della trasmissione tv e non in orari punitivi;

2) In un recente documento del PD, Bersani chiede che la Rai sia della società civile, peccato però che oltre ad essere in mano ai partiti, da sempre negli anni sia diventata un carrozzone e anche peggio. Mi chiedevo un po’ di anni fa come mai soprattutto su Rai2 si vedevano un sacco di film americani abbastanza ordinari se non scadenti e non si vedevano film italiani, ecco spiegato: c’era tutto un  giro di mazzette che però è ancora presunto…secondo me la Rai bisogna proprio scioglierla, mandare a casa tutti e poi vedere cosa si può fare in alternativa, la cosa più sconvolgente è che mentre a Mediaset cmq interessa il guadagno, alla Rai non lo considerano importante, la cosa che considerano importante è la mazzetta.

Riprendendo questi due commenti di professionisti del settore, l’equo compenso proposto dall’Anac è stato un errore madornale,  il principio della fine, non si sono più visti film italiani indipendenti anche di notte, soprattutto di notte,  se non di raccomandati politici, perché la Rai avrebbe dovuto pagare un sacco di soldi a gente sconosciuta senza referenze politiche, rispetto sia ai raccomandati autori dal  Pd,  che i giornalisti che si sa,  devono mangiare molto di più.

Detto questo mi immagino un dialogo un po’  surreale con un funzionario Rai:

– Caro Dott. Pirletti, lo sa bene che io sono un autore indipendente, né (cadenza piemontese) fuori dai giochi ma con una voglia di combinare il nuovo col tradizionale,…lo so Voi della Rai avete da sempre problemi famigliari, ma questo film è adatto ad un pubblico universale;

– Io la capisco e condivido il suo pensiero, ma lo sa che questi sono tempi difficili, abbiamo già concluso il budget dell’anno ed è tutto pieno anche l’anno prossimo, per quest’anno abbiamo già definito tutti i nostri progetti, cmq vediamo che si può fare, chi ha detto che la manda……

– veramente sarei un produttore indipendente che voleva sottoporle queste idee deri….

– che!!!!..Ragazzo vedo che sei ancora giovane. Ma tu non hai capito una beneamata m….qui noi siamo in questa  scrivania perché c’ha messo qualcuno, che vuoi da me, che io ti dica di si, portami almeno un PD decente, i progetti si fanno così: ti fai raccomandare da chi di competenza, ti fai ricevere da noi, e poi ti fai produrre sempre da noi. – ma io pensavo che cmq le idee contassero:..

– i voti, ma ‘do cavolo (zzo) vivi? Ma che la Rai è dei cittadini, qui se non faccio quello che mi dicono mi cacciano via all’istante, te capì, che la cosa venga dal Pd, dal Pdl o dai leghisti è sempre la stessa cosa, se tu hai un progetto valido fatti sponsorizzare  da loro, ma attento perché ci sono tanti millantatori che ti dicono si, ma poi non sanno fare un cazzo. Ci sono produzioni che hanno fatto soldi grazie al Pd e a Pd-l  vieni tu indipendente beato tra i poveri di spirito politico,  a trattare cosa? Sono tempi difficili, lo sai, riprova il prossimo anno. Vedrai…..(che in ce …. l’avrai!)

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XVII°

Dall’homo democristianus all’homodemocraticus. Altro che democrazia zoppa, la nostra è stata completamente ingessata al punto che non si capiva se era più morta che viva, completamente alla deriva.

Allora risulta evidente che si parlasse di un sistema basato sul ricatto generalizzato, anzi sembra proprio l’uovo di Colombo affermarlo; ci si meraviglia piuttosto delle reazioni contro un’ovvietà che tutti hanno constatato, forse qualcuno ha interesse a rimuoverla, ma fino a dopo la caduta dei vari muri la nostra democrazia bloccata aveva visto governare solo una forza politica (sembrava che certi partiti avessero il gene del governo e certi altri il germe dell’opposizione) contornata da piccoli alleati con i quali si distribuiva tutti i posti di governo e di sottogoverno, ma un vero ricambio non s’è mai verificato anche se le opposizioni riuscivano a strappare una qualche presidenza istituzionale e allora perché ci si meraviglia di un modus politicandi di un sistema di potere rimasto inalterato come nei paesi dell’est, poiché rifletteva una mancanza di alternative? Tutto veniva fagocitato nel centro, così come ogni forza politica che avesse qualcosa di nuovo e diverso da proporre.

I meccanismi dittatoriali nascono dall’uso di poteri forti in quanto esclusivi e quindi gestiti in condizione di monopolio politico. Nascono con la giustificazione di creare condizioni sociali più avanzate, nella realtà finiscono col farle arretrare non riuscendo a mettere in circolo una seppur minima dialettica di idee e una dinamicità di condizioni politiche, per cui quasi automaticamente si scade nel sopruso magari in nome di una necessità superiore metaforicamente basata su richiami ideologici che nasconde intenti puramente personalistici di dominio e di potere sulla popolazione inerme. Mancando la dialettica e il confronto ciò che qualcuno ritiene giusto per tutti, diventa ingiusto per tanti che vedono con diffidenza e fastidio se non in maniera vessatoria, anche uno sviluppo “pedagogico” della società caldeggiato dai membri del partito di governo per scoraggiare determinati comportamenti ritenuti dannosi o peggio antisociali. Si può muovere l’obiezione di una qualche consistenza: se una determinata maggioranza saldamente costruita fosse pervasa da bisogni distruttivi (guerre, disastri ecologici) avendo il comando delle azioni condannerebbe anche la minoranza dissenziente al suo destino, allora cosa si può fare per difendersi da un eventuale “sopruso” della maggioranza legittimata da un sistema di consenso democratico, soprattutto se è dominata da un modus vivendi “retrivo”, inadeguato a capire i cambiamenti ovvero ancora “mitico” (vede ciò che non esiste più da molto tempo) in ritardo culturale e impermeabile a qualsiasi considerazione ecologica?

Il problema si fa oltremodo complesso. In passato e ancora oggi, basta vedere la ex Jugoslavia, le minoranze sono state oggetto di vessazioni, discriminazioni, ma anche di pogrom, violenze inaudite, crimini e misfatti che hanno fatto urlare domande angosciose: se questi sono uomini, la bestialità ha paragoni? Ma tale tipo di minoranze erano etniche o religiose (quanti massacri compiuti in nome della religione) e su queste minoranze si sfogava l’odio atavico delle maggioranze. Più frequentemente maggioranze e minoranze costituiscono categorie politico-ideologiche di una medesima nazione. I bisogni distruttivi che le minoranze attribuiscono alle maggioranze potrebbero essere sconfitti o ricorrendo a forme di separazione delle responsabilità o con la separatezza(secessione). Ma fino ad oggi non si è mai verificata una scissione di sinistra o di destra dalla sovranità di uno stato anche perché ci vorrebbero le convergenze ideologiche e territoriali, mentre invece qualsiasi territorio riproduce, seppure con caratteristiche talvolta diverse, le stesse divisioni ideologiche e la sovranità si realizza come sommatoria di territori; più facile era in passato, ma questo valeva soprattutto per minoranze religiose, emigrare in un altro territorio (le nuove colonie in America) La strada che di solito si percorre è quella dell’aperta ribellione all’autorità costituita attraverso una rivoluzione che dovrà utilizzare quegli stessi “poteri forti” una volta esperita con insuccesso ogni tipo di ragionevolezza, per cui in nome di una emergenza si ricorre a una forma di governo autoritario sempre più dittatoriale: si ha una fiducia dogmatica che rasenta il fanatismo di un qualche principio ideologico che si può realizzare solo togliendo di mezzo le forze avversarie. Ma una minoranza che non vuole fare guerre dovrebbe compiere una rivoluzione sanguinaria?

Una minoranza che non desidera sia distrutto l’ambiente può ricorrere al gas nervino per vincere una rivoluzione? E comunque come si potrebbe gestire questa fase senza incorrere negli stessi errori d’un tempo?

L’homo democraticus comunque dovrebbe essere in grado di giustapporsi (non di contrapporsi) al capitalismo nella sua tendenza degenerativa facendo lezione dell’esperienza per certi versi analoga del comunismo burocratico, però dovrà mantenere un ambito di autonomia politica del sistema economico pur cercando di condizionarlo con proprie proposte. Autonomia che non scada in pura pratica di potere acquisendo quell’arroganza tipica di chi genera sottogoverni e “mafie”. Ciò richiede un ricambio dialetticamente fuori dallo stesso “sistema ideologico degenerato” che solo il maggioritario attualmente può dare e comunque garantisce una responsabilità di potere seppur con pericoli di semplificazione politica, povertà ideologica, populismo demagogico e liderismo esacerbato, mentre il proporzionale favorisce la sopravvivenza di burocrazie, di apparati politici immobilisti ma anche di idee minoritarie, di complessità specifiche. La cosa migliore sarebbe una sintesi o ibrido che preservasse gli aspetti positivi di entrambi i sistemi. E’ vero che il maggioritario banalizza “personalizzando” la politica, le idee, per cui il bipolarismo per funzionare dovrebbe amplificare le alternative e non appiattirsi al centro, altrimenti la politica si ridurrebbe a pura amministrazione e il bipolarismo scadrebbe a puro gioco delle parti in cui una quando va al governo rinuncerebbe al suo programma per accontentare l’altra ed entrambe sarebbero al servizio della politica del capitale. La politica del maggioritario rischia un riduzionismo argomentativo, senza più vedere i fenomeni in profondità e senza più trattare di mondi possibili, di sistemi complessivi, di utopie concrete, ma solo certi temi istituzionali di scarso interesse per l’idealità delle persone e piuttosto ristretti nel loro possibile sviluppo in prospettiva, che invece sono tanto cari alla politica del quotidiano asfittico e asfissiato da urgenze quali la disoccupazione e l’inflazione in cui si vive senza nessuna progettualità.

homo democristianus XVII

 

 

1 – CIAK SI FLOPPA, TANTO PAGA LO STATO

CIAK SI FLOPPA – Questo è l’articolo scritto da Matteo Sacchi su IL GIORNALE,  ci parla della dinamica dei finanziamenti pubblici: certi film si meritano il finanziamento per l’ indubbio valore culturale, però il Mibac ha finanziato delle commediette che non ce l’avevano e che certamente non avevano bisogno di finanziamenti, tipo AMICI MIEI di Neri Parenti.

Sacchi continua: “Questo va detto, è il risultato della nuova legge del 2004 che ha tentato di emendare gli sperperi addirittura incredibili causati dalla precedente legge del 1965, la 1213 e che ha introdotto dei criteri oggettivi di finanziamento ma si vedono così sempre le stesse facce e i curriculum rischiano di congelare il rinnovamento”.

La legge del 2004 ha introdotto il reference system, che a mio avviso è pericoloso perché crea una gerarchia all’interno della cittadella del cinema tra idee di serie A, B, C1 e C2, nel frattempo c’è stata la campagna di stampa de IL GIORNALE che ha pubblicato un elenco di tutti i film finanziati inserendo di fianco l’ incasso, talvolta misero, il nome del regista, CHE FINIVA in una specie di gogna mediatica dove si parlava facilmente di truffa, lo stesso Giornale che poi se la prende con Travaglio perché è un giustiziaLISTA DI PROSCRIZIONE.

Ci fa capire che QUESTI DEL GIORNALE SONO GARANTISTI QUANDO SI PARLA DI BERLUSCONI ACCUSANDO IL FATTO QUOTIDIANO DI ESSERE GIUSTIZIALISTA E SONO GIUSTIZIALISTI QUANDO SI PARLA DI CINEMA accusando senza mezzi termini registi e produttori di essere dissipatori di soldi pubblici e via cantando. Hanno semplificato per motivi sensazionalistici il problema che era molto più complesso e aveva a che fare con la promozione di film che seppur interessanti, avevano poche chances in un mercato chiuso come il nostro, dominato dalle solite grandi distribuzioni che non lasciano spazio al cinema culturale.

Quindi è facile dire CIAK SI FLOPPA, TANTO PAGA LO STATO, ma se fosse stato Berlusconi a fare questi film come avrebbero titolato l’articolo? Dopo queste pesanti critiche, il Mibac si è coperto il culo. E allora basta finanziare film in base alla sola sceneggiatura, meglio finanziare le produzioni che garantiscono cmq un incasso, si parla di autori abituati a incassare, creando un discrimine profondo tra chi incassa e chi non incassa e per le opere prime e seconde rivolgendosi a quelle stesse produzioni diciamo di serie A.

E’ stata una trovata scaltra del Mibac per legittimarsi rispetto ai difensori del neoliberismo cinematografico, dando i soldi ai soliti noti, così il Mibac può dire che ogni euro di finanziamento dato, produce ad es. un euro e mezzo di ricchezza aggiuntiva secondo i dettami della politica economica keynesiana, ma paradossalmente ha dimostrato che la sua politica non è necessaria.

Insomma a chi bisogna darli sti soldi, ai soliti noti, che incassano, a quelli sconosciuti che non incassano, al valore culturale che non si sa cosa sia, ai registi autoriali che però non incassano? A NESSUNO! Replica la gente comune, meglio finanziare la scuola o defiscalizzare il lavoro. Che ce ne frega a noi dei film, è l’ultimo pensiero quello dei film. E la cultura? La preserviamo si ma se non ci costa, altrimenti no, avete visto la cultura contadina come è sparita in un baleno? Va bene, dico io che sono un autore indipendente, avete ragione anche voi, allora se non vogliamo spendere per la cultura bisogna tirare fuori il protezionismo (mettiamo un tetto al cinema Usa) come strumento di difesa almeno dei posti di lavoro, ma questa politica urta con la globalizzazione del mercato che è cultura della merce, e non vuole distorsioni protettive, non se ne viene fuori facilmente da questo labirinto, il neo liberismo porta alla cancellazione della cultura, la cultura invece vorrebbe cancellare il neoliberismo dalla faccia della terra, cmq il protezionismo aiuterebbe la produzione italiana a farsi conoscere e quindi a fare qualche soldo in più se vogliamo vedere come unico parametro del film quanto ha incassato. E non se ha delle qualità intrinseche.

Per incassare però bisogna creare un circuito di distribuzione che sia in grado di fare la concorrenza alla grande distribuzione americana, ecco perché mi richiamo al cinema territoriale in cui il cinema può fungere da richiamo turistico, ma deve essere a low budget, in maniera che non sia troppo difficile rientrare dei soldi spesi. In Europa si parla di eccezione culturale dei singoli Paesi per difendersi dallo strapotere di un cinema globale made in Usa, derogando al principio del libero mercato per proteggere l’identità e la specificità di una cultura dal rischio di omologazione

Dice Davide Giacalone su LIBERO del 18/06/2013, che l’eccezione culturale è di destra anche se ne pavoneggiano gli “intellettualoidi” di sinistra. Del FUS (Fondo unico dello Spettacolo) solo il 18,59% va al cinema, ma si parla di eccezione culturale solo per il cinema e anche il nostro Giacalone ci dice che non è affatto male agevolare il cinema, Hollywood nacque grazie ad agevolazioni fiscali (difatti prima l’industria del cinema si trovava a New York).

Ma, prosegue, se i soldi vengono distribuiti (almeno in Italia) in base al valore “culturale” accertato da apposite commissioni di “raccomandati ministeriali” sono buttati e se, invece, li si scuce in base ai biglietti venduti, va a finire che finanzi i film di cassetta che possono avere valore culturale ma non hanno bisogno di finanziamenti pubblici, (non se ne viene fuori) allora cosa si fa? Neanche Gacalone ha la risposta pronta, però quando gli italiani vanno al cinema pagano più che altro film americani (53%), 27% italiani e 17 film europei.

Che vuol dire che gli italiani nel cinema sono esterofili, più che altro americanofili, cioè subiscono prepotentemente la lingua e la cultura americana in una sorta di colonialismo, COGLIONALISMO.

Dall’accordo di libero scambio con gli Usa siamo i primi a trarne vantaggio, ci dice Giacalone, ma a noi non ce lo spiega nell’articolo: va da se che il mercato libero fa bene anche alla cultura (se lo dice lui) perché ripropone i valori economici del capitalismo occidentale anche nei paesi asiatici o mussulmani FONDAMENTALISTI, in questo modo la forma merce si espande in tutto il GLOBO costituendo una forma di cultura, la cultura della merce appunto, e in questo senso l’eccezione culturale consiste non nel sottrarre la cultura al mercato, ma nell’interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato!?! Mi sembra a tutta prima ma anche seconda, un argomento specioso, cioè una posizione labirintica, un altro dogmatico del mercato che arriva a dire al punto 9) della sua prolusione: l’eccezione deve considerare non nel sottrarre la cultura al mercato, ma nell’interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato.

Me lo sto ripetendo a memoria meccanicamente, ma che vuol dire? Cos’è una presa in giro? Quindi se prima Matteo Sacchi ci diceva che l’eccezione culturale è cultura dello spreco (come si riporta nell’occhiello del suo articolo) mantenendo la posizione neoliberista, Giacalone, riconosce formalmente che l’ideologia di destra è sempre stata a favore dell’eccezione culturale, ma siccome contrasta il dogma neoliberista, afferma che quelli erano altri tempi, adesso a destra vale il mercato, mentre lo Stato è stato, (se ne quasi andato) ma che diventa, secondo noi, MERCATO DELLO SPRECO, INVECE DI PARLARE DI CULTURA DELLO SPRECO, NON SI PARLA MAI DI SPRECO DI CULTURA PERCHE’ QUESTA NON RIESCE AD ESSERE VALORIZZATA DAL MERCATO, E RIMANE FUORI PERCHE’ NON HA IL POTERE MEDIATICO DI IMPORSI (LO VORREBBE IN SOSTANZA, NON HA MORALISMI) MA IL MERCATO NON RISCE AD ASSORBIRLA, perché’ ce n’e’ troppa e viene dall’estero. Non si vuole capire che molta cultura che crea per inciso identità nazionale o locale, non viene valorizzata come merce con grande spreco di un mercato controllato sempre più politicamente da pochi potentati. Eh si, messo così l’affare si …ingrossa.

 

 

 

1 – ARRIVA BATTISTA, IL MAGGIORDOMO DEL MERCATO

Riprendiamo un articolo dal Corriere della Sera  di Pierluigi Battista,  LA SINDROME DEL PANDA, I FILM CHE VALGONO STANNO SUL MERCATO ANCHE SENZA SOVVENZIONI. PARLA LUI IL MAGGIORDOMO DEL MERCATO

Se lo dice lui che è un esperto, siamo tutti contenti.

Ecco che Battista nel suo articolo dimostra tutta la sua acutezza giornalistica invocando, tramite panegirico, il mercato, questo riconosciuto, esaltandone l’ ideologia (più che il mercato) che cura tutti i mali del mondo. Cosa dice il ns Battista, QUESTO MAGGIORDOMO, che l’eccezione culturale è sbagliata e che la cultura viene sempre esaltata attraverso il denaro e quindi bisogna dire no al neo protezionismo dirigista di marca sovietica che pretende di recintare la cultura in una zona protetta, perché altrimenti si ricade in vizi antichi che sviluppano una insidiosa forma di neo-corporativismo di tipo fascista. Perché la cultura non dovrebbe essere una merce? Ci dice? E poi fa l’esempio di quello che è successo 100 anni fa, che il cinema senza il mercato e la cultura di massa non sarebbe neanche nato. Poi cita perfino K.MARX a rovescio: LA MERCE (E QUINDI LA CULTURA) E’ FANTASMAGORIA. (boh tutto qua speravo che la citazione valesse qualcosa di più) e INFINE prosegue sempre con la solita acutezza: CHE LA CONCORRENZA E’ IL GIUSTO STIMOLO  (mi scappa dall’emozione) a non cadere nella routine e nel conformismo. (Dio dio dio tutta la mia vita perduta nella grettezza del conformismo) Emettiamo un gridolino di eccitazione PER QUESTE NOVITA‘ mai sentite.

Ha finito!?!

Noooo! noo!,no! Dice che parlare male della concorrenza genera pigrizia, (ostrega la pigrizia!) questa non la sapevo! Genera Conformismo, (ma no), sciatteria e corrività. Mamma mia!

Che dire, mi viene una stanchezza infinita, perdo due chili di energia sull’istante, è la solita solfa, che si ripete da quando ero piccolo, e che la mia maestra alle elementari mi diceva: pigrizia, pigrizia, stimolo, stimolo, che manca nell’Unione Sovietica che è tutta statale, statale, statale. Siamo di fronte all’esempio dell’ ideologia sclerotizzata del mercato, al punto da diventare il marxista-leninista del mercato, il dogmatico per antonomasia. Mi sento spossato.

Ci si mette pure Brunetta scrivendo su IL GIORNALEdel 17 giugno: “Chi taglia gli sprechi non affossa la cultura”. Non è in discussione – ci dice – se finanziare la cultura, e più sotto riprende: ma le arti e la cultura devono essere sussidiate? Per i beni artistici e culturali si può argomentare che l’ignoranza delle arti priva molte persone di esperienza da cui trarrebbero grande giovamento. In conclusione il sussidio pubblico è giustificato essenzialmente dal fallimento del mercato nel produrre la quantità socialmente ottimale di arte e cultura e quindi si può decidere di sussidiare l’industria cinematografica per proteggere gli occupati, ma il cinema italiano sarà competitivo solo con produttori che rischiano in proprio, (però questo non me lo sarei aspettato da lui) anche qui Brunetta non sa niente come è strutturato il mercato cinematografico e inferisce sul sentito dire, l’importante è attaccare quei sinistrossi come Merlo che amano Godard e “ci costringono ad un cinema d’autore, di sinistra” per gli snob. Brunetta vuole dire che le commedie di Vanzina e Banfi sono di destra e non hanno bisogno di finanziamenti, il cinema autoriale è pieno di opere prime e seconde selezionate dai kapò del cinema italiano tutti di una certa matrice ideologica, (comunista): “film non adatti a gente volgare come noialtri” ci scherza su il nostro parafrasando Pirandello.

Cmq Brunetta a differenza di Battista, non è proprio un dogmatico del mercato, visto che si interroga sul bene meritorio che sarebbe consumato in misura inferiore se non ci fosse il sussidio. Bontà sua è già un passo oltre se non altro capisce che la cultura non si mangia e che quindi la domanda non è così rigida come per il pane, maa è pur empre cibo per la mente,  parla anche di fallimento del mercato per certi prodotti culturali o almeno lo accenna – a me sembra- però cade in un altro dogma: i produttori devono rischiare in proprio: ma se io produttore so già in partenza che il mercato è CHIUSO e sono sicuro che al 100% perderò quei soldi anche se avessi fatto un capolavoro assoluto, (perchè se il film non è dentro ad una grande confezione hollywoodiana o con Rai o Medusa) rischia potentemente di non aver nessun accesso ai mercati nazionali e mondiali. Io posso rischiare concretamente se c’e’ un mercato (com’era fino a trent’anni fa, prima dei blockbaster quando era ancora aperto)  che è in grado di assorbire un prodotto anche se la confezione è di serie B o C, come avveniva in passato.

Cmq almeno Brunetta parla di efficienza allocativa dei mercati e che la tesi dell’interventismo nel settore culturale è necessaria se si dimostra che la distribuzione ineguale dei redditi rende l’arte e la cultura inaccessibile ai poveri. Ripeto è già un passo avanti. Se non altro si giustifica anche un finanziamento pubblico alla cultura altrimenti c’è il rischio che fra qualche anno parleremo tutti in inglese.

 

1 – ITALIANI TRISTI PER LA CRISI

CULTURA IN PROFONDO ROSSO – ITALIANI BRAVA GENTE MA TRISTI 

Questo è l’articolo del QUOTIDIANO DI CALABRIA: (titolo) IL CINEMA HA PERSO 18 MILIONI DI BIGLIETTI.

Poi si snocciolano tutta una serie di dati per cui la crisi economica riduce i soldi per il cinema.

Lo stesso dice anche LA GAZZETTA DI PARMA, stesso testo.

Però viene da pensare: se gli italiani hanno meno soldi questo può essere vero anche per il Calcio, anche per il Calcio ci dovrebbe essere una riduzione dei biglietti che costano come minimo il doppio fino a 10 volte in più di una sala cinematografica.

Come va invece il calcio? Sente la crisi, la gente ci va di meno allo stadio?

Domanda legittima che possiamo porci soprattutto quando vediamo tutti sti milioni spesi per i giocatori.

Ma i giornali soprattutto quelli sportivi chiedono ai presidenti DELLE SQUADRE che si spenda sempre di più per comprare giocatori ancora più grandi dai cartellini milionari, a giudicare da quello che dicono, nel mondo del calcio non c’è aria di crisi, come se non fossimo in Italia.

Ma noi continuiamo a chiederci: possibile che non ci sia una flessione di spettatori indotta dalla crisi o c’è talmente una rigidità della domanda di calcio da parte dello spettatore medio che il calcio non ne risente rimanendo fuori da questa congiuntura?

Bisognerebbe girare la domanda ai presidenti dei club e ai tifosi. Ma io mi fermo qui. Piu’ che un post è un post ino

 

 

1 – PIU’ MERCATO E MENO STATO

IL MERCATO DELLE IMMAGINI Mi sono chiesto tante volte se le informazioni le fanno le agenzie di stampa o i giornali, se ci pensiamo bene, i giornali sono dei semplici ripetitori, diffusori, ma chi informa sono le agenzie di stampa.

Allora a cosa servono i giornali? A dare un po’ di colore, a differenziare l’impostazione della notizia. L’altro ieri c’era questo titolo: “Risorse per cinema e cultura. In arrivo fondi e agevolazioni.” Lo stesso trafiletto di 11 righe compariva su LA NUOVA VENEZIA, IL PICCOLO DI TRIESTE, IL TIRRENO, ma anche su LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, MESSAGERO VENETO, LA NUOVA SARDEGNA, LA TRIBUNA DI TREVISO e l’articoletto finiva sempre col nome di Riccardo Tozzi, eppoi IL MATTINO DI PADOVA, IL CENTRO, IL GIORNALE, IL CORRIERE DELLE ALPI, LA GAZZETTA DEL SUD, LA CITTA’ DI SALERNO, IL TRENTINO, IL GIORNALE DI VICENZA. Se non è omologazione questa! Il giornale LA SICILIA almeno presenta una piccola variazione sull’articolo e allora cosa SERVONO QUINTALI DI GIORNALI se ripetono la stessa cosa come dei pappagalli.

Ritornando all’articolo si parla del ripristino delle tante agognate agevolazioni fiscali che costituiscono un motore fondamentale per lo sviluppo del cinema indipendente territoriale e in specie il Tax Credit esterno.

A parte i neo-liberisti che non capiscono niente di mercato ed esprimono invece dogmaticamente l’ideologia del medesimo, il Tax Credit esterno l’anno scorso è stata richiesto per 79 film italiani, (almeno credo che siano tutti italiani ma non ci potrei giurare) questo vuol dire che ci sono stati finanziamenti privati per 79 progetti, un grande successo per la produzione italiana, questo significa inoltre che per ogni 100.000 mila euro investiti sui film il privato può avere una agevolazione fiscale pari a 40.000 euro.

Prima del Tax Credit se ti rivolgevi ai finanziatori ti facevano condizioni da cravattari, perchè ti dicevano che il cinema è troppo rischioso, forse di più che spacciare droga, difatti sono molti i privati che vorrebbero che tu gli restituisca dopo 6 mesi 150.000 euro, dei 100.000 che ti hanno prestato.

Vai a spiegargli  pure  in greco che il ciclo produttivo di un film è di almeno due anni se va tutto bene e che non possono pretendere di raddoppiare i loro soldi in meno di un anno eppure il capitale finanziario non ha più niente di umano, ti puoi consolare appunto che a quelle richieste solo spacciando stupefacenti puoi dargli i soldi che ti chiedono.

Questa ormai è diventata la finanza: una associazione pressochè a delinquere con tassi di resa del capitale prestato che è a livello di semplice ladrocinio, per cui ben venga questa agevolazione che permette di far entrare capitali privati nei film italiani. Però ci sono quelli che dicono: “nessun finanziamento pubblico al cinema”!.

Va bene, ma allora bisogna mettere un tetto ai film americani, o mangiano solo loro o mangiamo anche noi, voi dovete fargli concorrenza ti replicano, ecco una altra idiozia neoliberista, se i mercati sono in mano a loro ormai da decenni e siccome sono tanti e possono investire per ogni film milioni e milioni di euro, come facciamo fargli concorrenza se i nostri film costano 2-3 milioni di euro? Un’idea la ebbe un certo Rossetto di Forza Italia qualche anno fa.

Mettetevi insieme, fate un consorzio, invece di fare 10 film da 3 milioni di euro, fatene uno da trenta milioni di euro, non mettendo insieme pezzi di dieci film, ma producendone pochi ad alto costo e facendoli girare come i film americani, sembrava facile, sembrava semplice, ma chi decide quale film bisognava produrre assieme?

Ognuno voleva produrre il suo e lo reputava migliore degli altri anche come sceneggiatura, ma un unico film americano può costare quanto 150 film italiani, saranno anche spettacolari per carità ma non c’è nessuna possibilità di vincere in un mercato così strutturato.

Fino a 30-40 anni fa anche gli Italiani producevano i film tipo Supermen, (si scrive comesi legge) chi non si ricorda Italo Martinenghi, che ci fece molti soldi perché c’erano tanti film che costavano poco e gli effetti speciali erano fatti in economia, da tanti lustri quel mercato non c’è più è nettamente più oneroso e specializzato e strutturato verso budget altissimi CHE PUO’ FARE SOLO CHI HA TUTTO IL MERCATO MONDIALE CHE DOMINA e non solo certe fette. E’ un mercato chiuso ai film medi e piccoli e parla solo inglese. Vogliamo fare i film in inglese anche noi?

 

1 – IL CINEMA ITALIANO

Sta bene o male il cinema italiano? Si chiede Fulvia Caprara su LA STAMPA. Vediamo alcuni dati: nel 2012 si sono prodotti ben 166 film (curioso che i registi di successo dicono che se ne producono al massimo 60 e che bisogna produrne di più).

SONO 166 I FILM PRODOTTI NEL 2012 tenendo conto delle coproduzioni (intorno alla trentina) sono ben 130 i film prodotti italiani, (ricordatevelo Verdone, Lucchetti, Tornatore) sono 130, 130, 130.

Però gli incassi calano, nel 2012 hanno registrato un – 7.95%, circa 608 milioni, diminuiscono anche gli spettatori da 101 milioni a 91 milioni, ben 10 milioni. Ci sono 6139 imprese cinematografiche (un settore quindi molto consistente), ma solo 95 hanno più di 50 dipendenti e ben 3803, più della metà, non hanno dipendenti, se non quando girano il film e quindi per molto tempo dell’anno e degli  anni sono disattivate. Sempre dall’art. della Caprara, l’ad della Rai  Del Brocco ci dice che per migliorare la situazione servono certezze come il tax credit, un progetto culturale di largo respiro , la volontà politica di sconfiggere la pirateria e la spinta a puntare su storie popolari che trattino temi sociali.

Purtroppo alla Rai – prosegue Del Brocco – c’è una evasione di 600 milioni del canone e questo ci impedisce di aumentare gli investimenti, ma anche perché la lobby dei giornalisti è molto potente(questo lo dico io). Però aggiungerei, c’è anche tanta partitocrazia che condiziona l’approvazione dei progetti, devi essere sempre mandato da un partito, come la mettiamo caro Del Brocco, se lei è lì è perché è stato messo da qualcuno e a questo qualcuno deve rispondere o mi sbaglio?

Per quanto riguarda le sale gli impianti diminuiscono passando da 1166 del 2011 ai 1062 del 2012, ma aumentano gli schermi, dai 3092 del 2011 ai 3239 del 2012, mentre aumentano le sale più piccole, più piccole sono, più spettatori diversi possono catturare, anche se nei  Multiplex quando il film è di successo lo trasmettono in più sale che è una cosa scorretta, mentre la digitalizzazione degli impianti che favorisce l’aumento delle proiezioni evento, è solo al 60%, la media europea è del 70%.

Continua il declino dell’home video dal 2006 mentre cresce il numero di film proposti dalle Tv generaliste: da 3791 (di cui 1243 italiani – del 30% del 2011), ai 3967 (di cui 1385 italiani) del 2012, raramente in prima serata. Le Tv trasmettono troppi film americani assecondando il mercato cinematografico.

 

 

1 – FILM COMMISSION, CINETURISMO, DECENTRAMENTO

IL CINEMA TERRITORIALE PUNTA SUL CINETURISMO E IL DECENTRAMENTO DELLE RISORSE

Il cinema hollywoodiano parte dal centro del mondo per penetrare in tutti i territori di fruizione del prodotto filmico, quindi  per andare anche verso i multiplex italiani di periferia, in effetti il cinema Usa miete successi soprattutto nelle periferie, vuoi per la sua spettacolarità, vuoi per la maggiore facilità di impatto visivo, vuoi per la ricchezza delle scenografie e delle inquadrature, vuoi per le storie che creano miti ed eroi, il pubblico vede molto di più il cinema americano che quello italiano, i film italiani annoiano dice qualche spettatore filoamericano: c’hanno questo modo di raccontare un po’ intellettualistico che la gente si addormenta facilmente.

Sarà vero? Ma nelle periferie DEL CINEMA NAZIONALE esistono anche  le film Commission REGIONALI  che dovrebbero valorizzare il cinema nostrano, cinema che rimane lontano dalla stragrande maggioranza dei  giovani quasi tutti filoamericani. Le Film Commission finanziano anche  le fiction che vengono trasmesse in Tv .

A mio parere  dovrebbero essere al centro di un disegno strategico di promozione di un cinema territoriale dove il Mibac non finanzia più i singoli progetti (peraltro dando pochi soldi) ma al suo posto dovrebbero prendere forma delle commissioni estese nelle mega regioni.

Una tesi che ho già sviluppato in altri articoli, cioè il Mibac dovrebbe svolgere solo funzioni relative alla richiesta di interesse culturale, al visto censura e a tutto lo sviluppo burocratico di un film mentre per i finanziamenti dovrebbero esserci delle commissioni delocalizzate: Milano, Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo improntate al principio della concorrenzialità tra loro:  chi lavora meglio attrae più progetti in quel territorio,  cioè se i progetti vengono selezionati in base al principio della meritocrazia e non per protezioni politiche faranno si che alcune commissioni siano considerate migliori di altre e attirino più domande e poi se fossero in sinergia appunto con le Film Commission e i finanziamenti  locali grazie anche al tax credit esterno, che assume una grande importanza per chiudere i cosiddetti “pacchetti”, si creerebbero dei film che quantomeno potrebbero cmq avere un loro pubblico locale e soprattutto la possibilità di far vedere luoghi turistici, il fenomeno del cineturismo, da lanciare, sarebbero film a low budget di carattere indipendente che però sono il frutto di un investimento sul territorio di  risorse private e risorse pubbliche, un mix fruttuoso in grado di svolgere anche una funzione di traino culturale valorizzando luoghi e linguaggi che altrimenti rischierebbero di andare perduti o dimenticati, naturalmente non si vuole adesso costringere a recitare in dialetto stretto.

Da un punto di vista produttivo poi trovando le necessarie coperture a livello locale sarà più facile coprire i costi e tentare, se il film ha un certo successo territoriale, il lancio nazionale e in qualche caso internazionale.

E quindi la possibilità di valorizzare meglio tanti prototipi. Le fiction invece essendo un prodotto televisivo dovrebbero essere pagate dalle Tv perché non esaltano lo spirito indipendente, naturalmente le film commission possono valutare anche se finanziarle, ma ritengo che prioritariamente gli investimenti debbano andare al cinema.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XVI°

VERSO LA NUOVA ERA DELL’HOMO DEMOCRATICUS EX (PI)DIESSINUS 

Riuscirà l’homo democraticus ex (pi)diessinus ad essere “migliore” dell’homo democristianus o sarà anch’esso costretto in una logica di potere feudale?

Per evitarlo, esso dovrà agire considerando almeno tre ambiti:

1) il sistema di ricambio e di controllo democratico delle élite al potere;

2) il partito che non occupi le istituzioni inserendo propri uomini fidati e manovrabili e non costruisca reti di potere per soffocare, imprigionare l’innovazione, il cambiamento, agevolando invece processi di burocratizzazione, ma determini lo sviluppo d’una società civile;

3) la spartizione evitando il più possibile il manuale Cencelli che favorisce solo una trasversalità mangereccia.

Se l’homo democristianus appare ormai in decadenza come animale protopolitico della Prima Repubblica, vero vampiro della ricchezza sociale, anche perché sono cambiate le condizioni politiche attuali (la necessità del risanamento del bilancio pubblico, l’Europa ecc.) che costringono a riformulare nuove pratiche di potere non ancora completamente brevettate, esiste il pericolo concreto di ricadere nel vecchio stile, per cui la classe politica di oggi cerca di darsi nuove regole di conduzione degli affari, mentre i trasformisti, che non sono pochi, desiderano intensamente di continuare ad insinuarsi nei meandri di potere rimanovrando utili fili.

Ma l’uomo Democraticus ex (Pi)diessinuns sembra meglio interpretare i bisogni attuali, spinge verso una maggiore moralità pubblica anche le frange moderate che in passato si erano colluse col vecchio homo democristianus, il quale ormai si aggira in tutti i partiti un po’ disorientato, rilanciando la sua filosofia tra le quinte, non ci tiene a farsi riconoscere facilmente, solo gli altri non lo confondono quando attivamente persegue il suo scopo attraverso il solito atteggiamento ambiguo, ma oggi la “doppiezza” è molto più comprensibile d’un tempo e occorre essere almeno “tripli” per riuscire a portare in porto manovre più difficoltose. Comunque è necessario distinguere, per non fare di tutta l’erba il fascio, i machiavellismi, i labirinti della politica e in genere tutto ciò che scaturisce dall’abilità personale, (una dote che si conquista con la dedizione, lo studio, l’approfondimento, la conoscenza) dalla tradizionale ambiguità furbesca che ha tutti i connotati caratteristici della foresta. La furbizia è tipica dell’uomo senza scrupoli, l’abilità è caratteristica dell’uomo scrupoloso.

L’homo Democraticus ex (pi)diessinus ha a suo vantaggio una maggiore attenzione alla cultura, più classica che innovativa, al progresso inteso a volte però in maniera astratta, come accumulazione di conquiste umane.

E’ però la cultura intesa come attività “gratuita” di elevazione sociale a mantenere desto lo spirito d’un paese, talvolta essa sfocia nella “controcultura” almeno nei periodi di contestazione sociale, quest’ultima molto più provocatoria, estrema ed effimera o nella cultura alternativa in cui si attua una frattura con quella ufficiale diventata accademica. Il pericolo è che la cultura scada a puro prodotto, a pubblicità anche se progresso per lanciare il made in Italy da esportare, così si istituzionalizza e si sclerotizza, invece di conseguire e valorizzare quelle “differenze” che meglio rappresentano le autoconsapevolezze marginali ma utili a racchiudere la coscienza di un sè collettivo e comunque accumulando nuovi e originali apporti da aggiungere come ricchezza al deposito storico, nuovi e originali apporti che meglio definiscono una identità nazionale e locale, rappresentative dell’intero gruppo sociale, quindi nuovi e originali apporti che arricchiscono e vitalizzano lo stesso deposito storico.

Progresso inteso come tendenza a migliorare le condizioni sociali, economiche ed ecologiche.

Civiltà come elevazione sociale, qualità della vita, delle relazioni umane.

Questi tre elementi sono strettamente intrecciati: se si mantiene o aumenta la cultura, si mantiene o aumenta la cultura “viva”, si mantiene e aumenta il progresso che a sua volta fa preservare o aumentare la civiltà, che si riversa nella cultura come circolo virtuoso. Se al contrario la cultura si ossifica nel più bieco tradizionalismo, il progresso diventa oggetto di fede “teistico” senza alcuna corrispondenza con la realtà e la civiltà si svuota in un formalismo gretto e pomposo, i tre elementi si mummificano con conseguenze deleterie per la società che invecchia precocemente.

Di fronte, l’homo Democraticus si trova l’eterno capitalismo dato per morto defunto da tanti crisologi marxisti, ma che dimostra almeno sette vite se non altro perché si rigenera in forme sempre nuove dalle sue presunte ceneri, pur conservando dei connotati di fondo ampiamente visibili anche se tende a diventare immateriale, quel capitalismo sempre più selvaggio avendo in odio i vincoli normativi, anarchico (nel senso che il profitto rifiuta certe gerarchie) familistico, e questo basta aprire i giornali per capirlo, aristocratico (nella trasmissione dei beni).

Il capitalismo – lo sanno anche i bambini – è poco democratico nel senso che non rispetta i valori di “meritocrazia” ma quelli di posizione, non vuole condizioni eguali di partenza, ama il privilegio e quando si mette in politica tende ad usare la massima machiavellica del fine che giustifica i mezzi non sempre legali. Il capitalista troppo scrupoloso non fa molta strada mentre può dimostrarsi “mafioso” quando cerca la protezione politica (il vero protezionismo). Le lotte tra capitalisti sono furibonde, senza esclusione di colpi per la supremazia del territorio-mercato, mentre il capitalismo nella sua sintesi di mediazione dei capitalismi parziali, marcia verso il centro come pratica politica di mediazione di interessi.

In tempi passati l’homo democristianus era un suo fedele servo, pronto a inchinarsi di fronte al dispiegamento della sua potenza e nell’atto di farlo cercava di vedere dove il ricco capitalista nascondeva la chiave del forziere. Servo, però non della gleba, lo compiaceva in tutti i suoi bisogni di sicurezza, ma cercava quando poteva, tramite il concetto di bene pubblico, utile ai fini personali, di sottrargli qualche risorsa e quando c’era uno scontro, un conflitto di interessi col mondo del lavoro, mediava, ma nei momenti di pericolo, di burrasca per le istituzioni indebolite dalle rivendicazioni salariali selvagge, virava bruscamente nella sua grande rotta, anche perché lì aveva sempre la speranza quanto meno di spilluzzicare, piluccare, spizzicare gli avanzi. Se l’homo democristianus militava dall’altra parte rischiava di essere costretto ad andare a lavorare perdendo la sua posizione di parassita principe, caporete ecc.. Quindi parteggiava sempre per chi aveva la ricchezza e reggeva lo stato.

L’homo democraticus invece dovrebbe creare un “contrappeso” allo strapotere economico del capitale tentando di incanalarlo dentro i tre elementi di cui sopra, sottraendolo dal binario molto più praticato degli altri tre “valori” parecchio in auge: denaro, successo, potere. E’ vero che il capitalismo conserva una “cultura” industriale, considera il progresso come fonte di innovazione economica, vero cuore della produttività, ma fondamentalmente si regge sulla parte più conservatrice se non retriva della società e nel suo tendere al globalismo alimenta altresì tendenze razziste e asociali (non però quando queste creano un danno di immagine).

Ad essere magnanimi si può dire che il capitalismo costituisca un male necessario per la sua dinamicità “rivoluzionaria” rispetto alle società arcaiche e al feudalesimo del sottosviluppo, una tale dinamicità è anche responsabile nell’accelerare i processi di distruzione ecologica del pianeta e di incrementare l’alienazione sociale, di sfruttamento minorile ecc. ecc. Quindi come tale dovrà essere “indirizzato” verso scopi socialmente utili dalla politica, nonostante la sua natura selvaggia non si faccia addomesticare facilmente. Il capitalismo indirizzato deve agevolare un benessere diffuso a livello interplanetario prima di poter parlare, grazie alle nuove tecnologie (senza che ciò costituisca una specie di avvenierismo meccanicistico) di un possibile superamento, attualmente impossibile. Anche una contrapposizione di tipo localistico non è in grado per sua natura di arrestare il processo di globalizzazione, che significa però anche socializzazione diffusa, facilitando l’avvicinamento culturale tra popoli e nazioni e la possibilità conseguente di mondializzare i problemi dello sviluppo e dei suoi limiti, mentre le nuove tecnologie inseriscono i “particolarismi locali” in una rete mondiale. D’altra parte almeno per molti decenni ancora, non esistono vere alternative: il comunismo era partito bene per diventare un monstrum burocratico che fagogita ogni cambiamento, fino a ridursi a pauroso scheletro in grado di partorire personaggi orrorifici alla Ciausescu, (una mummia fasciata dall’ottusità che continuava a parlare di produzione di chicchi di grano nei villaggi, mentre sopra la sua testa la gente si rivoltava chiedendo vita nuova, autonomia e libertà). Questo succede perché una classe politica ossificata, distante dal paese reale, veniva eletta a simbolo di una finta unità risultando inamovibile dentro una rete di rapporti dittatoriali che comprimevano la società civile tiranneggiandola. Le nuove cariatidi reggevano palazzi d’oro innalzati a simbolo della loro potenza di “comunisti” corrotti.

Si costruiscono templi officiando un rito trito ed amorfo, allo scopo di rinverdire miti imbalsamati e arteriosclerotici che un tempo si connettevano con l’ideologia della liberazione, quasi subito trasformata in prassi dell’ibernazione. Forse il grande freddo ha fatto congelare troppe menti e l’arroganza del potere ha generato un sistema mafioso “rosso”. Questo per dire che la mafia si trova dappertutto e si alimenta come uno sciacallo del cadavere di una società regredita, degradata, immobilizzata, ecc., ecc., ecc.. E’ anche vero che in Russia oggi con la libertà di mercato a dominare è un’altra mafia (o forse la stessa) che si impadronisce degli aborti, quelli chiusi nella teca delle speranze illuse e deluse, per cui le libertà, (quelle vere) sembrano interstizi invisibili nelle ampie distese dei deserti. In tutto ciò l’unica possibilità reale per conservare il minimo di democrazia necessario a dare impeto ed energia alla vita sociale – il regime agisce come un diserbante che rende la terra arida – è il ricambio come ad esempio negli Usa. Se almeno ogni otto anni non si effettuasse tale ricambio, la cacca avrebbe completamente invaso i corridoi della White House, immaginiamoci il livello che ha raggiunto da noi per effetto dell’inamovibilità storica dell’homo democristianus. Grazie al ricatto della paura del comunismo certi politici sono rimasti nelle stanze del potere interi decenni cedendo in fine il loro posto ad accoliti affaristi, (l’ esercito di cavallette che ha vissuto all’ombra dei cavalli di razza) lanciati maestosamente al trotto, i quali hanno calpestato grandi distese distruggendo i molti semi della libertà: meglio ladri che comunisti, meglio delinquenti che rossi, meglio assassini perché gli altri mangiano bambini. Era questo il livello di coscienza nazional-popolare a cui la nazione è stata costretta covando al suo interno nidi infiniti di serpi. Così nei grandi campi è cresciuta la gramigna, ciò che restava diventava un magna-magna e adesso ci lamentiamo dei leader secessionisti di campagna.

 

1 – LA PIRATERIA I SOLDI CI PORTA VIA

Soldi soldi soldi saldi solidi.  Marco Polillo presidente di Confindustria Cultura Italia (cci) ci dice a proposito della pirateria in rete, che non ha nessuna intenzione di ridurre la rete, o violare la privacy degli internauti, né staccare la connessione a chi si scambia file online, non vuole alcuna forma di censura né filtri, ma colpire chi ci guadagna con i film di cui non è proprietario.

Giustamente perché si appropria dei diritti che non ha pagato, il suo è un ragionamento un po’ machiavellico rispetto a coloro  ( i massimalisti della rete) che non vogliono intrusioni di qualsiasi natura, ma ci sta, perché certi intellettuali da strapazzo hanno rilanciato, dicendo che non si può limitare la rete con l’attività antipirateria.

Quindi Polillo riafferma che noi siamo con la rete e per la rete, solo che..c’è un che, che la condivisione deve riguardare materiale non coperto da copyright (t’è capi). Ma arrivano in massa i pirati teutonici, noo, noi dobbiamo condivvidere qualziasi coza non ci interezzano i diritti di chi e coza. Wir willen, noi vogliamo condividere gratis anche i contenuti a pagamento!Cazzo!. Polillo sembra assorbire la botta e replica: va bene, tutta la condivisione che volete, però, però, noi (istituzionali) dobbiamo colpire quelli che si arricchiscono indebitamente.

Colpire quelli,  per i pirati vuol dire ridurre drasticamente i film in rete, sind sie file catzen e quindi per noi piraten ist una jattura. Ma no, noi non vogliamo colpire il singolo pirata, replica paziente Polillo, che lo fa per se, ma solo chi lo fa con caratteristiche imprenditoriali.

Qual è il compromesso politico di tutti questi ragionamenti: Che su Internet può girare tutto quello che si vuole, però se io proprietario di diritti vedo un mio film piratato, ho il diritto che questo venga, cancellato mentre gli altri (anche se piratati- ma nessuno fa la denuncia( sono morti) – possono girare liberamente )Risulta essere un compromesso un po al ribasso per gli autori.

La rete sarà sempre infestata di prodotti piratati e perché la rete dovrebbe pagare un mio film, devo avere qualcosa di eccezionale per cui la gente lo deve vedere a tutti i costi.

Anche la Siae (IL Sole 24 Ore del 30.5.2013) vuole poter dire la sua (però è da troppo tempo che parla senza aggiungere niente) cmq vuole proporre una nuova procedura di Notice And Take Down che consiste nel coinvolgere l’ Agcom ad intervenir suoi contenuti diffusi illegittimamente sui siti, allo scopo di una loro rimozione in poco tempo e coinvolgendo anche siti collocati all’estero.

Ce la farà a concludere qualcosa la Siae oltre alle chiacchiere negli alberghi di lusso con grandissime paghe ai loro dirigenti? Per me le chiacchiere stanno a zero.

Ancora IL SOLE 24 ORE intitola 30/5/2013: UN FRENO AI PARASSITI ONLINE in cui Fedele Confalonieri lancia l’accusa contro gli operatori di oltreoceano che sfruttano contenuti altrui.

Un freno ai parassiti on line, cioè Mediaset chiede un risarcimento di 500 milioni di euro contro You Tube – You Lader, Tribunale di Roma, nell’ambito della convergenza tra Tv e Internet per la ricerca di soluzioni concrete, perché secondo Confalonieri c’è stato un drenaggio ingente di risorse dai produttori di contenuti ai beneficiari delle tecnologie d’oltreoceano e alle loro rendite parassitarie di internet.

Questa è una accusa grave, vuol dire in sostanza che solo gli Usa fanno soldi con Internet e noi non ci guadagniamo un cazzo, altro che investimenti come dicono i beati politicanti dell’Anica, qui non si raccoglie un euro con Internet, essendo noi la provincia dell’impero, i soldi si fanno in centro.

Andiamo oltre, e da un punto di vista giuridico che si dice? Emilio Tosi parla di inadeguatezza normativa del contrasto alla pirateria digitale, si parla della responsabilità degli Internet Hosting Provider che secondo alcuni non ci dovrebbero essere, vedi direttiva CE 31/2000, CI VUOLE UNA ARMONIZZAZIONE ORIZZONTALE A LIVELLO COMUNITARIO DELLE PROCEDURE DI NOTICE AND ACTION PERCHE’ OGNI PAESE UE NON VADA PER CONTO SUO.

In definitiva l’Agcom non deve avere una sola funzione regolamentare e di vigilanza, ma anche essere ordinatorio, accertativo e sanzionatorio, solo che la legge è debole e non ben definita, per cui l’Agcom manca di poteri sanzionatori, in altri termini il livello normativo non permette di lavorare molto per bloccare la pirateria, quindi alla fine ha ragione Polillo: “facciamo un compromesso ma molto blando senza limitare la rete, per carita!”.

In questo contesto è impossibile (secondo me) che qualcuno paghi per vedere un film in rete, visto che ne vede di tutti i tipi gratis a meno che noi avessimo fatto un film impiratabile (in straming) in cui in primo piano riprendiamo una attrice di Hollywood di grande fama che si faccia sodomizzare direttamente in macchina. Non dico il nome per rispetto. E allora se cercheranno spasmodicamente quel film al punto da non dormirci la notte, e non sarà stato piratato per vederlo anche male, allora e solo allora qualcuno pagherà senza se e senza ma anche con la carta di credito on line per soddisfare la sua curiosità. La cosa naturalmente vale anche al maschile.