LA SCONFITTA DI RENZI

Ecco un post di qualche tempo fa che ho trovato nelle bozze:

La sconfitta di Renzi potrebbe tramutarsi in sconfitta della sua ultima creatura deforme LA LEGGE CINEMA un monstrum di decreti di tutti i tipi che amplifica la burocrazia a dismisura e il potere del Mibact, la legge dovrebbe entrare in vigore se non ricordo male entro il 1° gennaio 2017 così come alla stessa data sono operativi i fondi per la ristrutturazione delle sale cinematografiche mentre per tanti decreti la scadenza è quella del 30 aprile 2017. Anche l’articolo 28 delle sale è soggetto al decreto attuativo e quindi di fatto non può essere operative che al 30 aprile. Staremo a vedere chi firmerà tutti questi provvedimenti. Non ha senso come ha detto giustamente Renzo Rossellini non aggiungere anche una legge su RAI SERVIZIO PUBBLICO che obblighi il servizio pubblico a comprare da subito i film indipendenti, a rispettare le quote e a creare un canale tematico di lungometraggi indipendenti, corti e documentari, altrimenti …. ci arrabbiamo perché hanno usato i soldi pubblici x arricchirsi alle nostre spalle e se li sono sparititi con criteri vomitevoli …

STATI GENERALI DEL CINEMA VENETO/2

Il cinema territoriale sarebbe a low cost con principio glocal, favorire l’aspetto locale come esempio globale, nel convegno tanti non hanno capito questo e hanno stigmatizzato il pericolo della “chiusura” localistica.

Certo il cineturismo puo’ creare degli equivoci come ha detto la professoressa Giulia Lavarone, mentre Italo Candoni della Confindustria ha chiesto di mettere in primo piano: “Cosa ci guadagno?”Quando si desidera coinvolgere le imprese del territorio, alla  domanda: vuoi investire in una sturtup innovativa che può essere l’associazione in partecipazione a un film?

Innanzitutto uno sconto fiscale del 30-40%, e può andare bene a chi ha molto credito fiscale, poi la possibilità di partecipare in questa associazioni n partecipazione, sia a una promozione pubblicitaria che a una vendita estera.

Un prototipo che può valorizzare anche il territorio con una ricaduta positiva di 1 a 3 o 1 a 4 per ogni euro speso, avviene cioè una moltiplicazione dell’economia.

Anche il prof. Panozzo ha ribadito che bisogna pensare a un film come occasione di promozione dell’impresa.

Filippo Nalon membro del Consiglio Superiore del Cinema e dell’Audiovisivo, la commissione più importante di tutto il sistema cinema, ha parlato di esigenze del territorio e dello sviluppo del cinema nelle scuole, ci sono un sacco di soldi messi a disposizione per progetti scolastici, anche perché, diciamocelo per la seconda volta, la produzione cinematografica è troppo “romanocentrica” al punto tale che in certe commedie ci sono allusioni che solo chi è addentro alla lingua e alla cultura romanesca può capire e quindi si rischia la solita colonizzazione.

Quest’anno nel Veneto ci saranno 5 milioni di euro per la Film Commission, fondi Por (finanziamenti europei) e si creerebbe una fondazione, sperando che la stessa non assorba tutto il budget, aggiungo anche che la formazione migliore è quella che si ha partecipando ad un set.

Le Film Commission insieme ai vari fondi regionali dovrebbero accompagnare lo sviluppo del progetto che si deve dispiegare nella sua massima potenzialità appunto nel territorio regionale.

Sulle coproduzioni abbiamo visto un Villi Herman, regista svizzero, piuttosto polemico col ns sistema cinema a proposito delle coproduzioni, bisognerebbe che ci fosse una Agenzia nazionale che si occupasse di questo settore che a volta fa perdere molto tempo alle produzioni, così come un’agenzia dovrebbe occuparsi della vendita alle televisioni estere dei tanti prodotti italiani, mentre chi fa da sé sfrutta solo delle conoscenze personali non sempre decisive e molto lavoro viene vanificato mentre i mercati diventano solo espositivi.

Dicevo che in Veneto come in Italia le piccole imprese indipendenti sono troppo individualiste, ognuno va per conto suo, senza rete, a sbattere continuamente il grugno, non c’è una possibilità di mutuo soccorso e le fregature uno se le prende e se ne sta zitto, invece bisognerebbe cercare di socializzare le forze, creando dei soccorsi finanziari anche nello sviluppo dei progetti: in questo caso uniti si diventa più forti e quindi “parte” di una trattativa.

 

 

STATI GENERALI DEL CINEMA VENETO

In che stati è il cinema veneto? Non è messo granché bene, (quello televisivo non lo conosco) se si esclude una produzione come Jole Film gestita da Francesco Bonsembiante, che ha alle spalle un grosso personaggio come Marco Paolini, uomo di cinema e di teatro, il resto è poco o niente a parte i documentari e il film di Nicola Fedrigoni che ha avuto un certo successo regionale “Fin che c’è prosecco c’è speranza” un giallo che si snoda tra le piantagioni del prosecco e la Venezia dell’ispettore Stuchy ben interpretato da Giuseppe Battiston con regia e scrittura veneta (di Padovan e Fulvio Ervas).

Francesco Bonsembiante interroga la platea di studenti presenti all’Università di San Giobbe a Venezia, difatti non si capiva se il target erano gli studenti o i professionisti del settore, abbiamo risposto tutti, ha messo a confronto gli spettatori del calcio con quelli di cinema, gli spettatori di cinema dal 2015 al 2017, sotto i 100 milioni di incassi e dei ben 536 film distribuiti nell’ultimo anno cinematografico di cui 218 italiani (comprendendo quelli in coproduzione). Bonsembiente snocciola tutta una serie di cifre da far venire mal di capo, anche nel campo dei libri, tanti libri, tanta narrativa e tanti film ma pochi sono quelli che incassano tanto, su 100 film italiani come ho detto a più riprese solo 50 incassano bene, 20 di questi sopra il milione di euro trenta sotto il milione, e gli altri 50 sotto le 100.000 euro, mentre Bonsembiante ha quantificato gli spettatori diventando così più difficile capire gli incassi in sala e così un dato pessimista diventa ottimista aggirando le solite lamentazioni per dire insomma che si sta bene, a dir la verità (e non me ne voglia) sta bene solo lui, col cinema italiano. In effetti la maggior parte della produzione italiana incassa poco perché dispone di poche sale meno di trenta, ma a volte ne ha solo due una a Milano e una a Roma per cui tanti film nostrani rimangono nell’oscurità e questo è un dato politico di settore che non può essere eluso e diciamolo! Le Film Commission hanno fatto poco o quasi niente, bisogna capire però il loro ruolo, se devono solo captare qualche produzione nazionale o internazionale e facilitare l’attività cinematografica nel territorio non occorre personale ulteriore della Regione, se invece attraverso questa struttura assieme ai vari Fondi si vuole incentivare una presenza COSTANTE del cinema nel territorio allora bisogna creare una struttura di competenze e di capacità attrattive in cui ci sia cinema turistico ma anche il tax credit (con un data base delle imprese disposte ad investire), per incentivare delle produzioni CONTINUE nel territorio. Se ad esempio ci fosse un decentramento delle Commissioni del Mibact in ogni macro regione, a Torino, Milano, Venezia, Firenze, Bari Napoli, Palermo, si risolverebbe il problema di Roma, dove 5 persone devono vagliare centinaia e centinaia di progetti con tutto il “commercio” che ne consegue, promuovendo invece un maggior sviluppo del territorio.

Oltre a questo provvedimento ci vorrebbe anche un circuito di sale almeno 300 per distribuire tutto il cinema italiano prodotto, valorizzando anche i documentari e i cortometraggi. Le sale che aderirebbero al circuito potrebbero essere sia private, che comunali, parrocchiali, cineclub, di quartiere, universitarie, occupate, delle Film Commission e dovrebbero ottenere un marchio che darà diritto ad un finanziamento diretto del Mibact per la proiezione di film indipedenti e una defiscalizzazione completa per motivi culturali. Quindi con i finanziamenti del Mibact, quelli regionali, con il tax credit e altre soluzioni creative tipo il crowdfunding comunale, il product placement ecc,si potrebbero lanciare produzioni con continuità di personale assunto nel territorio.

Ancora oggi però si insiste sulla centralizzazione burocratica che produce solo film invisibili, incentivi fiscali bloccati, con poche Film Commission realmente capaci e tra l’altro con procedure difformi tra una Film Commission e l’altra.

I troppi decreti attuativi dell’ultima legge sul cinema hanno paralizzato il settore, è vero che adesso c’è la possibilità della cessione del tax credit alla banca che anticipa, però ancora l’approdo non esiste, siamo in alto mare così come il tax credit esterno del 40%, se hai il contributo selettivo, giustamente è importante anche saper gestire l’aspetto finanziario di un film avvalendosi del credito Iva come è stato sottolineato.

 

IL CINEMA ITALIANO E’ TENUTO SU DALLA BUROCRAZIA CENTRALIZZATA

Qualche giorno fa un giovane regista cinematografico si lamentava perché nemmeno quelli che in Italia lavorano con lui vanno a vedere il film che aveva appena girato, magari con grande fatica e preferiscono vedere il solito film americano, quello di Spielberg in questo caso, o altro in altri casi, per riconoscere sotto sotto che il ns cinema non è così imperdibile, il bello è che sono tanti quelli che vogliono stare nel cinema perché è un bel lavoro, sono tanti quelli che scrivono continuamente sceneggiature come se glielo avesse ordinato il dottore e pretendono che tu gliele produci senza avverti prematuramente avvisato, ovvero quelli che sommergono le produzioni di curriculum e poi quando vanno a vedere un film o ti parlano di cinema ti parlano dell’Usa come se gli italiani contassero meno di zero a parte rare eccezioni e allora diciamolo: è inutile che il Mibact finanzi nuovi autori se poi questi vengano sistematiciamente abbandonati a loro stessi e non hanno la possibilità di vedere distribuiti i loro film né al cinema né in tv o venduti all’ estero, che senso ha produrre se non c’è la possibilità di gestire i diritti perché la Rai se ne disinteressa altamente di acquistarli, come le altre maggiori televisioni che fanno giri che puntano sull’estero Usa, a questo punto chi fa un film non riesce a firmarne un secondo perché diventano tutti prodotti invisibili mentre c’è chi guadagna approfittando di certe posizioni di potere magari comprandoli sempre dall’Usa, insomma ad excludendum, c’è gente giovane che non ha nessuna prospettiva di carriera cinematografica, per le cattive politiche governative che dimostrano un disinteresse della cultura stessa che si arrabatta e tira a comprare Usa e Getta, ma invece di valorizzare questi autori fa diventare il cinema uno strumento di potere burocratico, di spreco di talenti dove si scambiano influenze e poteri (ci metto dentro anche i critici cinematografici) e poi ti arriva un Renzi qualunque che quando firma la nuova legge sul cinema ( un po’ di tempo fa) ti dice che finalmente sono finiti i favoritismi delle commissioni e quindi sviluppiamo gli automatismi di chi incassa, sono questi che possono dominare il mercato e che film sono? Questa storia Renzi non poteva saperla e non poteva capirla in così breve tempo, pero tutti andavano a caccia di commedie per cercare di fare soldi subito, dove pochi però sono i distributori in grado di lanciarle sul mercato e fare quella milionata che ti assolve dalle spese, commedie che poi non escono dall’Italia e quindi ritorniamo alle commissioni ma come si possono migliorare queste Commissioni? Non certo creando assistenti agli esperti Commissari generando dei commerci inusitati di “gusti” e di intrallazzi, l’unica alternativa è quella di moltiplicare le Commissioni decentrate di esperti sviluppando un Cinema Territoriale e qui c’è la solita sordità manifesta. C’è chi non vuole perdere il potere del centro e chi è che non vuole perdere questo potere? Torniamo al titolo.

 

DUE VIDEO INTERVISTE

Nella biblioteca dell’ISTRESCO – Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea della Marca Trevigiana abbiamo potuto vedere due importanti proiezioni. Erano due interviste anzi videointerviste senza tagli di montaggio, di due persone legate alle vicende dell’ultima guerra mondiale e della Resistenza. Nella prima videointervista abbiamo la toccante testimonianza di un bambino del ‘32, aveva 12 anni nel ‘44 la cui famiglia subì la repressione fascista, il fratello partigiano sopravvissuto ad una fucilazione, la sorella deportata in Germania, il padre tenuto in prigione, la madre morta dal dolore e la sorella più grande diventata una “primula rossa” ricercata dalle Brigate Nere.

L’esperienza negativa di tutte queste situazioni famigliari gli aveva sconvolto la vita e creato fantasmi notturni, una visione distruttiva delle cose al punto tale da manifestare un odio verso le divise e gli uomini in divisa (all’epoca, quella fascista, i partigiani non ne avevano) che simboleggiavano il male. Molti anni dopo si beccò una denuncia per avere aggredito un vigile urbano appunto in divisa, un reato che poi gli fu cancellato dall’amnistia di Pertini in quanto Presidente della Repubblica.

L’uomo, Nico Ferrarese, incalzato dalle domande di 3 intervistatori dell’Istresco (il video era di qualche anno fa) sembra dopo un po’ entrare in una seduta psicanalitica in cui rievocando il suo passato, riemerge il dolore sedimentato nel tempo e si scioglie in una emozione continua coperta da un lieve sorriso, ma quando molti anni dopo gli riemergono gli incubi per una esperienza di organizzazione di un rally in Perù in cui aveva avuto a che fare cn gli Squadroni della Morte, ai tempi di “Sendero Luminoso” che gli ricordavano appunto quelle divise nere del fascismo, l’agnizione si compie e quasi a trattenere a stento un grido infantile ritorna bambino e se fino a prima parlava in maniera un tantino distaccata usando l’Italiano, emerge il dialetto dell’infanzia che non lo lascia più fino alla fine dell’intervista.

L’altra videointervista è quella di Angelo Gatto deportato nel Lager di Bergen-Belsen, che è morto da poco il giorno di primavera di quest’anno, un artista di mosaici, affreschi, pale d’altare, di Santa Cristina di Quinto di Tv, si è trovato a sopravvivere in un campo di concentramento in cui molti suoi amici morivano quotidianamente, non perdendosi mai d’animo e continuando a disegnare gli orrori, dove i suoi commilitoni avevano contratto la Tbc e dove i bambini denutriti venivano ammazzati per gioco.

Dopo tutti questi anni passati ci racconta, grazie alle domande orchestrate con attenzione dall’intervistatore, anche con un tono di buonumore quasi a sdrammatizzare l’orrore vissuto, quando lui (nominato infermiere) fece la prima puntura sottocutanea a chi aveva solo pelle ed ossa, non poteva sbagliare, poi ci parla della lotta che intraprese con un prete cattolico tedesco militarizzato, per avere un cimitero italiano e seppellire tutti quei morti distinguendoli da altre nazionalità: ad ogni cadavere gli legava al collo una bottiglia chiusa con dentro tutte le sue generalità, ma quando ci dice che quelle bottiglie hanno permesso ai familiari dopo la guerra di riportare in patria i resti, un’emozione forte traspare dai suoi occhi: “questa è la cosa più importante che ho fatto nella mia vita”.

 

PROBLEMI MORALI

Eichmann è stato giustiziato perché colpevole dello sterminio di ebrei, ma anche le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki fecero stragi.

C’è una differenza tra aspetto giuridico e aspetto morale delle due questioni?

Da un punto di vista giuridico c’è un tribunale internazionale e un giudice che sentenzia e un reo che cmq ha ubbidito a degli ordini.

Nulla vieta che ci sia un tribunale giapponese che incolpa quelli che decisero di buttare le bombe sulla popolazione, non erano obiettivi militari, e anche chi premette il bottone stava eseguendo un ordine.

Dov’è la differenza tra i due casi? Il fatto di essere vincitori e vinti, mentre sul terreno morale ci sono delle responsabilità comuni, le crudeltà dei vincitori sono ascrivibile al principio della maggiore forza impiegata, però di fronte alla giustizia, vincitori e vinti sono sullo stesso piano.

Quindi Guai ai vinti il VAE VICTIS, il primato della forza sul diritto sancisce il principio che il diritto è la traduzione della forza, la sua codificazione, quindi il diritto diventa una variabile dipendente che non riesce a limitare l’uso della forza.

Eichmann è stato giudicato da un tribunale internazionale, nella fattispecie si toglieva la vita di un innocente ogni volta che dava l’ordine di eliminare questa o quella persona perché ebrea. Non si può uccidere un innocente, è questo quello che ha fatto Eichmann contro gli ebrei, ognuno ha una sua coscienza anche se era un ordine.

Nel caso della bomba atomica invece non c’è una diretta uccisione dell’innocente, è uno strumento che uccide in maniera indifferenziata civili e militari e rientra nel problema della liceità o meno della guerra e subordinatamente in quello della liceità o meno di certi mezzi di guerra, è ammessa solo se è difensiva, anche i mezzi che servono per la difesa possono diventare un abuso di violenza in danno dei diritti altrui come l’uso di certe armi + o – atomiche, e se per difendermi dall’aggressore mi basta catturarlo (il nemico) non posso ferirlo, se mi basta ferirlo non posso ucciderlo. Le varie convenzioni non potevano prevedere quali nuove armi sarebbero comparse nel corso della guerra e nessuna di queste contemplava il caso specifico della bomba atomica, mancherebbe quindi una base giuridica, ma moralmente il danno recato alle persone e alle cose sembra troppo sproporzionato agli effetti lecitamente conseguibili, si potrebbe aggiungere anche che la democrazia non dovrebbe essere “atomica” ma convenzionale aggiungendo però che i costi di prolungamento di una guerra erano maggiori rispetto alla cessazione della stessa come di fatto avvenne con la bomba atomica, ma la prima bomba sarebbe bastata per conseguire il fine proposto, la seconda sproporzionata, è stata un’inutile strage.

LA Xa MAS – L’UFFICIO “I” Violenza Tra le Province di Tv e Pn (1944-1945) ED. ISTRESCO

Nell’introduzione al nuovo libro di Federico Maistrello (siamo nel Palazzo dei Trecento a Tv, nel quadro delle iniziative del 25 aprile) Irene Bolzon ci parla dell’Unità speciale della Regia Marina, la Xa Flottiglia Mas.

I cosiddetti Marò conservavano durante l’ultima guerra l’immagine di maledetti ed avventurieri, e facevano parte di una unità militare che non voleva definirsi fascista pur essendolo fino al midollo, dotata anche di un notevole servizio di spionaggio che le permise alla fine della guerra di sfuggire alla resa dei conti, il suo capo era Junio Valerio Borghese implicato all’inizio degli anni ‘70 in un colpo di stato, il quale parlò di quel periodo (dopo l’armistizio del ‘43 e la continuazione della guerra con i repubblicani della RSI e i nazisti) con astuzia assolutoria, nella retorica dei vinti. La Xa Mas si rese colpevole di violente pratiche ritorsive anche se da un punto di vista militare non era tanto efficace se non nel senso di fornire informazioni ai tedeschi. Maistrello nel libro ci racconta i fatti snocciolandoli come cronaca avvincente.

L’autore ci spiega che all’inizio della guerra la Xa Mas era impiegata negli attacchi di altri navi con l’ausilio di barchini esplosivi, molti volontari erano attirati dal carisma del comandante e da una buona paga, quando però la Xa Mas venne usata nell’antiguerriglia per 4 mesi, anche nel trevigiano si macchiò di gravi atti di violenza.

Se all’inizio il suo impiego aveva lo scopo di custodire i cantieri della TODT, con l’attività antipartigiana venne aperto l’Ufficio Informazioni nella torre del castello di Conegliano il famoso Ufficio “I” comandato da Umberto Bertozzi, uomo crudele spietato e sadico che per avere informazioni non esitava a instaurare un sistema di torture nel Castello diventato in poco tempo DELLA TORRE DELLE GRIDA STRAZIANTI.

Anche Cino Bocazzi un medico scrittore trevigiano fu catturato, però per tutta una serie di considerazioni e di conoscenze, venne rispettato ed è proprio lo scrittore a descrivere il Bertozzi.

Il partigiano Pino da Zara invece fu torturato e ammazzato violentemente più che “giustiziato” come afferma l’autore, dalla Xa Mas e cosi ci furono altri episodi di pura violenza e di annientamento fisico, di morti, di incendi di sequestri di beni o meglio di estorsioni e quando venivano uccisi i partigiani, tutto il paese doveva vederli come monito, il 2/1/45 ben 5 partigiani furono passati per per le armi a Ciano del Montello, il 7 gennaio ‘45 furono uccisi i partigiani della Brigata Castelli (episodio già presente sul suo precedente libro sulle Brigate Nere) col concorso di altri reparti militari: Brigate Nere, Alpini, GNR, il 26/1/45 furono 6 partigiani passati per le armi a Pieve di Soligo, a Cordignano numerosi ostaggi furono catturati, 6 fucilati perché a Sarmede era scomparso uno della Xa Mas. Per la famiglia della vittima i Marò hanno voluto 50.000 lire estorte alla popolazione facendole passare come offerta volontaria.

Bertozzi costringeva le persone catturate a bastonarsi tra di loro e anche da sole dandosi schiaffi e pugni altrimenti venivano fatte fuori a bruciapelo, in quattro mesi di attività vennero uccisi 50 uomini e 360 furono oggetto di soprusi e angherie: case bruciate, deportazione in Germania senza nessuna pietà o umanità, anche se Bertozzi alla fine fu rimosso dal suo incarico per le proteste in seno alla stessa Xa mas.

Alla conclusione della guerra il torturatore doveva essere fucilato, ma per tutta una serie di ragioni difficili da capire, la condanna a morte non fu applicata e cosi come tanti altri criminali di guerra, rimase impunito.

Maistrello conclude la presentazione del suo nuovo libro edito dall’ISTRESCO mentre interviene

il partigiano Ettore Bragaggia che si duole perché oggi i giovani si sono dimenticati di questi fatti, un altro intervento critica il fatto che il comune di Valdobbiadene abbia onorata in seduta pubblica la Xa Mas, lo storico gli risponde che lui tratta solo i fatti storici, dovrebbe essere l’ANPI (l’associazione dei partigiani italiani) ma anche altre associazioni che stigmatizzano eventuali manifestazioni fasciste non consoni, magari con un qualche manifesto di protesta.

A Gorizia addirittura hanno cantato in consiglio comunale la loro canzone di guerra, ma qui nel Trevigiano i fatti descritti dall’autore del libro dimostrano inequivocabilmente comportamenti criminali per l’efferatezza degli omicidi commessi, da quelli della Xa Mas.

 

DUE PUNTI IMPORTANTI PER RISOLLEVARE IL CINEMA ITALIANO: DECENTRAMENTO E CIRCUITO DISTRIBUTIVO INDIPENDENTE

ECCO DELLE MODIFICHE IMMEDIATE ALLA LEGGE CINEMA 220 PER IL PROSSIMO MINISTRO PER LA CULTURA

Dobbiamo puntare sulle commissioni decentrate e sulle film commission locali PER UN CINEMA TERRITORIALE e poi su un circuito nazionale per la distribuzione dei film indipendenti. Solo in questa maniera si può risollevare il cinema italiano.

Cinema Territoriale sul principio del local-global (storie locali per una

distribuzione internazionale) attraverso:

a) il decentramento delle commissioni del Mibact in macro regioni

TORINO x Piemonte, Vald’aosta, Liguria, Sardegna;

MILANO x Lombardia e Emilia Romagna;

VENEZIA x Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia;

FIRENZE x Toscana, Umbria, Marche;

ROMA x Lazio, Abruzzi;

NAPOLI x Campania e Molise;

BARI x Puglia e Basilicata;

PALERMO x Sicilia e Calabria.

b) decentramento Rai per sfuggire all’influenza politica dei progetti;

qui immaginiamo le sedi Rai decentrate che possono decidere anche di

preacquistare il diritto di antenna oltre che ad offrire dei servizi legati alle

loro potenzialità produttive, per intenderci la Rai di Udine non è la Rai di

Torino, ma anche finanziare documentari locali sulle bellezze, curiosità,

prodotti, ecc.

c) Film Commission funzionanti che si coordino tra di loro e

burocraticamente (modelli e procedure uniformi) con il Mibact;

Il ruolo delle Film Comm. diventa fondamentale oltre che per i servizi che

già conosciamo, nel sostegno al produttore per aiutarlo ad interagire con

sponsor del territorio, crowdfunding locale, amministrazioni comunali,

promoz. del turismo (cineturismo) e finanziatori esterni grazie alla tax

credit.

Le commissioni nelle macro regioni possono convivere IN MANIERA

PARITETICA anche con una COMMISSIONE UNICA NAZIONALE.

E’ fondamentale insistere per una trasparenza e un pluralismo di

generi e di gusti nella scelta dei progetti da finanziare. A tal fine si

richiede che nelle Commissioni Giudicanti vengano coinvolti

professionisti di chiara fama nazionali o internazionali in

rappresentanza di tutti i generi del Cinema.

Nella fase istruttoria l’essenziale è la sceneggiatura.

Circuito Distributivo

AGENZIA

Viene creata una Agenzia di distribuzione e promozione del cinema

indipendente che si avvale di un circuito di sale che vi aderiscono, diffuso su

tutto il territorio italiano.

Per il finanziamento dell’Agenzia ci si avvarrà di una UNA TASSA DI SCOPO

DA NON FAR PAGARE AGLI ESERCENTI DEL CIRCUITO, MA A TUTTI GLI

ALTRI E A TUTTE LE TV E PIATTAFORME VARIE SUI PROVENTI

DERIVANTI DALLA PUBBLICITA’ INSERITA NEI FILM, SU UNA

PERCENTUALE DEGLI INCASSI E DELLE VENDITE INDIVIDUALI.

CIRCUITO

Le sale che aderiscono al circuito potranno essere: private, comunali,

parrocchiali, associazioni di cultura cinematografica, cineclub, di quartiere che

servono anche come centri di formazione, universitarie, occupate, sale gestite

sul territorio regionale dalle Film Commission.

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Le sale aderenti otterranno un marchio che darà diritto ad un finanziamento

diretto del Mibact per la proiezione di film indipendenti e una defiscalizzazione

completa per motivi culturali.

Le sale per mantenere il diritto al marchio dovranno avere e mantenere uno

standard di qualità.

PROGRAMMAZIONE

I film indipendenti compresi documentari e cortometraggi dovranno essere

circuitati per almeno 6 mesi attraverso una multiprogrammazione con

cambiamenti continui di programmazione giornaliera, approfittando delle

nuove tecnologie di proiezione.

Il Circuito tenderà ad essere il più possibile inclusivo anche di film a bassissimo

costo che però devono mantenere un “livello tecnico” minimo, da sala

cinematografica.

Le proiezioni dovranno essere fatte in DIGITALE (DCP)standard internazionale

2K – 4k con schermo fisso, non con videoproiettori e schermo mobile, questo

per far in modo che il circuito non sia considerato inferiore.

DISTRIBUZIONE E PROMOZIONE

L’Agenzia programmerà i film su tutto il circuito, fornendo alle sale i manifesti

pubblicitari, cartoline e questionari rivolti al pubblico per capire il gradimento

dei singoli film, oltre alla creazione di un sito on line interattivo con il pubblico.

I produttori forniranno all’Agenzia tutto il materiale pubblicitario dei propri film:

locandine, trailers…

L’Agenzia avrà accesso a trasmissioni Rai Regionale e Rai Nazionale per la

promozione del singolo film indipendente e del circuito con interviste varie.

Verrà creata una rivista on line gratuita e cartacea da lasciare nelle sale del

circuito al costo di 1 euro per promuovere i film e tutti gli autori con interviste,

compresi cortometraggi, e documentari.

L’agenzia si coordinerà con tutti gli istituti culturali italiani del mondo che

dovranno organizzare almeno una rassegna annua di film indipendenti italiani

(a questo fine, bisognerebbe sapere quanti finanziamenti ricevono e come li

spendono). Con possibilità di invitare gli stessi autori.

DIRITTI SUCCESSIVI

L’Agenzia potrà in accordo con i singoli produttori impegnarsi per vendere

singolarmente o in pacchetti i film alle televisioni in primis, per il canale

tematico della Rai e comunque a tutte le emittenti italiane nel rispetto delle

quote di programmazione stabilite dalla legge.

 

COS’E’ LA SINISTRA COS’E’ LA DESTRA

La sinistra sempre più mesta parla male e non ha testa e quindi non fa che perdere il contatto con la realtà. Nel 2010 avevo aderito al grande progetto di SEL (Sinistra Ecologia e Libertà) dopo anni di speranzoso verde bonelliano, un progetto che doveva essere l’ennesimo cambio di pannolini della sinistra, ormai cominciavo ad avere la puzza sotto il naso, però tutti, a ripartire da Ventola volevano fare girare un’aria nuova, rinfrescante, antiberlusconiana, mi ricordo ancora il suo intervento al congresso fondativo di Sel: tanti pezzi di sinistra che si staccavano dalle loro isole sterili senza più verde per costruire un nuovo arcipelago di sole e luce grazie a discussioni illuminate, pezzi di verdi, pezzi di rifondazione, pezzi di comunisti italiani, perfino pezzi di socialisti e di sinistra democratica, tutti insieme per una nuova sinistra che doveva combattere l’edonismo berlusconiano e costruire una società a misura di homo culturens superando gli stretti e asfittici vincoli produttivistici, il modo di fare politica in Italia, abbandonando i vecchi rituali e i vecchi pregiudizi, ma dopo il primo entusiasmo di neofiti anziani, i soliti ed eterni dirigenti si erano collocati con discrezione lungo i luoghi del comando, i direttivi i comitati nazionali e tutto rimaneva imbalsamato nei soliti schemi in cui il leader massimamente, senza nessun controllo, si esaltava in un linguaggio ampolloso, retorico, manifestamente manierato, mentre in un altro luogo di questa terra stavano per prendere piede i social, la rete, internet con tutto l’afflusso dei vari movimenti, nuovi soggetti e individui che si muovevano dal basso e cominciavano a ridicolizzare certe gerarchie, la sinistra invece di buttarsi sull’impresa e tentare di raddrizzare il timone rimane stupita, scende subito intimorita e comincia ad inveire contro questi commenti malevoli, non percependo un cambiamento epocale che le nuove tecnologie stavano concretizzando, ha parlato di populismo solo perché il popolo della rete non riconosceva all’intellettualità talvolta piccolo-borghese il leaderismo politico, mentre una grossa spinta dal basso cambiava le carte in tavola, creando una rivoluzione che tanti “nuovisti” non avevano colto.

Apriti cielo, la sinistra ottusa respingeva in toto la cosa diventando reazionaria, tutti ad arroccarsi mentre solo una minoranza già nel 2011 vedeva ciò che stava succedendo, superando il concetto di destra e sinistra ormai capace  al gioco delle parti, che aveva accumulato un sacco di delusioni e che partendo dai bisogni, cercava una visione più immediata e postpolitica, era da anni che la sinistra in ogni occasione quasi vomitava le parole del disincanto, salvo poi farne un altro motivo ideologico, e naturalmente quando cominciava a vedersi questo disincanto non se ne n’era proprio accorta, grazie alla sua miopia, eppure Gaber cantava cos’è la destra, cos’è la sinistra già all’inizio del secolo. Possibile che tanti ancora adesso non capiscono e si chiudano nell’1%, della loro esistenza? Invece per molti delusi dalla sinistra è stato naturale iscriversi al M5S fin dal 2012 anticipando il crollo di Sel che non riusciva a cambiare neanche una mezza parola dal solito sterile concione di sinistra ormai consunto e defunto, mettendosi al fianco di Grillo che già da qualche tempo non si fidava della politica di sinistra e non aveva accettato la candidatura offertagli dai Verdi, se poi pensiamo anche agli impropèri di questa sinistra intelligente e acculturata sciorinati contro Grillo e il manager Casaleggio additato sempre cn disprezzo, penso che in Italia intellettualmente  eravamo messi proprio male: cari compagnucci dell’1% ma avete mai capito qualcosa di sinistra, ho i miei dubbi, diciamo che siete ultraideologici e piuttosto schematici e la realtà è un optional che deve entrare in questi schemini preformati altrimenti non è buona.

Con tanta delusione

 

VUOI CHE LA MODA TI CORRODA?

A CONEGLIANO NEGLI STABILIMENTI DI “NATURASI” IN UNA SALETTA INTERNA abbiamo visto il documentario di Andrew Morgan del 2015 THE TRUE COST che parla dell’impatto della moda e dei suoi cascami sull’ambiente, che è secondario solo al petrolio.

Sono state intervistate tre opinion leader come Vandana Shiva, Stella Mc Cartney e Livia Giuggioli, tutte in vario modo ecologiste.

La storia è sempre la stessa in tutti i suoi versanti dai tempi della Rivoluzione Industriale, ha cominciato male in Inglinterra e sta continuando peggio nei paesi periferici che si stanno accostando al modello di viluppo capitalistico e questo succede quando si arricchiscono di uno strumento produttivo qualsiasi, una macchina da cucire e per 2-3 euro o poco più al giorno, fanno le camicie che poi prendono il via dei marchi occidentali, imprese globalizzate senza nessuna responsabilità di gestione, le rivendono nelle economie avanzate, nei paesi ricchi a 15-20 euro. Le ditte tipo Zara e H&M ci guadagnano alla grande facendo concorrenza al altri marchi esclusivi molto più costosi (quindi queste sono + democratiche) e tutto si basa sullo sfruttamento e la rapina dei poveri operai del Bangladesh che non possono neanche chiedere un minimo sindacale che vengono pestati dalla polizia, per produrre cose di estremo consumo (usa e getta) oltre allo sfruttamento c’è anche l’inquinamento ambientale che nessuno paga altrimenti i costi sarebbero meno competitivi.

In altra parte del Documentario si vedono i fertilizzanti e pesticidi impiegati nei campi di cotone che aumentano i tumori (se more) e i semi della Monsanto la Multinazionale che si era appropriata dei semi e delle coltivazioni in India mandando sul lastrico un sacco di contadini spingendoli ai suicidi di massa (250.000?!).

Che fare? E’ la globalizzazione bellezza, il liberismo economico sfrenato, molto esaltato anche dalla nostra Comunità Europea, l’economia inquinata del basso costo dei Cinesi, i differenziali di scambio di 1 ora di lavoro tra Occidente e resto del Mondo che induce molti extracomunitari all’emigrazione verso i Paesi ricchi.

Una soluzione potrebbe essere costituita dai dazi doganali di Trump che difenderebbero i lavoratori dei Paesi più ricchi anche nell’abbigliamento (quelli che sopravvivono nel deserto dei sussidi) mentre i poveri potrebbero lavorare per sviluppare il loro Paese, però qui dipende molto anche dalle politiche nazionali o locali e il Documentario purtroppo non ne parla. Perché ai governanti interessa tanto questo giro economico occidentale, lo fanno per la ricchezza in sé, per l’indotto o è solo una forma di corruzione?

Il giusto costo sarebbe doveroso per le stesse nostre aziende che preferiscono dare da smaltire i rifiuti tossici a finte imprese mafiose per risparmiare sui costi e ci ritroviamo molti di questi fanghi industriali fermi nei capannoni del nordest.

La politica può fare molto e cioè bloccare la produzione e requisirla (da parte dello Stato) e venderla a prezzi più alti per motivi ambientali perché anche quei costi ambientali devono entrare nei bilanci, se la politica non fa questo i disastri un domani potrebbero non essere più gestibili.

 

L’ECONOMIA DAL BASSO

Presso l’ISTRESCO l’istituto Storico della Marca Trevigiana, Chiara Scarselletti una giovane studiosa intrattiene i presenti su una ricerca che ha effettuato nel territorio trevigiano e che si può intitolare come un esempio di una forma di economia veneta dal basso.

All’inizio degli anni ‘60 com’è noto, in tutta Italia e nel Veneto abbiamo avuto il boom economico contrassegnato qualche anno prima dall’abbandono dei campi e dalle case coloniche patriarcali, gli ex contadini si trovavano il lavoro in fabbrica dando vita a famiglie mononucleari, quando tornavano a casa coltivavano l’appezzamento creando la figura dell’operaio contadino, in quegli anni l’edilizia si sviluppava in maniera quasi abnorme senza nessun tipo di programmazione di piani edilizi, tante nuove case erano costruite molto spesso aiutate dai parenti, (chi non si ricorda il film di De Sica “Il Tetto” 1956) case che avevano grandi scantinati e così crebbe il lavoro a domicilio: le donne si comprarono a rate la macchina per fare i maglioni sfruttando il nuovo spazio acquisito e in questa nuova attività ci doveva essere qualcuno che faceva il rappresentante piazzando i prodotti altrimenti rimanevano invenduti, buoni solo per l’economia domestica come succedeva spesso nella società patriarcale coll’artigianato invernale.

Oltre alle magliaie quasi ogni famiglia patriarcale aveva una ragazza che faceva la camiciaia (anche un uomo) a cui si rivolgevano tutti i parenti acquistando la pezza di stoffa, era un lavoro a domicilio un altro lavoro molto diffuso era la sartoria: vestiti, abiti e riparazioni in cui in cambio si dava uova e qualche altro prodotto agricolo, ma anche i propri risparmi a fatica accantonati.

Negli anni sessata in Veneto emerse il fenomeno Benetton, anche lui era un rappresentante di commercio mentre la sorella era una magliaia, un classico presente in molte famiglie appunto, bisognava solo organizzare il lavoro semplificare personalizzando meno le ordinazioni e poi fare lavorare a domicilio queste magliaie, ma anche le camiciaie. Insomma l’economia dal basso che aveva i suoi piazzisti si stava strutturando come una rete.

Da questo secondo versante nasce l’impresa di Paolo Pistellato: io so come si fa! Dice all’intervistatrice, nasce come un camiciaio “terzista” di Benetton, Luciano girava per tutta la campagna veneta, organizzando una rete di lavoratori a domicilio, così non occorreva neanche “la fabrichèta” e si risparmiava nei costi senza contare che poi era preponderante l’economia sommersa (nel nero) una formula produttiva artigianale che non prevedeva molte tasse e lo sfruttamento e l’intensificazione del lavoro distribuiva vantaggi un po’ a tutti.

Anche se il sindacato stava attento su tutto il territorio per combattere i fenomeni di sfruttamento, tutta la catena economica non era ancora ben strutturata ed oliata.

Intanto la famiglia Pistellato di Mirano si mette in proprio nel ‘75 sempre con un piccolo laboratorio ricavato dall’abitazione che in poco tempo grazie ad una perfetta razionalizzazione economica arrivava alla bella cifra di 12.000 camicie fabbricate, che non sono poche se poi qualcuno non gliele vendeva, se il mercato non assorbiva il prodotto (quindi con problemi di giacenza), il ritorno economico sarebbe stato rallentato con possibile mancanza di contante che a sua volta poteva mandare in crisi tutto il sistema, intanto l’abitazione non era separata dal laboratorio, e l’economia diventava una forma totalizzante di vita e di amicizia condividendo una situazione in comune tra gli operai, l’imprenditore e rappresentati di commercio, mancava cioè qualsiasi forma di separazione tra attività lavorativa e tempo privato: così non ci si imbroglia anche nel senso di rispetto reciproco, la crescita è continua, i problemi però si esternalizzano fuori dal laboratorio e sono dovuti ai costi di espansione, quando nell’’84 fonda il marchio NARA CAMICIE opera un salto di qualità, ma il marchio di per sé non porta automaticamente al guadagno solo l’aumento del costo di produzione anche risicato può aumentare le difficoltà, non sempre è facile: dipendenti, tasse, affitti, forniture, costi fissi e variabili e magari collocazioni, distribuzione della merce, capannoni, magazzini, affitti negozi, personale, insomma allargandosi (erano partiti da un piccolo laboratorio) i costi si amplificano e se qualcosa non funziona il puzle di tante tessere faticosamente composto si può facilmente sgretolare, i prezzi non sono più competitivi soprattutto con i cinesi che “inquinano” a basso costo.

Poi Pistellato fonda un altro marchio “END” nel ‘93 aprendo in Calmaggiore a Treviso un negozio esclusivo, tutto sembra andare alla grande, ma i cinesi il vero incubo, fanno le stesse cose a prezzi più bassi, cmq la domanda interna in mancanza di crisi è sempre sostenuta e tutto sembra andare per il meglio fino a quando la crisi dell’abbigliamento getta tanti nel disastro, e tra questi sono molti quelli che dipendono ad esempio da Benetton e che hanno investito in macchinari…Crisi, arrabbiature, fallimenti e risentimenti.

Delocalizzazione è la parola chiave che non “ti chiava”, su certe “pratiche” non proprio eroiche la relatrice ci informa che lo stesso imprenditore è reticente, finiscono i legami si sciolgono i rapporti anche con Benetton e la famiglia Pistellato si deve occupare di promozione, collocazione, marketing, di campionario allargato per diversificare, della moda si occupa la figlia e la casa rimane sempre aperta a tutti i rappresentanti, la moglie fa la cuoca come in una trattoria, l’abitazione di stile rustico si rinnova con qualche apertura al kich, però intanto a Mirano 1500 persone con l’indotto,vivono di questa economia, tanti ordini in tutto il mondo, globalizzazione spinta, non manca di autocritica Paolo Pistellato sulla delocalizzazione: “siamo stati dei dilettanti allo sbaraglio” e l’autocritica lo porta verso il difetto tipico di voler imitare gli Usa, senza contare che la delocalizzazione in Romania all’inizio viene effettuata in condizioni pessime, le camicie ritornano macchiate perché l’ambiente non è salubre, va bene risparmiare, però bisogna anche spendere per adeguare la struttura. Pistellato va in Romania e mette a posto le cose tirando fuori il portafoglio e adesso nonostante un periodo di crisi, l’attività è in piena ascesa: 95 punti di vendita.

Certo la ricerca storica ha difettato di qualche silenzio di troppo sulle connessioni tra attività, commercio, manodopera e ambiente sociale, troppi silenzi che la fanno diventare quasi una ricerca che rischia di diventare apologetica, quindi è importante lo scavo per poter capire meglio molte forme di imprenditorialità vigenti e vincenti.

 

PD VIENI CON NOI NON CI LASCIAR PER I VERDI MONTI POSSIAMO ANDAR

Perchè il Pd deve VENIRE col M5S? Perchè gli conviene, all’opposizione farebbe crollare tutti i suoi residui consensi, basta pensare alla cultura e al cinema (e ai relativi finanziamenti) ma non voglio essere cinico, io penso che il Pd si deve far fecondare dal M5S per potere partorire una politica vera, per rinascere insomma, palingenesi si chiama, ogni tanto bisogna farlo,quando la merda arriva alla gola.

Martina francaMENTE vorrebbe ricomPATTAre il Pd, ma sarà probabilmente il traghettatore deI morti viventi, un obolo a testa, mentre l’ex leader farà il senatore di Scandicci col rischio che possa diventare un nuovo mostro.

Loro il PD dicono che hanno pauRA! della subalternità al M5S ed invece dovrebbero approfittarne per imparare la nuova politica e magari in un futuro tendere qualche sgambetto, per fare questo però bisogna attraversare il MoVimento e per attraversare il MoVimento bisogna essere politicamente intelligenti.

E’ vero che in passato sono volati gli stracci, ma in qualche caso c’è stata anche collaborazione, come nel settore cinematografico, si può tentare cosa vi costa?

 

TUTTO IL POTERE ALLA RETE E AI SOCIAL

Come i mass media corrompono le persone che non si accorgono di ragionare su cose che a loro di fondo non interessano e di dare delle soluzioni quando nessuno gliele ha chieste, per districarsi da questo pericolo di manipolazione strisciante bisogna pensare al potere di critica dei social, è vero che il loro pensiero a volte viene inficiato dall’odio seriale verso il soggetto dell’argomento, però se ne sentono tanti di commenti anche di chi avverte di questa manipolazione grazie all’estensione della critica che non investe più uno sparuto gruppo di persone, ma un’intera comunità “da tastiera”, che volentieri si manda a quel paese, spesso sono disoccupati o pensionati che stanno tutto il giorno dietro un certo avvenimento sviscerandolo in tanti aspetti.

Paradossalmente il concetto di uno vale uno è stato introdotto da un vip così come il marxismo è stato introdotto da un “borghese” e risulta essere un’idea rivoluzionaria, nessuno applica alla lettera questo concetto nemmeno nella sinistra più estrema dove insiste sempre un leader, lui sa più degli altri e quindi è superiore agli altri, quindi il concetto è sempre stato smentito dalla prassi, però poniamo che sia presente negli interlocutori politici anche solo per essere disatteso, la scelta dei rappresentanti del popolo deve essere quasi casuale, un gioco, chiunque anche la cuoca di leniniana memoria può andare in parlamento, unica condizione è che sia una cittadina attiva, informata sui fatti politici, perché se non sa niente può essere manipolata a sua volta da qualche interessato di turno.

Poi bisogna far sentire all’opinione pubblica che c’è questo gruppo di sconosciuti, nella prima fase per farsi conoscere bisogna entrare nei media; e qui tra i cittadini sconosciuti c’è chi è più abile a parlare, le persone “rappresentative” del movimento diventano personaggi importanti, vip, la gente li vede in maniera diversa rispetto agli altri, si crea un distacco tra gli iscritti e i personaggi e quindi una “gerarchia” basata sulla notorietà.

Nella seconda fase c’è il rischio che il personaggio venga a noia: vogliono distruggerlo, cominciano le critiche più stupide, basta un congiuntivo sbagliato dopo ore di discorsi e tutti addosso, nella prima fase si incoraggiano le qualità personali, adesso invece vengono fuori le mancanze, altri personaggi pubblici per farsi notare ne parlano male come Sgarbi, e parlandone male li additano al pubblico ludibrio, se non che la maggior parte della gente in questa maniera è costretta a capire e vede che nonostante tutto Di Maio è un bravo ragazzo e lo vota, così quelli che volevano parlarne male si “fregano” da soli: stavate zitti e forse la genteeeeeeeeeeeeeeeeeeee vedeva qualche difetto

 

TRUMP E I DAZI

TRUMP E I DAZI

Trump, il presidente Usa vuole reintrodurre i dazi, perché troppa valuta Usa scappa in altri lidi europei, una emorragia che svaluta il Dollaro, insomma il mondo non sempre può essere libero e bello, così interrompendo un lungo periodo di scambi senza limiti tra Stati.

Anche da noi i dazi potrebbero difendere l’economia italiana dai bassi costi dei cinesi, ma ma non si può fare perché siamo nella Cee e dobbiamo sottostare alla pratiche di mercato libero nell’era della globalizzazione, dove la curva dei costi si abbassa verso la forza lavoro meno pagata, Trump invece vuole difendere la classe operaia americana.

Se noi invece potessimo difendere il cinema italiano limitando la distribuzione della produzione Usa sarebbe considerato un disastro perché il cinema Usa è il migliore del mondo, quello più costoso, quello più spettacolare:

– volete farci vedere gli sfigati film italiani come ai tempi dell’Italietta fascista e giù impropèri.

Beh limitare un po’ il ns lessico di espressioni inglesi non sarebbe male anche perché a questa velocità il gergo italiano sparisce, però limitare i film Usa nel senso di doppiarne solo un certo numero e il restante lasciarlo in lingua originale farebbe bene alla cultura cinematografica.

Apriti cielo – siete impazziti! E le sale da doppiaggio e i doppiatori?

Beh questi attori hanno bellissime voci potrebbero essere impiegati nell’aumentata produzione nostrana.

– Ancora? E noi doppiatori dobbiamo lasciare il certo per l’incerto…

Però rimane il fatto che la ns produzione è invisibile e quindi c’è uno spreco di talenti, allora in sostituzione bisogna creare un circuito di molte sale per il cinema italiano altrimenti se i film non riescono a incassare tutti chiederanno soldi allo Stato e continuerà questo assistenzialismo che può creare un cinema sempre più conformista, siamo d’accordo?

 

BENE COMUNE ANCHE IN COMUNE

Siamo nel Salone dei 300 a Tv, introduce l’assessora Manfio che illustra i nuovi istituti della democrazia partecipata, che trovano fondamento nei vari articoli della Costituzione, siamo cioè alla gestione pubblica dei beni comuni, all’interno della ridistribuzione dei poteri sottratti alla politica istituzionale e sviluppatisi in capo ai cittadini, una democrazia dal basso dunque, il Regolamento comunale approvato recepisce queste forme di democrazia meno “delegate” che creano una rete di “comunità” e anche un modo nuovo di fare politica in cui i cittadini diventano interlocutori dell’Amministrazione alla pari dei soggetti politici istituzionali.

Poi Mariella Carlotti ci introduce al concetto di beni comuni immateriali e tra questi l’educazione alla bellezza, e visto che ci siamo, analizza nel Palazzo Pubblico di Siena in una delle sale che ospitavano i governanti, i celeberrimi affreschi di Ambrogio Lorenzetti databili 1338-1339 intitolati “Allegoria del buono e Cattivo governo e i loro effetti in città e in campagna, in cui si raffigurano i vari magistrati che gestiscono il potere (tra l’altro solo per due mesi) e che perciò non possono lasciare il palazzo cittadino, svolgono questa funzione venendo ben retribuiti e lo scopo del buon governo è (come detto) anche quello di esaltare la bellezza, anzi ci sono addirittura i vigili urbani della bellezza.

Questi sono in verità AFFRESCHI DEL BENE COMUNE, il titolo del buon governo è stato messo successivamente nel 1700, il bene comune si deve basare sulla Giustizia “distributiva” che sa distribuire premi e punizioni e quella commutativa che riguarda le regole del commercio e delle banche, tutte esemplificate da figure allegoriche tra cui la concordia (colei che accorda gli animi) poi abbiamo i 24 cittadini sempre con la corda in pugno che rappresentano il popolo (bene comune che si esprime nel Comune), insomma le virtù sono le solite: fede speranza e carità in cui si aggiunge la virtù propria della politica: amare la città!

Ci sono anche le 4 virtù cardinali (il cardine della comunità) più altre due fuori dall’interesse di bottega, una la magnanimità e l’altra la pace, naturalmente nell’affresco trovano posto anche i delinquenti che vengono legati come salami: tutto è ben bilanciato e i test di una città ben governata si basano sulla sua bellezza, la crescita economica, il lavoro e dove non si lavora, si studia.

Nascono i figli, la progenie, la giusta festa è il segno della ferialità, infine la securitas con un cartiglio e l’impiccato sullo sfondo, poi si prosegue con la degenerazione rappresentata dall’allegoria del bene proprio, quando ognuno tira la corda nel proprio verso e allora subentra la tirannia, (una figura allegorica con attributi luciferini, dallo sguardo strabico).

Il tiranno è un vero cretino insomma, che tende a minare la felicità comune. E’ avaro, vanaglorioso e superbo e poi per altre vie scaturiscono la crudeltà, il tradimento, il furore, la divisione e in ultimo la guerra quando il degrado umano tocca l’apice.

Il bene proprio non sta in piedi da solo, nell’allegoria viene rappresentato sopra un caprone che denota la lussuria, un altro effetto della tirannia è il sospetto di tutti contro tutti, non si lavora più, (solo per fare le armi) aumentano le violenze sulle donne e nella città degradata non entra nessuno, ma escono solo soldati. Si instaura il timor  (la paura) e si ruba ovunque.

Che dire: questo quadro del mal governo è molto realistico e non è distante dall’epoca odierna quando il bene comune viene cacciato in un angolo per effetto di una classe politica corrotta che fa di tutto per mantenersi nel malgoverno, elargendo i soldi dei cittadini ai propri amici, ingrassando quindi le clientele e dove l’eccessivo garantismo fa guadagnare soldi agli avvocati rendendo la pena poco certa e la possibilità di sfuggirla con le prescrizioni, elevata, i troppi diritti che si ascrivono al reo fa si che non ci sia più una giustizia distributiva; nella nostra realtà incide anche il fatto che una giustizia di massa è difficile da applicare e gli uffici sono intasati di carte.

(fine prima parte)