LA SINISTRA E’ MORTA

La sinistra è morta,
non contorta, ne contrita
ma smorta, e corta
di memoria,
non ha niente da dire
e nessun mito da benedire,
è spicciola, e non sa cos’è la verità.
Le facce da curo
non sono solo di Berluro
le puoi trovare anche li
nella zona Pdli, partito de li ca…voli
a merenda…
che carpiscono la buona fede
e tu ti senti un nuovo menga
di chi ce l’ha… e se lo tenga
perfino il cummenda
che sta sempre a rifornirli
di drogaglie e vizi da canaglie,
li confonde ormai tutti..
E intanto ti dicono che cambierà
In questa sorta di elettoral
giostra, se non oggi
ma domani, vedrai
e …a loro cambierà…
il conto in banca,
un altro qualunquista si dirà,
ormai stanca…
eppure con quei soldi
anche il gianco ben hampa.
Roy Michielini
14 Luglio 2015

RAI CINEMA

RAI CINEMA-Relazione Tecnica del 17/6/15 – Audizione di Paolo Del Brocco, tlc a circuito chiuso, talmente chiuso che non si vede niente, assistito da Federica Guidi.
L’AD (Amministratore Delegato) Paolo del Brocco ci spiegherà i criteri di scelta dei progetti, ma intanto ci illustra l’attività di Rai Cinema, l’acquisto di diritti Tv, la produzione e distribuzione cinematografica.
Il cinema ha un linguaggio in sé più difficile rispetto alla televisione, è un linguaggio meno accomodante, più profondo e si deve mettere insieme una produzione culturale con aspetti industriali il che non è affatto facile.
Paolo Del Brocco al minuto 15:37 dei video ci dice: “noi leggiamo le sceneggiature in coppie separate e successivamente le sviluppiamo”. L’obiezione è la seguente:
– come mai se leggete tutte le sceneggiature, non date risposte. Espongo il mio caso: ho presentato nell’estate 2013 una sceneggiatura di certo GIANNI CAVINA scritta insieme a SANDRO TONI, dal titolo SIAMO CIRCONDATI-LE ULTIME RESISTENZE DEI CUSTER al responsabile Rai Cinema di Piazza Adriana,12 Dott. Carlo Brancaleone, dicendo tra l’altro che l’opzione datami da Gianni Cavina mi era costata 20.000 euro (non poco per un piccolo produttore) e avevo bisogno di avere una risposta a breve perché detto Cavina si stava impegnando con LA GRANDE FAMIGLIA in Rai. Nonostante questo (non ero il pizzicagnolo del negozio accanto) una risposta da parte di Rai Cinema non l’ho mai avuta. Deduco: è tutto un sistema filtrato dai partiti politici che creano un corridoio privilegiato dove si manda avanti ciò che è “raccomandato dalla politica partitica” con talvolta graduatorie all’interno delle raccomandazioni? Ormai mi ero stancato di cercare una “raccomandazione” presso il Pd e mi sono detto: o la va’ o la spacca e invece….si e spaccato tutto e il progetto non ha mai preso piede. Era una sceneggiatura da commedia all’italiana, contro la vecchia politica e che ben rappresentava il cinismo imperante… con toni di satira, CHE ANTICIPAVA QUELLO CHE POI E’ SUCCESSO.
Viene da domandarsi: ma Rai Cinema ha queste professionalità per valutare i progetti come qualsiasi altro produttore nel mondo o invece si basa solo sui nomi e sulle relazioni appunto politiche che questi autori riescono ad avere?
E’ VERO CHE LA Rai conserva solo quote minoritarie a livello di produzione, ma per rafforzare anche i suoi progetti ha creato 01 DISTRIBUTION però lo fa sempre con autori noti, mai con novità, quindi con i senatori, mai con nuove idee.
Del Brocco ci dice che la Rai possiede listini diversificati per andare incontro a esigenze varie…va bene, ma perché non dice che TIPO DI PROGETTI VUOLE, non indirizza qualcosa. Facendo così però deve per forza rinunciare agli autori che gli vengono presentati dalla politica.
COME SCEGLIAMO I FILM dice DEL bROCCO: ogni anno ci arrivano 1000-1200 progetti, come si fa a esaminarli tutti? E quindi ci vuole un corridoio, un percorso privilegiato, insomma non è che anche il negoziante sotto casa può mandarci una sua idea? E CON QUESTO DISCORSO DIVENTA NECESSARIO UN FILTRO POLITICO PERCHE’ NON HANNO ABBASTANZA PERSONALE …CHE LAVORA (chi glielo fa fare)
A dir la verità questo è un falso problema: basta solo accettare (come fa RAI FICTION) progetti da produzioni ….che negli ultimi cinque anni abbiano fatto un film…ma come si fa a fare un film o una fiction se non c’è rotazione tra le produzioni? La rotazione tra l’altro è prevista anche nel codice degli appalti. I progetti delle produzioni sono già SELEZIONATI.
Bisogna cmq coniugare la qualità ci dice Del Brocco, con l’industria e il mercato, se poi il film non lo vede nessuno abbiamo toppato, aggiunge giustamente che i film sono PROTOTIPI, nella scelta ci può essere un certo grado di soggettività e noi creiamo un comitato in cui valutiamo la storia, l’utilità di quella storia che deve durare nel tempo… naturalmente questo vale per quelli che sono meno noti, gli autori cinematografici di grido, no (li segue su Twitter anche Del Brocco) e appena aprono bocca gli dà subito ragione).
Quindi si registra in entrata il progetto, doppia lettura, comitato, avvocati, si vede il target, il genere, l’affidabilità del produttore, le esperienze precedenti, le scuole di cinema frequentate, l’esigenza del pubblico, il potenziale sfruttamento dell’opera, il cotè commerciale, l’appeal. ecc.ecc
Prosegue l’Ad: purtroppo abbiamo detto di no da un anno all’altro a progetti che magari l’anno dopo potevano essere interessanti. E quindi è consapevole dello spreco di idee: cmq noi valutiamo anche la solidità della produzione, la capacità di procurarsi tax crdit esterni, finanz. Mibact, prevendite e chi più ne ha più ne metta. Naturalmente è vero anche il contrario per avere una tax credit devi avere dietro la Rai e si va a vuoto se la rai non ti risponde mai perché tu sei di un altro pianeta VERAMENTE indipendente anche dai partiti.
Sen Airola: la Rai a volte si comporta come società privata a volte come società pubblica. In effetti sono poche quindi società che si prendono il grosso dell’80% di progetti, bisogna avere dei dati più approfonditi come le opere prime su quali basi sono scelte, bisognerebbe aiutare quelli che non hanno mercato…e non Moretti che ce l’ha già
Presidente Fico: come vengono scelti i produttori, la procedura?
Paolo Del Brocco: si può usare l’email, il contatto diretto, e poi noi RISPONDIAMO , è doveroso rispondere, da noi arriva di tutto, libri, foglietti a stampatello idee non sviluppate….adesso speriamo di una collaborazione con le Film Commission territoriali che sono + decentrate, cmq per certe idee ci sono i soldi per lo sviluppo del progetto.
Ma chi ci può arrivare? Ci chiediamo? E’ un mistero. Così come è un mistero quando si deve vendere un film a chi rivolgersi, ti mandano da un responsabile all’altro, alla fine ci rinunci ben sapendo che con quei soldi potevi fare altri investimenti….ma la Rai non vuole dare soldi fuori dalla cerchia degli amici, UNA VOLTA CHE HANNO DATO SPAZIO A TUTTI GLI AUTORI CHE CREANO IMMAGINE PER RAI CINEMA.
Addirittura per effetto dell’aumento a seguito di contrattazione ANAC (Associazione degli autori) dei diritti che l’autore percepisce dalla Siae e che quindi sono pagati dalla Rai, se viene trasmesso un film italiano nei canali propri, ormai da molti anni la Rai non fa vedere film italiani neanche di notte per non pagare quei diritti. Cosi aggravano la situazione dei piccoli produttori indipendenti, preferendo piuttosto comprare sul mercato estero “robaccia”.
Poi il Paolo viene a dirti che “oddio, sarebbe meglio dire no verbalmente, perché la lettera è sempre a contenuto freddo e che è un dispiacere…” Che sensibilità, che amorevolezza che presa per il naso…
Ci vorrebbe un prelievo di scopo come in Francia, ci dice Del Brocco, mentre l’unica a funzionare veramente è l’industria americana, proprio per questo la Rai cerca di sviluppare una forza commerciale che comunque non sarà mai uguale…e quindi che la fate a fare?
Appare più possibiliSta rispetto a Eleonora Andreatta a dare i dati nonstante che anche qui si siano invocati quelli sensibili che diventano subito rossi e un po’ vergognini.
Dopo questo intervento ascoltato ti viene da Dire…dare….fare…testamento e cambiare mestiere o stare sempre nel solito lamento

RAI FICTION

RAI FICTION – L’intervento della resp. Rai Fiction Eleonora Andreatta sugli indirizzi di scelta delle fiction, è visibile sul gruppo facebook Perfiction.
La Rai guarda alla contemporaneità e al recente passato, naturalmente privilegia le storie che hanno avuto successo come BRACCIALETTI ROSSI (un format tra l’altro non italiano) e non quelle che invece sono state un disastro).
Parla di CONSAPEVOLEZZA ETICA nella scelta dei progetti, di trasparenza (ti danno una risposta entro 90 giorni) e attualmente sono 28 società di produzione che lavorano (ce ne sono di piccole e artigianali) ma solo le grandi società sono competitive a livello europeo.
1) NON SI DELOCALIZZA PIU’ e questo è un merito per la Rai;
2) si vuole rappresentare la realtà del paese, le diversità del suo territorio, il paesaggio, l’identità, un mosaico in divenire, un affresco (queste sono le parole usate) e in questi squarci e tessere, DESCRIVE LE FICTION SCELTE, ma non come vengono scelte, mai che si parli di criteri di selezione;
3) la famiglia, LA SI RAPPRESENTA CON GEOMETRIE NUOVE, apertura quindi verso la famiglia moderna;
4) Poi l’Andreatta parla dei vari tipi di canali con le loro caratteristiche:
RAI 1, l’innovazione procede più lentamente
RAI 2, hanno venduto all’estero COLIANDRO, START UP COPPIA INATTESA
RAI 3, LA NUOVA SQUADRA, ILARIA ALPI, UN POSTO AL SOLE (2 milioni di spettatori o grande mangificio) NON UCCIDERE;
5) Parla dei vari tipi di investimenti come nei cartoni animati, scuole, premio Solinas per le migliori sceneggiature e dei corsi di scrittura seriale a Perugia;
6) Parla anche di rete Web e attenzione al linguaggio dei giovani, diverso da quello della Tv generalista;

Poi AIROLA del M5S chiede: “oltre alle 7-8 società di produzione, QUALI ALTRE SONO STATE COINVOLTE, bisogna avere il dettaglio dei progetti arrivati, quante fiction sono state date a nuove società? Ad es. parlando di contenuti: è’ garantito il pluralismo religioso?”
La Andreatta che è stata messa lì dalla politica e dai partiti politici risponde in maniera evasiva, NON PARLA DI ROTAZIONE come fa una persona competente, non ha neanche idea di come funzioni veramente la PRODUZIONE DI FICTION e afferma, insiste, sulla produzione industriale per essere competitivi sul mercato internazionale, ci vuole una lavorazione industriale che solo i 22-28 produttori attuali possono garantire, soprattutto per quanto riguarda la LUNGA SERIALITA’ che richiede produz. industriale, preparazione tecnica, alta capacità e via cantando. QUINDI SE LORO PRENDONO GLI STESSI E’ PERCHE’ SONO I MIGLIORI NEL MERCATO.
AIROLA ha chiesto almeno UN FOGLIO DEI PROGETTI, dei dati più precisi di quanti progetti vengono presentati e di quanti vengono esclusi.
L’Andreatta risponde che rientra nel Piano di Produzione, che è segreto, per motivi di concorrenza, per i dati sensibili E COSI I DATI CONTINUANO A NON ESSERE DATI

DOVE VA IL CINEMA ITALIANO

Dove va il cinema italiano?
In una intervista, rilasciata al Corriere delle sera del 30 novembre 2014, Giuseppe Tornatore dichiarava, parlando dello stato di salute del cinema italiano, quanto segue: E’ stato un anno molto buono. Sono felicissimo del trionfo de “La grande bellezza” di Sorrentino. Ma anche più felice di successi inattesi come il Leopardi di Martone, o il meraviglioso “Torneranno i prati” di Olmi. E “Belluscone” di Maresco, così forte e angoscioso. E “Salvo”, esordio sorprendente. Film “difficili”, guardati con sospetto da produttori e distributori. Apprezzati dal pubblico, più aperto e moderno di quel che si crede. Il 6 maggio 2015, Gloria Satta, sul quotidiano Il Messaggero, intitolava un suo articolo “L’anno nero del cinema italiano”, dove, in particolare si analizzava la condizione economica incerta e precaria del nostro mercato cinematografico. Ora, qual è il vero stato di salute del nostro cinema? Risposta ardua, ma proveremo a individuare alcuni indicatori tali da diradare le nubi e a far sperare in un prossimo futuro migliore. Come “Centro Studi Cinematografici”, già da qualche anno, abbiamo adottato un peculiare punto di osservazione: quello di concentrare la nostra attenzione e analisi sulle opere prime del nostro cinema. Questo lavoro, partito dalla stagione cinematografica 2003-2004 ha avuto sempre come esito finale la pubblicazione di un libro che ha per titolo di “Saranno famosi? – Annuario delle opere prime del cinema italiano”. Ebbene, in questo nostro viaggio ormai ultradecennale (360 film analizzati in tutto), abbiamo visto come nella stagione 2003-2004, le opere prime abbiano rappresentato il 30 per cento dei film italiani usciti in sala e, nella stagione 2013-2014, tale percentuale è salita a 58. Un anno buono, quindi, che non ha riguardato solo film vincitori di Oscar, di altri premi prestigiosi ottenuti ai festival, o di successo al box office, ma, principalmente, l’aspetto qualitativo, marcante la stragrande maggioranza delle opere prime; segno di una preparazione professionale notevole da parte di questi nuovi autori, i quali, pur provenienti da esperienze pregresse differenti, hanno dimostrato di saper maneggiare la macchina cinema con competenza e con una chiarezza di idee esemplari. Probabilmente, il raggiungimento di tale risultato risiede in una dote comune a questi registi; una dote, in parte riscoperta, e che è riemersa con prepotenza: quella della passione, unita alla necessità impellente di raccontare delle storie. Che un cambiamento di atteggiamento sostanziale sia ormai in corso è testimoniato da come i nuovi autori si pongano quando si tratta di partire per un’avventura chiamata film. Di fatto, alla domanda sulle difficoltà che si incontravano nel realizzare un’opera prima, le risposte confluivano, in passato, attorno a un unico, costante tormentone: trovare i finanziamenti, reperire i soldi necessari per dare una forma concreta alle proprie idee. In questa ultima stagione, potremmo dire che il tiro ha subito una sorta di innalzamento qualitativo, visto che i registi esordienti hanno evidenziato come la difficoltà primaria sia quella, invece, di convincere, di creare, in primo luogo, una responsabile e motivata fiducia da parte di un produttore attorno alla bontà del proprio progetto. Anche se, chiaramente, i soldi sono e restano importanti, l’aver posto l’accento sull’elemento fiducia fa una certa differenza, che comporta delle notevoli conseguenze sul piano della realizzazione finale di un film. C’è da aggiungere, infine, come tale aumentata apertura di credito da parte dei produttori nei confronti dei nuovi autori sia stata segnata negativamente – in presenza delle crisi economica che tutti viviamo – da un calo degli investimenti del 27 per cento rispetto all’anno precedente, nonostante il numero delle opere prodotte sia rimasto pressoché invariato. Per quanto riguarda poi i finanziamenti pubblici, vorremmo ricordare che si è passati dai 94 milioni del 2004 ai 19 dell’ultima stagione. Uno dei risultati maggiormente evidenti dell’evoluzione di tale rapporto produttore-regista, al quale abbiamo accennato, si è inverato anche nelle reazioni espresse da parte della critica cinematografica nei confronti degli esordienti. Di fatto, le recensioni che hanno accompagnato l’uscita delle opere prime in sala non hanno, in linea di massima, evidenziato delle brucianti bocciature. Chi si avvicina per la prima volta alla regia cinematografica ha, ormai da tempo, lasciato da parte quel certo autobiografismo presente in molte opere d’esordio di qualche anno fa e che faceva esclamare a Cesare Zavattini quell’invettiva piuttosto severa, provocatoria e senza possibilità d’appello: “Basta con l’opera prima! Facciamogli fare l’opera ultima!”. E veniamo al punto dolente, attoro al quale convergono tutti: la distribuzione; un tema, questo, che si trascina avanti negli anni e che non sembra aver trovato ancora una sua soluzione in positivo. Come uscire da tale situazione? La risposta è difficile, fino a quando gli esercenti avranno in mano il coltello dalla parte del manico. Forse, se si vuole veramente aiutare il cinema italiano, le istituzioni potrebbero intervenire adeguatamente in questo settore, permettendo alle opere prime una pur minima, necessaria conoscenza. In fin dei conti, è anche un diritto degli spettatori vederle, visto che la maggioranza di questi film è prodotta con il denaro pubblico. La risposta all’annoso e irrisolto problema della distribuzione viene, forse, dagli stessi autori. Nelle dichiarazioni, che ci hanno espresso unanimemente: la più grande loro gratificazione sta negli incontri che hanno avuto con il pubblico al termine della proiezione; una verifica diretta e immediata con il destinatario principe del loro lavoro, che dovrebbe, forse, essere istituzionalizzata. Le vie per realizzare questo ci sono; basterebbe praticarle con un minimo di raziocinio. Ci riferiamo, in particolare, alla rete di cineclub, cineforum, cinecircoli, che è presente su tutto il territorio nazionale, anche in zone dove, ormai da anni, non esiste più una sala cinematografica in attività. Gli stessi registi ricordano come gli incontri con il pubblico siano avvenuti, per la maggioranza, all’interno di tali realtà culturali organizzate, particolarmente sensibili e interessate alla diffusione di quanto di nuovo si fa all’interno del nostro cinema. Ma non solo: si è aggiunto, ultimamente, un dato nuovo che è quello della straordinaria e positiva reazione del pubblico di tutto il mondo agli incontri con i nuovi autori del cinema italiano, in occasione della vittoria di numerosi premi internazionali. Forse, anche per loro è ritornato in auge il detto latino “nemo propheta in patria?”, oppure è in atto una sorta di internazionalizzazione del nostro cinema che, proprio attraverso le opere di esordio, si apre con un’ottica rivolta verso un mercato più vasto. Sta di fatto che molti nuovi autori girano direttamente in inglese e la maggior parte di loro guarda con un certo ottimismo alla condizione attuale del cinema italiano, giudicata carica di fermenti e di idee nuove. E’, questo, un dato positivo, indice di una messa al bando del pessimismo presente nelle stagioni passate e di una consapevole speranza per il futuro prossimo. Vorremmo chiudere ancora citando Giuseppe Tornatore che nell’incipit de “La leggenda del pianista sull’oceano”, fa pronunciare al trombettista Max Tooney una frase che ben si adatta per dare conforto e coraggio a tale speranza di crescita e di rinnovamento per il nostro cinema; una frase che unisce inscindibilmente i due termini essenziali – il regista e il pubblico – della comunicazione cinematografica: Non sei fregato veramente, finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla.
Carlo Tagliabue
DIARI DI CINECLUB Luglio 2015

FICTION RAI A NOI MAI!

Dopo il periodo di gattopardesco rinnovamento con “la nuova aliena linea editoriale” NESSUNO ESCLUSO, la Rai dimostra qual è la sua vera linea, quella di mantenere i privilegi di pochi che da anni gestiscono la fiction secondo dettami di scarso rinnovamento e di totale conformismo e condiscendenza agli ordini impartiti dai partiti politici.
Se vogliamo un minimo di cambiamento dobbiamo per forza scontrarci con i partiti politici che comandano la Rai a bacchetta da decenni. Ma in tutto questo squallore non si capisce come mai si comprano cosi tanti prodotti all’estero invece di valorizzare i nostri autori e preservare un tipo di cultura identitaria che va sempre più sparendo in funzione di una predominanza della lingua inglese.
Non c’è una condizione di reciprocità, noi compriamo sempre chissà perché ma non vendiamo niente come Rai, a volte hai l’impressione che alla Rai gli indipendenti fuori dalla politica, (quelli che non sono raccomandati) non voglia dare neanche 10 euro, perché è tutto già prenotato, perché sti continui format stranieri (non ci sono telefilm italiani), perché la Rai non pensa anche a difendere il prodotto nostro da tutta questa inglesizzazione (che brutta parola) della nostra cultura? Punto di domanda, due punti di domanda, tre punti di domanda, n… punti di domanda.
Ecco che allora l’amico e regista ZANGARDI ci dice:
– Propongo di organizzare, se ci riusciamo, un assemblea a fine luglio chiedendo ospitalità alla Casa del Cinema. Serve partire da dei numeri concreti. Quanti milioni di euro gestisce Rai Fiction? Fra quali produzioni vengono divisi? Quali sono i nomi che lavorano di più in assoluto essendo spalmati fra le varie fiction e perche? Chi sono quelli che decidono le storie da fare e su che basi?
Quanti soldi vengono gestiti sulle fiction originali italiane e quanti su quelle straniere?
Cosa dice la legge europea su questo argomento? Ecc ecc.
Io ho scritto questa lettera all’On. Roberto Fico della Commissione Vigilanza della Rai:
– Sono un piccolo produttore cinematografico indipendente, Le scrivo per dirLe che la nuova linea editoriale della RAI dal titolo NESSUNO ESCLUSO, per quanto riguarda le fiction o i film tv, è tutta fuffa, una bufala, perché in pochi mesi ho inviato una decina di progetti di sceneggiatori di tutta Italia e nessuno di questi ha avuto un’audizione, ma sono stati respinti con varie motivazioni.
E’ vero che rispetto al passato adesso rispondono in tre mesi, difatti a suo tempo ho presentato un progetto (nel 2013), ma non si sono nemmeno degnati di fornirmi una risposta ancorché negativa.
Però ho motivo di ritenere che siamo ancora lontani da qualsiasi meritocrazia e che le fiction siano una cosa chiusa tra alcuni personaggi legati ai partiti politici e che si spartiscono i contenuti televisivi ancora con il manuale Cencelli e cmq sono sempre quelli che lavorano da sempre: Lux Vide, Pepito, Casanova, Cattleya e qualche altro.
Ma se la meritocrazia è sempre difficile da stabilire di certo non lo è la trasparenza, che è il primo passo per arrivare alla meritocrazia. Ancor oggi pochi sanno, chi è che decide e come decide. Se io voglio vendere un film anche solo alle reti minori come ad es. Rai 5 non so neppure chi è il responsabile da contattare.
Come mai in Italia non vengono prodotti telefilm, eppure la televisione ne trasmette continuamente per lo più stranieri, come mai non si privilegiano i format italiani e non si valorizza la nostra creatività, comprando INSISTENTEMENTE film dall’estero in condizione di non reciprocità, per lo più scadenti come i film tedeschi che invadono Rai 2?
Saluti

LA RAZIONALITA’

La razionalità non ha mai guidato le azioni umane altrimenti saremmo esseri perfetti abitanti nell’iperuranio.
Nel messaggio politico di Berlusconi c’è stata una sorta di seduzione in cui anche la verità si attaglia ai sentimenti di ruffianeria per avere un consenso simpatetico, e la gente ci casca con tutti i vestiti.
L’uomo ha strappato (ormai si parla di passato) applausi a scena aperta nel suo ambiente naturalmente, (è uno che ha fatto i soldi e tutti lo ammirano) altri lo detestano proprio per queste che lui chiama capacità comunicative. Ma è indubbio che la gente si fosse rivolta a lui come ad un alto prelato con la speranza di ricevere delle grazie, e se non proprio delle grazie qualche prebenda.
Quindi non ci sono discorsi politici razionali, si è sempre contro qualcuno e lo si ridicolizza, si chiama a corte tutti gli amici e non solo gli amici, si impiega una ideologia qualunque, quella moderata, quella liberale che non fa male a nessuno e poi si continuano a fare gli interessi propri, il motivo per cui lui si è buttato in politica spinto dai consigliori siciliani con il solito cinismo antitaliano, era quello di salvarsi il culo pardon che volgavità, era quello di ripianare i debiti e trovare dei finanziamenti grazie ai buoni uffici dell’amico e sodale Dell’Uteri. Il tono del messaggio politico è sempre emotivo o cmq di racconto conviviale e il modo di parlare tendente alla spiritosaggine (prendiamoci per mano facciamo amicizia) con un contorno di semplificazione- coinvolgimento-emozione
C’è una differenza netta col linguaggio del Pd prima dell’epoca di Renzi, che tende ad una maggiore razionalità comunicativa con annessa spiegazione delle questioni legate ai deficit di spesa pubblica ad es., questioni trattate con un tono più controllato e una espressione a volte forbita, a volte colorita (Bersani).
Anche con Grillo c’è questa differenza perché anche il discorso di Grillo è razionale da un punto di vista sociale, solo che il tono è più emotivo e il linguaggio più spontaneo (a volte più volgare, a volte più creativo) che crea anche qui una simpatia ma mentre Berlusconi seduce, per vendere qualcosa puntando sull’impatto personale, il fine di Grillo invece è più di conoscenza della realtà razionale, pur nel suo versante assurdo dove è facile ridere proprio perché si ride della condizione umana e per questo a livello comunicativo si dimostra più efficace del Pd.
D’altra parte anche la sinistra moderata si è staccata dalla retorica razionale e desidera un po’ di populismo però controllato, una dose non esagerata, Renzi supera questa dose quotidiana e corre il rischio di dire molto di più, troppo di più. C’è un vecchio proverbio che recita CHI PROMETTE,IN DEBITO SI METTE
E veniamo alla Lega di Matteo Salvini, il quale si è proprio specializzato in comunicazione massmediologica, studia tute le reazioni del suo viso semplificando MOLTO le questioni e in questo assecondando la pancia della gente che vuole mangiare in pace e mal sopporta che mentre lo fa, qualcuno si accosti e guardi il suo piatto, quando la realtà vera è strapiena di contraddizioni e complessità. Troppa gente ha la soluzione pronta e sbrigativa, abbisogna di poche cose per capire e di riconoscere le cause e gli effetti velocemente senza vedere l’insieme dei fenomeni, che oggi più che mai sono correlati.
La razionalità in questo caso è poco conosciuta, soverchiata dai pregiudizi, basta poco per risolvere un problema, (tutti al muro).
– Ma lui non c’entra niente!
– Non importa: al muro al muro!
– Ma lui è anche giovane!
– Allora mettilo al muretto!?!
Salvini ha fatto ritornare in auge la lega che sembrava morta e sepolta, questo per dar ragione a chi affermava che la tv è fondamentale per resistere ed esistere, mentre tutti quelli che stanno fuori sono emarginati dalla politica, è una triste realtà che ci fa capire come ogni cosa dipende dai mass-media che sono strumenti (del diavolo stavo per dire) di deformazione di tutto ciò che passa per la capa dei capi, i mass media ti accendono e ti spengono, tanti personaggi politici di due anni fa adesso non li caga più nessuno, vanno e vengono in una specie di hotel dello spettacolo, i situazionisti dicevano che la società dello spettacolo era il massimo della decadenza e del fascismo…

LA MEMORIA E LA STORIA

La memoria è una cosa seria, non si esaurisce in un “vuoto celebrare” dei passaggi del tempo, così come la stessa cultura si svuoterebbe di senso se si limitasse agli anniversari. Occorre costruire il sentimento della memoria in maniera tale che ci sia il supporto dell’immagine, del film, del documento, delle foto, perché se muore chi ha visto quei tempi o quelle situazioni, se i testimoni oculari di determinate circostanze non sono più in vita, si perde tutto ciò che ha a che fare con le emozioni, senza contare che il dolore può essere rimosso così pure la memoria dei momenti politici, degli accadimenti mostruosi… tutto viene gettato in un angolo di muffa..
L’allora generale Eisenhower venuto in contatto con i campi di concentramento nazisti e con i milioni di cadaveri in scheletriti, la prima cosa che disse ai suoi militari, era quello di fotografare il più possibile perché un domani il fatto non sarebbe stato creduto…
Quindi anche i fatti, ciò che è successo veramente, possono essere messi in discussione quanto passa tanto tempo e non rimangono che vaghi ricordi.
Ecco allora la funzione del documento che fino al 1800 non poteva essere prodotto, la testimonianza era solo orale finché permanevano in vita le persone, quando moriva l’ultimo testimone diretto di una vicenda, dall’oralità si passava al documento scritto vergato magari da un notaio, come da secoli si faceva per la memoria familiare, ma lo scritto di per sé ha sempre un elemento di soggettività in chi scrive che può allontanare da una verità oggettiva e quindi può diventare facilmente incredibile, anche se fosse sottoscritto da centinaia di persone partecipanti all’evento, perché si può sempre pensare ad una forma di “follia collettiva”, invece quando si passa dapprima alla fotografia e poi alle immagini in movimento cambia tutto…c’è una rappresentazione fotografica delle cose che nessuna parola può contrastare.

IL BALCONE UN RICORDO VENEZIANO

IL BALCONE
UN RICORDO VENEZIANO

Oggi è oggi e anche oggi è un altro giorno come disse la Margaret, ma oggi non è solo uno di quei giorni in cui bisogna essere contenti di vivere e basta, oggi invece l’é proprio bello eh, di giorni così ne conti pochi all’anno, ma valgono per tanti e lo sai perché: perché si vive e si respira a pieni polmoni, perché ti sembra di essere rinato, perché sei vivo e lo senti in ogni attimo, perché, perché, perché è così e basta…
E’ una giornata asciutta, ripeto, ed io mi sento così bene, che respiro in profondità, come a dire ci sono, fresca e soleggiata con un’aria frizzante che uno può pensare d’essere felice.
Solo i morti non sanno più cosa sia una giornata come questa, aggiungerei anche i futuri nati che non sanno proprio niente.
Ormai i freddi invernali sono alle spalle così come i cappotti, i maglioni.
Felice aveva un nome adatto per quel giorno: ci sono dolori, sofferenze, disagi, vuoti, depressioni, ma se riesci a vivere con partecipazione una giornata così ti fai la ricarica gratis, non molli con la vita perché puoi vivere anche in riserva per molto tempo ed attingere alle tue energie interiori in caso di bisogno, almeno fino all’esaurimento delle scorte…una giornata come queste e non esagero è capace di inculcarti una gioia che accumuli dentro di te e che consumi a piccole dosi, dice il saggio: chi va oltre rimane vivo, chi rimane nel recinto sbadiglia, saggio cinese pure dice questo, che energia ti da vita, ma per avere vita devi andare oltre il giardino…
Felice eccitato con i pensieri non avrebbe mai voluto di smettere quel suo camminare tra le calli e i ponti mentre l’acqua rifletteva tutti i colori che c’erano in giro, che circolavano liberamente tra le barche variopinte ferme sul canale. Non bisognava smettere di camminare per gustare al meglio quegli attimi, ne fermarsi a parlare, fosse la creatura più magnifica al mondo.
Felice era consapevole di tutto ciò e di altro ancora perché occasioni del genere sono da gustare con tutti i sensi possibili accesi, Venezia così diventa ancora più straordinaria perché se è vero che si alimenta di continui silenzi e di rumori impercettibili, un improvviso plop di qualcosa che cade in acqua desta l’attenzione, una voce squillante di bambino e poi di nuovo profondissima quiete e tutto sembra a avvolgersi nel lento rifluire delle cose verso un destino morbido, sonnacchioso, cullato dalle onde del mare che non riescono a farsi sentire tra i canali stagni dove il creck delle gondole fa da sfondo a voci di saluto, dove l’acqua rifluisce con qualche impennata, dove tutto sembra morire a poco a poco ritorna a farsi respirare, cullare, ti senti di far parte del niente anzi del nulla, che però non è vuoto tra quelle pietre screpolate che a contatto dell’acqua sono ricoperte di licheni, consunte che ti parlano di antichità da tutti i lati, ne hanno visto di persone affannarsi e morire ma loro sono rimaste da chissà quanti anni e Felice si rendeva conto ad ogni passo di star camminando fuori dal tempo presente come in una specie di favola.
Giunse alfine ai gradini di un ponte in un profondo silenzio del mattino, dove due canali si intersecavano facendo risaltare stupende costruzioni rinascimentali con i loro piani nobili, che davano direttamente sull’acqua e le finestre gotiche cinte da piccole colonne che risplendevano immagini d’altri tempi, altri volti, sguardi e quelle tende bianche sinuose e ancora quel silenzio che trasformava in magia ogni attimo e ogni pensiero ricamato da parole che se pronunciate appiattivano già il tutto: noi siamo esseri che più non possiamo essere, il massimo che possiamo è quello di vivere l’attimo e non serve pensare di diventare grandi e di rinviare le gioie, perché quando pensiamo di posporre un attimo siamo già lontani da noi stessi e indifferenti agli altri, crediamo di fare grandi cose per essere ricordati dagli altri quando possiamo vivere ora e ricordarci a noi stessi: tutto è illusione, oblio e consunzione, perché abbiamo coscienza?, a che serve la coscienza?…ma Felice (continua)
da RACCONTI PRIMAVERILI di ROY MICHIELINI

1 – CINEMA E POLITICA

Il Ministro Franceschini non si discosta affatto dalla tradizione della politica cinematografica in mano ai ns politici, che è tutta impostata sull’apparenza: “facciamo sistema” ci dice, cominciamo ad attrarre produzioni dall’estero, da quando ci sono io, io, io, (ribadisce Franceschini) tutto cambia in meglio e faremo un grande percorso di sviluppo del cinema italiano (creiamo attorno a noi l’ottimismo e i risultati si vedranno).
Quante volte i ns politici (a riprendere da Veltroni) ci hanno propalato rosee e progressive previsioni, grande entusiasmo per ciò che un tempo il cinema era stato, ma che grazie al loro intervento sarebbe di nuovo risorto, il cinema sarebbe finalmente ritornato grande, salvo poi riperpetuare lo stesso andazzo, e cioè una distribuzione cinematografica che non permette di assorbire un sacco di prodotti indipendenti, dove se investi i soldi non tornano più…e dove l’invisibilità è totale. Da un po’ di tempo è cosi che funziona la politica: vogliono sempre far vedere che fanno, fanno, fanno, incidendo il solito disco: auspichiamo, desideriamo, coinvolgiamo, abbiamo la certezza, rimaniamo in proficua attesa…e avanti col brum.
Caro Ministro, che sistema Italia possiamo sviluppare se molti sono convinti ormai che noi italiani non siamo capaci di fare cinema, quando i ns film venivano doppiati dagli Usa, basta vedere i numerosi spaghetti-western degli anni ‘60. Oggi solo noi doppiamo i film americani, che vengono proiettati in quasi tutti i cinema che contano, ma cosa può essere successo nel frattempo?
Glielo dico io: che il cinema italiano si è disperso nella politica dei partiti i quali hanno fatto convegni a tutto spiano promossi a destra e a sinistra, più a sinistra che a destra a dir la verità, per mostrarsi e dimostrarsi (da parte di qualche regista di secondo piano) a fare discorsi inutili che non hanno portato a nulla se non a chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere…mi si nota di più se sto in piedi a sentire, o seduto in platea ad ascoltare, ma ascoltare chi? E intanto quelli che fungevano da rappresentati e dirigenti di forze anche molto distanti tra di loro, si abbracciavano tutti, che fossero di destra o di sinistra…per la causa comune, poi si sentivano al telefono tra di loro e si facevano i convegni tra di loro, alla fine si facevano i caxxi loro, diventavano responsabili di qualcosa e piano piano entravano nel Mibact, nelle commissioni, in Rai e tu ancora parlavi di autori, di diritti, rovesci del destino, fin che la morte non ti raggiungeva…

2 – AXEO

Mi ricordo tanti anni fa quando presentammo dei film indipendenti al festival del cinema di Venezia, la sala Perla strapiena per la curiosità sopravvenuta a questo Salon Des Refuseès, una chicca inventata da degli autori indipendenti che volevano polemizzare contro la loro esclusione (e tra quelli figuravo anch’io e Veronica con il film IL TEPPISTA). Allora a dirigere Venezia era Pontecorvo… Piu’ che una sala era un’arena dove un sacco di gente fischiava o applaudiva, c’erano dei ragazzotti che gridavano commenti sarcastici e dicevano AXEO, AXEO che tradotto dal veneto significa aceto, aceto. Mi ero chiesto (io che sono veneto) cosa volesse significare perché queste battute sottolineavano dei passi del film che non piacevano o per i personaggi o per i dialoghi e quindi il film diventava difficile da digerire…e questo può capitare in ogni racconto…in cui ci sono momenti di bassa digeribilità e ci si distrae…
Un’altra cosa interessante nella metafora è che l’aceto sviluppa un’ “anima”. Presente quell’ammasso gelatinoso che galleggia in mezzo alla bottiglia? Viene chiamato anche “madre dell’aceto” e ha la possibilità di generare all’infinito, basta solo dargli da bere del buon vino quando l’aceto sta per finire. In tempi brevissimi quel vino sarà trasformato in aceto e al contempo l’anima si ingrosserà sempre di più. Insomma, la cosa ha valenze alchemiche e si ricollega a quelle “moltiplicazioni” di cui tanto si parla. Quest’anima è viva, “tinge” il vino all’infinito e al contempo assorbe da lui il nutrimento per crescere sempre di più (arriva un momento che bisogna buttarne almeno la metà perché arriva a riempire da sola quasi tutta la bottiglia..)
Senza di essa comunque i tempi perché il vino si trasformi in aceto sarebbero di gran lunga superiori.

Un altro spunto interessante… Sulla croce, Cristo ebbe sete, e gli fu dato da bere dell’aceto… Questa è in assoluto l’ultima azione che compì. Dopo aver bevuto infatti disse “Tutto è compiuto”, e chinato il caso, reso lo spirito…
In senso figurato è sinonimo di mordacità, ironia corrosiva: l’aceto della satira.
In una commedia goldoniana IL BUGIARDO Cesco Baseggio, il grande interprete morto nel 1971, accenna alla parola Axeo con valenza positiva

5 – LA FOCA SENZA IRONIA

La foca senza ironia (il film VIVA LA FOCA del produttore Juso, gioca sul doppio senso, anche se poi nel racconto cinematografico c’è anche quella vera) si attaglia perfettamente al cinema indipendente perché pur camminando con le proprie zampe (piuttosto lentamente) ha i movimenti goffi e si prende un sacco di mazzate in testa…. Non come le povere foche che sono vittime di una delle peggiori crudeltà inconcepibili per un essere umano “normale” Però anche il cinema indipendente si prende un sacco di mazzate in testa…perché non c’è un circuito distributivo che lo valorizzi.

3 – 2/6/46

La Costituzione italiana è nata con la Repubblica Italiana il 2/6/46, anche se è stata promulgata verso la fine del 1947, perché probabilmente se avesse vinto la monarchia sarebbe stata completamente diversa. Stravolgerla significa stravolgere anche la repubblica italiana, è vero che si può riformare ma con il consenso della stragrande maggioranza della gente e non con maggioranze risicate e improvvisate. La Costituzione ha garantito fino ad oggi la pacifica convivenza democratica, la certezza dei diritti e delle libertà fondamentali, i diritti inalienabili dell’uomo, il principio di eguaglianza sostanziale non solo formale, la laicità dello stato, la libertà religiosa, l’indivisibilità della Repubblica …
Cambiando radicalmente la seconda parte della Costituzione si stravolge anche la prima parte, mina alle fondamenta l’unità del Paese, diminuisce la democrazia, ogni vera riforma deve essere condivisa da tutti i cittadini e non da maggioranze passeggere o transeunte.
La Costituzione è un patrimonio del popolo italiano, non può essere demolita dal primo venuto e neanche del secondo, non può sopportare un pasticcio istituzionale indigesto, senza essere letale, quindi no al premierato assoluto, no al presidenzialismo plebiscitario e populista, no alla paralisi del parlamento, e no alle devoluzioni…
Certo la società civile avrebbe bisogno di diventare più trasparente, le mafie poi costituiscono un cancro che la mina. L’onestà, la condivisione, la cittadinanza dovrebbero essere tutti elementi di “normalità” italica che ancora non esiste. Ecco quindi il ruolo del M5S, riportare il senso di comunità distrutto dall’affarismo partitico dalle infinite speculazioni di chi ha usato lo Stato per fare gli interessi propri e richiedere un reddito di cittadinanza per evitare le clientele e lo scambio politico-mafioso.

2 – ECONOMIA E POLITICA

 

PENSIERO DEL GIORNO – LEVIAMOCELO DA TORNO
Il rapporto tra politica ed economia con tutte le sue sfumature mi ha sempre attratto, cos’è l’individuo, cos’è la comunità, quali sono i limiti dell’individuo e quali quelli della comunità, le implicazioni sono tantissime.
Mi viene in mente ai tempi dell’università, il pensiero classico di un economista come Adam Smith, il quale affermava, nella versione volgarizzata già alle elementari dalla maestra, che nella società chi fa gli interessi propri e comunque svolge un’attività privata concorre alla ricchezza sociale e quindi fa anche gli interessi generali, ne consegue che l’attività economica umana privata, quella svolta per il tornaconto individuale, è volta al bene comune, o meglio, tanto più l’individuo svolge un’attività propria tanto più concorre alla ricchezza di tutti e quindi la ricchezza di tutti è bene comune. Però se la stragrande maggioranza della popolazione vive in miseria l’attività privata non è indicatrice di bene comune.
Messo in questi termini l’interesse privato è importante, permea ogni azione, riempie di sé la società civile. Ma se la società civile è sede dei rapporti economici e lo Stato è titolare dei rapporti politico-legislativi, non si possono confondere i due piani, ovvero la società con lo stato, l’economia con la politica: perseguire l’interesse privato nella società è normale, perseguirlo nello stato però vuol dire distruggere uno dei suoi fondamenti: lo Stato- Comunità che è retto dal bene pubblico.
Diversamente lo Stato verrebbe retto come se fosse una società magari per azioni, e la parte di amministrazione sarebbe in mano ai privati e non esisterebbe più la collettività, né la garanzia contro una appropriazione indebita da parte di pochi, dei beni pubblici(espropriazione all’incontrario).
Va bene, ma che ci sarebbe di male in tutto questo? Se qualcuno si appropria dello stato e lo facesse comunque funzionare al punto da perseguire la stessa efficienza di un’azienda? E pur mantenendo dei benefici propri perseguisse il bene pubblico? Questo affermano i neoliberisti. E questo succede quando l’economia si appropria della politica.
Il problema in questo caso diventa fondamentale: c’è un contrasto di fondo tra i profitti individuali e il bene collettivo (o questi o quello) nel senso che nessuno – se può guadagnare di più – si limita spontaneamente, tutta l’attività privata deve avere un limite pubblico, altrimenti non c’è più Stato-Comunità, ma azienda privata multinazionale che fa cio’ che vuole in barba al gruppo di riferimento che condivide un popolo una lingua un territorio, una cultura.
Succede per avidità individuale dei suoi padroni o per dominio politico e tutti sarebbero in balia delle speculazioni private, sia ad es. a livello alimentare che sanitario e in pochi anni qualsiasi tipo di comunità esisterebbe solo nominalmente.
Se Il problema della collettività è la sua gestione “antieconomica” delle risorse perché passano attraverso una classe politica corrotta, che si vende alle lobby private, (per loro il bene pubblico non si sa di chi sia, è di tutti e quindi di nessuno) e le truffe, le estorsioni non si contano più, bisogna porvi rimedio, ma come?
Allora se fosse un privato invece che GESTISSE DEGLI UFFICI PUBBLICI ma lo facesse sotto limiti precisi, la sua attività verrebbe “vincolata” e avrebbe una natura più pubblica che privata, se poi lo facesse mettendoci cura come un privato gestisce oculatamente la propria azienda, lo Stato-amministrazione sarebbe avvantaggio e quindi potrebbe mantenere un punto di riferimento costante dell’imprenditore che gestisce “un affare” come se fosse un privato, con la natura di una funzione pubblica.
Se notiamo bene, anche il marxismo non ha saputo trovare soluzioni vere, quando predicò agli operai di appropriarsi dei mezzi di produzione, (la sommatoria degli operai come classe sociale, faceva lo Stato appunto operaio, ma alla fine chi gestiva era pur sempre una burocrazia più o meno amica che aveva però altre logiche di autoriproduzione, alla fine tutto diventava statale e i mezzi di produzione si “arrugginivano” nei magazzini per inefficienza.
Il problema però si pone nello Stato-comunità, il principio del bene pubblico cozza contro l’appropriazione privata. Nel ‘700-‘800 l’aristocratico gestiva un ufficio pubblico per un periodo di tempo ed era obbligato a presentare dei rendiconti sulla sua attività, praticamente lo faceva senza guadagnarci sopra, quindi dobbiamo vedere non tanto chi svolge la funzione pubblica ma qual è la natura e l’organizzazione della funzione pubblica e come riesce a mantenersi tale. L’importante è capire che la funzione pubblica deve preservare il bene pubblico e non deve essere necessariamente gestita da burocrazie e può essere svolta da chiunque, ma con limiti precisi definiti dalla Comunità.

 

2 – SI RUBA DAPPERTUTTO

LA CORRUZIONE – Morale e potere a Firenze nel XVII e XVIII secolo, di Jean-Claude Waquet. Pagg 260, Mondadori

La corruzione è utile? Detto meglio, e dando per scontato che è utile a corrotti e corruttori: la corruzione è utile anche al corpo sociale, allo Stato, contro il quale apparentemente si rivolge? La sorprendente risposta di questo libro è “si” e il meno sorprendente destino di questo saggio sarà di diventare un best-seller in ambienti carcerari e livre de chevet di molti che forse e purtroppo carcerati non saranno mai.

Nessuno se n’abbia a male se per il suo studio Waquet ha scelto come esempio la Firenze del Sei-Settecento: gli archivi dei Medici e dei Lorena sono straordinariamente ricchi e ben conservati, e del resto ecco cosa scrisse il neo-ministro conte di Richecourt al suo sovrano Francesco Stefano di Lorena nel 1738:”si ruba dappertutto, nel settore militare, nel settore civile, nelle finanze, non si può citare alcuna magistratura, alcuna ricevitoria in cui il principe non sia ingannato e il popolo vessato”. Del resto “i fiorentini sono vili, bassi e striscianti, l’onore li tocca poco; non vi è una via per convincerli; due sole cose sono capaci di farli agire, l’interesse e il timore”.

…L’affascinante conclusione di Waquet è che la corruzione del funzionario aveva una precisa funzione sociale: ridistribuire denaro liquido e potere a quella classe di piccola nobiltà decaduta di cui era costituita l’ossatura dello Stato e della quale lo Stato non poteva fare a meno. Assolveva quindi a una funzione riequilibratrice di avvenimenti politici e sociali non ancora assorbiti.

Dal 700 ad oggi la deprecabile pratica è diminuita in Occidente (sembra incredibile, ma è cosi). …L’ipotesi di Waquet è che si tratti di una metamorfosi in cui la colpevolizzazione religiosa del peccato “si sarebbe finalmente estesa ai rapporti tra il cittadino e lo Stato”. E quindi che l’”onestà dei dipendenti pubblici deriva in gran parte, da una sorta di sacralizzazione delle istituzioni:

Troppo facile dire che Waquet dovrebbe venire a studiare la Roma del novecento prima di azzardare simili ipotesi, o più banalmente che anche le misure di polizia si sono evolute. L’ipotesi va ottimisticamente considerata, il concetto e la pratica di Stato hanno trionfato su tutto negli ultimi secoli, perché non dovrebbero farcela anche sulla corruzione?

Questo è un articolo di PANORAMA del 13/4/1986 di Giordano Bruno Guerri

 

5 – IL SORPASSO 2 (Lungometraggio)

E’ un sabato mattina. SORPASSO, sorpasso… pensa  una ragazza aitante, attraente, particolare, con una personalità che spicca, guida una macchina sportiva e compie un’altro sorpasso azzardato prima di fermarsi davanti al bar.

Si ferma davanti al bar con fare aggressivo, scende, nessuno la nota, dei vecchi sono intenti a giocare a carte mentre un uomo legge concentrato il giornale, naturalmente siamo nei tavoli fuori dal locale.

Si allontana dall’auto per qualche minuto andando in un negozio laterale, ritorna, ma stavolta l’uomo che aveva adocchiato la macchina la guarda in tralice e se la vede poi comparire davanti:

– Lei per caso sa dove è Via degli Anemoni?

– Naturalmente, ma è una via molto interna in mezzo ad altre vie tutte di fiori, se si fida l’accompagno io che guarda caso abito nei paraggi..

– In quale via?

– Via delle Margherite

– Ma se fossi stata un uomo m’avrebbe accompagnato?

– Di piu’….

E da li comincia l’avventura.

Bisogna delineare bene i caratteri dei due personaggi che si incontrano, ma anche si scontrano.

Lui, appena separato, quarantenne, inibito, vive solo, incapace di esprimersi in un mondo in cui ha solo conflitti, Lei apparentemente aggressiva ha un immenso bisogno d’amore deviato verso atteggiamenti più superficiali e freddi.

Chi dei due ha bisogno di vivere ancora è sicuramente lei che risveglia una fiamma quasi spenta nell’uomo.

Si susseguiranno tutta una serie di vicende con un tragico sorpasso finale in una strada secondaria, di un trattore.

Buon lavoro!

Mod. 12/09/2013 parole 251 soggetto 16 rep.