1 – QUOTE CINEMA E’ CHE…BISOGNEREBBE CHE CI FOSSE IL CHE

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E CHE…BISOGNEREBBE CHE CI FOSSE IL CHE – Quote cinema anche per gli indipendenti

Purtroppo il cinema è un mondo a sé, chiuso, difficilmente addomesticabile a un principio di giustizia, di equità, di meritocrazia: “siccome c’è già chi fa dei film che incassano non ci interessa allargare il nostro orizzonte, siccome ci sono già dei bravi amici produttori perché dovrei cercare dei progetti cinematografici fuori dai gruppi di potere consolidati – ti dicono – che provengono dalla periferia?”

Le quote cinema vanno di fatto e di diritto agli indipendenti, ti dicono i nostri grandi amici GROSSI PRODUTTORI: MA NOI POTERI FORTI SIAMO GLI INDIPENDENTI, T’E’ CAPI’ e anche le TV ribadiscono: “quelli che conosciamo noi, i più noti, che ci possano garantire…dei giri, per gli altri nisba, e chi sono, cosa vogliono, magari i loro film fanno cagare… io gli affari li faccio con i noti, c’è il rispetto della gerarchia e che adesso diamo opportunità a tutti e che siamo noi… un istituto disinteressato quasi di beneficenza?. E che …cazzo volete! …e che! E che ca!..E che…E CHI (salute!) e che, il che” E girano intorno con le imprecazioni, il cerchio è magico e voi non ci entrate neanche se ballate l’hully gully, che da piccolo chiamavo galli-galli, neanche se arrivassero i Watussi a ficcare una lancia in c… in resta a chi quelle quote se le vuol mangiare da solo o in un piccolo gruppo ristretto. E cosi non ci resteranno neanche le quoticine…e che…se arrivasse il Che!…

 

1 – IL CONVEGNO DI BOX OFFICE/2

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Seconda parte convegno di box office

E passiamo all’intervento di Sergio Castellitto autore e attore cinematografico che parla subito di tragicità della crisi che investe la psiche collettiva, l’artista deve essere ottimista (di sinistra) e qui riprende un po’ l’intervento di Barbagallo e prosegue parlando della centralità della scrittura per il cinema, riprendendo l’intervento di Letta, di fronte a tanta velleità pseudo autoriale dove si manifesta spesso una finta profondità, mentre è cambiato il modo di usufruire il cinema da parte dei giovani (suo figlio non trova mai qualcuno con cui andare al cinema) e anche i giovani oggi vedono meno la sala, fanno più difficoltà a recarsi …rumori di disapprovazione in platea (sono tutti esercenti), dall’altra parte bisogna dire quel che succede non quello che si vorrebbe non succedesse, e poi fa un cenno anche al peggioramento della critica cinematografica della rete, stronca con facilità, parla male per vezzo intellettuale, una critica che stronca non ha ragione d’essere.

E’ il turno di Bonifacci uno sceneggiatore di successo, finalmente la scrittura ritorna al centro perché da lei dipende tutta la struttura del film, certo si può sempre trovare un regista che la rovina(aggiungo io), mentre la nostra commedia di successo è ancora troppo legata a personaggi comici televisivi, la commedia dovrebbe essere più di attore lo interrompe Castellitto citando Alberto Sordi e lo stesso Bonifacci ribadisce che la stessa commedia può trattare seppur con leggerezza e in chiave sentimentale importanti problemi sociali, che possono fare scattare aggiungo io, il rispecchiamento degli spettatori che fa ridere ma anche riflettere, invece la commedia italiana è più dominata dai comici. C’è il pericolo della omologazione delle sceneggiature, di fare film di pancia, bisogna trovare altre soluzioni fuori e oltre la commedia comica e questo può essere una criticità il punto debole, la tendenza a ripetersi creando una rigidità di scrittura e sappiamo anche che non tutti i personaggi comici della tv piacciono al cinema e cmq quelli affermati fanno un film ogni due anni e invece dovrebbero farne di più (con il rischio di fare flop), d’altra parte basta vedere la quantità di film che ha fatto Alberto Sordi. Dovrebbero mescolarsi più tra di loro, (i comici di successo) invece ognuno tende a fare la sua regia. Che poi tutto sommato – diciamolo – la regia del comico è piuttosto modesta.

Cosa dice Brizzi, anche lui invitato a parlare sul cinema di oggi, intanto accende il malcontento della sala, secondo lui il cinema sarà sempre meno di sala e più casalingo, forse la sala può recuperare se diventa interattiva, insomma dice quello che sente, e non dissente da quello che dice alla prima critica contraria e conferma che i giovani della sala se ne fregano, e noi che ci stiamo a fare, rispondono dalla platea, non è colpa mia io andrei al cinema ogni giorno, ogni ora, però tant’è, si ma non va bene così, non ci crei un’immagine per le sale, (dicono gli esercenti) io preferisco una sala per le immagini (ribadisce Brizzi) ma se non c’è mi arrangio anche a casa mia, si sa però che la casa è talvolta un luogo di depressione e difatti sono molti i giovani che ci cadono dentro, anche con il ritorno della violenza come conseguenza. Le serie televisive americane oggi sono più innovative dello stesso cinema Usa che va avanti con personaggi ed eroi ormai datati mentre critica la tv italiana la cui fiction è rimasta agli scheRmi degli anni 50. Il futuro sembra essere ancorato al connubio tv e internet, bisogna riconvertire l’arte ai nuovi media, ci può essere spazio oggi per la tv di alto livello e per un cinema con idee basato sui prototipi.

E infine Ambra Angiolini, la sala può essere archeologia e il cinema senza idee, la cosa peggiore è la prevedibilità, oggi si sono ristretti i tempi del divertimento domina il centro commerciale e un pubblico sempre più condizionato dalla mancanza di tempo che cerca il film meno impegnato e dove invece il piccolo film è isolato rispetto ad un tempo, questo tipo di società è responsabile di un certo gusto, io dal conto mio – prosegue l’attrice – devo ringraziare la tv che mi ha dato popolarità e quindi può essere una spinta importante, la gente si affida a cose semplici avendo poco tempo, come dire che se ci fosse una società comunista dove si lavora meno, la gente potrebbe andare a teatro e al cinema già di mattina e quindi ci sarebbe più spazio per un cinema intellettuale, ma il ritmo produttivo di questo sistema capitalistico crea solo cinema di superficie, però il cinema americano si discosta da questa analisi.

 

 

 

1 – IL CONVEGNO DI BOX OFFICE

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Il moderatore era il direttore di Box Office, Autieri che faceva domande standard agli ospiti: il punto di forza, il punto di debolezza e una proposta per il cinema italiano .

E’ intervenuto Paolo Del Brocco di Rai Cinema il quale citando I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO ha detto che su 130 film italiani prodotti solo 28 hanno superato il milione di euro di incasso, tutti gli altri stanno molto indietro e una buona parte non supera neanche i centomila euro, siamo alle solite, aggiungo io, il mercato può assorbire solo un 25% di prodotto filmico, per cui se applichiamo il principio neoliberista tutte le altre pellicole non dovrebbero essere prodotte, però grazie al principio keynesiano dell’economia che vuole mantenere la piena occupazione del settore anche con la domanda pubblica, si fanno altri 90 film a rischio di fallimento economico con registi a rischio di non riuscire a fare un secondo film.

Paolo del Brocco ha parlato della mission della Rai che svolge anche una funzione pubblica, quindi oltre alle solite commedie che possono andare bene per far cassa, la Rai è aperta ad altri tipi di commedie e al cinema d’autore, anche di opere prime se si crede che l’autore possa avere talento. Ragazzi delle opere prime andate tutti da Del Brocco a proporre il vostro progetto, lui vi dirà se avete talento o no.

La Pirateria è sempre più devastante e secondo Del Brocco il pirata-tipo ha all’incirca 37 anni e proviene dal nord,  (ma Del Brocco che cavolo di bruxxelles dici ) ci sono dati che affermano  invece che è più diffusa al centro-sud soprattutto negli uffici pubblici e nei ministeri in cui c’è Internet, tant’è vero che sono piratati soprattutto i cartoni animati; poi l’amico nostro parla di un prelievo di scopo per un consumo illegale di cinema senza specificare oltre, com’è il meccanismo, chi sono i beneficiari. In Italia attualmente di commercialmente rilevante c’è la commedia media che però sta perdendo colpi al botteghino, invece bisogna allargare la base produttiva, più volume di investimenti anche se i film non incassano per evitare l’impatto negativo sull’occupazione.

La parola passa a Letta (un cognome impegnativo) Amministratore Delegato di Medusa che conferma la crisi di produzione anche se si è proceduto a qualche innesto esclusivamente italiano, principalmente incentrato sulle commedie non tralasciando il cinema d’autore. Secondo Letta si fanno troppi film (a basso costo) disperdendo energie e risorse che vuol dire in altri termini, lasciateci fare a noi il cinema, (però si sa- dico io- che le aspirazioni umane non possono essere racchiuse in un mercato e quindi ci sarà sempre chi farà un film, anche con poche speranze di essere distribuito).

La Pirateria è una tragedia pubblica, continua Letta, bisogna mobilitarsi, lo Stato è danneggiato da una perdita di gettito fiscale mentre blocca i rimborso dovuti alle imprese cinematografiche, il punto di debolezza è la scarsa esportabilità del film italiano,il punto di forza invece è quello della centralità della sala, c’è una sintonia col pubblico seppure a corrente alternata. Bisogna puntare assolutamente sulla scrittura come si fa in Usa, la sceneggiatura deve essere maturata al punto giusto, il film in Tv è ancora forte, ma dobbiamo guardare all’estero, confrontarci, mettiamoci insieme e facciamo (riprendendo i due Letta politici, aggiungo io) eine grosse koalition contro la Pirateria che i soldi ci porta via.

E passiamo a Barbagallo: non ci sono così tante carenze creative nel cinema italiano perché tutto sommato l’ offerta è diversificata, la debolezza però è riconducibile alla mancanza di risorse, metà dei film costano meno di 800 mila euro, possono essere belli e tecnicamente perfetti, riferendosi alla recente polemica dei piccoli produttori indipendenti che hanno rivendicato l’assioma di piccolo è bello, però non esistono industrialmente e quindi non valgono nulla (in sostanza). Insomma ha confermato che ci sono film che hanno il dna della sfiga incorporato e che non potranno mai essere distribuiti pur essendo di valore, con buona pace di chi li fa. Neanche a lui è venuto in mente che ci potrebbe essere un circuito distributivo centrato sulle sale di città e su quelle appoggiate ai cineclub. Purtroppo, dice il nostro Angelo, c’è una situazione depressiva a livello psicologico per cui la gente non esce più di casa, il cinema ha successo quando si è cittadini attivi, manca poi una politica culturale, c’è l’analfabetismo funzionale o iconico dei giovani (iconico è il termine di Gianni Canova sulla rivista 8 ½) poi per i film diversi dalla commedia le Tv pagano poco (si riferisce al diritto di antenna) conferma quindi, in questa anticamera del suicidio, che la cinematografia italiana naviga sulla nota di max 30 titoli se non ci fosse il FUS, che appartiene al principio keynesiano della economia aggiunta, e che fa fare tanti altri film, il problema però è che siano visti e adeguatamente valorizzanti. Si prosegue domani con gli interventi autorial- artistici di Castellitto, Brizzi, Bonifacci, Angiolini.

CINEMA MODERNO ROMA

6 maggio 2013

 

 

2 – LA CULTURA E I MERCENATI

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Un neoliberismo culturale. La Cultura non sempre è una merce e la merce non è mai cultura se non una cultura di consumo e quindi un sottoconsumo di cultura. Chi sono i mercenati cosa c’entrano con la cultura?

Vorrei fare alcune riflessioni su un articolo comparso sulla rivista 81/2 dal titolo “Azzeriamo i fondi pubblici per far rinascere la cultura”.

Messa così ha tutta l’aria di una fregatura insieme all’errato pregiudizio dei finanziamenti a pioggia.

In Italia i finanziamenti a progetto (vedendo e analizzando seriamente il progetto) non sono mai avvenuti per meritocrazia ma solo per conoscenze e influenze politiche e questo è sempre successo e sta succedendo in tutte le istituzioni (la Rai, il Mibac, i Comuni, gli assessori alla in-cultura) qualcuno cinicamente ha affermato che se va al potere il M5S, bisognerà raccomandarsi a loro, (cinismo un po’ rozzo e qualunquista perché nega qualsiasi cambiamento), cmq c’è sempre chi decide in base ad una tessera di partito, basta leggere l’intervista sul Fatto Quotidiano (14 aprile 2013)al produttore Donald Ronvand e i commenti successivi e questo succede in Italia dove il produttore deve essere capace di intrallazzi, tant’è che si possono costruire con la politica produttori da un giorno all’altro, se tu conosci ottieni, altrimenti sono – come si dice con un francesismo – cazzi amari, e i partiti ancora oggi la fanno da padroni e padrini, padreterni e tu se non ti adegui sei fuori, il problema però si ripresenta perché sussiste una gerarchia di raccomandazioni e ci sono quelle che valgono (quelle di vero potere che a volte è nascosto) e quelle di persone che stanno nei pressi delle stanze del potere, ma fanno da scendiletto a quelli che valgono, a volte capirlo diventa impresa improba, perché nel mezzo ci sono strani personaggi, mediatori, facilitatori, PER LA MAGGIOR PARTE MILLANTATORI, così se uno è un po’ sprovveduto può scucire qualcosa che non fa mai male.

Quindi – da un certo punto di vista – azzerare i fondi pubblici, si legge, è come azzerare i partiti politici, spuntare la loro arma di offesa di massa e fare in maniera che non passino i progetti dei loro protetti e fin qui siamo d’accordo, però si rischia di buttare con l’acqua sporca (che è legittimo)anche il bambino e alla fine siccome tutto passa per la politica è meglio non fare niente, ma affidarsi agli sponsor privati, i quali lo fanno per immagine, per la loro immagine, non certo per la cultura in sé, non sono come si dice mecenati ma “mercenati”, nati cioè col pallino della merce, della loro merce.

La cultura per sua natura non sempre è una merce e non si riduce a valore di scambio e quindi verrebbe paralizzata una buona parte della sua espressività con notevole impoverimento della società: vogliamo parlare del valore d’uso della cultura che confligge cn il valore di scambio e parliamone! Quel valore d’uso ha una natura collettiva, come bene pubblico che non sempre si presta alla valorizzazione dei mercenati e perché deve morire è come se morisse una parte di società

 

3 – YOU TUBE, YOU LADER!

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RIPORTO UN ARTICOLO NON COMPLETO DI “ITALIA OGGI”  molto interessante per quanto riguarda il problema della pirateria, per far capire come la tecnologia in se genera pirateria diffusa e quando ci sono un sacco di film gratis nella rete è difficile che qualcuno paghi e per bonificare la rete bisogna distruggere Internet. You tube o google potreste essere anche voi dei ladri, you tube you lader, il dibattito è aperto.

LUIGI De Laurentiis, IL FIGLIO DI AURELIO IL  PRODUTTORE, afferma che è possibile accordarsi cn You Tube per salvaguardare i diritti d’autore sui film, anche spezzoni e clip superiori ai 5 minuti e potrà monetizzare ogni volta che il film, la clip o la scena viene cliccata. You tube – e qui parliamo tecnocratese e quindi senza capire – tramite un proprio algoritmo avendo il film originale intero (che il produttore deve fornire) potrà bannare eventuali user che inseriscono – sti paraculi – un minutaggio superiore a quello deciso dal produttore (di solito 5 minuti). Insomma il copyright verrebbe tutelato e quindi è necessario collaborare con You Tube e far valere i propri diritti in rete.

Red Cinematore, una rivista online di cinema afferma  che è finita la pacchia, o meglio per i film che “girano” gratuitamente e nessun produttore si fa sentire (magari deceduto o film vecchio, senza diritti) continua come prima, se invece il produttore si accorge che il film è su You tube può intervenire per essere pagato in base alla quantità cliccata.

Vediamo lo stato del problema in Usa

Il portale non è responsabile dei video caricati dagli utenti

Diritti d’ autore , YouTube vince ancora su Viacom

YouTube batte Viacom 2-0. La corte federale americana ha respinto la causa in appello intentata al portale di

condivisione video di Google dall’azienda delle tlc. Il motivo del contendere,già nel 2007, quando Viacom

aveva intrapreso le vie legali, era la violazione dei diritti d’autore per i video caricati sul portale dagli utenti,

quando la società non era ancora parte di Google. La sentenza del 2010, secondo cui YouTube non poteva

essere colpevole semplicemente per aver avuto «generica consapevolezza» delle violazioni e perché non si

riteneva ci fosse un obbligo specifico di vigilanza, è stata dunque confermata in appello tre anni dopo.il Congresso

ha efficacemente bilanciato l’interesse pubblico per la libertà di espressione con i diritti dei detentori di copyright».

Il Dcma è la legge antipirateria federale, che limita la responsabilità dei provider purché

non ci sia dolo, dal quale YouTube è tutelato». In pratica, ai provider è garantito il cosiddetto «safe harbor»,

l’impossibilità di essere perseguiti se al momento in cui vengono a conoscenza della presenza di contenuti pirata

sui propri siti si adoperano per eliminarli. Di fatto, perché si sia certi che un provider sia a conoscenza del

materiale è necessario che il titolare dei diritti gli faccia una segnalazione. Viacom, però non si è data per

vinta. «Questa decisione ignora l’opinione dell’Alta corte», ha detto un portavoce dell’azienda, «e non tiene

in alcuna considerazione i diritti degli artisti. Una giuria dovrebbe soppesare i fatti e rendersi conto

dell’evidenza che YouTube ha volontariamente infranto i nostri diritti».In sostanza Viacom ricorrerà

ancora in appello contro questa decisione, forte anche del fatto che l’anno scorso la Corte d’appello

di New York aveva affermato che il safe harbor garantito dal Dmca protegge le società online come YouTube

nel momento in cui eliminano i contenuti incriminati dopo la segnalazione, il problema è se YouTube fosse

o meno anche prima a conoscenza dell’esistenza di questi video sul proprio sito e quindi responsabile

comunque della violazione.La disputa sui diritti d’autore non è materia solo statunitense:

anche Mediaset in Italia ha presentato ricorso contro YouTube, con una causa ancora in corso ma che in

via cautelare ha visto la vittoria del Biscione. In Spagna, la controllata Telecinco ha invece perso la causa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 – LA PIRATERIA UCCIDE: DILLE DI SMETTERE!

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Come dice Fulvia Caprara ne “La Stampa” chi scarica i film sono gli impiegati benestanti, ma anche chi li vede in streaming, e che quindi non li scarica, forse Tozzi il presidente dell’Anica,  non ha capito bene la differenza. Cmq la pirateria uccide perchè provoca danni enormi al settore.

La rete deve essere libera e non a pagamento dicono i pirati tedeschi: vogliamo il gratuito e respingiamo il concetto di merce, (questa è una critica radicale, non si può fermare la condivisione), chi lo dice sa di essere reazionario e quindi molti autori non lo dicono, anzi si nascondono però il problema deve avere una sua luce che illumini tutti i vari aspetti. Dice ancora Tozzi: “quello della rete libera è il punto dominante del programma di Grillo.

Che fare se il film non si vuole pagare? Bisogna “predicare” l’educazione civica, il senso di legalità, le famiglie la scuola dovrebbero trasmettere ai più giovani il senso del reato che commettono perché la pirateria uccide, dille di smettere! Prima che sia troppo tardi.

Un furto che non danneggia l’immaginaria categoria dei ricchi cinematografari come si tende a pensare, ma la schiera dei lavoratori dell’audiovisivo.

Ma se si deve fare come si è fatto per il proibizionismo delle droghe leggere è meglio lasciar perdere perché si rischia che diventi una pratica di massa, io penso invece che bisogna investire in una tecnologia sofisticata che non permetta sia il download che lo streaming di film e poi anche bisognerà bonificare la rete perché fino a quando ci sono film gratis nessuno vorrà pagare per un elementare principio di imitazione che conosciamo fin dalle scuole elementari.

Se la tecnologia facilita sempre di più lo scaricare e lo trasmettere in streaming, solo un altro tipo di tecnologia potrà fermalo altrimenti dobbiamo augurarci che la rete non sia il futuro del cinema – sempre citando il Tozzi.

Qui si può aprire una polemica con i pirati veri, basta vedere un articolo su “iI fatto quotidiano” circa la chiusura di alcuni siti per file sharing, in cui nei commenti qualcuno di loro diceva che vede un film solo perché è gratis non lo vedrebbe mai se fosse a pagamento, anche in caso di Ultimo Tango a Parigi e che quindi scaricandoli fanno pubblicità al film, perché se capissero qualcosa, (le persone che li considerano pirati) ridotti come sono allo stato larvale del cervello (sempre loro), che la rete non danneggia nessuno e che anche i pirati vogliono fare una class action non ho capito contro chi, lo Stato immagino, (come i produttori dell’Anica che vogliono fare una class action contro lo stato per i danni subiti dalla pirateria) e che non si possono chiudere le autostrade perché c’è qualcuno che non paga il pedaggio (chiudere no, ma far pagare un pedaggio a tutti si) il fatto è che anche youtube è pieno di film piratati, è una tecnologia invasiva e socializzante che non può essere più fermata se non come i cinesi (fanno) in maniera repressiva e antidemocratica, se però una parte di banda larga aumentasse (pedaggio) per pagare gli autori e produttori che hanno dei film in rete, si potrebbe recuperare qualcosa, ma ormai bonificare la rete sembra (per loro, parlo dei pirati) impossibile se non si vuole distruggere internet. E’ il caso dell’appropriazione privata di mezzi di produzione socializzanti, siamo fino alla fine nelle predizioni di Marx, una nuova tecnologia che supera il concetto di valore capitalistico, per cui non esiste più il furto, ma l’appropriazione collettiva, e io questa cosa la vedo bene in una società comunista dove i produttori sono pagati dallo Stato e tutto circola gratuitamente quindi: viva Marx, viva Lenin, via Mao Tze Tung (come si diceva una volta) questo per dire che Internet è l’anticamera di un nuovo comunismo telematico.

 

1 – UN CIRCUITO DISTRIBUTIVO PER IL CINEMA INDIPENDENTE

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Ci vuole un circuito distributivo che si appoggi ad almeno 200-300 sale.

Quelle dei cinema del centro storico, poi quelle sale associate ai cineclub, che devono avere un marchio inequivocabile: qui si distribuisce solo prodotto italiano e qualche film africano.

Si può ripetere l’esperienza delle sale veneziane, il film sta solo un giorno in un cinema e poi circola nelle altre 300 sale ritornando alla prima sala con una rotazione continua e per un periodo, però ci vuole un supporto mediatico di attenzione, una rivista on line che parla di tutti questi autori che vengono presentati con interviste e altro e una agenzia che sappia valorizzare l’evento.

Come vengono scelti i film da distribuire?

Questo è un problema, l’automatismo puo’ essere pericoloso, una scelta può essere arbitraria e castrante, però ci deve essere un responsabile che si assume il problema di valorizzare delle pellicole anche economicamente, e quindi deve avere oltre all’intuito delle qualità manageriali, insomma bisogna far in maniera che i film compaiano su un circuito alternativo che copra tutte le zone dell’Italia e che incassino un pubblico il quale  deve rimanere entusiasta dell’offerta, un pubblico disponibile a un cinema di regia, impegnato ma non appesantito da una estetica accademica.

Il problema dei critici è che loro fanno del cinema e della critica, un lavoro, mentre il pubblico al cinema ci va fuori dagli orari di lavoro, e questa differenza è fondamentale perché mentre il critico, il cinema lo studia, lo spettatore lo consuma e paga per questo almeno 4-5 euro, non si può pagare di meno ma neanche di più e non essere soddisfatti.  Misurare il grado di soddisfazione su che cosa?

Divertimento, impegno, approfondimento? Ricordiamoci che lo spettatore cmq è sempre un soggetto passivo che sceglie di farsi invadere da una storia e quando non c’è storia da delle immagini

 

1 – UN CINEMA DI REGIA

UN CINEMA DI REGIA

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E’ possibile che anche in Italia ci siano film di regia, in cui c’è l’impronta di un regista o invece per le commedie basta una regia di ordinario mestiere?

Un cinema di regia non deve essere necessariamente un cinema d’autore, ma il famoso mercato tanto esaltato dai neoliberisti de IL GIORNALE non può premiare sceneggiature sbrigative scritte col lapis e filmetti di mestiere senza un minimo di regia, perché allora a questo punto un film deve essere considerato per il suo valore intrinseco e quindi se vale ma non incassa potrebbe essere migliore di un film che incassa ma che è una puttanata.

Capito il concetto? NON HA VALORE, COME PER DIRE che tutta quella critica a suo tempo fatta al Mibac da parte dei neoliberisti del Cinema perché finanziava film che non incassavano diventa spuntata, cioè non è importante per la cultura i film che incassano ma i film di valore intrinseco.

Però se non c’è il mercato, chi li definisce film di valore intrinseco? I critici, la gente, siamo in un binario morto. I festival, i cineclub? Per questo ci deve essere un circuito per la valorizzazione di questo altro cinema di regia, altrimenti si rischia che sparisca il cinema di qualità e ritornino i “telefoni bianchi” in versione comica con aggiornamenti di costume.

La critica purtroppo è asservita al potere, al mito dell’incasso e parla bene solo di ciò di cui si parla, altro che funzione culturale, il critico sa che se parla di un film che è all’attenzione dei media magari anche facendo il bastian contrario, può farsi una pubblicità, se invece recensisce un film sfigato ma di valore, che non vede quasi nessuno, ha la sensazione di aver perso del tempo, è proprio così?

Certo se un film non ha neanche i soldi dell’ Uff. Stampa è meglio che non venga neanche girato, perché in una società come la nostra sarebbe un suicidio e una follia.

Cmq è importante anche il concetto di Gianni Canova sui ragazzi che rischiano l’ignoranza ICONICA, anche se non è così importante come la decrescita felice, però insomma si rischia la subordinazione culturale, già diventa arduo alle scuole medie far capire cos’è un film di regia e cosa vuol dire l’immagine cinematografica, perché è una forma di alfabetizzazione “secondaria” ma indispensabili a tutti.

Il cinema è in calo si dice, ma in Italia ci sono tanti film non valorizzati, fuori mercato, perché non si valorizzano anche quelli, che potrebbero compensare il calo di altri tipi di film? E’ l’ennesima volta che finisco un articolo con un punto di domanda.

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XI°

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L’homo democristianus – Il partito può diventare il luogo battuto da opportunisti mediocri, carrieristi cinici che occupano posizioni di comando senza spesso averne i seppur minimi requisiti.

Si creano così gruppi, clan vari con i fedeli legati al capetto lavorare per il suo successo che è nient’altro che rafforzamento del suo potere. Alcuni personaggi del partito diventeranno intoccabili, nessuno oserà combatterli a viso aperto all’interno perché si potrebbe creare una conflittualità pericolosa e permanente da indebolire lo stesso partito, anche se ci potranno essere all’occasione scontri di idee il più delle volte “strumentali”, ognuno si arrangerà come potrà a trovare un proprio spazio, una propria collocazione, all’occorrenza ricoprire un certo ruolo e le eventuali rivalità verranno ricomposte con infinite mediazioni in nome dell’unità del partito.

Il faticoso equilibrio raggiunto tende a dividere e spartire il “territorio” all’interno dello stesso partito tra i vari leader e i loro fedelissimi creando dei campi d’influenza nei quali non ci mette il naso neppure il capo del partito.

A tutti conviene soprassedere e a far rientrare feroci lotte intestine poiché l’organizzazione deve mantenere un minimo di fair play temperando il personalismo di alcuni in nome di una convergenza di interessi e idee superiori. Di scontri ne succedono molti, ma dovranno rimanere dentro a regole di accettabilità se non si vuole creare delle fratture insanabili riflesso di un malcelato spirito di clan che attenta alla unità.

Il capo d’un partito non sempre è in grado di controllare cancrene pericolose al suo interno che lo dovrebbero portare a rimuovere personaggi scomodi o corrotti, può solo cercare di isolarli, ma se costoro continuano a lavorare nell’ombra e comunque se vuole salvaguardare l’organizzazione dovrà accettare dei compromessi. In ogni caso è utile discutere anche animatamente, confrontarsi continuamente, dissentire radicalmente, ma in uno spirito di lealtà, se il gioco travalica questo spirito e si mettono in atto trucchi truculenti, si scade “nell’avversariato” e quindi non si ha più ragione di rimanere amici dello stesso partito.

Se fosse applicato questo principio, di partiti ce ne dovrebbero essere almeno centomila in quanto tanti e tali sono gli scontri interni che dapprima si travestono di conflitti ideologici e che poi diventano conflitti di potere puro, per cui c’è qualcosa che non funziona alla base del partito se continuano continue risse, in genere viene a mancare una solidarietà interna tra i membri, un motivo d’amore che dovrebbe superare tutte le dinamiche psicologiche tra le persone: la loro simpatia o antipatia, le rivalità, gli odi segreti ecc., per cui l’organizzazione di solito funziona meglio quando il partito è ancora un movimento magari clandestino che deve diffondere un’idea nella società, quando viene combattuto dal potere, allora si crea una solidarietà spontanea tra i suoi aderenti, quando cioè non è andato al potere; all’incontrario se il partito comincia a sentire aria di potere l’unità interna tende a disgregarsi e l’avidità, l’ambizione, il carrierismo tende a trasformare i propri membri in personaggi cinici, si perde lo spirito originario, la generosità reciproca, i comportamenti austeri, lo spirito di sacrificio per la causa e tutto diventa più nascosto, più ipocrita, si fa finta di credere a certe cose, ci si immedesima con un leader, si copiano gli atteggiamenti e intanto si sviluppa la doppiezza, sorta di psicopatologia politica che equivale allo sdoppiamento della personalità in campo psichiatrico, tutto quello che si dice è il contrario di quello che si fa, ciò che fa non si dice e il comportamento politico diventa tutto un cifrario per addetti.

Se la trasversalità politica contribuisce a saldare nuove amicizie a fronte di una disgregazione interna delle singole fazioni politiche in cui permangono grossi conflitti e il venir meno di una solidarietà di gruppo, ci troviamo di fronte ad un regime di “classe politica” in cui quest’ultima è più coesa e unita, al di là delle differenze ideologiche, nella conservazione di determinate prerogative e interessi specifici, rispetto a contrasti ideologici ovvero di minipotere che assorbono i gruppi politici organizzati nella base dei partiti ovvero provenienti dalla società civile che spingono la gente a votare scegliendo tra diverse alternative di idee e di programmi.

Ciò può far alimentare la teoria qualunquista della separatezza del politico rispetto all’uomo comune, della differenza e diffidenza di quest’ultimo rispetto ad una presunta politica diventata puro gioco delle parti e mirante solo a spartirsi il potere tra le élites. Siamo di fronte a quella che si chiama politica-politicante dei mestieranti e che ovunque si collochi, annuncia la necrosi delle idee e delle opinioni per attivare un aziendalismo politico in cui ognuno diventa rappresentante di una merce con idee e opinioni di copertura.

La teoria qualunquista marca l’uniformità della classe politicante che non esprime nessuna differenza ed è tutta tesa a conseguire gli stessi obbiettivi. Pur vigendo in un sistema democratico i partiti non lo riflettono al suo interno, anzi sono poco trasparenti, dominati da personalità carismatiche e autoritarie, da gerarchie rigidissime, dai militanti che si identificano con i loro capi e rinunciano a ragionare, si fa largo uso della cooptazione, mentre il leader si regge su un certo potere assoluto.

Sembra abbastanza curioso che non si applichino “regole” democratiche nei partiti che dovrebbero far funzionare le stesse istituzioni democratiche e ciò comporta dei limiti nelle stesse pratiche democratiche rimaste nell’esclusivo appannaggio d’un formalismo di facciata, non dando quindi al sistema democratico quel vigore e quella forza necessari alla sua rigenerazione sempre più anemizzato e ridotto alla pura delega data a dei professionisti della politica, i quali anche senza volere finiscono col creare una pericolosa autocrazia e un conseguente èlitarismo conservativo.

Succede che se un membro d’un partito riesce a “corrompere” membri di altri partiti si genera un pericoloso potere totalizzante, che può essere in parte evitato se ci fosse un ricambio molto più rapido della classe dirigente e ancor di più se si sviluppassero strumenti democratici di controllo anche all’interno dei partiti perché il rischio di una degenerazione a regime non divenga reale. Innanzitutto bisognerebbe espellere dall’organizzazione tutti quei membri perennemente incollati ai posti di potere e che una volta isolati continuino a tramare per rimanere attaccati come la spugna alla roccia e che con il loro comportamento rendono impossibile qualsiasi cambiamento, poi creare un’organizzazione leggera e flessibile che si basi sul volontariato, infine gli incarichi devono essere temporanei naturalmente conciliando la temporaneità coll’acquisizione di esperienza e abilità sempre nell’ambito di una maggiore mobilità possibile.

L’austerità dovrebbe obbligare a rinunciare al lusso di rappresentanza, niente riunioni in grandi alberghi che costano cari, a meno che non siano dati gratis, ma in luoghi normali e anche nei centri sociali mantenendo una certa povertà spartana che s’addice a un missionario e comunque al fine di rappresentare uno stile di vita “povero” e non frivolo.

Il potere deve per forza logorare chi ce l’ha se lo fa con scrupolo di servizio, altrimenti diventa un arbitrario esercizio di dominio incontrastato fuori da ogni controllo democratico. Si crea così una rete di personaggi inamovibili e inossidabili e un vertice burocratico sempre più ottuso incapace di capire il paese reale ed una corruzione che si diffonde come un fiume in piena favorendo l’incremento della malavita.

Proprio per questo ci vorrebbe un’autority super partes (ce ne sono tante ormai) che potesse denunciare all’opinione pubblica eventuali irregolarità nella gestione degli stessi partiti come l’infiltrazione di interessi illegali, ma anche sui giochi di potere, che sono talvolta giochi di parti nel senso che ognuno fa finta di rivestire un ruolo d’accordo con gli altri: quando ad esempio si dice che il partito deve rinnovarsi e che i vecchi devono lasciare il posto ai giovani, ma poi chi lo dice è un vecchio che si fa forte di questa politica di cambiamento in combutta proprio con i vecchi per cercare di svuotare dall’interno quel processo di ringiovanimento. Inoltre sul commercio di tessere di iscritti che diventano “alimentari” sulle anime morte che continuano a proliferare e su varie altre irregolarità in maniera da portare alla luce possibili degenerazioni e quanto meno bloccare o addirittura farsi restituire il finanziamento pubblico al partito: qualsiasi cittadino, ma anche un semplice iscritto al partito in nome del bene pubblico, può denunciare certi fatti o misfatti presenti in quella certa organizzazione politica, l’autority indagherà e se troverà conferma inviterà l’organizzazione a prendere provvedimenti o si bloccherà il finanziamento pubblico.

La rete in sè assomiglia alla ragnatela che un ragno politico ha tessuto con la sua attività di scambio, giustapponendosi, il più delle volte, sovrapponendosi alla società, in cui l’attività di un galoppino che cerca di allungare la rete si contrappone a coloro i quali svolgono una attività sociale altruistica senza secondi fini, limitando il loro raggio d’azione nell’ambito della solidarietà sociale aiutando ad es. deboli, bisognosi, emarginati, mentre invece il galoppino lavora per far tornare il conto, in nome del ragno. Corrompe le richieste della gente dicendo che tutto è possibile anche ciò che sarebbe vietato dalla legge, per cui risulta più facile avere vantaggi economici, pensioni varie, licenze di tutti i tipi, case degli enti pubblici, basta dare il voto o portare mazzette di voti che allargano la rete.

“La politica” allunga le possibilità, come risorsa economica aggiuntiva su cui contare, non più esercizio di diritti ma loro commercio come se ogni cittadino rinunciasse ad essere tale per spremere in forma d’accattonaggio qualche soldo, una bolletta pagata, un paio di scarpe, ecc. ecc.. Questo significa rinunciare alla democrazia e svenderla per un piatto di minestra, perdendo ogni possibile dignità e sfruttare il diritto di voto per farsi corrompere. E’ del tutto ovvio che questo tipo di attività è illecita e dovrebbe essere annullata d’autorità anche provvedendo a bloccare il voto per recidiva a intere migliaia di persone, se occorre all’intera circoscrizione elettorale.

La democrazia diventa opportunità di servire vari ragni. Si perdono di vista le libertà civili, le conquiste sociali, si assiste solo ad una lotta tra ragni che regnano accompagnati da un esercito di formiche che vivono in “rete” specializzandosi a tirare i fili nel territorio elettorale ricoprendo lo spazio pubblico di interessi privati, decantandovi l’asocialità come modus vivendi. Lo stato assume le caratteristiche di un assetto frantumato in mille rivoli affaristici che debordano in pratiche micro-illegali dentro un mercato di contrattazione continua e di ricatto diffuso. La politica delle macchinazioni diventa una enorme attività in cui ognuno è in guerra contro tutti e tutti sono in politica contro l’individuo, il soggetto, che diventa complemento oggetto, presagendo così la richiesta diffusa d’uno stato autoritario.

homo democristianus

 

 

5 – IL VOLO DELLO SCIAMANO REGIA DI ROBERTO REED ALTMAN

 

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Robert R. Altman figlio del leggendario regista Robert Altman e Kathryn Reed firmerà questa sceneggiatura scritta in Italiano e tradotta, da Antonia Tosini: IL VOLO DELLO SCIAMANO

Robert Reed ha lavorato come operatore di ripresa e direttore della fotografia su un numero impressionante di serie televisive e lungometraggi premiati dal Maverick Film Makers.

Altman iniziò la sua carriera di assistente operatore sui film che catapultarono il padre Altman nel pantheon dei grandi registi americani: Nashville” (1975), Buffalo Bill and the Indians” (1976), A Wedding” (1978), Popeye” (1979), Health” (1982), “Come Back to the Five and Dime,Jimmy Dean,” (1982), Streamers” (1983), and Fool For Love” (1985).

IL VOLO DELLO SCIAMANO sceneggiatura di ANTONIA TOSINI

E’ una sceneggiatura originale scritta da Antonia Tosini scrittrice e sceneggiatrice, tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Il libro della vita/Eutanasia Sociale”, “Pane e Girasole” e “La rosa ferita” pubblicato a marzo 2012. Ha partecipato nel 2005 (fuori concorso) al Festival di Venezia con il documentario “Vita e miracoli degli ex voto”. Ha collaborato con diversi registi tra cui l’algerino Rachid Benhadj, che le ha valso nel 2005 il premio internazionale “Scrivere Cinema” di Mirabella Eclano.

Nel 2010 (è stato premiato un suo progetto cinematografico al “Premio Penisola Sorrentina”. Un riconoscimento alle eccellenze) con la motivazione: Per il progetto cinematografico: “Tra gli ulivi” esempio significativo di uno spaccato mediterraneo di creatività, fantasia ed intelligenza abbinate allo scavo psicologico, al mistero e al colpo di scena, che appartengono alla migliore tradizione del genere thriller.

2012 Terronian Festival – (al Palapartenope) è stata premiata per la sezione Cinema (come eccellenza del sud). Inoltre ha collaborato con Tony Tarantino, padre di Quentin e con David Worth, il quale le ha scritto un Endorsement : “Antonia, un meraviglioso talento, creativo, fantasioso e stimolante scrittore…”

Il progetto ha coinvolto anche la Caro Film che cerca una cooproduzione usa o europea

a cura di Giancarlo Sartoretto

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1 – QUEL CHE RESTA DEL CINEMA INDIPENDENTE

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Purtroppo la situazione è pessima rivedendo i dati del recente convegno riguardante TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO e possiamo fare queste considerazioni su quel che resta del cinema indipedente

1 – il mercato italiano di cinema, quello delle sale, può assorbire attualmente una sessantina di film tra commedie (diette) e Cinema d’Autore (che è in calo di incassi);

2 – gli altri 60-70 film italiani non incassano che delle miserie in termini di cifre compresi i documentari e molti di questi sono proprio prodotti indipendenti fatti da piccoli produttori, autori non molto conosciuti e registi che sono fuori dalle “risonanze” mediatiche;

3 – ogni hanno in Italia si distribuiscono circa 300 film Usa, se ci fosse un tetto a 240 ad es. troverebbe spazio la distribuzione di altri 60 film italiani diversi da commedie e film d’autore, di genere, drammatici (come c’erano una volta). Sono consapevole che protesterebbe la potente lobby dei doppiatori, ma ci guadagnerebbero gli attori meno noti che il più delle volte per campare devono fare i doppiatori;

4 – i film americani sono già (quasi sempre) usciti in Usa quindi già pubblicizzati per cui le filiali italiane delle grandi distribuzioni Usa fanno quasi gli impiegati, preparano la solita confezione, il solito vestito pubblicitario, le sorprese sono poche più che altro derivanti da argomenti e soggetti poco consoni al pubblico europeo;

5 – L’altro ieri sera ho visto Mystic River in Tv per la sapiente regia di Clint Eastwood, perché in Italia non si vedono film di questo tipo? Qualcuno risponderà che non abbiamo un regista come Clint, ma anche lui è cresciuto alla scuola di un grande regista italiano che era tale perché un tempo si poteva fare tutto il cinema, invece adesso in Italia c’è la specializzazione in questi due tipi di film (commedia e d’autore) lasciando fare agli Usa tutto il resto (quindi nessuna concorrenza nel mercato che si è ormai specializzato) anche perché gli americani detengono grandi capitali e una distribuzione mondiale e noi invece siamo relegati nella versione comica dei telefoni bianchi dell’epoca fascista e nel cinema d’autore di “sinistra” (beato pluralismo) ma i film di genere italiani dove c’era tanta regia, non si fanno più ormai da decenni e se li fai con pochi soldi, nessuno li vede;

6 – per evitare il tetto o la regolamentazione tanto odiata dai poteri forti del cinema, non ci rimane che creare in Italia con capitale pubblico e privato (misto) un circuito di almeno 300 sale, anche (mantenendo la pellicola) e quindi coinvolgendo tutte quelle sale che non hanno i soldi per digitalizzarsi, in cui proiettare tutta una serie di film italiani indipendenti, adatti per il pubblico e con una grande promozione, creando una rivista online e un circuito sull’esempio di quello veneziano (che i film stanno solo un giorno e poi girano in altre sale) o anche sale a menu dove ogni giorno si proiettano 3 film diversi con lo stesso biglietto d’entrata. Idee ce ne sarebbero, mancano i capitali, e non è poco…cosa resta del cinema indipendente?

 

 

5 – SIAMO CIRCONDATI-PROGETTO DI FILM INDIE

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

ABBIAMO IN CANTIERE UN PROGETTO dal titolo Siamo Circondati scritto da Gianni Cavina con la regia di Veronica Bilbao La Vieja

E’ una commedia scritta e interpretata da Gianni Cavina nel ruolo di Gianni, il capitalista non vedente. Sceneggiatore del film “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati e “L’ispettore Sarti” successo televisivo, di cui è anche protagonista come in “Regalo di Natale” “La rivincita di Natale”, “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio e quest’anno in “Una grande famiglia” di Riccardo Milani, fiction.

NOTE DI REGIA

Quando ho letto questa sceneggiatura mi sono subito innamorata del testo che rinvia a quella tradizione di commedia all’italiana che tanta fortuna ha avuto nel cinema, appunto perché esprime il nostro carattere di italiani (veramente io sono anche un po’ spagnola), che è a tratti estremistico nel suo egoismo e a tratti opportunistico nei sui comportamenti, ma che ha anche quei momenti di forza che sfiora l’eroismo, in una miscela di contrapposizioni e contraddizioni che ci fanno apparire agli occhi degli europei come un popolo inaffidabile, fatto di persone da non prendere troppo sul serio.

E’una storia che racconta senza vergogna, con cinica verità, con ironia feroce e un po’ di coraggiosa presunzione, la storia di noi abitanti felici, maligni e disperati di questo pazzo Paese che ha sprecato i suoi talenti e cammina confuso verso il caos. La stanchezza di vedere film che raccontano le stesse storie d’amore viste e riviste, che hanno assunto i foruncoli degli adolescenti come porta-parola dei problemi mondiali, che fanno degli effetti speciali l’unico motore narrativo, che barano spudoratamente con lo spettatore, mi spinge a realizzare questa commedia che parte dalla realtà di oggi, che si serve del grottesco intrecciato col ridicolo, con il cinismo, con l’ironia, con il dramma, che può fare esplodere la vita se la miccia è fatta di fantasia e di quotidianità.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo X

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

L’Homo Democristianus – Ritornando alla rete, quando viene stesa, cattura tanti piccoli pesci, talvolta cattura grosse prede e soprattutto può entrare in rotta di collisione con un’altra rete; molti sono gli ostacoli protetti e negli scontri che ne derivano, l’umanità assorbe una grande parte del suo tempo.

Se per caso un individuo calpesta una parte di rete, tutta la rete reagisce e il povero soggetto si trova davanti a un muro perché se pesta i piedi a quel tale, sono in tanti a sentirne il dolore come se li avesse pestati a tutti. Si crea l’amplificazione di effetti che come un gioco di specchi rimanda l’immagine pericolosamente deformata a tanti altri, fino al punto che costoro alleandosi la faranno sparire.

La rete è affidata al caporete il quale si servirà dei suoi accoliti, vigeranno altresì regole, riti da tradursi in comportamenti “mafiosi”, anche la politica ha un suo linguaggio nascosto, corporeo, fatto di gesti, cenni, espressioni del viso.

Con la rete si entra facilmente nella palude della politica a discapito di ogni libertà individuale, chi incappa nella rete può solo tentare di fuggire o diventare reticente, omertoso, i diritti non esistono più, solo protezioni alternative che siano abbastanza forti da contrapporsi a quella rete, tutto si riduce a dipendenza, sparisce l’autonomia, ogni diversità sarà bandita se non avrà l’accortezza di costituirsi in rete alternativa, il gruppo degenera in clan, chi non accetta queste regole soffoca per mancanza di spazio, bisognerà attaccarsi a qualche “cordata” come parte aggiunta, legandosi ben bene per non cadere rovinosamente, la cordata mira alla scalata se la vetta viene raggiunta ci si può tranquillamente riposare sui primi allori, se si frana miseramente bisogna cominciare tutto da capo.

In politica il cambiamento viene ostacolato da reti di interessi i cui fili annodati a volte inestricabili costituiscono punti di accordo tra reti creando un tessuto di “mafiosità” così ben ordito difficilmente districabile tendente a sconfiggere ogni cambiamento imbrigliandolo nella grossa matassa.

In questo contesto le lotte tra clan si manifestano senza esclusioni di colpi, a volte rimangono nei pressi della legalità con modesti ricatti all’acqua di rose, altre volte debordano e tracimano in manifestazioni di incredibile violenza soprattutto se siamo nel mondo della malavita. Si ricorre a colpi bassi, fendenti improvvisi quando la guardia è allentata sfruttando ogni debolezza dell’avversario; in politica come in carriera e negli affari si formula al meglio ogni ricatto derivato dallo squilibrio temporaneo, da una situazione di fragilità transitoria, indotte da una reciproca dipendenza, la quale riflette l’azione di ruoli sociali che instaurano determinati comportamenti e reazioni nei soggetti.

Ciò scoraggia una reazione perdente e distruttiva in soggetti ragionevoli perfettamente adattati al loro ruolo che misurano la convenienza o sconvenienza ad agire a seconda di dettagliati calcoli.

La trasversalità “di potere” inizia con dei punti di contatto che si stabilizzano per effetto di certi incarichi nelle istituzioni. Il tempo crea sottili ragnatele come fili che congiungono varie reti, su questi fili scorre il linguaggio “ermetico” che traduce la convergenza di interessi mai del tutto asseriti e mai del tutto negati.

Ciò costituisce la premessa di possibili accordi e la costituzione di equilibri impliciti da cui facilmente nasce una situazione di ambiguità a tratti voluta perché creata, o dovuta in quanto imprescindibile dai rapporti di potere tra soggetti. Da ciò scaturiscono delle regole ferree che governano la generalità di tali rapporti:

1) è sempre meglio favorire o compiacere “l’avversario” politico anche se costui se vuole, riesce a respingere le attenzioni, in questo caso si assiste al “corteggiamento” per cui il prezzo dell’incontro aumenta e ciò perché condivide lo stesso potere istituzionale. Basta notare ad esempio come funzionano certe commissioni ministeriali che finiscono con lo spartire tra i propri membri i finanziamenti pubblici.

Chi manovra dovrà cercare di comprare i “binari” che gli permettono di marciare verso la meta per non essere eccessivamente contrastato. Gli affaristi sono legati al partito politico esclusivamente per ingurgitare pezzi di torta da dividere con altri nella stessa condizione, però possono mandare avanti altri amici se certi giochi di potere li hanno messi da parte e quindi manovrare nell’ombra.

E’ inutile valutare la bontà dei “progetti” e procedere in maniera da salvaguardare una sorta di “meritocrazia” (arcaico valore borghese), si procede invece al rituale spartitorio con le sue procedure quasi ipnotiche e un linguaggio di copertura tutto pieno di valutazioni fasulle da verbalizzare, se si comincia ad alzare la voce ciò significa che gli accordi sono saltati per qualcosa di dissimulato tenuto artatamente nascosto, per doppiogiochismi dell’ultima ora e la riunione può prendere forme concitate, allora anche il verbale sarà più attaccabile nonostante la maestria di qualche ricucitura scritta in uno stile burocratico il più possibile anonimo.

Il tutto si condensa in poche e significative pagine lette e rilette, masticate con tutte le virgole dai delusi per rimediare qualche contraddizione, attaccarsi a qualche frase dai significati oscuri – e lo stile burocratese agevola lo scopo – allo scopo di effettuare il ricorso facendo lavorare i propri avvocati.

Il rituale spartitorio crea il processo di lottizzazione che a sua volta agevola ulteriori spartizioni, certi progetti vengono appoggiati, caldeggiati e ottengono la maggioranza dei consensi, altri rimangono in minoranza, i primi riescono ad avere un consenso generalizzato, trasversale, i secondi sono di facciata, ma la discussione si anima quando i fondi non sono sufficienti e qualcuno dovrà venire escluso.

Chi tagliare? Si cerca allora una “parametrazione” oggettiva che naturalmente non sarà mai unanime, alla fine un compromesso faticosamente raggiunto metterà tutti d’accordo salvo l’escluso. La regola n° 1 è quella di favorire l’avversario politico piuttosto che un proprio compagno di partito che non può dare niente in cambio o molto meno del vantaggio acquisibile attraverso il compromesso, a meno che non entrino in gioco altri equilibri come un grosso favore da rifondere al compagno di partito o un favore da fare a chi l’ha messo in quella posizione.

2° Bisogna compiacere un componente del partito alleato che fa lega col proprio nell’alleanza di governo perché nel sottogoverno la rete diventa un labirinto: tanti sono quelli che fanno anticamera, bussano nelle varie porte, attendono pazienti all’uscio, ma le richieste girano vorticosamente nel labirinto tra i molti messaggeri-galoppini fino a trovare grossi intermediari.

Costoro come in un alveare di api in cui ognuno ha il proprio compito filtrano le richieste girandole a chi di dovere, in un gioco di correnti indotte dalle vie articolate, fino ad arrivare su in alto o meglio al centro del labirinto, poi le smisterà all’ufficio di segreteria di chi presiede la catena che tante cose non sa e non vede che però presiede per cui può succedere di trovarsi marpionato da scandali di fatti avvenuti sotto il naso ma a lui sconosciuti.

Durante il tragitto certe richieste si perdono per strade contorte e rimangono chiuse nei cassetti se non vengono opportunamente seguite dall’interessato anche perché il messaggero si vantava all’esterno per avere benefici, ma nell’alveare non era tanto considerato. Si può paragonare ad una pallina che entrata nel flipper corre, sbatte a destra e manca, fa punti, viene rilanciata e giocata più a lungo rispetto ad una altra pallina che fa subito buca.

In genere i partiti politici quando occupano il potere in nome della “trasparenza” si spartiscono risorse proporzionalmente tra di loro, quando manca la trasparenza, qualcuno prevale anzi preleva un po’ di più e gli altri si devono accontentare di briciole e macchinazioni subite.

Coloro che sono rimasti a lungo a digiuno possono continuare nella loro attività “spirituale” fino ad avere le visioni, ma qualcuno più concreto alla fine preferisce le divisioni, le moltiplicazioni, le addizioni e le sottrazioni tutte quattro operazioni spartitorie che però possono riguardare più i poteri che le risorse e ciò si deve dire per non essere tacciati di qualunquismo.

Chi cerca di guadagnare il tempo perduto, esagera se lo può fare soprattutto se è un deluso dalla sua ideologia e allora quando diventa pragmatico forse alla causa dell’età, affonda le mani e i piedi con una certa naturalezza, anzi si spaventa di questa naturalezza, come se l’avesse sempre voluto, si era nascosto fino a quando aveva potuto ma alla fine anche lui si prenderà discretamente il dovuto, dovuto da chi? C’è chi però si accontenta di un puro potere “simbolico” preferendo rimanere fuori da certi giochi: il generale che deve fare carriera rispetto al maresciallo che tira a campare.

Però si trova in una posizione di debolezza perché può essere falsamente, facilmente coinvolto per nascondere qualche altro che ha effettivamente abusato, diventando sovente vittima delle stesse macchinazioni, nessuno può nascondersi a priori almeno che non sia talmente in alto che gli altri sfruttano la sua ombra senza osare attaccarlo. Se il partito privilegia l’apparato, certi giochi possono essere più facilmente coperti dentro una struttura burocratica protettrice, rispetto al partito centrato sul leader, sul capo del quale possono ricadere le responsabilità.

Nella regola n° 1 si cerca sempre di rendere morbida, malleabile, l’opposizione favorendola ad ogni occasione perché questa denunci solo parzialmente i giochi di potere, gli intrallazzi, gli scambi reciproci, con la regola n° 2 si cerca di neutralizzare eventuali conflitti nati dalla spartizione favorendo chi ti deve poi appoggiare. Chi manovra in una commissione dovrà perciò essere “sensibile” talvolta “ipersensibile” ai partiti della coalizione per neutralizzare certi conflitti nel luogo delle decisioni.

3°) Si agevolano i membri del proprio partito che abbiano però efficace potere contrattuale, quelli che contano, ovvero un gruppo egemone che distribuisce e filtra vantaggi. L’eventuale “servizio” alla società civile non è nemmeno preso in considerazione mentre molto di più conta il servizio alla “società servile”, sempre che un certo “servizio” non venga a loro combinato da qualche associazione di cittadini o da qualche altra associazione di interessi di parte, malcontenta della spartizione, le quali comincino a “sparare” con i poteri della denuncia pubblica, ma perché questa denuncia possa avere successo ci dovrà essere la concomitanza di elementi favorevoli, come l’indebolimento di potere del gruppo politico, una situazione di transizione, un momento favorevole di clima giustizialistico, una maggiore autonomia delle varie istituzioni dello stato conseguenza anche dell’indebolimento dei sistema di potere, un approssimarsi delle elezioni, un clima di corruzione ormai troppo accentuato, una opposizione “rivoluzionaria” che punta sulle piazze, in altre circostanze può ritornare indietro come un boomerang e determinare l’isolamento accentuato del gruppo a meno che non abbia buon gioco con i mezzi di comunicazione di massa.

Allora diventa necessario neutralizzare anche queste associazioni concedendo qualcosa ai suoi membri rappresentativi almeno fino a quando ci sono i giornali dietro, spenta la spinta tutto ristagna mentre qualche membro rappresentativo inamovibile dal suo essere rappresentativo, viene cooptato nella stanza dei bottoni dove ha modo di agire sulla commissione tramando al punto da riuscire a far sostituire qualche componente rompendo l’equilibrio costituito.

La fetta di “torta” per i più che hanno militato nei partiti politici, costituisce una specie di “risarcimento” del sacrificio della militanza: tanti anni di volontariato per il partito e non hanno mai chiesto niente, adesso che c’è il figlio da sistemare insistono nell’affermare il loro diritto primario a sfruttare certi canali aggirando regole e leggi (il partito può se vuole) sugli altri membri della società civile, come se svolgere attività politica non fosse una scelta autonoma di fede (nell’ideologia) speranza (nel futuro) e carità (cristiana o socialista), se ciò significa accumulare frustrazioni e autogiustificarsi, autoassolversi, ognuno allora potrebbe autoassolversi quando non rispetta le regole della convivenza indotto dalla necessità di agire per un proprio interesse o vantaggio.

Questi galoppini ti obbiettano che non hanno mai chiesto niente, anzi si vergognano un po’ (si fa per dire), ma un favore, un favore, dico, si può negare a un membro così assiduo, fedele, pronto, affidabile, lo si fa a tanti dell’opposizione o della maggioranza, possibile che noi siamo figli della serva o l’ultima ruota del carro, noi che lavoriamo per il partito? E così diventa inevitabile che il partito perda ben presto la sua funzione di coesione ideale per trasformarsi in una rete d’affari ancora più prepotente- potente se si basa sul pragmatismo antideologico soprattutto se riceve finanziamenti dallo stato, rigenerandosi in una struttura burocratico-aziendalistica.

La politica costa, ti rispondano, se non vuoi che diventi una crosta di lerciume e quindi diventi ancora più sporca e così per non sporcarsi troppo dovrà essere finanziata dai cittadini attraverso una tassa non suoi rifiuti, ma sui partiti politici che diventano vere e proprie articolazioni dello stato che hanno interesse che niente cambi, perché tutto debba rimanere come prima (cioè ben finanziato)

Questa mostruosità fa intendere che il partito diventi un’affare con qualche idea di copertura per meglio arraffare di fatto perdendo ogni autonomia, istituzionalizzando ciò che c’è, contribuendo a conservare il mestiere ad una classe politica che può sclerotizzarsi. E intanto la società civile paga, ma chi la risarcisce?

Una struttura organizzativa permanente irrigidisce ogni possibilità di cambiamento interno, congela il potere nelle solite mani, che diventano per forza col tempo, mani sporche sfuggendo a qualsiasi controllo del partito.

Solo un’organizzazione leggera e mobile come il movimento sociale impedisce tale concentrazione di modo che la società civile non venga completamente soffocata da strutture separate che pretendono di rappresentarla nel teatrino quotidiano della politica in tutte le possibili voci, gesti e suoni, da parte dei politici-attori-politicanti.

Non si può negare un favore all’amico e al compagno che in passato è stato magari discriminato per non essere stato dello scudo-crociato.

Ecco che allora il partito assolve ad una funzione di “protezione cooptiva”: tu dai a lui e lui ti darà in cambio dei vantaggi preferendoti ad altri, magari più meritevoli, ma che non hanno appoggi perché cresciuti “liberamente” nella società civile e quindi non portano acqua al mulino del partito, il quale per vivere e sopravvivere sulle spalle della comunità attraverso il finanziamento pubblico, diventa un polo d’attrazione di tanti “mediocri” che occupano posti nevralgici del potere anche culturale i quali soffocano ogni tentativo di innovazione e cambiamento e soprattutto lo sviluppo di talenti naturali nel campo dell’arte che finirebbero coll’evidenziare la loro mediocrità, è molto meglio essere adulati e circondati dai propri simili che dare spazio a chi li potrebbe soppiantare. homo democristianus.

 

 

 

1 – TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO/3

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Continua Tutti i numeri….

Interviene Sciarra dei 100 Autori (associazione sindacale dei registi famosi) e con linguaggio “misterico” da adepti, dice che bisogna criticare il colosso Usa come se non lo sapessimo, si raccomanda un reintegro del Fus, (grazie al cavolo chi non lo vorrebbe) il rinnovo del Tax Credit (auspicabile da chiunque) e un sistema di incentivi per le sale rispettando le quote europee. Il cinema italiano ha meno soldi rispetto a quelli che servono, bisogna trovare i soldi con la vendita delle frequenze televisive, ma una parte di quei soldi devono andare agli autori (non si capisce come, (della serie ci dividiamo il gruzzolo). Per finire dice che mancano al tavolo delle trattative chi sta facendo attualmente un grosso business (Chi è?).

Un altro intervento difende il cinema d’essai: è importante lavorare sui giovani anche per effetto delle nuove tecnologie.

Un giornalista chiede come mai l’uscita di 7 film italiani tutti insieme, non costituisce  un  massacro?

Risponde Barbagallo dicendo cripticamente che siccome non li vuole nessuno, mettendo insieme pubblico, sale, distributori, è meglio levarceli come il mal di denti anche perché una ragione c’è: concorrere al David di Donatello, che per i film è senz’altro più bello. Barbagallo: “col mio film (di Lo Cascio ndr) giriamo nei vari festival, secondo gli esercenti il film ha qualcosa di troppo complicato per la sala cinematografica, io replico leggermente  indignato, ma se lo capisce anche mio figlio piccolo che non frequenta le sale cinematografiche?!” Della serie: Il pubblico ci manca e sul ponte sventola bandiera bianca. Che dire?  Si parla sempre dei propri film in evidente conflitto di interessi, così non si fa politica cinematografica, ma tant’è l’Italia costuma così.

Risponde De Laurentiis: la restrizione del mercato è dovuta alla Pirateria, ci vuole un mercato più protetto e Lucisano il capo della IIF, inveisce: ma dove sta il Ministero, manda i suoi funzionari in vacanza in giro per il mondo ai vari festival col pretesto di interessarsi di cinema? Qui interviene quasi sdegnata per l’accusa, la Pasqua Recchia. Noi non andiamo in vacanza, siete voi che volete sempre soldi da noi (e allora lasciateceli godere in qualche viaggio). Altro problema è che la Rai non programma i suoi film italiani con un orario certo. Interviene dal pubblico Mario Mele, critico cinematografico, che appunto critica arrabbiandosi che c’è troppa pirateria, assistiamo ad un crollo dell’84% del guadagno, bisogna passare alle sanzioni, il video demand è ridotto del 20% mentre si registra un analfabetismo cronico di ritorno del cinema in pieno declino del Paese. Che disastro!

Tozzi gli dice di non agitarsi troppo, perché per tanti la pirateria non è poi così grave in quanto manifesta – secondo certi intellettuali (e registi che si nascondono – aggiungo io) – la libertà di espressione in rete. La proprietà non è più un furto.

Anche Barbagallo sempre più affranto, quasi piangente,come un salice,  parla di un calo del 30%.

Poi è la volta di un giovane emigrato in Francia che esalta gli aiuti francesi (noi sembriamo una colonia) li si parla di 800 milioni di investimenti ed esistono vari aiuti, sia per lo sviluppo delle sceneggiature, che per lo sviluppo dei film, ma le commissioni sono di professionisti dello spettacolo statali e non governative, un modo edulcorato per dire che non sono in mano ai partiti come in Italia. Difatti è stato subito tacciato come provocatore dalla Pasqua Recchia che deve salvaguardare le logiche partitiche.

Un giornalista chiede a Tozzi di una piattaforma online di cinema via internet, organizzata dall’Anica che può reperire facilmente i film dei vari produttori, ma Tozzi nicchia, sembra che non ne sappia proprio nulla.

Per quanto riguarda le sale, 3150 sono già digitalizzate e 1449 no, di cui 356 monoschermi (sale a rischio) 156 2 schermi, altri centoecc. 3 schermi, 102 a quattro schermi, 221 a 5-7 schermi e 219 più di 7 schermi.

Interviene la Pasqua Recchia per una doverosa difesa d’ufficio circa l’attività del Mibac, aggiungendo poi alcune considerazioni prettamente ministeriali:

  1. C’è la paura di accantonamenti sui capitoli di spesa operati dal Sicoge del Mef (Sistema di contabilità telematica del Tesoro) che vuol dire tagli improvvisi (si sta sul chi va là);
  2. bisogna onorare gli impegni fuori bilancio, cosa vuol dire? Gli impegni dovrebbbero essere sempre previsti nel bilancio, è che non c’è la cassa per pagarli, cmq si tratta di prestazioni e forniture fatte al di fuori degli impegni di bilancio (per motivi non programmabili) debiti che dovranno essere riconosciuti (da estendere eventualmente anche ai contributi);
  3. i talk-show sono tossici, si invitano tra di loro (i politici) a spese nostre;
  4. gradimento del pubblico (manipolato) fino a che punto è veramente tale?
  5. occorre ribadire la linea culturale, il monitoraggio delle opere prime, no alla distribuzione dei fondi a pioggia;
  6. no alle spese improduttive del Mibac per la presenza di fastidiose lobbys;
  7. l’ innovazione tecnologica è indispensabile;
  8. sale di prossimità come luoghi di aggregazione, le multisale ormai crescono nei centri commerciali (le monosale dovrebbero crescere dentro ai centri sociali, non è una cattiva idea, aggiungo io) ma dove sono i centri sociali?;
  9. per la Pirateria bisogna passare alle sanzioni attraverso un impegno politico trasversale e sconfiggendo la demagogia;
  10. promozione del cinema italiano all’estero con gli Istituti di Cultura, (ma quelli dicono che non hanno soldi e allora che ci stanno a fare funzionari pagati 10.000 euro al mese? (E’ meglio chiuderli)

Quindi diamo credito a questi dieci punti, considerati dal Segretario Generale del Ministero, ma se vogliano far rinascere il cinema italiano secondo me bisogna puntare, (come ho detto in un altro articolo) sul decentramento del finanziamento). Altrimenti i pochi, la casta del cinema, fanno come gli pare e mangiano solo loro.

 

 

 

1 – TUTTI I NUMERI DEL CINEMA ITALIANO/2

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Continua con  tutti i numeri…

Interviene ancora Tozzi: Medusa ha ridotto del 75% il suo investimento nel cinema, tutto si è spostato verso la Rai che sviluppa di più progetti commerciali abolendo il cinema d’autore (i crossover) il quale non è compensato dal FUS (Fondo Unico Spettacolo), una seconda patologia è derivata dal fatto che la Tv italiana non trasmette film italiani. Ad es. la Rai tv generalista ha diffuso nel 2012 in prima serata solo 5 film su Rai 1, 2 su Rai2 e 36 su Rai3 mentre Mediaset, 35 su Canale 5, 36 su Rete 4 e 4 su Italia 1, così possono pagare di meno il diritto di antenna, il danno è anche per gli attori di cinema che vengono visti meno rispetto ad es. agli attori di fiction e molto spesso un progetto vincente si fa attorno ai personaggi che hanno spopolato in Tv (aggiungiamo noi) e poi si critica la troppa informazione giornalistica, i troppi talk show,  che sono solo spettacolo, quindi si assiste ad un aumento dell’offerta giornalistica  rispetto alla trasmissione di film italiani  ci vorrebbe il controllo dell’Agcom se la Tv viene meno ai suoi obblighi, ma l’Agcom è in mano ai politici, i quali compaiono continuamente nei talk- show quindi…rimane a Cesare quel che è suo.

Borg in qualità di distributore ha affermato che il prodotto italiano l’anno scorso si era affermato con punte del 40%, attualmente siamo al 29% però non è un dato stabile e dipende dai singoli film, in Europa è la Francia più attenta al prodotto nazionale, l’unica è aumentare lo spazio estivo, mentre la rivoluzione tecnologica della sala, l’avvio nei prossimi mesi del digitale in tutte le sale cambia il modus operandi e darà un nuovo impulso al prodotto medio-piccolo per una maggiore flessibilità della nuova tecnologia (si spera), le monosale invece sono in crisi e forse verranno spazzate via se non interviene un finanziamento pubblico per adeguarle (5 milioni di euro) mentre per quanto riguarda la pirateria non si sa per quanti euro influisca sul mercato. Bisogna fare una legge, Tozzi interviene dicendo che i peggiori “scaricatori” sono gli adulti e parla di offerta legale e finestre, Tozzi insiste dicendo che bisogna digitalizzare le sale o morire, ci sono ancora 800-1000 sale di profondità da trasformare, (ha detto profondità, voleva dire prossimità, o forse pensava agli schermi di pixel che stanno sotto il livello del mare e buoni per una visione subacquea dei documentari marini ).

A questo proposito Barbagallo parla di segnale preoccupante del Box office (Barbagallo è preoccupato e angosciato di tutto quel che sta succedendo nel mondo del cinema), 11.600 milioni incassati nel 2011 contro 8700 del 2012: i film incassano di meno, è un dato: “non so se la soluzione del problema ha a che fare con il tipo di film o nel modo di vederli”, dice.

Poi interviene in maniera spettacolare il produttore dei produttori, ultimamente traviato dal calcio, De Laurentiis che declama: “il Fus esiste dall’85, vi sento parlare poco del mercato, i Francesi si che hanno una cultura dell’”esercizio” a differenza di noi italiani che siamo più improvvisati, con i Multiplex fatti un po’ a “capocchia“, chi aveva interesse a costruire per fare una speculazione e un centro commerciale li inseriva, fuori da una vera programmazione. Sale costruite senza logica (che si mangiano tra di loro) che fanno perdere almeno un 15% di incasso come potenzialità distributiva. Per quanto riguarda la pirateria sostiene De Laurentis sono stati fatti solo interventi -toppa, (con due p) bisogna fare una class- action contro lo Stato..

Il Mibac non conta niente, prosegue il nostro, in passato sono stati parcheggiati al suo interno, dei personaggi della politica, scartati dalla Rai.

De Laurentiis si rende conto di essere andato oltre, arretra dando una sviolinata al  burocrate di turno, affermando che ciò non vale per i presenti (sic) che c’è il solito potere dei vecchi (tono da oratore incallito) bisogna applicare il metodo francese per la pirateria (ma per  applicarlo bisogna essere  Francesi – dico io), e prosegue nel suo accorato discorso prendendosela con l’ Angelo: caro Barbagallo, facciamo discorsi sul nulla, se non vediamo che  vengono date 15 milioni alle opere terze (ai registi acclamati) e ben 9 milioni alle opere prime e seconde (è uno scandalo – applausi convinti dalla sala). Che sti giovani che hanno rotto il caxxo si formino nel web e facciano prodotti a basso costo, (si tolgano dai coglioni – questo lo aggiungo io dall’enfasi delle parole) e invece di pretendere finanziamenti che spettano a noi, imparino i nuovi linguaggi…che capiscono poco.  No ai film di questi presuntuosi da nove settimane e mezzo (si parla del piano di lavorazione) , ma al massimo da nove ore (applausi dalla sala scroscianti con urla e gridolini di assenso, lui si che è il migliore …a farsi i caxxi suoi) che facciano solo corti. E’ bravo il nostro De Laurentiis, vuole che lo Stato gli finanzi i film commerciali così lui risparmia e investe nel calcio.