1 – INTERNET E TV

Internet e tv, la televisione è un elettrodomestico e Internet un ecosistema di isole da circumnavigare, insieme faranno grandi cose e rivoluzioneranno l’elettrodomestico? Per sua natura laTv è unidirezionale, i suoi programmi vengono definiti dall’alto e direzionati verso il basso, il pubblico li recepisce in posizione passiva, e se non ne viene coinvolto può snobbarli grazie al telecomando o spegnendo il mezzo.

In internet invece l’internauta viaggia in maniera orizzontale e approda su tante isole che non hanno nessun rapporto gerarchico tra di loro mentre i contenuti sono spontaneamente sviluppati dal basso senza bisogno di autorizzazioni o di vincoli politici.

Ritorniamo alla Tv: parlando dei contenuti televisivi, Gori – non quello di Addio Lugano Bella – afferma che è il pubblico che fa la Tv attraverso l’audience, ciò che costituisce una balla colossale, il pubblico televisivo è passivo, è solo capace di ricevere i contenuti che vengono decisi dalle stanze di potere, se in prima serata un tempo mettevano una trasmissione come l’Approdo certo tutti scappavano via inorriditi, invece oggi puoi cambiare canale, alla disperata trovi sempre qualcosa su cui addormentarsi.

L’audience è un indice di gradimento ma il pubblico può essere interessato a contenuti che (per il suo bene) è meglio che non veda e chi lo decide è l’autorità che presiede ai programmi, che se vogliamo può manipolare anche l’interesse dello spettatore, le fiction devono avere determinati schemi di senso e avere per eroi dei tutori dell’ordine pubblico o dei personaggi istituzionali.

Probabilmente se si producessero storie diverse l’indice di gradimento salirebbe ma si devono mettere al centro delle storie rassicuranti, questo tipo di pubblico non è esigente e si accontenta facilmente basta che i programmi non siano troppo stucchevoli.

Gori – non l’avvocato di cui sopra – afferma inoltre che la Tv commerciale ha saputo registrare i desideri degli italiani, ovvero i contenuti ideali dove piazzare la pubblicità di prodotti. Cmq il futuro della Tv è la rete che dovrebbe ovviare a questo autoritarismo insito nella scelta e prodigarsi per una maggiore condivisione delle trasmissioni fino a giungere a una TV interattiva. La Tv italiana ultimamente si è risollevata da una crisi di visibilità da parte soprattutto delle giovani generazioni.

A sentire “Il Giornale” del 3.1.2013 nel 2012 c’è stato un trionfo degli ascolti televisivi, non solo quindi non è morta la Tv, ma gode di ottima salute considerati i dati Auditel che costituiscono un criterio di gradimento nato nel 1986, anzi l’articolista Laura Rio ci dice che la gente preferisce la Tv che andare al cinema, grazie al cavolo non costa niente o quasi rispetto al cinema in tempi di crisi, sono i canali tematici che attirano più gente e la loro diversa modalità di fruizione (su smartfhone e sul tablet) e poi la Tv è sempre più interattiva attraverso i commenti e le critiche, quindi l’ascolto si fa più attivo soprattutto quando è a pagamento (vedi Sky TV- Xfactor).

Quindi la Tv fa una concorrenza spietata al cinema quando è di qualità per la presenza di tutte quelle serie Tv amate, “cult” anche perché il cinema italiano dei cinepanettoni risulta sempre più scadente. Mentre il cinema è per i giovani, le serie Tv sono per gli adulti. Serie Tv come Lost, Breaking Bad e Homeland fidelizzano uno spettatore meno motivato ad andare al cinema: le serie Tv si possono condividere anche tra amici a casa, soprattutto se i cult veri non sono più i film ma le serie Tv, sperimentali, complesse ed epiche, drammatiche, corrosive e comiche (art. Eco di Bergamo 04/01/2013), stiamo parlando di serie come In Treatment , 24, The Wire, Last Resort, Band of Brothers, The Pacific, I Soprano, Boardwalk Empire, Breaking Bad, The New Normal o Misfits, 30 Rock, Glee, di produzione usa, inglese, canadese.

E l’italia è rimasta al palo ancorata ai vecchi modelli anni ’50: Recupererà, speriamo di no, così la gente continua ad andare al cinema.

Infine è di questi giorni la notizia della trattativa tra Rai e You Tube per portate in maniera massiccia la Tv di Stato in Internet anche se la Rai ha concesso i diritti Rai ad un prezzo troppo basso, secondo Gubitosi (art. di Massimo Sideri Corriere della Sera del 16/05/2013) mentre la raccolta pubblicitaria in Tv la fa ancora da padrona in termini assoluti su 1,594 miliardi raccolti nei primi tre mesi del 2013, 905 milioni restano al grande schermo anche se con un crollo di quasi il 20% rispetto all’analogo perido del 2012.

 

 

1 – IL CINEMA AFFONDA PER CARENZA DI IDEE?

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O sono le idee che affondano per carenza di cinema nel senso che manca un cinema capace di esaltarle? e CHE  INTANTO AFFONDA

Girotondo Intanto vediamo se le sale cinematografica hanno  un futuro?

Se lo chiede Pedro Armocida su Il Giornale  che gira la domanda a Verdone: “in tempo di crisi è dura per chi guadagna solo 900 euri pagare un biglietto, al secondo posto ci metto la pirateria che dà al sistema un’altra botta da novanta: in Italia appena affronto l’argomento mettono sotto attacco il mio sito,” ribadisce che risulta essere lui, il più scaricato d’Italia a livello di download illegale.

Il terzo elemento di criticità continua Verdone è di natura psicologica, la crisi economica genera un clima di depressione: “eppoi basta con questi film di vacanze, c’hanno stufato, (bisogna lavorare! ndr) almeno i miei vanno all’estero, ma gli schermi oggi entrano nelle tasche sono sempre più piccoli e tecnologici (IPAD?! di fatti non si vede niente ndr) mentre le sale spesso sono brutte, sporche e cattive”.

Questo risulta leggendo l’articolo. Una risposta certa sul futuro delle sale quindi non c’è, anche se continuo a pensare che quando vedo un film in Tv mi distraggo, perché la musica disturba i dialoghi, mentre il grande schermo mi attrae e mi assorbe, mi suscita più emozioni. Ma il cinema affonda per carenza di idee, ad affondarlo sono gli stessi “cinematografari” quando vogliono continuare a propinare con confezioni di serie A filmetti “digestivi” che non hanno nessuna possibilità all’estero.

Dovrebbero capire che se non li vendi all’estero è meglio che non li fai neanche in Italia, ma siccome da noi la farsa ha sempre avuto una attrazione popolar- contadina dai tempi degli antichi romani, si continua ad insistere sul genere filmico perché si incassa quel minimo per resistere. Le idee ce ne sono, non è che in Italia siamo cretini, ma vengono rubate (in maniera sofisticata, alla faccia dell’industria), quindi più che la carenza è più vero che c’è poca varietà dell’offerta, (non è vero, secondo Barbagallo).

Allora vediamo cosa dice Valerio Cappelli sul Corriere della Sera del 29/12/2012 intervistando Tornatore secondo il quale il cinema italiano è monocorde, si può, dice il grande regista, puntare anche sul cinema d’autore lo dimostra l’ultimo film suo che ha incassato più di tante commedie, ma ti rispondono Tornatore è Tornatore, lui può fare ciò che vuole, va be’, ma dov’è tutta sta offerta diversa, c’è il cinema d’autore, ok, bisogna anche lì distinguere in una specie di gerarchia tra i nomi storici e quelli attuali, lo spettatore medio non premia tanti film diversi da questi autori storici fa eccezione l’ultimo film di Maria Sole Tognazzi, insomma è un casino muoversi e se si facessero i melodrammi realisti, le storie popolari proletarie meno autoriali ma più vicine alla gente che succederebbe? Quelle le vedi in Tv ti dicono, non c’è bisogno di andare al cinema. Sarà vero? O come dice Iacchetti sarah ferguson. (anche se c’è un problema con i neri)

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo XIV°

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L’homo democristianus – Se il principio di legalità dovrebbe preservare il tessuto connettivo, esso dipende anche dalla moralità di un retto agire che è la conseguenza però di un retto vivere in cui ogni esperienza assume un suo valore identificativo per il soggetto, ma se si privilegia il “comportamento unico” quello legato al gioco, ogni rettitudine svanisce ben presto e non si può pretendere dal cittadino quello che gli è sempre stato negato, allo scopo di vivificare dei valori coesivi della comunità che rimangono così un’astrazione completamente ideale contraddetta dalla realtà.

In ogni caso la comunità è costretta se vuole sopravvivere a far rispettare dei principi di legalità troppo spesso ideali, comminando pene severe e ripristinando un sistema di controllo pronto ed efficace.

Tutto ciò coinvolge il senso del pubblico dovere, dell’etica e deontologia professionale che molti non sanno veramente cosa sia; se le norme sono usate in maniera obliqua e quindi vince chi riesce a neutralizzarle attraverso l’uso distorto della legalità, se i ladri per eccellenza riescono a diluire e dilatare gli effetti costrittivi d’una norma pagando profumatamente con i proventi dei loro illeciti guadagni un buon avvocato, se costui non ha scrupoli ad approfittare della legge per arricchirsi, la legalità allora diventa solo un peso in più, uno schermo dietro a cui proteggersi e una buona parte di ladri si nasconde nelle pieghe dei diritti senza farsi scovare facilmente, intrecciati come sono alle norme e alle amicizie del palazzo di giustizia.

Si tradiscono qualche volta quando foraggiano provvedimenti di amnistia nei confronti dei loro amici che in sede politica hanno approfittato, diventano indulgenti, garantisti (colpevolisti quando si tratta di imprigionare un ladro di polli), cercano di farli assolvere usando i loro buoni uffici, di solito appunto sono intolleranti verso le diversità sempre che non procurino guadagni e poco garantisti, anzi colpevolisti, peggio forcaioli, ma quando si tratta di veri ladri, scatta automatica la solidarietà.

L’homo democristianus è un conservatore, nella sua vasta gamma di conservazioni, primeggia l’istinto predatorio quale meccanismo retrivo e restrittivo della sua personalità, in quanto antico bisogno di conquistare vittime sacrificali che esaltino la sua potenza e con quelle inaugurare un rapporto di dominio verso il mondo esterno che gli rafforza l’autostima. Cerca e isola costantemente individui deboli e sprovveduti da depredare, le sue prede però possono essere trofei ambiti da esibire in privato come prova di rispetto e deferenza altrui.

Si avventa sull’elemento femminile che si trova in una condizione di necessità o di bisogno intrattenendo un rapporto di convenienza reciproca: la donna cerca il successo, lui le può promettere attenzione e protezione, all’inizio ognuno dei due pensa di servirsi dell’altro per i propri scopi, ma è facile che la donna (a parte casi eccezionali) diventi la vittima designata, prima o dopo scatterà una trappola a seguito d’un lavoro accorto e premeditato di pedinamento da parte di lui che si avvicinerà insistente fino a quando la donna cede e accetta un compromesso carnale in cambio d’un presunto vantaggio personale.

E’ solo l’inizio di un processo che continuerà per molto in cui la preda si accorgerà di essere stata giocata, il suo orgoglio non le permette di riconoscerlo, ma dovrà continuare per quella strada ricominciando di nuovo; si trova in un giro, se si ritira sarebbe sconfitta, è costretta a proseguire mentre il predatore pensa ad altro: ma la preda designata può essere accorta e giocare bene le sue carte, attraverso piccoli ricatti riuscire a fare carriera, molti sono coloro che devono cedere se stessi, il proprio corpo, parti mentali comprese per raggiungere lo scopo, con grande sacrificio della libertà individuale e dell’indipendenza psicologica: Il costo trasforma il carattere della persona che vede tutto in termini cinici di scambio, d’altronde l’eventuale successo (denaro, potere) richiede sacrificio, costanza, dedizione e perdita di piacere quando non giunge per il concorso concomitante di eventi favorevoli o peggio attraverso la “politica del corpo” che negli ambienti corrotti diventa pratica diffusa e apre carriere veloci senza incorrere in spiacevoli gavette.

In questo contesto il ricatto spesso sottile assurge a strumento attivo e pragmatico riflesso di “forza” contrattuale. Il cinema ambiente corrotto per eccellenza ne è una prova vivente, soprattutto da parte di chi ha il potere di decidere sulle carriere, tant’è che sia il corpo femminile, sia quello maschile vengono facilmente spogliati per pratiche sessuali spinte all’estremo della perversione e poi ci si meraviglia se il cinema italiano “cade” così in basso da essere considerato cinema del c….

Ma l’istinto predatorio viene sfruttato anche in politica soprattutto in presenza di risorse pubbliche, occorre una capacità specialistica per realizzare il bottino e le armi non sono più quelle della forza e della conquista ma dell’astuzia e della scaltrezza per accumularne più degli altri, meglio di altri e in concorrenza con chiunque.

L’istinto predatorio è per sua natura antisociale, se diffuso mina l’assetto sociale di una comunità, ma è una pratica in sè piacevole perché soddisfa a più livelli antiche esigenze, può dar senso anche al presente attraverso l’elaborazione di una continuità di significati che permettano la riproduzione in serie dell’homo democristianus e di tutti i suoi bisogni primari. Qualche umanista desidererebbe che questo istinto venga sconfitto “socialmente” in quanto pericoloso per una corretta e avanzata riproduzione sociale, ma la caccia – come ben sappiamo – continua ancora ad esistere come passatempo nonostante non abbia più i fondamenti della sopravvivenza, perché rimane profondamente intrecciata ai bisogni più significativi dell’evoluzione umana.

Naturalmente essendo l’uomo un animale politico, esso cerca di coagulare l’ordine sociale con pezzi di razionalità, quanto meno le istituzioni che erige mirano a soluzioni di ragionevolezza e convenienza reciproca, ma l’homo democristianus è un vero “animale” prepolitico, parapolitico dell’era antropozoica capace di sfruttare i suoi bisogni primitivi in qualità da spendere, come se abitasse intimamente ancora nella caverna pur vivendo in una casa con tutti i comfort, elegante e ricolma delle sue razzie, che trova nella giungla di cemento, il richiamo della foresta. Si soddisfa pienamente quando i suoi istinti rimangono desti, usando la ragione in loro funzione. La città diventa ai suoi occhi una foresta pietrificata da battere in lungo e in largo per soddisfare i suoi bisogni predatori e quando trova un po’ d’acqua tende la sua rete per pescare nel torbido agguantando con occhi ferini ogni tipo di preda che gli capiti nelle mani, si serve dei sistemi collaudati dall’esperienza che non vengono mai sottoposti ad alcun giudizio morale, percorre i tratti obliquamente tra scorciatoie e sentieri sconnessi, anche lui di tanto in tanto deve difendersi da predatori più grossi ma lo fa con la sua consumata astuzia, riconosce le trappole degli altri perché adopera il naso come periscopio, cammina storto per evitare trabocchetti e coltiva i suoi istinti primordiali anche in mezzo al traffico, è refrattario al “progresso” d’un paese perché mina il suo assetto mentale.

Tende a indebolire la ragionevolezza collettiva, a favorire l’irrazionale che assume valenza positiva, rovesciando a suo vantaggio il meccanismo involutivo del prevalere degli istinti asociali. L’irrazionale serve a scompaginare gli schemi prevedibili creando un substrato culturale dei primordi. homo democristianus

 

 

 

1 – LA COMMEDIA MEDIA E I FILM INTERROTTI

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La casta del Cinema è formata da quei tre-quattro produttori che di solito fanno leggere le sceneggiature ad amici e amanti e che riescono a creare, poiché ne hanno un potere, una confezione media però d’alto profilo, una confezione di serie A.

Le sale sono in mano alle 7 sorelle Usa che fanno finta per immagine, di distribuire qualche film italiano e da due grossi circuiti italiani (uno Medusa e l’altro Rai), sono loro che riescono a lanciare i film medi o mediocri e a farli cmq superare il milione di euro, grazie al loro potere sulle sale cinematografiche, un potere che nessuna piccola distribuzione può avere.

Gli indipendenti raramente accedono a quella confezione e devono accontentarsi di distribuzioni medie, medio-basse ovvero basse.

Ma se un produttore indipendente pensa di avere tra le mani finalmente una sceneggiatura importante e la fa leggere a questi grossi produttori-distributori per una coproduzione e/o una confezionedi serie A), finiscono in mano ad amici e amanti (persone incompetenti) con grande frustrazione di chi vuol fare progetti importanti, poiché i flussi dal basso verso l’alto sono intasati, interrotti e sono puramente formali, dove vige quella paternale anche se non espressamente detta: lasciateci fare a noi i film importanti che li facciamo bene.

Poi viene un incerto Giacomo Ferrari da “Libero” dell’ 1/5/2013 a dirci che noi italiani non sappiamo sceneggiare e non c’è chi sappia prendere il testimone dei grandi maestri e siamo condannati all’aurea mediocritas e se era partito dicendo che noi italiani non sappiamo sceneggiare, finisce col dire che i grandi come Rossellini potevano fare a meno delle sceneggiature, anche se Kubrick, Spielberg e Peckinpah pure loro maestri, non partivano se non avevano sceneggiature di ferro. Insomma cosa vuole dire non s’è capito.

Poi le commedie alla Vanzina.

In una intervista (Il Giornale dell’8.1.13) Enrico parla dei segreti del cinema popolare: “anche noi siamo diventati stracult, ci studiano all’università, gli esercenti di tutta italia ci hanno telefonato per comunicare che il film (l’ultimo) piaceva alla gente, anche se i numeri a volte giocano brutti scherzi, a volte i film brutti fanno soldi, però nessuno andrà più a vederli (?!?)

Diciamolo il grande sconfitto è il cinema d’autore” e continua affermando che la commedia all’italiana la fanno in pochissimi ed è un genere che ti restituisce la tua identità, ed è l’unico spazio che ci lascia il cinema americano.

E poi Enrico Vanzina se la prende con l’assistenzialismo della Rai che produce troppi film d’autore perché in Italia non si considera il cinema un’industria mentre all’estero si promuovono film che non ci rappresentano. Ma una domanda viene da fare a Vanzina: come mai queste commedie, le sue e di pochi altri all’estero non vendono, a differenza delle commedie dei grandi autori anni 60 e 70? Di che tipo di industria parla?

E allora vista la conformazione del mercato italiano, nel quotidiano L’Avveniredel 4/5/13, Emanuela Genovese ci dice che insomma “non ci resta che ridere? Francesco Bruni di 100 autori le risponde: perché oggi la commedia si snoda solo attraverso le parole chiave dell’intrattenimento e della spensieratezza, però rimane sempre più superficiale con attori macchietta che non cambiano mai mosse e faccette e storie e personaggi che guardano troppo al successo facile e veloce.

Lo ribadisce anche Michele Anselmi, e Paolo D’Agostino parla di storie condannate alla semplificazione e alla scorciatoia: il film vengono costruiti con la struttura della farsa.

Per finire Fabio Ferzetti sottolinea il fatto che le nostre commedie sono contenitori ricchi ma artificiosi e con poca vita.

Insomma dai critici si dice che in Italia c’è solo la commedietta e quella degli anni 60-70 è completamente scomparsa.

Questa è una panoramica dalla quale si possono trarre utili conseguenze: BASTA CON LA COMMEDIA MEDIA

  1. che il cinema vero è in mano agli Usa;
  2. che noi però possiamo fare commedie medie per divertire;
  3. che queste commedie medie sono in mano ad una élite o casta che dir si voglia;
  4. corrispondono ad una specializzazione produttiva del cinema a livellodi mercato globale;
  5. che non funziona il mercato italiano perché non premia la qualità, ma la confezione;
  6. che il cinema indipendente non vi accede e quindi non esiste;
  7. che l’art. é stato scritto da giancarlo sartoretto
  8. ah si e chi sse ne frega nun celo metti?
  9. basta con la casta e la commedia media media media media media media media media media media

3 – TENGO FAMIGLIA…CRISTIANA!

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Parliamo di politica che non è mai stitica, ma statica, senza stato, ma piena di famiglie, di famiglia, tengo famiglia cristiana. E la famiglia socialista dove la mettiamo? Puah!

IL M5S è stato ridimensionato, (si parla di regionali e locali)  alle ultime elezioni nazionali aveva intercettato anche i voti di protesta di chi altrimenti non sarebbe andato a votare: voto di protesta, voto umorotico (ma mai umoristico)  di chi voleva un’azione immediata di governo da parte del M5S con Bersanetor come intelocutore, uno che aveva navigato abbondantemente nella politica dell’inciucio.

Grillo e Casaleggio secondo le masse di cittadini,  non avevano capito questo voto nazionale che dava al Movimento una percentuale storica vicina ai numeri del potere, troppo alta anche per lo stesso Grillo. Forse- aggiungo io-  bisognava avere le capacità di un Lenin-Grillo: appoggiare un monocolore Pd dall’esterno per poi in caso di fallimento ritornare alle urne da vincente, è anche vero che se il Pd falliva il M5S poteva essere stritolato, cmq doveva essere un tunnel da percorrere e la luce non era garantita mentre la famiglia era sempre cristiana.

Probabilmente l’elettorato voleva anche una responsabilità immediata da parte del movimento, cioè di chi parla tanto ma poi non sa magari come funziona lo Stato.

Sta di fatto che oggi dobbiamo essere sinceri: la gente protesta non votando e noi adesso non siamo più i beneficiari di quella protesta.  E’ meglio o peggio? Ecco un commento sensato di uno del blog:

SIETE SORPRESI? IO NO.

Amici, sono il vostro ENNIO DORIS (nick ovviamente ironico ma scelto non a caso), quello che fa le “profezie” e che più o meno ci azzecca.

– Beppe ha sopravvalutato gli italiani…che sno quelli che tengono famiglia 

– Un popolo per 2/3 semi-analfabeta (con varie gradazioni), e disinformato, come confermano da anni tutti gli studi in merito.

– Io non sono per nulla sorpreso dei risultati.

Alle elezioni politiche Grillo poteva contare

1- sull’effetto novità;
2- sulla impressionante serie di scandali in poco tempo dei mesi precedenti (ora già dimenticati dal popolo più smemorato del globo);
3- del fatto che i media padronali lo avevano sottovalutato e non si erano preoccupati di lui, mostrando spesso spezzoni dei suoi comizi.

L’impatto e la carica trascinante di Beppe, unito ai fattori 1 e 2 hanno prodotto un grande risultato, oltre le aspettative.

Poi, dopo il grande successo imprevisto, i media padronali italiani, compreso il pericolo che il popolo si potesse svegliare e buttare a mare i loro padroni, hanno iniziato il bombardamento a reti unificate contro il M5S, compresa la compagna Giannini di Report (autrice del servizio-porcata che distrusse l’IDV) e una parte degli italioti, notoriamente tele-anestetizzati, è tornata all’ovile.

Ehi..stiamo parlando delle TV ITALIANE

Avete presente?

Quelle controllate da Berlusconi e (in misura minore) dal PD

Questa è l’Itaglia, Signori e Signore,… s’ignora

Da 20 anni.

PS: non voglio demoralizzarvi, voi dovete andare avanti, e io, nel mio piccolo, sto cercando di aiutarvi (a modo mio, nel web) e continuerò a votare per voi.
Io la mafia (PDL) e le lobbies-clientele (PD), non le voterò MAI.

Ieri Di Pietro, oggi Grillo, domani chi verrà, non importa.

A me hanno distrutto il futuro, e li combatterò fino all’ultimo giorno in cui sarò al mondo. 

ENNIO DORIS 28.05.13 20:41| 

 

 

1 – IN ITALIA SI FANNO TROPPI FILM

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In Italia si fanno troppi film.

Mi dispiace ma questa è la verità ci dice Michele Anselmi, e se fosse invece una bugia perché la gente faccia meno film e quindi lui debba lavorare di meno come critico? Non lo so, dipende se lui guadagna un tanto ad articolo, o invece ha un fisso a prescindere.

Che tristezza sentire un apprezzabile giornalista venduto ai poteri forti: “però bisogna magnà’!” per cui il cinema è una cosa aristocratica decisa dall’alto da pochi, protetti, paraculi, che sembrano urlare dai loro scranni contornati da giornalisti accondiscendenti: “il cinema è nostro e lo facciamo noi! Cazzo volete voi! Il cinema Indie? Cioè indigente? E vi pare bello, noi gli diamo una dignità…è’ cosa nostra! I soldi dei finanziamenti pubblici ce li dobbiamo pappare, anzi poppare noi, già il Mibac vi dà troppo spazio, ma quali talenti, non abbiamo bisogno di nessuno, siamo autarchici, noi siamo il cinema e voi… non siete un cazzo.

Ordine, gerarchia e disciplina, una cittadella fortificata che ti rassicuri ogni mattina, noi siamo inespugnabile. Prima vengono quelli che incassano (anche se sono filmetti) l’importante che se ne parli bene, assoldiamo un po’ di critici che sui film parlino d’altro, gli diamo un piatto di minestra, ma chi vi credete di essere?

Prima le nostre commedie, poi gli autoriali storici (gerachia) poi il documentario autoriale e poi l’élite. Ma come non lo sapete che la democrazia è elitaria, prima noi e poi…che cazzo volete voi!”

Ma anche tu Anselmi – figlio loro – citi tre film che non hanno incassato niente nel tuo articolo del 5 maggio su Ciak, ma se avevano una confezione distributiva di serie B come potevano incassare? Riccardo Tozzi da grande paraculo dice, riportato da Anselmi: ci sono film che non devono proprio andare in sala, (solo i miei lo possono fare) e aggiunge: trovate altre alternative e non ci rompete, come se fosse facili trovare delle alternative remunerative (è qui la presa per il culo). Il problema è che non si vuole toccare il tetto dei film americani per cui Anselmi arriva a dire una di quelle cazzate cosmiche, che ve la riporto per registrazione storica: “il fatto (non quotidiano) è che molti di quei 166 film girati nel 2012 (italiani) un senso e un obiettivo (Audite! Audite!) proprio non ce l’hanno.

Spesso sono impuntature stanche, scommesse a perdere, prototipi scalcinati. Che nessuna tv, quote o non quote, manderà mai in onda. Neppure alle 3 di notte” Questo è un giornalista che non ha mai capito un bel niente di produzione e che si permette senza aver visto molti di questi film, di dire che non valgono un beneamato…o beneamata… Ma va a vanculo va! Se uno fosse onesto direbbe che non capisce bene come funziona la macchina del cinema oggi, che è tutto più complicato rispetto alle fette di mercato, no lui giudica e pregiudica dall’alto: ma rivà a fanculo!

Mi fermo qui perché ho esaurito tutte le infioriture a disposizione. www.vaafareinc.it;

 

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XIII°

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L’homo democristianus – Pure le persone più trasparenti possono risultare vittime di macchinazioni soprattutto se chi le compie è un potente in grado di appoggiarsi ad amicizie altolocate.

Però bisogna stare attenti ai passi falsi che si trasformano in veri e propri boomerang e quindi controproducenti, chi infine non riesce più a dominare un intrigo si squalifica a vita.

Un soggetto molto potente può fare le debite pressioni perché un giornale non lo pubblichi, allora cercherà di ricattare il direttore e sono le testate di provincia a subire maggiormente questa eventualità.

Ma torniamo di nuovo alla trasversalità parlando di associazioni corporative nate per tutelare interessi di categoria. All’interno di questa associazione non vige alcuna forma democratica nella scelta o nell’elezione del leader e molto spesso nelle nomine intervengono gli stessi partiti in quello che tutti conosciamo come processo di lottizzazione.

I capi di queste associazioni se si accordano tra di loro possono fingere di fare una politica di settore, nella pratica si distribuiscono i ruoli e le parti per mantenere soprattutto influenze e vantaggi personali.

Ecco allora che con la trasversalità, i poteri personali creati in nome del settore, determinano un’alleanza ferrea per la spartizione delle risorse soprattutto influenze e vantaggi personali.

Le stesse associazioni per loro natura, pur essendo radicate in tutto il territorio nazionale sono proiettate verso il Centro del sistema diventando un interlocutore indispensabile nel luogo dove si prendono decisioni politiche.

Se la loro sede è unica nel Centro, quelli che stanno nella periferia si trovano svantaggiati fisicamente anche se l’organizzazione impone dei rappresentanti locali che porteranno le istanze a livello nazionale. Al loro interno vige un’organizzazione “verticistica” composta di pochi membri inamovibili e inossidabili che pretendono di rappresentare tutta la categoria ma che in effetti non sono disponibili a nessuna regola democratica.

L’associazione cercherà di rafforzarsi rispetto al potere politico presentandosi come un gruppo rappresentativo di interessi omogenei e organizzato per influenzarne le decisioni, la redazione di leggi, ma anche eventuali finanziamenti pubblici o provvidenze. In effetti agisce come una lobby che nel mentre si dice portatrice sana di interessi diffusi, privilegia soprattutto qualche interesse personale che si trova in una posizione di “rendita” politica o di pratica “mafiosa”.

Il potere cioè non è del gruppo, ma di qualcuno sul gruppo proprio per la scarsità di democrazia interna e di garanzie di trasparenza. Queste associazioni quindi, oltre a sclerotizzare un settore per l’insensibilità al rinnovamento interno, per la mancanza di regole e per la permanenza di clan al potere, ledono i principi di libertà personale perché costringono chiunque a passare attraverso ad esse o a misurarsi con esse, spesso come una possibile articolazione della controparte.

Le vere associazioni dovrebbero comunque rimanere fuori dalla distribuzione del potere promuovendo una politica di settore che può avere anche dei momenti pubblici e politici di confronto ma nell’ambito dei propri associati e soprattutto presentando una piattaforma largamente condivisa.

Così come le associazioni sono una fonte di potere personale per qualcuno a cui gli altri devono sottostare magari in un rapporto tutto clientelare, le lobby facilitano certe soluzioni legislative che però molto spesso sono a detrimento della chiarezza della legge.

A differenza di un tempo in cui le leggi erano generali ed astratte, oggi essendo “funzionali” e specifiche a singoli settori, determinano vantaggi o svantaggi anche grossi, fortune economiche o rovine; quindi partecipare alla redazione degli articoli di legge, spostare un comma, inserire una virgola dopo una parola, può capovolgere il senso dello stesso articolo rendendolo più ambiguo e indecifrabile, per cui ciò che si prescrive di fare in un precedente comma e che potrebbe essere dannoso per le lobby, viene reso complicatissimo in un coma successivo in modo che a livello burocratico la legge si blocchi e non venga applicata.

Una legge che disciplina vari interessi se non viene equilibrata dal governo di settore (ministro o sottosegretario) diventa un contenitore pieno di ambiguità e si rischia la sua inapplicabilità perché trova difficoltà reali a causa di uno spirito contraddittorio che la ispira e aleggia nel riflesso di troppi compromessi.

La legge così si appesantisce dagli interessi personali di qualcuno che prevalendo snaturano gli intenti della medesima, quindi le lobby nel mentre facilitano certe soluzioni e quindi rendono la legge “reale” sottraendola a qualche principio ideale e teorico, nel contempo anche la distorcono ai loro fini, al punto da farla diventare fin troppo reale.

Una società veramente libera non dovrebbe tollerare troppe associazioni che finiscono per condizionare le soluzioni politiche e corrompere qualsiasi nuova idea, qualsiasi possibilità di cambiamento, è vero che gli individui si associano per essere più forti, ma molto spesso paradossalmente diventano più deboli contribuendo a creare strutture burocratiche dominate da politicanti che pensano agli interessi propri o di carriera.

Esempio: chi ha un “progetto” da presentare in sede politica, deve passare per le maglie e quindi essere costretto ad iscriversi all’associazione, la quale da parte sua proteggerà non la qualità, ma i propri iscritti più influenti magari mediocri. Ciò vale per molti finanziamenti pubblici dove alla fine passano solo i progetti del clientelismo partitico o dell’associazionismo collaterale.

La corruzione avanza là dove la legalità è meno sentita e lo stato viene eroso da pratiche trasversali sistematiche, da reti che hanno come talpe, scavato gallerie dappertutto, la corruzione nasce come escrescenza per trasformarsi in bubbone malefico, si diffonde in quanto patologia della società che non sa cambiarsi e trasformarsi. Quando siamo di fronte a situazioni del genere o si cambia radicalmente il “personale” politico e quello di comando o il tumore si diffonde da intaccare in profondità il tessuto sociale, fino al punto che lo stesso stato si liquefa.

Se poi pensiamo che esista una corruzione diffusa indotta dai tanti compromessi che ognuno di noi è costretto a fare per sopravvivere o a subire nel corso dell’esistenza, noteremo i tanti nostri principi rimasti, diventare una pura crosta esterna che finisce col dissecarsi e cadere da sola.

In una società poi che fa della diffusione delle lotterie la speranza di un rapido cambiamento personale, fabbricando l’illusione di essere prescelti dalla fortuna mediante i tanti giochi televisivi o pubblici di massa, incoraggiando il facile guadagno, si sviluppa un virus di corruzione generalizzata in cui gli individui esistono in quanto giocatori e scommettitori e il denaro diventa l’unica fonte che dà un “significato esistenziale”.

Corruzione promossa dallo stesso stato il quale poi pretende che la gente lavori e si sacrifichi per pochi soldi. Se il mondo diventa una bisca ognuno punta la sua quota e riversa su questa attività tutte le sue frustrazioni e i suoi malcontenti trasformando i rapporti umani in rapporti di successo o di sconfitta. I soldi diventano un miraggio diffuso, il simbolo di una condizione umana e quando si fa una cosa in più si attende sempre una lauta ricompensa, un premio, ciò facilita la corruzione che fa decadere i costumi.

I giocatori in privato sono sempre esistiti ma che questa attività altamente educativa venga foraggiata dallo stato, il quale sotto questa forma fa pagare le tasse ai cittadini, dimostra il livello di “depravazione” a cui una società può giungere sfruttando le mancanze anche psicologiche degli stessi individui completamente ingabbiati in una nuova filosofia della miseria.

Il vuoto interiore verrebbe ricoperto da speranze di arricchimento che diventano illusioni in cui progettare il proprio successo, che non è più neanche effimero ma solo virtuale e tutto si regge su quei pochi sorteggiati con cui identificarsi perennemente, trasformando la vita sociale in una specie di lotteria in cui consumare tutte le proprie aspettative. homo democristianus

 

 

 

1 – POCHI, PROTETTI, PARACULI

FINANZIA UN FILM VINCI UNA CASA

Le scuole di cinema distribuiscono sogni a pagamento da veri paraculi.

Proliferano le scuole di cinema che fanno un discreto business illudendo i giovani che si può fare cinema, che ci sono i produttori, quando il cinema da anni è un settore chiuso che non fa filtrare talenti, un mercato ristretto compreso quello della fiction in cui molti generi di film in Italia non si possono fare e dove gli autori sono una casta chiusa, una cittadella dentro la quale è difficile entrare se non ti portano in braccio una schiera di critici che si spendono per te, l’ultimo è stato Giorgio Diritti.

La maggior parte delle storie rimangono fuori dal mercato e quando vengono tramutate in film incassano con una piccola distribuzione e senza pubblicità max ventimila euri.

Sono film fuori distribuzione, fuori mercato, fuori e basta, cioè da festival (se te li prendono) dove però non prendi te, come produttore un euro e anzi spendi ancora.

Mi è dispiaciuto assai rifiutare di produrre o distribuire dei progetti interessanti, ben fatti, perché sapevo che non potevo garantire una confezione da serie A, E CHE SE ANCHE AVESSI INVESTITO I SOLDI SE NE SAREBBERO ANDATI PER CONTO LORO (non sarebbero mai ritornati) Superare le maglie risulta arduo, il meccanismo ti stritola.

E allora che speranza puoi portare ai giovani (sebbene speranza sia una brutta parola): unica cosa è emigrare verso l’estero perché in Italia è tutto in mano a pochi, protetti, paraculi. I 3 p o P3 (P2 + 1)

A me è capitato personalmente come editor di aver letto un sacco di sceneggiature di giovanotti speranzosi che avevano appena fatto un corso o corsetto di sceneggiatura a pagamento – naturalmente – e pretendere di essere prodotti così su due piedi – chissà quali balle avranno detto in questi corsi alla voce produttori: che sono personaggi come negli anni ’50 che investono nei giovani, e leggono le storie, quando a parte rare eccezioni, esisteva un filtro incredibile dove si facevano passare solo i raccomandati dei raccomandati e ogni tanto un autore (degno di questo nome ) ma nel tempo pochi. Di fatti il cinema d’autore non ha tantissimi autori di successo, però dietro ci sono quelli che vengono spinti e quelli che rimangono alla finestra e si devono accontentare di dare il nome a qualche progetto di nicchia.

Perché dico questo: perché molte di queste sceneggiature rinviavano a temi e problemi (naturalmente aggiornati ad oggi) che noi italiani abbiamo sviluppato (parlo dell’Italia degli anni 50) in film di genere e se anche si riusciva a modificarle per migliorarle, rimanevano nel cassetto perché poi non si sapeva a chi proporle, visto che era difficile avere una confezione di serie A (confezione significa distribuzione da eletti e promozione nei grandi media) ci si doveva accontentare delle confezioni di serie B, C1 e C2 CSUA) in una specie di gerarchia assoluta e dove il mercato ristretto ti diceva commedia, commedia, commedia, commedia, anche di notte.

C’è tantissima gente che scrive in Italia, vuoi per ambizione personale, vuoi perché gliel’ha ordinato lo psicologo, tant’è vero che di sceneggiature ne circolano tantissime e io personalmente ho potuto constatate che ci sono delle idee, solo che queste non possono emergere perché non essendoci industria, o essendo l’industria talmente ristretta, si disperdono per strada e quando vengono presentate per una grossa confezione produttiva-distributiva si rischia che siano copiate, per questo ho detto a tanti di vedersi i film italiani di successo perché se c’è una idea uguale alla sceneggiatura che hanno, deve partire la denuncia, ma ad alto livello sono molto più furbi di quel che non si pensi e l’idea è decontestualizzata e rilanciata in una altra base di pensiero, da cui nasce poi la scrittura. Cmq la quantità di sceneggiature inedite potrebbe riempire un palazzo di più piani, e in tutte quelle scaffalature polverose ci sono storie e sogni racchiuse in un faldone, che tristezza!

 

 

1 – IL CINEMA TERRITORIALE

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SOLO NELL’AMBITO TERRITORIALE I L CINEMA ITALIANO INDIPENDENTE PUO’ AVERE SPERANZA DI USCIRE, ALMENO NELLE SALE LOCALI

Il Mibac in passato è stato al centro di roventi polemiche riguardanti soprattutto l’art. 28 quando veniva finanziata l’opera prima e seconda con criteri, diciamo poco trasparenti, i film raramente uscivano al cinema, gli autori potevano scegliersi i produttori e quindi diventavano loro stessi produttori spesso in una situazione di incompetenza totale, bastava conoscere qualcuno al Ministero e avevi i soldi che sulla carta dovevano rappresentare il 30% rispetto al budget, ma che veniva fatto proprio con quel 30% di finanziamento statale e trovando dei marchingegni soggettivi per dimostrarne 100.

Fu il finanziamento dato a Marina Lante della Rovere che come regista fece la sua opera prima e ultima, che scatenò il finimondo su tutti i giornali, ci fu un attacco mediatico senza possibilità di replica che investì tutto il settore e con l’acqua sporca si buttò pure il bambino, però i criteri clientelari non riguardavano solo l’art. 28, la stanza dei rubinetti era stracolma di personaggi vari e variegati, per cui dei film assolutamente mediocri che avevano avuto consistenti finanziamenti, venivano lanciati all’estero e in cui diventava importante chi riusciva ad avere questi finanziamenti e non sempre coincideva con la figura del produttore, c’erano un sacco di personaggi definiti mediatori d’affari che riuscivano a trovare la via giusta che quasi sempre era quella politica.

E’ chiaro che in questo contesto il beneficiario dei quattrini intanto si comprava una casa dopo un anno faceva un film con un produttore esecutivo che doveva anticipare i soldi, poi si vendeva la casa e restituiva l’importo( non sempre però è successo così, ma accompagnare i soldi con una speculazione immobiliare poteva anche salvaguardare il produttore rispetto ad eventuali perdite dovute al film) pero’ ci doveva essere anche un qualche dirigente di banca compiacente.

E veniamo ai tempi più recenti dove il Mibac è stato accusato dalle campagne giornalistiche de IL GIORNALE del padron Berlusconi, di sprecare fondi pubblici per fare dei film che non vede nessuno, quindi ultimamente anche il Mibac ha cambiato strategia e tende a finanziare i film che incassano (e che quindi non hanno bisogno di essere finanziati) perfino delle commedie così leggere che evaporano già in sala e dove l’interesse culturale non si capisce dove si sia nascosto… in qualche angolo buio, però cosi soldi tornano indietro.

Secondo me mentre il Mibac può continuare a esaminare i film per l’interesse culturale e per tutti gli adempimenti amministrativi relativi, i finanziamenti invece dovrebbero essere delocalizzati nel territorio allo scopo di creare un cinema territoriale, come? Si potrebbero fare delle commissioni decentrate nelle gradi città: Milano, Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria e Palermo, ristrette e composte da FILMAKERS e non da critici, che seguono il progetto dall’inizio alla fine cercando di valorizzarlo anche economicamente. Con questo tipo di concorrenzialità emergeranno le commissioni che lavorano meglio e che magari riescono ad attrarre le domande degli autori e a lanciare dei film culturalmente interessanti.

Si creano delle sinergie perché si possono inserire le film commission che potranno integrare i finanziamenti statali, qualche sponsor locale, la tax credit esterna di qualche investitore nel territorio, insomma potrebbe prendere piede un cinema che almeno riesce ad essere distribuito territorialmente.

 

5 – SIAMO CIRCONDATI

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NOI QUANDO CAMMINIAMO ANDIAMO VERSO UNA DIREZIONE MA SIAMO CIRCONDATI….

Dalle mafie,  IN PRIMIS QUELLE  politiche, dalla delinquenza anche finanziaria, dalla corruzione, dall’appropriazione indebita di beni pubblici, dalla truffa sistematica, dal degrado istituzionale, dall’imbroglio, (meno male che c’è Papa Bergoglio). Siamo cirocndti dai misfatti contro il bene comune, siamo circondati dall’ambiente, dagli incendi dei piromani, dalle discariche abusive, dagli allevamenti- lager di animali, dal sadismo sperimentale, dalla speculazione dei farmaci, dalle truffe agli anziani, dalle vessazioni burocratiche, da Equitalia, dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua del cielo, della terra, forse della luna, cos’è che ci manca nella distruzione del pianeta e nell’autodistruzione, eppure si sopravvive alle ingiustizie, alla violenza, alle vessazioni, alle umiliazioni, se questo è un uomo, la donna come sarà? Violenza in famiglia, pedofilia con allegria, che bel-brutt cinema da raccontare anche in periferia.

Nous sommes entourés,

par la mafia, par les politiques mafieux, y compris la délinquance financière, par la corruption, le détournement des biens publics, l’escroquerie systématique, la dégradation institutionnel, la duperie provenant de l’infractions contre le bien commun, de l’environnement, des pyromans qui détruisent les forets, par le dumping illégal, des fermes-lager des animaux, par le sadisme expérimental, la spéculation des médicaments, de la tromperie vers les vieux personnes, des vexations bureaucratiques de Equitalia, la pollution atmosphérique, l’air, l’eau, ciel, terre, de la lune peut-être, que c’est que nous manque dans la destruction de la planète, et dans notre autodestruction? Mais aussi on survit aux injustices, aux violences, aux vexations, aux humiliations, si cela c’est un homme, comme sera la femme? Elle supporte la violence familiale, la maltraitance des enfants avec de la joie, ce film maussade à dire, surtout dans les banlieuses.

CHE DOBBIAMO FARE PER POTER QUALCOSA COSTRUIRE SENZA ROVINARE? PERCHE’ TUTTO QUESTO DEGRADO, PERCHE’ SI INIZIA BENE E POI CI SI PERDE PER STRADA E SI DIVENTA IL PEGGIO CHE C’E’ COME SE LA RELIGIONE E LA SPIRITUALITA’ NON RIUSCISSERO A COMBINARE NIENTE E NON AVESSERO NESSUNA INFLUENZA NELLA VITA DELLE PERSONE…

 

 

 

 

 

1 – I PUNTI SALIENTI

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Se vogliamo difendere il cinema italiano indipendente da un possibile e quasi sistematico fallimento economico dei suoi produttori, dobbiamo con urgenza sviluppare dei punti da portare all’attenzione mediatica per salvare il salvabile.

Altrimenti fra qualche anno vedremo solo film giovani, carini e omologati e tanti autori disoccupati. La rete del cinema indipendente si è riunita all’Apollo il 14 maggio. Ecco quello che penso io per essere concreti ed aggredire i nodi:

  1. Abolire il Reference System. Quel sistema di punteggio per i progetti presentati al Mibac (Ministero Beni e Attività Culturali) che favorisce il finanziamento dei film solo dei soliti noti, anche perché si considera l’aver vinto solo pochi festival importanti e non in tutti i festival che ci sono in Italia e nel Mondo creando una discriminazione “classista” tra festival di serie A e festival di serie B, festival di serie C e quelli di serie D (Dilettanti), registi di Serie A e registi di serie B o C1, C2. Idee di serie A ecc. Ecco che si crea una gerarchia burocratica della peggio specie. Il Reference System è nato dalla Riforma del 2004 attuata per mezzo di decreti ministeriali, sotto la spinta dei poteri forti del cinema, i senatori della pellicola che volevano che si rispettasse una gerachia della visibilità (chi è più noto, chi è meno noto, chi non è noto o visto per niente) questo in origine per sconfiggere la tendenza che il Ministero aveva di finanziare con grosse cifre perfetti sconosciuti, i quali non riuscivano ad incassare neanche una minima parte di ciò che era stato speso, perché a quell’epoca si finanziavano totalmente pochi progetti e chi più conoscenze politiche e di varia natura, aveva, più riusciva, a questo proposito un gruppo di produttori (chiamiamoli così) grazie a queste conoscenze senza rischiare niente sono riusciti a fare un sacco di soldi alla faccia del bicarbonato di sodio, si davano miliardi senza vedere le potenzialità distributive di un progetto, mentre tanti altri progetti magari migliori, rimanevano fuori. Invece di dare poco a tanti in maniera che i produttori dovessero trovare la differenza, davano tanto a pochi (i privilegiati) da farli diventare ricchi a spese della comunità.
  2. Creare un circuito distributivo a capitale misto (Stato e privati) che sia remunerativo per il cinema indipendente, i festival non fanno guadagnare un euro, puntando invece sulle mono sale del centro storico che quindi possono passare con ritardo al Digitale. Tanti si inventano circuiti alternativi ma sono solo espedienti di lancio del loro film, il problema è che un sacco di film indipendenti non vengono visti e così la Rai o Mediaset non li comprano e il produttore che ha anticipato anche grazie, in certi casi al finanziamento pubblico, si trova con le braghe di tela e rimane esposto con le banche, entra facilmente per piccoli importi, nella centrale rischi e non piglia più nessun anticipo neanche se si mette in ginocchio e si frusta la schiena. La loro valorizzazione può passare anche attraverso una agenzia pubbblicitaria, una rivista online fatta dagli autori e un interesse mediatico, presupposti oggi come oggi per poter creare una confezione decente per vendere un prodotto di questo tipo altrimenti, si creano confezioni di serie b) o di serie c) scartate anche pregiudizialmente dal pubblico. Una rivista fatta da filmakers (italiani) per loro, che funga anche da scambio di esperienze, di annunci ecc. coinvolgendo tutti gli autori di cortometraggi e di documentari diventa fondamentale se vogliamo valorizzare adeguatamente queste risorse creative togliendole da un certo isolamento. Si dovrebbe potenziare una rete insomma!
  3. E qui passiamo a un aspetto un po’ delicato che non piace (per niente) ai doppiatori e cioè la regolamentazione della distribuzione dei film Usa (della serie o mangiano solo loro o mangiamo anche noi). Lo scambio ineguale con il cinema Usa vige da tanti anni. Oggi per poter imporre (a differenza degli anni 60) un film in Usa ci vogliono parecchi capitali ancora prima che delle idee nuove. “Con Sorrentino e Garrone il nostro cinema arranca negli Usa” dice Pedro Armocida in un articolo del 29/03/2013 su IL GIORNALE. Il film di Garrone, Reality, ha incassato 18.000 dollari e 144.000 dollari per il film di Sorrentino girato in Usa. E diciamola sta verità: ci sono troppi film made in Usa (circa 300 nelle nostre sale in un anno- se non sbaglio) che non danno la possibilità ai nostri film di essere “circuitati almeno in Italia” con grave danno economico. Se non incassano in Italia dove vuoi che vadano, a parte rare eccezioni, perché oggi i film prodotti sono tanti e ogni Paese promuove i loro.
  4. Il Mibac assegni solo l’interesse culturale, il visto censura ecc., mentre delle commissioni dentro a macroregioni diano il contributo statale che si coniuga con quello regionale e sponsorizzazioni varie locali. Si creerebbero delle sinergie. Commissioni a gettone presenti ad es. a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Palermo, Bari formate da autori di cinema in stand by. Così si creerebbe uno spirito di concorrenzialità e la Commissione che lavora meglio (che giudica seriamente i progetti) emerge e quindi i produttori sarebbero incentivati a girare in quei territori. Questi finanziamenti diretti non devono superare la metà del budget, l’altra metà può essere procacciata dal produttore con i suoi giri finanziari, ma anche dalla Tax Credit esterna perché cmq sono sempre dei privati che vengono coinvolti. Se poi un circuito distributivo efficiente remunera questi capitali si creerebbe di fatto un circolo virtuoso per il cinema piu’ libero e impegnato socialmente.

 

 

1 – IL FORUM DEL CINEMA INDIPENDENTE

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ll Forum del Cinema Indipendente che si è svolto il 14 maggio nello spazio dell’Apollo11 ha confermato molte delle aspettative che erano alla base dell’iniziativa. Più spazio al cinema dal basso.

Voci provenienti da vari settori e di diverse competenze sono riuscite a individuare e a confrontarsi sulle criticità del cinema italiano.

Giovani produttori e registi e operatori impegnati nello sviluppo dal basso dei loro progetti hanno misurato il loro malessere e le loro proposte con figure più navigate ed esperte che hanno condiviso molte delle istanze che erano oggetto del Forum.

Ne è scaturito un dibattito vivace e ricco di spunti, nel quale i docenti che condividono la piattaforma di proposte presentata da Rete Cinema e Territorio, hanno offerto il loro significativo contributo e hanno trasmesso l’importanza di inserire nei piani didattici anche l’insegnamento delle forme e del linguaggi provenienti dalla varie discipline.

Un elemento del tutto inedito in questo tipo di appuntamento soprattutto nel modo di approcciare la materia che riguarda la formazione del pubblico del futuro.
Com’era nella volontà degli organizzatori del Forum, il dibattito si è sviluppato non sulla base delle appartenenze alle sigle ma su quello più specifico delle proposte da porre sul tavolo comune del progetto culturale e imprenditoriale che riguarda il cinema.

Un’analisi ampia effettuata a “volo d’uccello” sui mali e sugli errori del passato ma soprattutto sui fattori di rilancio che vanno messi in azione.

Da questo punto di vista si è trattato di una tappa importante per dare vita a un organismo collegiale che deve servire a determinare i percorsi futuri all’interno delle relazioni tra le associazioni rappresentative e nel rapporto con le Istituzioni di riferimento.

L’auspicio e anche l’impegno che Roberto Perpignani ha definito come principale urgenza al termine dell’incontro è stato quello di prendere spunto dal modello adottato in questo Forum per comporre dei tavoli di lavoro, magari più strettamente tematici, in grado di far convergere progetti e proposte di riforma in un solido impianto condiviso.

C’è quindi da ritenere che nel breve periodo ci saranno ulteriori momenti di incontro e di elaborazione, nel segno, ci si augura, di un’intesa concreta e proficua tra tutti i soggetti che concorreranno al recupero di una dimensione più efficace e influente del nostro cinema in Italia e all’Estero.
Ci auguriamo infine che la vigorosa richiesta di maggiore collegialità e di nuovi metodi di confronto, più aperti e democratici, venga recepita anche da quelle entità che, come l’ANICA, hanno preferito disertare l’appuntamento.

Nei piani alti si ritiene ancora, ma è solo un’ipotesi, che la cultura verticistica, separata dalle reali dinamiche della società, possa ancora garantire canali privilegiati e mantenimento di un medievale dominio che tuttavia appare sempre più evanescente e autodistruttivo.
Una classe dirigente che si arrocca per tentare di proteggersi finisce col far crollare la torre per colpa del peso e dell’inerzia.
Uscire dai castelli e comunicare con gli altri è la ricetta più valida per tornare a crescere, a patto che questa crescita non riguardi soltanto i pochi, soliti eletti.

Forum Cinema Indipente

Sono Intervenuti al Forum (nell’ordine):
Viviana Girani (MOVEM – Presidi culturali), Elio Materazzo (MOVEM), Giorgio Valente (Il Labirinto), Raffaele Rivieccio (Formatore), Maurizio Molisani (Docente – Liceo Scientifico T. Gullace), Paola Populin (Produttrice), Michele Diomà (Prod. Indip.), Sebastian Maulucci (Regista), Renzo Rossellini (Produttore), Giorgiana Sabatini (Visioni Fuori Raccordo), Max Amato (Regista), Umberto Carretti (SLC-CGIL), Angelo Zaccone Teodosi (Pres. IsiCult), Claudio Gentile (Ogni Maledetta Domenica-RadioCittàAperta), Franco Montini (Giornalista, Pres. SNCCI), Michele Conforti (Regista, Pres. RTA), Alessandra Guarino (Docente CSC), Annamaria De Luca (Dirigente scolastico), Michele Pellegrini (100Autori), Roberto Perpignani (Montatore, Pres. FIDAC)

Guarda la sintesi degli interventi:

Parte 1

https://www.youtube.com/watch?v=wNlzIucrJ7k

Parte 2

https://www.youtube.com/watch?v=JnXi6jFr96Q

Parte 3

https://www.youtube.com/watch?v=W0YHnkI1rP0

uff. stampa

a cura di ginacarlo sartoretto

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3 – EQUITALIA E’ QUI…NOO!

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Che bello pagare le tasse! E’ un modo per evitare anche Equitalia, ma quella non la eviterai mai se le paghi perché c’è sempre qualcosa che dimentichi di pagare in meno e lei te lo ricorda.

Qualcuno si ricorda questa affermazione di TPS  Tommaso Padoa Schioppa ministro di Prodi e purtroppo deceduto qualche tempo fa. Pace all’anima sua.

Un commento che ha suscitato scalpore in un Paese notoriamente di furbi come quello italiano. Tant’è che la gente ha avuto una reazione istericamente contraria:

-Ma pagale te!

Berlusconi il portavoce dei paraculi ci ha fatto pure una campagna politica contro, la chiamava la rivolta fiscale, e i commercialisti senz’anima ricevono fior di quattrini (costano più loro che le tasse da pagare) per eludere l’imposizione fiscale e non cadere nelle tante trappole della complicazione fiscale. Imposizione significa imposta, che non è il luogo fisico dove si va a pagare, ma qualcosa a cui non si può sfuggire. Tommaso Padoa Schioppa voleva provocare? Aprire una breccia sul fronte della scaltrezza italica? Probabilmente non voleva più essere il ragioniere di Prodi, era la seconda sparata mediatica in due giorni dopo quella dei bamboccioni, segno di un bisogno di autoreferenzialità.

Tutti indistintamente, ricchi e poveri, sono incazzati quando devono pagare le tasse anche se ci fosse uno stato etico che attrae tutte le energie vitali di un popolo, perché i soldi sono destinati secondo loro, ai parassiti politicanti e loro seguaci dalla faccia di tolla che rubano soldi allo Stato senza ritegno: lavori pubblici falsamente necessari, sprechi a iosa per crearsi la propria clientela o addirittura ai mafiosi con gli appalti.

Il pagamento di tasse e imposte ha un terminale statale che si chiama Equitalia, la parte più avanzata dell’Ufficio delle Entrate, è un’organizzazione il cui scopo è garantire (se ci pensiamo bene) le risorse ai politici che devono spadroneggiare nella penisola con le loro auto blu. Ma è così, no è peggio, ed Equitalia diventa agli occhi degli Italiani un mostro che divora con le sue fauci enormi tutto ciò che proviene dal mondo produttivo.

Liberiamoci di Equitalia prima che lei si liberi di noi.

E’ la quinta notifica di Equitalia che ricevo nel 2013 (una al mese) per un giorno di ritado nei versamenti irpef 2007, per un pagamento F24 2006, risultato leggermente insufficiente, per una multa del 2004 non notificata e questo capita se cambi casa o se sei in affitto e cambi qualche indirizzo: e alla fine una innocua multa per aver superato di 10 km/h i limiti di velocità, si tramuta nel tempo in un mostro pieno di notificazioni, sovraprezzi, ed indirizzi passati di multe prese a mia insaputa . E poi ancora cartelle pazze per pagamenti già onorati. Potrò godere di una bella giornata di sole passeggiando nella luce del mattino senza che una triste figura in motorino o in macchina (ambasciator non porta pena) ti dica laconicamente: ho qualcosa per lei da farle firmare. Mai un pacco dono. Ma un pacco si, anzi una busta verde con su scritto Equitalia. La giornata è rovinata, dalla tranquillità passo all’arrabbiatura e quindi al furore, mi immagino che vado lì e spacco tutto e invece poi mi viene una sorta di rassegnazione con riduzione di energia: soffro come se avessi preso una pugnalata. Una pugnalata al mese

 

 

 

1 – I COCCI NEL CINEMA

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I COCCI (COMMISSIONE CULTURA COMUNISTI ITALIANI) INTRODUZIONE AL DISCORSO SULLA PRODUZIONE INDIPENDENTE

 

Questo era un documento del ’99 che un gruppo di autori cinematografici, tra cui il sottoscritto, avevano cercato di portare all’attenzione della Commissione Cultura del Parlamento per il tramite del PDCI, ma l’operazione non e’ riuscita, i problemi sono sempre gli stessi, le varie associazioni degli autori in questi anni non hanno fatto un beneamato cavolo, sono state fallimentari e la situazione è notevolmente peggiorata, molti autori indipendenti hanno dovuto chiudere la loro piccola società o si trovano in difficoltà col credito bancario, perchè la politica di settore non deve essere dominata dall’inciucio e dal mefitico gioco delle parti. Il cinema indipedente in cocci.

cocci cocci cocci cocci cocci

 

Sono anni e anni, dal dopo guerra che viviamo e sopportiamo la colonizzazione americana, ed oggi più che mai con la globalizzazione imperante la cultura americana fa da padrona. Eppure non vogliamo solo schierarci contro, sarebbe troppo facile.

Vogliamo invece chiederci e chiedervi perché l’Italia di fine millennio vive in ogni campo culturale, ormai solo sul passato?

Sarà vero che non ci sono più talenti e pensatori? Se non qualche raro esempio emerso più per caso fortuito o meno che sia.

Proprio in questi giorni si è svolta la Fiera del libro, ma a parte i classici e sempre quei rari casi, chi viene oggi pubblicato deve aver almeno ucciso la moglie, evirato l’amante o essere l’amante del presidente, così la casa editrice calcola in base alle apparizioni televisive del neo-scrittore quanti libri venderà.

Oggi viviamo nella società dello spettacolo, si giustifica l’operazione, altrimenti non si vende. Nessuno obbietta che l’immagine si crea, ed è tempo che lo si faccia sui contenuti sfatando l’ormai convinzione di massa che chi appare nei media, sia anche il migliore e perciò in grado di fare e dire il meglio in ogni campo.

Il dato più preoccupante è che la cultura del prodotto come ideologia omologante del mercato ha portato a trasformare gli artisti e gli intellettuali in uomini e donne in carriera sconvolgendo la regola fondamentale che entrambi hanno ragione di esistere se hanno ancora qualcosa di vivo da dire.

Assistiamo ad un progressivo impoverimento culturale dove una classe trasversale domina tutti i campi del sapere e dell’arte e si difende con tutte le proprie forze o meglio subdole alleanze dagli attacchi di possibili nuovi talenti.

Talenti che si possono trovare su scritti inediti, in piccoli teatri, su Cd fuori dal mercato e in sceneggiature che mai nessuno produrrà. E vogliamo proprio arrivare là, alla produzione indipendente.

COCCI Commissione Cultura Comunisti Italiani

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS – caplo XII°

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L’HOMO DEMOCRISTIANUS – Oggi il mercato della politica cresce vorticosamente all’interno della complessità del sociale, costituisce un luogo con propri tracciati obbligatori da frequentare quasi per necessità, ma ricolmo anche di contorsionismi che rischiano di risucchiare gli ultimi fremiti di libertà, gli ultimi aneliti di semplicità dentro a dei labirinti sempre più disorientanti e dispersivi.

La stessa organizzazione sociale richiede da parte dei cittadini una capacità considerevole di capire e di differenziare i fenomeni anche per la persistenza e la molteplicità di più ruoli che gli stessi cittadini sono costretti ad assumere, pur trovandosi in concomitanza di una riduzione di complessità derivata dai fattori omologatori che percorrono interi comportamenti diffusi.

Lo stato d’altra parte nella sua organizzazione burocratica diventa vieppiù labirintico, tortuoso nei suoi percorsi accidentati che la gente deve seguire, anche se afferma quotidianamente di voler semplificare le procedure.

Ma il labirinto fa parte dell’architettura sociale creata dall’homo democristianus: più lui cerca di fare il furbo usando scorciatoie, piegando traiettorie rettilinee per i suoi contorti scopi che solo per gli altri sono indecifrabili, più dietro di sè deve seminare depistaggi che generano altri intrecci e questo per confondere e rimestare le acque torbide e nella confusione attuare meglio i suoi scopi, far passare i suoi progetti, ottenere vantaggi per sè e i suoi protetti.

Ecco che allora in cambio del voto lui crea stretti interstizi attraverso i quali far passare i suoi clienti che così camminano più speditamente senza il pericolo della fila e dei posti esauriti, per effetto di queste e di altre facilitazioni l’homo democristianus si diffonde come la gramigna, si amplifica, col passa parola e quando alza la voce non lo fa per rivendicare diritti, ma per inscenare un coro di lai che smette subito tra strizzatine d’occhi appena riceve l’obolo.

Si guarda soddisfatto attorniato dai suoi accoliti che si rimettono a piangere raccogliendo la commozione pubblica rappresentata da un caporete e intanto intascano la solidarietà interessata, si intrattengono tra di loro sottovoce per meglio sfruttare qualche vantaggio, socializzano il loro falso dolore, si rivolgono al pubblico sollecitando la loro compassione, ma appena qualcuno si gira per andarsene gli rubano il portafoglio o cercano di farlo inciampare perché nella confusione possono toglierglielo meglio. Si servono di macchinazioni, piccoli imbrogli, raggiri, in quell’arte di arrangiarsi per tirare a vivere come se fossimo in una guerra perenne.

Usando la distorsione nella legge, nelle regole sociali, si vive la norma non come una prescrizione che ordina, ma come un insieme di parole che hanno un significato “alterabile”. Invece di agire speditamente con una certa prevedibilità dettata dalla norma, l’homo democristianus agisce con tutta una serie di altri codici: “come cercare di non pagare un debito” chiede Strepsiade al filosofo Socrate, “insegnami i sofismi per eludere il dovere”. (Aristofane, Le Nuvole).

Il pensiero non deve servire per elevarsi nello spirito, ma essere piuttosto un marchingegno per sottrarsi ad un impegno. La macchinazione è una concentrazione di pensiero “obliquo” che investe le leggi e le psicologie delle persone ad opera di un attore – colui che compie l’intrigo – da solo o con l’aiuto di altri, finalizzato alla produzione di un vantaggio, più spesso uno svantaggio all’avversario o rivale; viene molto usato anche in politica e l’homo democristianus ne è uno specialista, perché ci prova piacere, come modo per occupare la sua mente, tenerla desta e attiva usando ogni tipo di perfidia che sfida il demoniaco, instillando nella vittima grossi e a volte fatali turbamenti. A chi non viene in mente la cattiveria di Jago?

La truffa è un addentellato delle macchinazioni e sfrutta l’ingenuità, la credulità, più spesso uno stato di necessità. Il truffatore si presenta con un’aria di perbenismo e quindi fa colpo indossando vestiti eleganti che denotano una condizione di superiorità economica, ma anche di classe, ci sono poi attori più mediocri dai vestiti andanti che fanno breccia per una certa spontaneità comunicativa e “amicizia”, ma non devono avere una faccia troppo segnata che li tradirebbe.

Entrambi dimostrano attenzione psicologica, freddezza dissimulata, abilità comunicativa capace di misurare ogni attimo della situazione controllandone tutte le sue pieghe e risvolti fino a quando la vittima designata è indotta a fidarsi colpita dalla dabbenaggine e dalla cortesia esibita da persone di buoni principi “morali”: “sempre più rare da trovarsi al giorno d’oggi” e difatti non lo sono e lo scopriranno con un senso di pena e disagio per essere stati gabbati da una facile messinscena.

Per chi è abituato al fasullo sfugge al vero. Il truffatore gioca sul falso-vero rendendolo “autentico”, è allenato ad approfittarne di ogni situazione, sfrutta stati d’animo altrui col massimo distacco controllando la propria emotività che potrebbe tradirlo, riesce ad entrare nelle grazie delle persone usando i trucchi del mestiere e approfittando delle mancanze sentimentali, emotive prepara il mangime fino a quando il pollo becca e abbocca e se a volte il gioco si fa duro diventa “durone” incallito, fino a quando la trappola scatta e il fessacchiotto entra nella gabbia come un topo affamato.

Anche in politica l’intrigo ha un alto indice di gradimento, si trova soprattutto nel bisogno di carrierismo, nei servizi segreti come modus operandi talmente sottile da sembrare un gioco di specchi che si rifrangono in scintillii talmente veloci da non riuscire a fissarli con gli occhi, e quando l’immagine comincia ad essere chiara si raccolgono i cocci di una frantumazione subita.

Il dossier è lo strumento principe per squalificare un rivale o per ricattare un avversario, si indaga nella vita privata di chi si vuol colpire trovando sempre qualche lato debole. Più i documenti costituiscono prove, più si inchioda l’avversario, ci si può basare anche su illazioni che però non hanno lo stesso potere o su persone che possono testimoniare inventandosi qualcosa di più di ciò che è successo, ma naturalmente dovranno essere “lavorate” e adeguatamente unte.

Più spesso il dossier serve semplicemente a rendere espliciti tutta una serie di fatti realmente avvenuti e quindi oggettivi che riguardano un uomo di potere il quale ha interesse a rimuoverli e nasconderli. La compilazione di dossier in proprio può diventare perfino una attività lucrosa se uno ha la mania della ricerca negli archivi, perché l’uomo potente ha interesse a comprarli per non avere un danno d’immagine, ma se la “roba” scotta, la situazione si può complicare fino al punto che qualche volta il dossier sparisce insieme a chi l’ha compilato e ciò accade quando si scoprono magagne pericolose che indeboliscono il personaggio pubblico, anche se il dossier viene facilmente fotocopiato e nascosto in una cassetta di sicurezza, tanto da scatenare ricerche spasmodiche da parte degli interessati o dagli inquirenti come capita in parecchi film.

Chi poi è arrivato al potere tramite grossi traffici è più facilmente ricattabile, perché i molti vantaggi che ha acquisito non sono mai di pubblico dominio.

Ma un dossier può semplicemente mettere in evidenza cariche di potere, ovvero conflitti di interesse palesi in capo ad una unica persona, tenuti nascosti e allora è sufficiente che il documento diventi fonte d’informazione per una testata giornalistica disposta a pagare o che lo riceve in maniera anonima.

In entrambi i casi può scatenarsi una tempesta o peggio un ciclone che si abbatte sull’uomo politico, a meno che questi, attraverso la sua rete di informatori riesca a saperlo per tempo e cerchi di neutralizzarlo mettendosi d’accordo ovvero far sparire il giornalista. Il mercato dei ricatti è florido e circola in tutti i poteri, ma soprattutto è molto quotato in politica. Per ottenere qualcosa bisogna usare il linguaggio trasversale del ricatto; si dice e non si dice, si minaccia velatamente, si avverte discretamente, allora il gioco si fa duro, i piedi si appesantiscono, il corpo si irrigidisce, la tensione sale, alla fine lo stress consuma ma qualcuno paga e qualcuno altro indaga.

Il dossier diventa uno strumento di pressione, il suo artefice può giocare su più staffe, diventare infido, magari la stessa informazione la cede a più persone o magari non restituisce i documenti completi, archivia in proprio altre prove documentali, per tessere i fili d’un gioco che ritorna a farsi duro e qualcuno ci rimette le penne, quando ritorna tutto trafelato e stressato alla macchina la trova in panne, cerca di metterla in moto, ci riprova ancora e quella salta in aria.

Contro il dossier si redigono delle memorie difensive, soprattutto se c’è un attacco di stampa o un’azione giudiziaria.

Quindi l’uomo politico dai grandi traffici cerca di neutralizzare possibili documenti compromettenti in mano ad estranei di cui venga a conoscenza con accordi anche molto costosi quando si trovi di fronte ad un potente che li possiede. Glielo fa intendere attraverso un linguaggio allusivo e velato se chi detiene i documenti si trovi in posizione d’inferiorità, non c’è però una garanzia assoluta che tutte le carte siano in quel dossier e onde evitare strascichi o spiacevoli incidenti il dossierista debole farebbe meglio invece di ricattare direttamente l’uomo potente a diventare una fonte non citabile del giornalista chiedendo in ambio un lauto compenso, in questo caso dovrà usare una strategia: avvicina il giornalista interessato senza insospettirlo di un possibile doppio gioco per cui questi può diventare uno strumento inconsapevole di una manovra che non conosce, un altro pericolo è derivato dal fatto che il giornalista sia nel libro paga dell’uomo potente, mentre proporlo direttamente all’uomo potente può diventare un gioco molto pericoloso se non si hanno le spalle coperte, soprattutto se sono coinvolte mafie internazionali che hanno sicari al loro servizio o gli stessi servizi segreti.

Chi non ha niente da temere dal dossier e non fa niente per neutralizzarlo si trova comunque in una situazione di incertezza, alla mercé di qualcuno prima che possa eventualmente difendersi e discolparsi, anche perché non può redigere un memoriale preventivo basandosi sulle chiacchiere o sulla fuga di notizie. Homo democristianus.