1 – PIU’ MERCATO E MENO STATO

IL MERCATO DELLE IMMAGINI Mi sono chiesto tante volte se le informazioni le fanno le agenzie di stampa o i giornali, se ci pensiamo bene, i giornali sono dei semplici ripetitori, diffusori, ma chi informa sono le agenzie di stampa.

Allora a cosa servono i giornali? A dare un po’ di colore, a differenziare l’impostazione della notizia. L’altro ieri c’era questo titolo: “Risorse per cinema e cultura. In arrivo fondi e agevolazioni.” Lo stesso trafiletto di 11 righe compariva su LA NUOVA VENEZIA, IL PICCOLO DI TRIESTE, IL TIRRENO, ma anche su LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, MESSAGERO VENETO, LA NUOVA SARDEGNA, LA TRIBUNA DI TREVISO e l’articoletto finiva sempre col nome di Riccardo Tozzi, eppoi IL MATTINO DI PADOVA, IL CENTRO, IL GIORNALE, IL CORRIERE DELLE ALPI, LA GAZZETTA DEL SUD, LA CITTA’ DI SALERNO, IL TRENTINO, IL GIORNALE DI VICENZA. Se non è omologazione questa! Il giornale LA SICILIA almeno presenta una piccola variazione sull’articolo e allora cosa SERVONO QUINTALI DI GIORNALI se ripetono la stessa cosa come dei pappagalli.

Ritornando all’articolo si parla del ripristino delle tante agognate agevolazioni fiscali che costituiscono un motore fondamentale per lo sviluppo del cinema indipendente territoriale e in specie il Tax Credit esterno.

A parte i neo-liberisti che non capiscono niente di mercato ed esprimono invece dogmaticamente l’ideologia del medesimo, il Tax Credit esterno l’anno scorso è stata richiesto per 79 film italiani, (almeno credo che siano tutti italiani ma non ci potrei giurare) questo vuol dire che ci sono stati finanziamenti privati per 79 progetti, un grande successo per la produzione italiana, questo significa inoltre che per ogni 100.000 mila euro investiti sui film il privato può avere una agevolazione fiscale pari a 40.000 euro.

Prima del Tax Credit se ti rivolgevi ai finanziatori ti facevano condizioni da cravattari, perchè ti dicevano che il cinema è troppo rischioso, forse di più che spacciare droga, difatti sono molti i privati che vorrebbero che tu gli restituisca dopo 6 mesi 150.000 euro, dei 100.000 che ti hanno prestato.

Vai a spiegargli  pure  in greco che il ciclo produttivo di un film è di almeno due anni se va tutto bene e che non possono pretendere di raddoppiare i loro soldi in meno di un anno eppure il capitale finanziario non ha più niente di umano, ti puoi consolare appunto che a quelle richieste solo spacciando stupefacenti puoi dargli i soldi che ti chiedono.

Questa ormai è diventata la finanza: una associazione pressochè a delinquere con tassi di resa del capitale prestato che è a livello di semplice ladrocinio, per cui ben venga questa agevolazione che permette di far entrare capitali privati nei film italiani. Però ci sono quelli che dicono: “nessun finanziamento pubblico al cinema”!.

Va bene, ma allora bisogna mettere un tetto ai film americani, o mangiano solo loro o mangiamo anche noi, voi dovete fargli concorrenza ti replicano, ecco una altra idiozia neoliberista, se i mercati sono in mano a loro ormai da decenni e siccome sono tanti e possono investire per ogni film milioni e milioni di euro, come facciamo fargli concorrenza se i nostri film costano 2-3 milioni di euro? Un’idea la ebbe un certo Rossetto di Forza Italia qualche anno fa.

Mettetevi insieme, fate un consorzio, invece di fare 10 film da 3 milioni di euro, fatene uno da trenta milioni di euro, non mettendo insieme pezzi di dieci film, ma producendone pochi ad alto costo e facendoli girare come i film americani, sembrava facile, sembrava semplice, ma chi decide quale film bisognava produrre assieme?

Ognuno voleva produrre il suo e lo reputava migliore degli altri anche come sceneggiatura, ma un unico film americano può costare quanto 150 film italiani, saranno anche spettacolari per carità ma non c’è nessuna possibilità di vincere in un mercato così strutturato.

Fino a 30-40 anni fa anche gli Italiani producevano i film tipo Supermen, (si scrive comesi legge) chi non si ricorda Italo Martinenghi, che ci fece molti soldi perché c’erano tanti film che costavano poco e gli effetti speciali erano fatti in economia, da tanti lustri quel mercato non c’è più è nettamente più oneroso e specializzato e strutturato verso budget altissimi CHE PUO’ FARE SOLO CHI HA TUTTO IL MERCATO MONDIALE CHE DOMINA e non solo certe fette. E’ un mercato chiuso ai film medi e piccoli e parla solo inglese. Vogliamo fare i film in inglese anche noi?

 

1 – IL CINEMA ITALIANO

Sta bene o male il cinema italiano? Si chiede Fulvia Caprara su LA STAMPA. Vediamo alcuni dati: nel 2012 si sono prodotti ben 166 film (curioso che i registi di successo dicono che se ne producono al massimo 60 e che bisogna produrne di più).

SONO 166 I FILM PRODOTTI NEL 2012 tenendo conto delle coproduzioni (intorno alla trentina) sono ben 130 i film prodotti italiani, (ricordatevelo Verdone, Lucchetti, Tornatore) sono 130, 130, 130.

Però gli incassi calano, nel 2012 hanno registrato un – 7.95%, circa 608 milioni, diminuiscono anche gli spettatori da 101 milioni a 91 milioni, ben 10 milioni. Ci sono 6139 imprese cinematografiche (un settore quindi molto consistente), ma solo 95 hanno più di 50 dipendenti e ben 3803, più della metà, non hanno dipendenti, se non quando girano il film e quindi per molto tempo dell’anno e degli  anni sono disattivate. Sempre dall’art. della Caprara, l’ad della Rai  Del Brocco ci dice che per migliorare la situazione servono certezze come il tax credit, un progetto culturale di largo respiro , la volontà politica di sconfiggere la pirateria e la spinta a puntare su storie popolari che trattino temi sociali.

Purtroppo alla Rai – prosegue Del Brocco – c’è una evasione di 600 milioni del canone e questo ci impedisce di aumentare gli investimenti, ma anche perché la lobby dei giornalisti è molto potente(questo lo dico io). Però aggiungerei, c’è anche tanta partitocrazia che condiziona l’approvazione dei progetti, devi essere sempre mandato da un partito, come la mettiamo caro Del Brocco, se lei è lì è perché è stato messo da qualcuno e a questo qualcuno deve rispondere o mi sbaglio?

Per quanto riguarda le sale gli impianti diminuiscono passando da 1166 del 2011 ai 1062 del 2012, ma aumentano gli schermi, dai 3092 del 2011 ai 3239 del 2012, mentre aumentano le sale più piccole, più piccole sono, più spettatori diversi possono catturare, anche se nei  Multiplex quando il film è di successo lo trasmettono in più sale che è una cosa scorretta, mentre la digitalizzazione degli impianti che favorisce l’aumento delle proiezioni evento, è solo al 60%, la media europea è del 70%.

Continua il declino dell’home video dal 2006 mentre cresce il numero di film proposti dalle Tv generaliste: da 3791 (di cui 1243 italiani – del 30% del 2011), ai 3967 (di cui 1385 italiani) del 2012, raramente in prima serata. Le Tv trasmettono troppi film americani assecondando il mercato cinematografico.

 

 

1 – FILM COMMISSION, CINETURISMO, DECENTRAMENTO

IL CINEMA TERRITORIALE PUNTA SUL CINETURISMO E IL DECENTRAMENTO DELLE RISORSE

Il cinema hollywoodiano parte dal centro del mondo per penetrare in tutti i territori di fruizione del prodotto filmico, quindi  per andare anche verso i multiplex italiani di periferia, in effetti il cinema Usa miete successi soprattutto nelle periferie, vuoi per la sua spettacolarità, vuoi per la maggiore facilità di impatto visivo, vuoi per la ricchezza delle scenografie e delle inquadrature, vuoi per le storie che creano miti ed eroi, il pubblico vede molto di più il cinema americano che quello italiano, i film italiani annoiano dice qualche spettatore filoamericano: c’hanno questo modo di raccontare un po’ intellettualistico che la gente si addormenta facilmente.

Sarà vero? Ma nelle periferie DEL CINEMA NAZIONALE esistono anche  le film Commission REGIONALI  che dovrebbero valorizzare il cinema nostrano, cinema che rimane lontano dalla stragrande maggioranza dei  giovani quasi tutti filoamericani. Le Film Commission finanziano anche  le fiction che vengono trasmesse in Tv .

A mio parere  dovrebbero essere al centro di un disegno strategico di promozione di un cinema territoriale dove il Mibac non finanzia più i singoli progetti (peraltro dando pochi soldi) ma al suo posto dovrebbero prendere forma delle commissioni estese nelle mega regioni.

Una tesi che ho già sviluppato in altri articoli, cioè il Mibac dovrebbe svolgere solo funzioni relative alla richiesta di interesse culturale, al visto censura e a tutto lo sviluppo burocratico di un film mentre per i finanziamenti dovrebbero esserci delle commissioni delocalizzate: Milano, Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo improntate al principio della concorrenzialità tra loro:  chi lavora meglio attrae più progetti in quel territorio,  cioè se i progetti vengono selezionati in base al principio della meritocrazia e non per protezioni politiche faranno si che alcune commissioni siano considerate migliori di altre e attirino più domande e poi se fossero in sinergia appunto con le Film Commission e i finanziamenti  locali grazie anche al tax credit esterno, che assume una grande importanza per chiudere i cosiddetti “pacchetti”, si creerebbero dei film che quantomeno potrebbero cmq avere un loro pubblico locale e soprattutto la possibilità di far vedere luoghi turistici, il fenomeno del cineturismo, da lanciare, sarebbero film a low budget di carattere indipendente che però sono il frutto di un investimento sul territorio di  risorse private e risorse pubbliche, un mix fruttuoso in grado di svolgere anche una funzione di traino culturale valorizzando luoghi e linguaggi che altrimenti rischierebbero di andare perduti o dimenticati, naturalmente non si vuole adesso costringere a recitare in dialetto stretto.

Da un punto di vista produttivo poi trovando le necessarie coperture a livello locale sarà più facile coprire i costi e tentare, se il film ha un certo successo territoriale, il lancio nazionale e in qualche caso internazionale.

E quindi la possibilità di valorizzare meglio tanti prototipi. Le fiction invece essendo un prodotto televisivo dovrebbero essere pagate dalle Tv perché non esaltano lo spirito indipendente, naturalmente le film commission possono valutare anche se finanziarle, ma ritengo che prioritariamente gli investimenti debbano andare al cinema.

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XVI°

VERSO LA NUOVA ERA DELL’HOMO DEMOCRATICUS EX (PI)DIESSINUS 

Riuscirà l’homo democraticus ex (pi)diessinus ad essere “migliore” dell’homo democristianus o sarà anch’esso costretto in una logica di potere feudale?

Per evitarlo, esso dovrà agire considerando almeno tre ambiti:

1) il sistema di ricambio e di controllo democratico delle élite al potere;

2) il partito che non occupi le istituzioni inserendo propri uomini fidati e manovrabili e non costruisca reti di potere per soffocare, imprigionare l’innovazione, il cambiamento, agevolando invece processi di burocratizzazione, ma determini lo sviluppo d’una società civile;

3) la spartizione evitando il più possibile il manuale Cencelli che favorisce solo una trasversalità mangereccia.

Se l’homo democristianus appare ormai in decadenza come animale protopolitico della Prima Repubblica, vero vampiro della ricchezza sociale, anche perché sono cambiate le condizioni politiche attuali (la necessità del risanamento del bilancio pubblico, l’Europa ecc.) che costringono a riformulare nuove pratiche di potere non ancora completamente brevettate, esiste il pericolo concreto di ricadere nel vecchio stile, per cui la classe politica di oggi cerca di darsi nuove regole di conduzione degli affari, mentre i trasformisti, che non sono pochi, desiderano intensamente di continuare ad insinuarsi nei meandri di potere rimanovrando utili fili.

Ma l’uomo Democraticus ex (Pi)diessinuns sembra meglio interpretare i bisogni attuali, spinge verso una maggiore moralità pubblica anche le frange moderate che in passato si erano colluse col vecchio homo democristianus, il quale ormai si aggira in tutti i partiti un po’ disorientato, rilanciando la sua filosofia tra le quinte, non ci tiene a farsi riconoscere facilmente, solo gli altri non lo confondono quando attivamente persegue il suo scopo attraverso il solito atteggiamento ambiguo, ma oggi la “doppiezza” è molto più comprensibile d’un tempo e occorre essere almeno “tripli” per riuscire a portare in porto manovre più difficoltose. Comunque è necessario distinguere, per non fare di tutta l’erba il fascio, i machiavellismi, i labirinti della politica e in genere tutto ciò che scaturisce dall’abilità personale, (una dote che si conquista con la dedizione, lo studio, l’approfondimento, la conoscenza) dalla tradizionale ambiguità furbesca che ha tutti i connotati caratteristici della foresta. La furbizia è tipica dell’uomo senza scrupoli, l’abilità è caratteristica dell’uomo scrupoloso.

L’homo Democraticus ex (pi)diessinus ha a suo vantaggio una maggiore attenzione alla cultura, più classica che innovativa, al progresso inteso a volte però in maniera astratta, come accumulazione di conquiste umane.

E’ però la cultura intesa come attività “gratuita” di elevazione sociale a mantenere desto lo spirito d’un paese, talvolta essa sfocia nella “controcultura” almeno nei periodi di contestazione sociale, quest’ultima molto più provocatoria, estrema ed effimera o nella cultura alternativa in cui si attua una frattura con quella ufficiale diventata accademica. Il pericolo è che la cultura scada a puro prodotto, a pubblicità anche se progresso per lanciare il made in Italy da esportare, così si istituzionalizza e si sclerotizza, invece di conseguire e valorizzare quelle “differenze” che meglio rappresentano le autoconsapevolezze marginali ma utili a racchiudere la coscienza di un sè collettivo e comunque accumulando nuovi e originali apporti da aggiungere come ricchezza al deposito storico, nuovi e originali apporti che meglio definiscono una identità nazionale e locale, rappresentative dell’intero gruppo sociale, quindi nuovi e originali apporti che arricchiscono e vitalizzano lo stesso deposito storico.

Progresso inteso come tendenza a migliorare le condizioni sociali, economiche ed ecologiche.

Civiltà come elevazione sociale, qualità della vita, delle relazioni umane.

Questi tre elementi sono strettamente intrecciati: se si mantiene o aumenta la cultura, si mantiene o aumenta la cultura “viva”, si mantiene e aumenta il progresso che a sua volta fa preservare o aumentare la civiltà, che si riversa nella cultura come circolo virtuoso. Se al contrario la cultura si ossifica nel più bieco tradizionalismo, il progresso diventa oggetto di fede “teistico” senza alcuna corrispondenza con la realtà e la civiltà si svuota in un formalismo gretto e pomposo, i tre elementi si mummificano con conseguenze deleterie per la società che invecchia precocemente.

Di fronte, l’homo Democraticus si trova l’eterno capitalismo dato per morto defunto da tanti crisologi marxisti, ma che dimostra almeno sette vite se non altro perché si rigenera in forme sempre nuove dalle sue presunte ceneri, pur conservando dei connotati di fondo ampiamente visibili anche se tende a diventare immateriale, quel capitalismo sempre più selvaggio avendo in odio i vincoli normativi, anarchico (nel senso che il profitto rifiuta certe gerarchie) familistico, e questo basta aprire i giornali per capirlo, aristocratico (nella trasmissione dei beni).

Il capitalismo – lo sanno anche i bambini – è poco democratico nel senso che non rispetta i valori di “meritocrazia” ma quelli di posizione, non vuole condizioni eguali di partenza, ama il privilegio e quando si mette in politica tende ad usare la massima machiavellica del fine che giustifica i mezzi non sempre legali. Il capitalista troppo scrupoloso non fa molta strada mentre può dimostrarsi “mafioso” quando cerca la protezione politica (il vero protezionismo). Le lotte tra capitalisti sono furibonde, senza esclusione di colpi per la supremazia del territorio-mercato, mentre il capitalismo nella sua sintesi di mediazione dei capitalismi parziali, marcia verso il centro come pratica politica di mediazione di interessi.

In tempi passati l’homo democristianus era un suo fedele servo, pronto a inchinarsi di fronte al dispiegamento della sua potenza e nell’atto di farlo cercava di vedere dove il ricco capitalista nascondeva la chiave del forziere. Servo, però non della gleba, lo compiaceva in tutti i suoi bisogni di sicurezza, ma cercava quando poteva, tramite il concetto di bene pubblico, utile ai fini personali, di sottrargli qualche risorsa e quando c’era uno scontro, un conflitto di interessi col mondo del lavoro, mediava, ma nei momenti di pericolo, di burrasca per le istituzioni indebolite dalle rivendicazioni salariali selvagge, virava bruscamente nella sua grande rotta, anche perché lì aveva sempre la speranza quanto meno di spilluzzicare, piluccare, spizzicare gli avanzi. Se l’homo democristianus militava dall’altra parte rischiava di essere costretto ad andare a lavorare perdendo la sua posizione di parassita principe, caporete ecc.. Quindi parteggiava sempre per chi aveva la ricchezza e reggeva lo stato.

L’homo democraticus invece dovrebbe creare un “contrappeso” allo strapotere economico del capitale tentando di incanalarlo dentro i tre elementi di cui sopra, sottraendolo dal binario molto più praticato degli altri tre “valori” parecchio in auge: denaro, successo, potere. E’ vero che il capitalismo conserva una “cultura” industriale, considera il progresso come fonte di innovazione economica, vero cuore della produttività, ma fondamentalmente si regge sulla parte più conservatrice se non retriva della società e nel suo tendere al globalismo alimenta altresì tendenze razziste e asociali (non però quando queste creano un danno di immagine).

Ad essere magnanimi si può dire che il capitalismo costituisca un male necessario per la sua dinamicità “rivoluzionaria” rispetto alle società arcaiche e al feudalesimo del sottosviluppo, una tale dinamicità è anche responsabile nell’accelerare i processi di distruzione ecologica del pianeta e di incrementare l’alienazione sociale, di sfruttamento minorile ecc. ecc. Quindi come tale dovrà essere “indirizzato” verso scopi socialmente utili dalla politica, nonostante la sua natura selvaggia non si faccia addomesticare facilmente. Il capitalismo indirizzato deve agevolare un benessere diffuso a livello interplanetario prima di poter parlare, grazie alle nuove tecnologie (senza che ciò costituisca una specie di avvenierismo meccanicistico) di un possibile superamento, attualmente impossibile. Anche una contrapposizione di tipo localistico non è in grado per sua natura di arrestare il processo di globalizzazione, che significa però anche socializzazione diffusa, facilitando l’avvicinamento culturale tra popoli e nazioni e la possibilità conseguente di mondializzare i problemi dello sviluppo e dei suoi limiti, mentre le nuove tecnologie inseriscono i “particolarismi locali” in una rete mondiale. D’altra parte almeno per molti decenni ancora, non esistono vere alternative: il comunismo era partito bene per diventare un monstrum burocratico che fagogita ogni cambiamento, fino a ridursi a pauroso scheletro in grado di partorire personaggi orrorifici alla Ciausescu, (una mummia fasciata dall’ottusità che continuava a parlare di produzione di chicchi di grano nei villaggi, mentre sopra la sua testa la gente si rivoltava chiedendo vita nuova, autonomia e libertà). Questo succede perché una classe politica ossificata, distante dal paese reale, veniva eletta a simbolo di una finta unità risultando inamovibile dentro una rete di rapporti dittatoriali che comprimevano la società civile tiranneggiandola. Le nuove cariatidi reggevano palazzi d’oro innalzati a simbolo della loro potenza di “comunisti” corrotti.

Si costruiscono templi officiando un rito trito ed amorfo, allo scopo di rinverdire miti imbalsamati e arteriosclerotici che un tempo si connettevano con l’ideologia della liberazione, quasi subito trasformata in prassi dell’ibernazione. Forse il grande freddo ha fatto congelare troppe menti e l’arroganza del potere ha generato un sistema mafioso “rosso”. Questo per dire che la mafia si trova dappertutto e si alimenta come uno sciacallo del cadavere di una società regredita, degradata, immobilizzata, ecc., ecc., ecc.. E’ anche vero che in Russia oggi con la libertà di mercato a dominare è un’altra mafia (o forse la stessa) che si impadronisce degli aborti, quelli chiusi nella teca delle speranze illuse e deluse, per cui le libertà, (quelle vere) sembrano interstizi invisibili nelle ampie distese dei deserti. In tutto ciò l’unica possibilità reale per conservare il minimo di democrazia necessario a dare impeto ed energia alla vita sociale – il regime agisce come un diserbante che rende la terra arida – è il ricambio come ad esempio negli Usa. Se almeno ogni otto anni non si effettuasse tale ricambio, la cacca avrebbe completamente invaso i corridoi della White House, immaginiamoci il livello che ha raggiunto da noi per effetto dell’inamovibilità storica dell’homo democristianus. Grazie al ricatto della paura del comunismo certi politici sono rimasti nelle stanze del potere interi decenni cedendo in fine il loro posto ad accoliti affaristi, (l’ esercito di cavallette che ha vissuto all’ombra dei cavalli di razza) lanciati maestosamente al trotto, i quali hanno calpestato grandi distese distruggendo i molti semi della libertà: meglio ladri che comunisti, meglio delinquenti che rossi, meglio assassini perché gli altri mangiano bambini. Era questo il livello di coscienza nazional-popolare a cui la nazione è stata costretta covando al suo interno nidi infiniti di serpi. Così nei grandi campi è cresciuta la gramigna, ciò che restava diventava un magna-magna e adesso ci lamentiamo dei leader secessionisti di campagna.

 

1 – LA PIRATERIA I SOLDI CI PORTA VIA

Soldi soldi soldi saldi solidi.  Marco Polillo presidente di Confindustria Cultura Italia (cci) ci dice a proposito della pirateria in rete, che non ha nessuna intenzione di ridurre la rete, o violare la privacy degli internauti, né staccare la connessione a chi si scambia file online, non vuole alcuna forma di censura né filtri, ma colpire chi ci guadagna con i film di cui non è proprietario.

Giustamente perché si appropria dei diritti che non ha pagato, il suo è un ragionamento un po’ machiavellico rispetto a coloro  ( i massimalisti della rete) che non vogliono intrusioni di qualsiasi natura, ma ci sta, perché certi intellettuali da strapazzo hanno rilanciato, dicendo che non si può limitare la rete con l’attività antipirateria.

Quindi Polillo riafferma che noi siamo con la rete e per la rete, solo che..c’è un che, che la condivisione deve riguardare materiale non coperto da copyright (t’è capi). Ma arrivano in massa i pirati teutonici, noo, noi dobbiamo condivvidere qualziasi coza non ci interezzano i diritti di chi e coza. Wir willen, noi vogliamo condividere gratis anche i contenuti a pagamento!Cazzo!. Polillo sembra assorbire la botta e replica: va bene, tutta la condivisione che volete, però, però, noi (istituzionali) dobbiamo colpire quelli che si arricchiscono indebitamente.

Colpire quelli,  per i pirati vuol dire ridurre drasticamente i film in rete, sind sie file catzen e quindi per noi piraten ist una jattura. Ma no, noi non vogliamo colpire il singolo pirata, replica paziente Polillo, che lo fa per se, ma solo chi lo fa con caratteristiche imprenditoriali.

Qual è il compromesso politico di tutti questi ragionamenti: Che su Internet può girare tutto quello che si vuole, però se io proprietario di diritti vedo un mio film piratato, ho il diritto che questo venga, cancellato mentre gli altri (anche se piratati- ma nessuno fa la denuncia( sono morti) – possono girare liberamente )Risulta essere un compromesso un po al ribasso per gli autori.

La rete sarà sempre infestata di prodotti piratati e perché la rete dovrebbe pagare un mio film, devo avere qualcosa di eccezionale per cui la gente lo deve vedere a tutti i costi.

Anche la Siae (IL Sole 24 Ore del 30.5.2013) vuole poter dire la sua (però è da troppo tempo che parla senza aggiungere niente) cmq vuole proporre una nuova procedura di Notice And Take Down che consiste nel coinvolgere l’ Agcom ad intervenir suoi contenuti diffusi illegittimamente sui siti, allo scopo di una loro rimozione in poco tempo e coinvolgendo anche siti collocati all’estero.

Ce la farà a concludere qualcosa la Siae oltre alle chiacchiere negli alberghi di lusso con grandissime paghe ai loro dirigenti? Per me le chiacchiere stanno a zero.

Ancora IL SOLE 24 ORE intitola 30/5/2013: UN FRENO AI PARASSITI ONLINE in cui Fedele Confalonieri lancia l’accusa contro gli operatori di oltreoceano che sfruttano contenuti altrui.

Un freno ai parassiti on line, cioè Mediaset chiede un risarcimento di 500 milioni di euro contro You Tube – You Lader, Tribunale di Roma, nell’ambito della convergenza tra Tv e Internet per la ricerca di soluzioni concrete, perché secondo Confalonieri c’è stato un drenaggio ingente di risorse dai produttori di contenuti ai beneficiari delle tecnologie d’oltreoceano e alle loro rendite parassitarie di internet.

Questa è una accusa grave, vuol dire in sostanza che solo gli Usa fanno soldi con Internet e noi non ci guadagniamo un cazzo, altro che investimenti come dicono i beati politicanti dell’Anica, qui non si raccoglie un euro con Internet, essendo noi la provincia dell’impero, i soldi si fanno in centro.

Andiamo oltre, e da un punto di vista giuridico che si dice? Emilio Tosi parla di inadeguatezza normativa del contrasto alla pirateria digitale, si parla della responsabilità degli Internet Hosting Provider che secondo alcuni non ci dovrebbero essere, vedi direttiva CE 31/2000, CI VUOLE UNA ARMONIZZAZIONE ORIZZONTALE A LIVELLO COMUNITARIO DELLE PROCEDURE DI NOTICE AND ACTION PERCHE’ OGNI PAESE UE NON VADA PER CONTO SUO.

In definitiva l’Agcom non deve avere una sola funzione regolamentare e di vigilanza, ma anche essere ordinatorio, accertativo e sanzionatorio, solo che la legge è debole e non ben definita, per cui l’Agcom manca di poteri sanzionatori, in altri termini il livello normativo non permette di lavorare molto per bloccare la pirateria, quindi alla fine ha ragione Polillo: “facciamo un compromesso ma molto blando senza limitare la rete, per carita!”.

In questo contesto è impossibile (secondo me) che qualcuno paghi per vedere un film in rete, visto che ne vede di tutti i tipi gratis a meno che noi avessimo fatto un film impiratabile (in straming) in cui in primo piano riprendiamo una attrice di Hollywood di grande fama che si faccia sodomizzare direttamente in macchina. Non dico il nome per rispetto. E allora se cercheranno spasmodicamente quel film al punto da non dormirci la notte, e non sarà stato piratato per vederlo anche male, allora e solo allora qualcuno pagherà senza se e senza ma anche con la carta di credito on line per soddisfare la sua curiosità. La cosa naturalmente vale anche al maschile.

 

 

1 – LA SACHER FILM CHIUDE/2

Secondo Pedro Armocida (Il Giornale) è un tipo di cinema quello distribuito dalla Sacher Film, che non sopporta il mercato o forse un mercato che non sopporta un certo cinema, “chiuso” ormai dalle 7 Sorelle Usa e dai 2 circuiti italiani.

Insomma se il prodotto attira poca attenzione bisognerebbe fare uno sforzo promozionale, ma il rischio è che si spenda e non si incassi.

Il problema è che si ridisegnano una mappa di sale sempre più periferiche il cui pubblico esige contenuti spettacolari mentre quelle del Centro Storico secondo l’articolista potrebbero attrarre film “d’essai”. Ma non è così perché anche in centro storico si tende a far vedere gli stessi film delle Multisale: “già ci viene poca gente – ti dice il gestore – se non metti quelli “famosi”, cioè quelli altamente spettacolari, non ci viene più nessuno”

Ecco perché riprendendo Gianni Canova su 8 ½ LA COMUNICAZIONE E IL MARKETING SERVIREBBERO DI PIU’ per questi film diciamo più svantaggiati, ma i costi dovrebbero essere divisi tra tanti film da distribuire per essere contenuti, cioè una promozione su scala industriale. Però giustamente dice il nostro Pedro che anche lo spettatore dovrebbe essere un tantino più curioso. Quando si abbassa il clima culturale-ideologico diventa più difficoltoso catturare l’attenzione del pubblico sempre più oggetto della concorrenza feroce di svariati media che se lo contendono.

 

1 – LA SACHER FILM CHIUDE

E’ di questi giorni la notizia che anche la SACHER FILM  (LA DISTRIBUZIONE CINEMATOGRAFICA DI NANNI MORETTI) chiude.

Evidentemente il cinema di qualità avrebbe bisogno di più attenzione mediatica, ma non ci sono più gli uffici stampa di una volta, adesso c’è una catena di montaggio industriale dei film, di loro si parla solo una settimana prima che escano e se il soggetto funziona anche per circostanze relative al presente, come le mode, le chiacchiere in, i miti del momento, il film può incassare altrimenti no.

Però per i film iraniani, cecoslovacchi e bulgari c’è qualche problema più evidente: il film dovrebbe essere importante da vedere per un argomento che è essenziale nel panorama della nostra vita culturale di oggi, il problema è che se non c’è questo panorama tutto rimane sottotraccia o altrimenti ci dovrebbe essere un buon ufficio stampa che si inventa qualcosa pur che se ne parli e che quindi fa scrivere i giornalisti suscitando una certa curiosità magari adoperando anche argomenti scandalistici o di basso profilo, altrimenti vista la tanta offerta filmica la domanda, (il pubblico) si posizionerà sui film considerati + “mitici”.

Come dice il famoso regista Sodebergh dopo l’11 settembre la gente vuol evadere dalla propria realtà asfittica considerata spesso un carcere a cielo aperto e rifiuta quel film + profondo e anche più intellettuale perché tanto la realtà confina gli intellettuali nell’accademia.

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XV°

L’homo democristianus riesce ad accumulare molte ricchezze – dipende comunque dal livello in cui opera, ma può rimanere vittima di sfortunate coincidenze del caso nel corso degli accadimenti ed essere coinvolto in frane e smottamenti scivolando nella miseria temporanea e gli capita a volte di espiare per altri le colpe che non ha, senza farsi nemmeno pagare (capita che uno a pagamento si addossi le colpe di un personaggio molto in vista e vada in galera per lui).

Sfrutta la religiosità popolare e tutte le credenze in genere legate alla tradizione per schermirsi e operare facendo del “bene” a se stesso e dando agli altri lo stretto necessario, evita la generosità, ma anche l’avarizia, può talvolta nel corso delle sue vicende rimanere vittima di qualche senso di colpa che lo fa diventare testimone di Jeova, pentito per come si è condotto fino a quel momento cercando di trasformarsi in uomo virtuoso che aiuta il prossimo. Normalmente quando agisce nelle sue piene facoltà non represse da scrupoli morali o religiosi si pone al di fuori da qualsiasi rettitudine con arroganza impunita, doppiezza comportamentale, meschinità assoluta, volgarità relativa, bassezza d’intenti, volendo permanere al di sopra o in parte, comunque al di fuori della norma, usa l’arte ricattatoria attraverso una comunicatività densa di significati traversi.

Chi subisce suo malgrado la presenza dell’homo democristianus tende facilmente al turpiloquio come reazione ad un linguaggio falsamente elegante che nasconde molte insidie e in tutti i modi cerca di liberarsene, ma se è costretto a fare tresca con lui dovrà per forza fare buon viso, sperando che duri poco, come una puntura che non faccia male.

L’homo democristianus ha un rapporto strumentale con la legalità che è un principio a cui sottostare per convenienza, ma altrettanto non rispettare per un altro tipo di convenienza, che diventa una questione di immagine, di facciata, mentre dietro lavora per i suoi scopi al di là di qualsiasi proporzionalità tra mezzi e fini e se occorre non importandogli di norme, disposizioni e regole, per questo costituisce un centro d’attrazione e di diffusione d’una prassi alternativa e di facile presa su un ceto pubblico corrompibile.

Bisogna però distinguere nel perseguimento della legalità tra chi usa la norma in maniera trasversale per alimentare i suoi interessi egoistici e “volgari” o quelli di una rete clientelare, da chi invece non la rispetta in quanto indotto da una ricerca di sperimentazione sociale, da esigenze utopistiche, idealistiche, perché nonostante il reato in cui finisce per incappare, la buona fede “evolutiva”, la ricerca d’un cambiamento sociale, il farlo per gli altri pur sbagliando nei metodi e nei mezzi, inducono a una maggiore indulgenza. Anche se molto spesso i ladri e i corrotti usano strumentalmente attraverso le loro amicizie, ignari giovani come elementi sacrificali dell’opinione pubblica, gettati in pasto per sollecitare un bisogno di ordine e continuare a passare inosservati mentre imbrogliano pacificamente.

Qualcuno dice che troppa libertà dà alla testa, meglio governarla dall’alto (la libertà) qualcun altro approfitta di quella libertà “illimitata” per rubare al suo prossimo, affrancato da ogni e qualsiasi autorità, per poi dire pubblicamente che la gente comune, le masse devono essere tenute sotto briglia altrimenti ne approfittano.

Proprio per questo nel corso del tempo l’homo democristianus conserva una sua patente di homo deliquens, ma a differenza dell’individuo rivoluzionario che ha commesso reati e che paga ipotecando il suo futuro, rimane lungamente impunito in una situazione di protezione e di franchigia, salvo ogni tanto cadere in disgrazia e pagare magari le colpe di tanti altri che rimangono così “coperti”.

Concludendo questo capitolo senza scadere nel lamento funebre, epicedio, treno, della democrazia politica – anche per rispetto di chi ha cercato di contrastare questo malcostume – possiamo ironizzare alterando una massima dello stato hobbesiano: homo – homini – Lupis.

Da piccolo, negli anni ‘60 vedevo alla Tv un certo on. Lupis, socialdemocratico, in voga nel periodo, la sua faccia mi spaventava tantissimo anche se mi pare, non lo confidavo a nessuno. E’ forse da lì che ho cominciato ad avere un rapporto negativo col mondo adulto e la vecchiaia. Quella faccia assomigliava proprio al muso d’un lupo con le orecchie lunghe seppur vestita in giacca e cravatta, ciò non di meno turbava le mie notti, mi sembrava di vedere uno di quei telefilm di Alfred Hitchcock che proprio in quel periodo davano in Tv da impressionare tantissimo, alimentandomi una sorta di paura che sconfinava nel terrore, anche perché il volto, il nome (Lupis) mi riconducevano all’immaginario favolistico dell’orco, del lupo che mangia bambini, dell’animale feroce della foresta, certo non pensavo che la politica facesse altrettanto, ma quella faccia segnò il mio approccio con la realtà politica e quando veniva intervistato in Tv, la sua espressione, gli occhi luccicanti, forse arrossati (eravamo in bianco-nero) magari per la stanchezza di riunioni notturne, mi inducevano a fantasie tenebrose, me lo immaginavo metà umano e metà animale come certe figure della mitologia, sta di fatto che per una evidente seppure ingenua associazioni di immagini – che ne sarebbe stato del mio cuore se l’avessi incontrato tutto solo di notte – il termine socialdemocratico mi amplificava a dismisura la paura, quasi da sentirmi agnello o preda, istintivamente indietreggiando alla ricerca di protezioni familiari Forse che i socialdemocratici nella mia fantasia sono rimasti metà uomini e metà bestie? Ma cosa c’entra tutto questo con l’homo democristianus? C’entra, c’entra!

E per concludere parliamo un poco del significato di “protezione”: dai tempi antichissimi gli uomini vogliono proteggersi dalle forze malefiche, dagli spiriti malvagi invocando lo stregone del villaggio, successivamente il fenomeno religioso cristiano ha continuato con questa pratica di protezione attraverso l’uso dei santi, ancora oggi ogni santo difende una categoria professionale, noi poi sentiamo il bisogno di proteggere le persone più deboli, soprattutto i bambini. Il processo da fenomeno religioso filogenetico investe anche il campo del lavoro e dell’economia: la protezione del capo che permette alla persona di far carriera, la protezione politica, di un potente. Fino almeno alla fine del ‘700 si usava quando si cambiava città avere delle lettere di raccomandazione scritte dal proprio protettore, nelle società aristocratiche era normale averlo anche per iniziare qualsiasi attività sia economica che culturale, lo stesso Molière quando venne attaccato violentemente per le sue pièce irriverenti si salvò per la protezione del re concessa soprattutto perché il padre dell’autore aveva prestato servizio alla corte. Ma questi tipi di protezione fanno parte di quella che si chiama necessità di vita, in un mondo crudele che la nega ad ogni istante. Per cui la ricerca di protezione corrisponde ad un istinto primario, un bisogno vitale e si inserisce nel desiderio di sicurezza e autoconservazione dei soggetti. Ma cercare protezione nella sfera della libertà vuol dire rinunciare ad una propria indipendenza e nella sfera economica degli “affari” VUOL DIRE ACQUISIRE UNA SORTA DI IMPUNITA’ che nella malavita ha il significato di continuare a svolgere la propria attività illecita pagando il pizzo al “potere” o meglio nei territori dominati dalla malavita svolgere la propria attività economica pagando una “tassa” a chi controllando un territorio protegge gli “affari”.

 

2 – FELIPE DELGADO di Jaime Saenz

FELIPE DELGADO di Jaime Saenz Un giovane uomo corre per la città piovosa di La Paz. Suo padre dottore è in fin di vita. Incontra un vecchio, un tipo misterioso, il quale fa la cacca proprio davanti alla porta del dottore pulendosi le dita nel muro bianco con noncuranza e in sua presenza.

E’ un incontro gravido di conseguenze, il padre muore e la stessa famiglia si dissolve in poco tempo.

Era già morta la madre quando lui era nato, ora la zia voleva chiudersi in convento mentre lo zio fratello di sua madre – un tipo eccentrico – si ritirerà sull’altopiano non prima però di avergli presentato una specie di stregone indios di cultura aymara che diventerà suo amico e lo accompagnerà per il resto della sua vita, predicendogli anche quando questa cesserà.

Felipe, il nome del giovane, aveva nel frattempo ereditato tutto, liquida l’attività del padre e in poco tempo dissipa tutto ciò che questi aveva accumulato, rivede ancora il vecchio che per lui è diventato una specie di visione, di fantasma, la cui comparsa è foriera di qualche accadimento speciale nel bene e nel male.

Fa conoscenza di personaggi un po’ strampalati, un po’ ubriaconi, un po’ poeti che frequentano una vecchia cantina di La Paz regno degli “aparapita”- manovali, portatori di pesi secondo una tradizione autoctona e che vivono ai margini della società – in un giorno in cui al padrone della cantina era morta la nipotina, la cui bara giaceva in loco sopra un catafalco.

Una bevuta “lugubre” con i migliori liquori offerti da Felipe, fece da funerale.

Poi si susseguono altre situazioni surreali, spia un tipo folle come Prudencio, s’innamora di sua moglie Ramona, con lei ha un rapporto tempestoso, lei lo punge in certe sue debolezze, forse che lui non la ama a sufficienza? Ma l’improvviso epilogo di una grave malattia la porterà prematuramente alla morte provocando in Felipe un dolore duraturo.

Non bisogna solo parlare della morte….la morte viene…e sconvolge. La realtà distrugge ogni pensiero. La storia ambientata negli anni ’30 è infarcita di discorsi filosofici sottoforma di pensieri del protagonista, sulla vita e sulla morte e come fece dire Ugo Foscolo a Jacopo Ortis: “non avremo salute mai? Ah se gli uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero si vilmente” così Felipe incarna il mito romantico: la passione che trabocca dalla vita, che porta a sua volta al delirio e alla follia.

Le azioni sono poche, la morte del padre, la scomparsa della famiglia, i ricordi dell’infanzia e poi la cantina con tutti gli eccessi, l’incontro con Ramona, il mare, le visioni, le scorribande notturne e infine ….in una notte di luna piena.

L’autore boliviano JAIME SAENZ

L’autore boliviano JAIME SAENZ DECEDUTO NELL’86 è considerato un grande scrittore in patria, da noi è pressoché sconosciuto e pubblicato da un piccolo editore come CROCETTI, molti suoi libri famosi non sono stati tradotti.

FELIPE DELGADO di Jaime Saenz , Crocetti Ed.

 

3 – ANEMONE, BALDINI E BLANDINI

ANEMONE, BALDINI, BLANDINI

Sono indagati, il primo è un appaltatore, il secondo un dirigente statale, il terzo un ex dirigente pubblico, attuale direttore della Siae.

Li lega le vicende giudiziarie che vanno sotto il nome di CRICCA, un sistema di potere basato sulla corruzione. Blandini in quando dirigente del Mibac competente a finanziare i film, amico di Baldini, lo ha favorito nell’attività del figlio attore che grazie ai suoi buoni uffici era riuscito a convogliare su alcuni progetti filmici il benestare del Mibac.

Si tratta di capire se Blandini all’epoca un potente direttore generale, abbia per mezzo del Ministero, concesso un prestito agevolato alla produzione in cui lavorava Balducci figlio (quindi niente di male) o abbia fatto finanziare questi progetti di interesse culturale con una sessione in cui c’erano altri partecipanti.

Nel secondo caso la scelta effettuata dal Ministero sarebbe in pregiudizio degli altri partecipanti alla sessione e quindi viziata da raccomandazione assoluta in danno degli esclusi.

Sempre in caso di sentenza di 1° grado di colpevolezza, coloro che hanno partecipato alla stessa sessione per ottenere il contributo sul finanziamento pubblico e siano stati esclusi, hanno subito un danno e una penalizzazione e possono rivolgersi al Tar o cmq chiedere un risarcimento uguale al finanziamento che avrebbero potuto prendere se non ci fosse stato l’alterazione del giudizio.

 

4 – L’ORDA E IL LORDO

L’orda dei comunisti infestanti (e sono tanti)

ha messo piede sull’antico suol di Piazza Maggiore o dei Signori –

un giorno sarà ribattezzata Piazza dei Poareti –

e ha conquistato direttamente il luogo sacro della politica cittadina

tra lo sconcerto dei gentiluomini d’arme d’antica schiatta,

e cavalieri e leghisti che ora si ritrovano con i volti si ben tristi e la testa matta.

E mesto è lui, il Gentil avvocato che da Treviso l’hanno,

in qualche posto mandato.

L’opposition non gli si addice per uno che è stato tanto vice,

ma l’unico uom che verità abbia dato al comun mortal di poco aspetto

che esalta il Gentilin dal cuore diretto e ancora si dice

ei solo lice, ei solo puote, ei solo perfetto.

Perché il pericoloso comunista extracomunitario,

da sempre maledice.

E invece finalmente Treviso senza duce,

deleghizzata, degentilinizzata, dopo 19anni di domin assoluto,

ritorna ad esser un posto evoluto,

dove il nuovo che avanza si chiama Manildo

ed è dolce realtà di Treviso beltà.

Ma il vecchio di passata speme

si trova lordo d’acrimonia per il ridotto tiro,

il suo peso politico al netto della tara antica

si ri-duce alquanto nella città avita,

leghizzata, sicurizzata all’estremo,

da lui sceriffo tutto scemo

e anche goffo che nella ingenua credulità

dovea mandar dentro il gaglioffo

come util gesto che rassicura il Trevigian di superior virilità

che invece rimane fuori in libertà.

E ora concludiam con Manildo,

finalmente il nuovo che avanza,

speriamo che non si fermi presto.

 

 

 

2 – ANTONELLA ROSSO – FIABE POPOLARI TREVIGIANE

FIABE – Le ho trovate interessanti perché si ripercorre in forma di documento le antiche tradizioni della cultura popolare e contadina trevigiana che sta sparendo per effetto della diffusione della televisione, mentre prima esisteva e resisteva una cultura orale tramandata da tantissime generazioni che si esprimeva soprattutto in quei momenti di condivisione che risultavano essere i filò.

Si tenevano nella stalla e mentre gli uomini riparavano gli attrezzi e le donne filavano e cucivano c’erano anche momenti di gioco a carte e di racconti orali di storie di streghe, di fiabe, novelle comiche, barzellette, scioglilingua.

Però il libro avrebbe dovuto essere rivisto per il pubblico e magari anche eliminare qualche errore marchiano: Baco Imbriagon dovrebbe avere l’accento di Bacò un vino molto diffuso nell’epoca, poi si ha una certa difficoltà di lettura dei termini con la lettera S che non è distinta dalla x di raixe e mancante di doppie per cui certi passaggi del racconto orale trascritto senza modifiche risultano difficoltosi, bisognava fare delle modifiche per renderli più leggibili aggiungendo magari delle note, anche la traduzione in italiano è piuttosto elementare piena di anacoluti e di frasi involute con traduzione troppo alla lettera, ci sono incongruenze, insomma dovevano essere rivisti meglio i racconti per rendere più piacevole la lettura, mentre gli accenti aiutano bene la lettura delle parole. Difatti ho scoperto poi che era una tesi di laurea che doveva essere adattata per la lettura.

Antonella Rosso – Fiabe Popolari Trevigiane Ed. Cierre 2007

 

2 – A PROPOSITO DI CLASSE OPERAIA E NATURA

A proposito di Classe Operaia e Natura –

Se un tempo il marxismo aveva designato la classe operaia come destinataria di un processo di liberazione (teoria e prassi)per cui lo sviluppo economico e sociale avrebbero portato questa classe al massimo sviluppo (e vediamo che questa teoria è diventata realtà: mai come oggi l’operaio consuma come un borghese e ha il figlio dottore), d’altra parte però il processo di emancipazione-egemonia non è ancora diffuso e tutto rimane nel limbo delle previsioni storiche.

Se noi ragioniamo in altri termini e sostituiamo alla Classe Operaia, LA NATURA, vedremo che tutte quelle teorie marxiste si dimostrano valide, ma non più per la classe operaia ma per l’ambiente:

Ecco alcuni spunti di riflessione:

– innanzitutto le teorie liberali nate nel ‘600-‘700 e sviluppate nell”800 erano la coscienza filosofica di un capitalismo in espansione in cui la natura era sconfinata e tutta da sfruttare: parlavano di libera concorrenza dentro a spazi infiniti,oggi non è più così e l’attuale neoliberismo è solo ideologia del mercato in mancanza di mercato;

– tutti quelli che pensano che la storia abbia un senso e una direzione sono confermati dai limiti della natura, la direzione della storia (cultura) non può infrangere le leggi della natura; e questo per dire che la storia ha un senso e anche un dissenso in questo suo procedere verso lo sviluppo dell’umanità dando ragione quindi anche al marxismo e al suo determinismo seppure non così meccanicistico;

-le contraddizioni primarie e secondarie tra sviluppo economico e sfruttamento della natura e i limiti al processo di sviluppo, ma anche vincoli rispetto ad una libertà totale dell’economia e del mercato. Tutte cose che fanno capire come oggi il liberismo sia morto e defunto ma che venga riattivato come ideologia del mercato che è solo in mano a clan o a camorre politiche.

 

 

2 – CINEMA, PROPAGANDA, IMPEGNO, EVASIONE.

Il cinema tra le due guerre è stato “usato” come propaganda politica per il potere, però il cinema è anche impegno politico al di fuori del potere, cosi’ come può essere disimpegno, non   cesso, ma evasione, che non è la stessa cosa ma ma quasi…

Negli anni 30-40 al cinema era demandata anche una funzione di propaganda che significava in ultima analisi manipolare le coscienze, allo scopo di asservirle, però ormai oggi gli studiosi hanno constatato che l’influenza della propaganda non è così “totalizzante” e procede più a livello esteriore tramite comportamenti consumistici di miti meno potenti di quelli tradizionali, ma che si rinnovano continuamente rimanendo solo delle mode passeggere e degli atteggiamenti, un certo divismo, che nutre questi miti.

Qualcuno in passato pensava che bastasse creare un involucro cinematografico dentro il quale mettere tutte le idee per cambiare il mondo, ma questo cinema è stato definito più “reazionario” che “rivoluzionario”; nel contrasto dialettico tra forma e contenuto apparivano più innovativi certi film in cui l’immagine, non servendo un becero realismo politico, cercava forme espressive autonome, anche se poi il popolo aveva bisogno del melodramma strappalacrime per sognare ed evadere dalla realtà spesso connotata di grigiore e conformismo e contemporaneamente anestetizzarsi la mente dai problemi del “quotidiano dei lavoratori”.

La polemica tra realismo politico e astrattismo c’è anche nella pittura e segna un momento di rottura nella cultura politica del Partito Comunista degli anni’50.

Assistiamo poi all’invasione dei fotoromanzi, dei fumetti in cui si esaltano determinati valori piccolo-borghesi, e a qualcuno era venuto in mente di creare fotoromanzi o fumetti “proletari” e di fronte a una televisione “manipolatrice” come quella incentrata sul gossip, la stessa sinistra non ha a suo tempo creato televisioni alternative.

Così il cinema è stato spogliato da queste sue funzioni sociali di cambiamento dell’universo simbolico per svolgere funzioni più contenute, di evasione dal quotidiano lavorativo da una parte, e un cinema più impegnato e d’essai dall’altra. Queste due modalità di fruizione del prodotto attualmente si dividono il mercato: Non è tanto il cinema che crea opinioni ma è al contrario l’opinione della gente che “vuole” un certo cinema.

La gente vuole delle storie – talvolta desidera solo divertirsi anche in maniera grossolana – ma anche delle “geografie” incontaminate, rispetto ad es. agli anni ’70 in cui il cinema rispecchiando un bisogno di cambiamento sociale, almeno giovanile, si nutriva di sperimentazione, spesso incentrato sulla non-storia, sul cinema nel cinema, per tutti c’è un film famoso come “Effetto Notte”. In ultima analisi nel presente funzionano meno i film metaforici, didattici con il loro realismo contaminato dalle idee dell’autore, simbolici. Oggi “la Montagna Sacra” non avrebbe incassato come negli anni ’70 in cui spopolavano i libri di Carlos Castaneda che si incentravao sulla riscoperta dei simboli primigeni.

Oggi siamo ormai nel regno del dominio della pubblicità, è la pubblicità che ti permette di “piazzare una idea” e il budget diventa fondamentale per il lancio d’un prodotto culturale, ci sono alternative come il cinema indipendente, ma per quello americano il basso costo si aggira su 5-6 milioni di euro, come il documentario, però se non si spende in PROMOZIONE si rischia l’invisibilità. L’impegno purtroppo non piace a tanti 

 

2 – CINEMA, NATURA, CULTURA

Dai tempi di Shakespeare l’arte regge lo specchio alla natura, vi riflette, l’immagine ha bisogno della natura per acquisire senso, ma può anche manipolarla, farla apparire quale non è, magari in uno stato molto migliore di quello che è.

L’immagine fa parte dell’arte di manipolare e il cinema è soprattutto immagine, anche la Tv è immagine, ma nettamente più seriale….

La cultura intesa come attività dell’uomo in movimento,  pur affondando le radici nella natura,  riesce a distrugge la stessa natura da cui l’uomo è creato, ha il potere di modificarla, di depotenziarla, di addomesticarla.

Molti anni fa il Berlusconi costruttore diceva che bisognava diffondere l’idea di casa-giardino in tutto il pianeta, mentre i grandi parchi potevano accogliere gli animali selvatici (da vedere) pagando un biglietto. Il modello di “Milano 3” era da esportare nel mondo anche se costituiva il massimo dell’antropizzazione. Questa visione della natura contaminata da fogne, appartiene a un modello economico capitalistico in cui vige il principio secondo il quale occorre distruggere per costruire e alimentare il circuito della valorizzazione. Anche in un film documentario sull’american life di una ventina d’anni fa, un celebre cantante rock, il lieder dei Talkin Heads, il regista di questo documentario, mostrava come per gli americani un prato, un appezzamento, un campo siano inutili, ci vedono sempre qualcosa da costruire sopra.

La tendenza affaristica distruttrice che si nutre culturalmente anche del concetto di progresso considera il territorio come terreno in cui coltivare speculazioni più che un bene pubblico da gestire per il benessere collettivo, in questo caso per poter ripristinare con la nostra cultura un minimo di natura.

Per fortuna c’è della gente considerata “ipersensibile” o “neoromantica” che occupa alberi per non farli tagliare, (è il caso del bosco di sequoia), vuole un maggior rispetto per il paesaggio non solo per la salute, ma anche per la bellezza, considera le costruzioni quadratiche d’oggi, affiancate a quelle vecchie e antiche, brutte di per sé. E questo conflitto di visioni fa parte di una dialettica talvolta negativa sempre più difficile da gestire politicamente.

Il cinema certo non ha la forza né la pretesa di trasformare la realtà, non è soggetto di cambiamento sociale, semplicemente pone all’attenzione attraverso la sensibilità degli autori, problematiche ambientali come nei documentari in cui si riprendono territori ancora intatti, abitati da pinguini o da uccelli migratori, ovvero lo scontro di una persona soprattutto in certi lungometraggi, contro multinazionali senza scrupoli. Aumenta anche l’interesse per l’etologia (Lorenz e la scoperta di vari linguaggi) infine abbiamo avuto anche qualche film in cui la natura viene considerata in termini di utopia ecologista come ad es. IL PIANETA VERDE di Coline Serraut.

Sostanzialmente però l’economia la fa ancora da padrone e tanti sono quelli che considerano legittimi i posti di lavoro prodotti dall’economia inquinante, poiché i problemi della disoccupazione, la sconfitta della penuria, l’antidoto farmacologico contro la solitudine “industriale”che significa aumento della medicalizzazione sociale, sono i problemi dominanti, e poi l’ecologia che appare un po’ sofisticata, snob.

Però negli ultimi 20 anni la questione ambientale cresce, non proprio come coscienza, bensì come necessità: la prima nube tossica a Seveso fino al recente inquinamento del fiume Sacco attraversando inquinamenti chimici come ad es. quelli perpetrati da una multinazionale in India, l’uso dissennato di risorse, fa capire che ci deve essere un limite allo sfruttamento dell’ambiente perché alla lunga genera danni irreversibili difficilmente quantificabili se ad es. non si razionalizzano i consumi (privilegiando non i consumi individuali ma bensì i consumi collettivi) e non si limitano i costi sociali dell’economia privata o neoliberista.

C’è bisogno quindi di una difesa politica e sociale dell’ambiente in una fase storica in cui la natura non è più quella di mille anni fa: negli ultimi 20 – 30 anni sono nate forze politiche, sono cresciute associazioni a difesa della difesa della vita selvaggia (W.W.F., Greenpeace, Legambiente,ecc.)