1 – UN CIRCUITO DISTRIBUTIVO PER IL CINEMA INDIPENDENTE

La mia idea è che ci voglia un CIRCUITO distributivo che si appoggi ad almeno 200-300 sale, quelle dei cinema del centro storico, poi quelle sale associate ai cineclub, che devono avere un marchio inequivocabile: qui si distribuisce solo prodotto italiano e qualche film africano.

Si può ripetere l’esperienza del circuito comunale veneziano, questo significa che a livello nazionale il film sta solo un giorno in un cinema e poi circola nelle altre 300 sale ritornando alla prima sala dopo un certo tempo, magari un mese, con una rotazione continua e per un periodo dato, una altra soluzione potrebbero essere i film a menù, in ognuna di queste trecento sale, ogni giorno pagando un biglietto di 5-6 euro puoi vedere tutti e tre i film in programma.

Il Mibac invece di finanziare i cinema sulla base della programmazione potrebbe darei contributi a quelle che hanno questo marchio.

Però ci vuole un supporto mediatico di attenzione, una rivista on line che circola anche in cartaceo, che parla di tutti questi autori che vengono presentati con interviste e altro e una agenzia che sappia valorizzare IL TUTTO, finanziata con i guadagni e con l’aiuto magari di qualche sponsor.

Come vengono scelti i film da distribuire? Questo è un problema, l’automatismo puo’ essere pericoloso, in quanto rifletterebbe una scelta arbitraria e castrante, e quindi ci dovrebbe essere un responsabile esperto che si assuma di risolvere l’oneroso problema di valorizzare delle pellicole anche e soprattutto economicamente, si deve creare una struttura in grado di coprire tutti i costi e quindi deve avere oltre all’esperienza nel settore, un certo intuito, e delle capacità manageriali, insomma bisogna far in maniera che i film distribuiti a menù su un circuito alternativo che copra tutte le zone dell’Italia incassino “un pubblico” che deve rimanere contento dell’offerta, un pubblico disponibile a un cinema di regia, impegnato, ma non appesantito da una estetica magari accademica, per questo non devono essere i critici che selezionano i film per il noto problema che loro fanno del cinema e della critica un lavoro, mentre il pubblico al cinema ci va fuori dagli orari di lavoro, e questa differenza è fondamentale perché mentre il critico, il cinema lo studia, lo spettatore lo consuma e paga per questo almeno 4-5 euro, non si può pagare di meno ma neanche di più e non essere soddisfatti.

E POI C’E’ IM ALTRO PROBLEMA “POLITICO” che potrebbe rovinare il circuito con risvolti insidiosi, la scelta dei film sulla base di spinte che non hanno niente a che vedere col valore intrinseco dei film, ma sulla base di raccomandazioni: “fatemi un piacere inserite anche questo film e io cercherò di farvi avere un finanziamento dal governo” l’offerta viene alterata, i valori modificati, e la struttura diventa un carozzone mediaticamente inefficace.

E’ importate che ci sia un responsabile e che ci siano risultati e che soprattutto il pubblico non si prenda delle fregature: qui entriamo in un campo minato che come parli sbagli, perché tante e tali sono le cose da ponderare per cui c’è il rischio che grazie ad una organizzazione “politica” poi venga distribuito solo ciò che è finanziato dal Mibac, con grande detrimento dell’indipendenza, ci sono anche le mode culturali, le situazioni del momento ecc. ecc..

Io non dico che se un buon prodotto finanziato dal Mibac e che vale intrinsecamente non debba essere distribuito, ma che venga distribuito SOLO quello che è finanziato dal Mibac mi sembra proprio sbagliato, perché cmq è vero che il Mibac rappresenta una Istituzione importante del cinema, ma una certa libertà anche anticonvenzionale può essere non vista o malvista dal Ministero.

Il responsabile di questo circuito deve essere un esperto di distribuzione che sappia capire le reazioni del pubblico, naturalmente anche qui siamo in un campo minato e quello che vale è il risultato complessivo di gestione, tenendo presente che qualche film meritevole può non trovare l’attenzione della gente perché magari in anticipo rispetto ai gusti del momento, ma non si può portare questo fatto a giustificazione di scelte furbesche.

Nella sua attività il responsabile deve essere impermeabile a qualsiasi sollecitazione politica, pena il fallimento nel medio periodo del progetto, il che non è facile perché – a un certo livello – tutti sono più o meno legati alla politica, o meglio ai partiti politici e deve saper valorizzare i prodotti che se lo “meritano” .

Il compito che gli si chiede è quello di alzare gli incassi da, ad es. 20 mila euro attuali (medi per film indie), a 200-300 mila euro a film e siccome c’è la sommatoria zero, questi incassi superiori verrebbero “presi” o alla commedia italiana o al cinema Usa, quindi questi due soggetti (chiamiamoli cosi) non vedranno di buon occhio l’operazione per sottrazione d’incasso, ma l’esigenza prioritaria è di natura pubblica, quella di mantenere una cultura cinematografica in linea con i livelli di altri paesi perché i blockbuster americani potrebbero far sparire il cinema italiano al di fuori della commedia. Tutto qua…. Scusate se è poco.

 

5 – PSICOPOMPO (IL VOLO DELLO SCIAMANO)

PSICOPOMPO – IL VOLO DELLO SCIAMANO REGIA di ROBERT REED ALTMAN

E’ il titolo di un progetto cinematografico ancora in cantiere in coproduzione Usa.

Il Volo dello Sciamano è una sceneggiatura scritta da Antonia Tosini.

Abbiamo avuto dei contatti con Robert R. Altman figlio del leggendario regista, Robert Altman e Kathryn Reed. Il quale ha lavorato come operatore di ripresa e direttore della fotografia su un numero impressionante di serie televisive e lungometraggi premiati dal Maverick Film Makers.

Altman junior iniziò la sua carriera di assistente operatore sui film che catapultarono il padre nel pantheon dei grandi registi internazionali: “Nashville” (1975), “Buffalo Bill and the Indians” (1976), “A Wedding” (1978), “Popeye” (1979), “Health” (1982), “Come Back to the Five and Dime, Jimmy Dean,” (1982), “Streamers” (1983), and “Fool For Love” (1985).

SCENEGGIATURA di ANTONIA TOSINI

E’ una sceneggiatura originale scritta da Antonia Tosini scrittrice e sceneggiatrice, tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Il libro della vita/Eutanasia Sociale”, “Pane e Girasole” e “La rosa ferita” pubblicato a marzo 2012. Ha partecipato nel 2005 (fuori concorso) al Festival di Venezia con il documentario “Vita e miracoli degli ex voto”. Ha collaborato con diversi registi tra cui l’algerino Rachid Benhadj, che le ha valso nel 2005 il premio internazionale “Scrivere Cinema” di Mirabella Eclano.

Nel 2010 (è stato premiato un suo progetto cinematografico al “Premio Penisola Sorrentina”. Un riconoscimento alle eccellenze) con la motivazione: Per il progetto cinematografico: “Tra gli ulivi” in inglese “Sisters” esempio significativo di uno spaccato mediterraneo di creatività, fantasia ed intelligenza abbinate allo scavo psicologico, al mistero e al colpo di scena, che appartengono alla migliore tradizione del genere thriller.

2012 Terronian Festival – (al Palapartenope) è stata premiata per la sezione Cinema (come eccellenza del sud). Inoltre ha collaborato con Tony Tarantino, padre di Quentin e con David Worth, il quale le ha scritto un Endorsement : “Antonia, un meraviglioso talento, creativo, fantasioso e stimolante scrittore…”

NOTE DI PRODUZIONE

E’ un progetto coinvolgente perché è audace e si interroga sul senso della vita e della morte e sulla filosofia sciamanica come guida spirituale in un mondo sempre più chiuso in sé stesso, i temi sono molto attuali e confidiamo in un interesse del pubblico internazionale

NOTE DELLA SCENEGGIATRICE

Ho voluto fare questa sceneggiatura perché scrivere per me è come un rituale d’amore che stimola la mia creatività. La nascita e lo sviluppo di un’idea originale è uno dei momenti creativi più complessi della mia attività. Lo spunto, la famosa scintilla, l’idea…. personalmente mi lascio guidare dall’istinto, ascolto le mie sensazioni senza giudicare se sono interessanti o meno, lascio semplicemente che emergano. Praticamente quella è la fase del soggetto, quella in cui si inventa la storia, dove c’è la nascita di qualcosa di miracoloso. E’ così che è nato: Psicopompo (Titolo provvisorio) di “THE FILGHT OF THE SHAMAN” da una scintilla. Piano, piano all’idea di base si sono aggiunte molte altre fonti di ispirazione, come la dimensione mistica, la cultura sciamanica, l’archeologia, le antiche civiltà scomparse e di quel territorio, tra filosofia, scienza e fantascienza, ove si contemplano viaggi nel tempo negli universi paralleli. Robert Reed Altman (figlio del leggendario Robert Altman, del quale mi pregio di essere amica) dopo aver letto la mia sceneggiatura, ha deciso di volerla dirigere, in quanto attratto dalla originale storia, dai temi di magia, dall’archeologia dalle atmosfere soprannaturali e dalle influenze di Castaneda.

DESCRIZIONE

Siamo a Napoli dove una giovane archeologa si trascina in una storia d’amore insoddisfacente cn un musicista, trova la forza di abbandonarlo per andare in Messico dove fa parte dello staff di un grande archeologo che studia un popolo antico e tra scavi e bellezze naturali, in un incidente stradale muore il fratello di lei che aveva seguito il gruppo come fotografo. Prova un grandissimo senso di colpa e un dolore intenso, cerca conforto in uno sciamano che le insegnerà come attraversare il buio della sua vita, senonchè alla fine scopre una cosa sconvolgente…

RECENSIONE

In questa sceneggiatura veramente coinvolgente si intreccia il soprannaturale, l’archeologia e la cultura sciamanica che sono tematiche di grande fascino che quando interagiscono riescono a catturare l’attenzione di chiunque interrogandoci sulle grandi questioni ultime: “ma cos’è la vita e che cosa la morte ? Non potrebbe aver ragione chi dice : ” Chi può sapere se vivere non sia morire e morire non sia vivere ?” Un viaggio durante il quale conoscenza, esperienza e memoria non possono offrire alcun conforto.

2 – UN CINEMA DI REGIA

UN CINEMA DI REGIA E’ possibile che anche in Italia ci siano film di regia, in cui c’è l’impronta di un regista o invece per le commedie basta una regia di ordinario mestiere?

Un cinema di regia non deve essere necessariamente un cinema d’autore, ma il famoso mercato tanto esaltato dai neoliberisti de IL GIORNALE, non può premiare sceneggiature sbrigative scritte col lapis e filmetti di mestiere senza un minimo di regia, perché allora a questo punto un film deve essere considerato per il suo valore intrinseco e quindi se vale ma non incassa potrebbe essere migliore di un film che incassa ma che è una puttanata pazzesca.

Capito il concetto? NON HA VALORE, COME PER DIRE che tutta quella critica fatta al Mibac da parte dei neoliberisti del Cinema perché finanziava film che non incassavano diventa spuntata, cioè non è importante per la cultura i film che incassano, ma i film di valore intrinseco. Però se non c’è il mercato chi li definisce film di valore intrinseco? I critici, la gente, siamo in un binario morto. I festival, i cineclub?

Per questo ci deve essere un circuito per la valorizzazione di questo altro cinema di regia, altrimenti si rischia che sparisca il cinema di qualità e ritornino i “telefoni bianchi” in versione comica con aggiornamenti di costume, magari da bagno per esaltare le belle gnocche e una filosofia edonista di “destra”, che naturalmente si oppone al cinema d’autore (più sfigato fintamente poetico) ostico nel suo linguaggio realistico, che rappresenta gli ultimi o i penultimi della classe.

La critica purtroppo è asservita al potere, al mito dell’incasso e parla bene solo di ciò di cui si parla, altro che funzione culturale, il critico sa che se parla di un film che è all’attenzione dei media magari anche facendo il bastian contrario, può farsi una pubblicità, se invece recensisce un film sfigato ma di valore, che non vede quasi nessuno, ha la sensazione di aver perso del tempo, è proprio così? Certo se un film non ha neanche i soldi dell’ Uff. Stampa è meglio che non venga neanche girato, perché in una società come la nostra sarebbe un suicidio e una follia.

Cmq è importante anche la critica di Gianni Canova, sui ragazzi che rischiano l’ignoranza ICONICA, anche se non è così importante come la decrescita felice, però insomma si rischia la subordinazione culturale, l’assuefazione ai miti di carta del cinema spettacolare di matrice Usa fatto con larghi mezzi, quindi se diciamo a un ragazzo che è un “ignorante iconico” non vogliamo vietargli di vedere il cinema spettacolare, ma vogliamo che capisca un po’ di più dell’immagine cinematografica. E se ci risponde che non gliene frega niente e che è incline a vedere e seguire la De filppi, uno schiaffone terapeutico con retrogusto iconico, non glielo leva nessuno, però non possiamo costringerlo a vedere la Corazzata Potemkin perchè lui la ridurrà, con grave sgarbo semantico a la “C..azzata Potemkin”.

In effetti diventa arduo a livello di scuola media per giunta inferiore, far capire cos’è un film di regia e cosa vuol dire l’immagine cinematografica, in quanto forma di alfabetizzazione “secondaria” non indispensabile a tutti, anzi tanti ne fanno a meno e sono contenti, ciò che è indispensabile (la base) per i genitori non lo è per i figli.

Ritornando al mercato cinematografico, si dice che Il cinema è in calo, ma in Italia ci sono tanti film non valorizzati, fuori mercato, perché non vengono valorizzati anche quelli, che potrebbero compensare il calo di altri tipi di film? Cosi potremmo constatare se c’è un’ignoranza iconica diffusa dall’ideologia edonistica che attraversa anche le masse o se è rimasta circoscritta nel mondo giovanile.

Proprio perché questo è un investimento culturale e non di secondo livello, ne va del futuro di un paese che si chiama Italia e quindi non può che essere un “investimento” di natura pubblica con soldi pubblici, che che ne dicano i neoliberisti de IL GIORNALE.

Si, ma le masse ti rispondono con tutti i problemi di disoccupazione che abbiamo oggi, stiamo a pensare all’ ignoranza iconica del cinema. Ma chi se ne frega non ce lo metti! Che gli rispondiamo? La gente ha difficoltà a mangiare e quindi chiede un aiuto allo Stato e voi chiedete soldi per coltivare lo spirito o cibo per la mente? Siete pazzi?

Gli rispondiamo cn una facile assonanza: e sti cazzi !

Senza accorgerci…siamo già dentro un film di Pannofino, qual è?

Chi indovina può vincere un buono pasto alla Caritas

 

 

 

1 – IL MONOPOLIO DELL’ALTO COSTO

IL MONOPOLIO DELL’ALTO COSTO

E siamo arrivati al fuoco del problema, dopo aver parlato del perché i film italiani non escono, in risposta a tutti i presunti esperti che invocano il mercato cinematografico come se fosse la classica panacea che risolve, liberalisticamente parlando, tutti i mali dell’economia, basta vedere a questo proposito gli articoli di Battista & Company che pontificano dal’altezza della loro scienza economica, dicendo che questo mercato deve vincere la naturale pigrizia degli italiani che s’attaccano a Mamma-Mammella-Stato che li nutre con le sue poppe pubbliche e via sproloquiando, adesso analizziamo quello che G.d.V. su IL MANIFESTO dell’11.7.13, titola: Il vero problema è Hollywood…. Blockbuster flop.

Si parla di The Lone Ranger e Variety, ma anche Pacific Rim e l’autrice cita George Lucas e Steven Spielberg – i quali di fronte ad una platea di studenti –  hanno previsto questa implosione, proprio loro, che risultano essere gli artefici del blockbuster nella storia del cinema, che a partire dagli anni 70 ha distrutto la concorrenza internazionale a suon di milioni di dollari di investimento alzando il tiro.

Se fino a quel momento qualsiasi produttore europeo, quindi anche italiano, poteva lanciare in tutto il mondo film spettacolari a basso costo (io mi ricordo sempre il filone italiano dei Supermen, si legge come si scrive) del produttore-regista Italo Martinenghi – deceduto da qualche anno – che ho avuto il piacere di conoscere assieme al suo sceneggiatore Toni Corti,  il quale mi disse di aver fatto moltissimi soldi in tutto il mondo con questo filone dei tre supermen, a basso costo e ad alta fantasia, film spettacolari certo, con inseguimenti spettacolari e con cooproduzioni che convolgevano il Giappone, la Turchia, il Sud America, ma tutto rimaneva dentro ad una concorrenza ancora possibile.

Ricordiamoli brevemente:

  • I Fantastici 3 Supermen, 1967;
  • Che Fanno i nostri Supermen tra le vergini della giungla, 1970;
  • i 3 Supermen a Tokio;1968;
  • E cosi divennero i 3 Supermen del West;1974
  • I 3 Supermen contro il padrino, 1979;
  • 3 Supermen alle Olimpiadi, 1984;
  • 3 Supermen in Santo Domingo.1986.

Uno dei tre era Dick Gordon alias Salvatore Borgese che ha iniziato come stuntman e con all’attivo di più di 50 film, interpretava un supermen muto con effetti comici, gli altri con facce da belli, erano Tony Kendall alias Luciano Stella, Brad Harris, Nick Jordan alias Aldo Canti. Italo Martinenghi ha fatto la regia di alcuni, per altri invece i registi erano Bitto Albertini e Parolini.

Invece George Lucas e Steven Spielberg hanno creato un cinema assolutamente unico, puntando di più sui mostri della science-fiction costruiti da grandi scenografi, o creando macchine straordinarie dentro a modelli produttivi irraggiungibili e con effetti inimmaginabili, lo potevano fare per gli altissimi budget che permettevano a loro di girare e rigirare le scene, con investimenti incredibili nella tecnologia e con la possibilità di rimontare un film se non era venuto bene e lo potevano fare grazie al fatto che avevano una distribuzione internazionale che prendeva tutti mercati mondiali disponibili.

Se tu investivi in soldoni, tipo 200 milioni di dollari, facevi il calcolo che ti riprendevi i soldi non solo dal mercato americano ma da tutti gli altri mercati aggiuntivi, che se il film andava bene raggiungeva il miliardo di incasso. Era tutto calcolato, la promozione, i gadget, i tempi lunghi, tutto preordinato scientificamente. Poteva essere un flop fin dall’inizio ma non lo è stato perché il pubblico ha risposto a dovere.

Bastava solo che i mercati esteri non rispondessero perché il rischio di flop aumentasse, anche se il mercato interno Usa permette cmq di incassare cifre enormi.

Solo che questo tipo di film ha distrutto in un baleno anche grazie ad una promozione invasiva, tutti quei film spettacolari ma di modesto budget che erano diventati improvvisamente obsoleti di fronte alla grande magnificienza di questi prodotti, che soddisfacevano anche la critica, perché Spilberg e Lucas – come sappiamo tutti – erano maestri di regia e le loro storie sempre profondamente originali. Invece oggi per l’ultimo Superman la critica dà solo il 57% di pareri positivi. Assuefazione ? Spielberg e Lucas però sono stati accusati di ipocrisia per aver gridato “al lupo” dopo essere stati loro stessi i responsabili della creazione del blockbuster moderno con film originalissimi da far tremare i produttori della Fox: “in quel tempo erano troppo innovativi quasi “impensabili” e contro la grana di quello che passavano all’epoca gli Studios”.

Ma mentre loro due si sono dimostrati grandi maestri riuscendo a conciliare il business con l’artisticità del prodotto, oggi sembra che chi mette i soldi si senta autorizzato a scorreggiare in cucina, dice Soderbergh in maniera un po’ triviale, cioè a dire che la libertà dei regista è nettamente ridotta, e c’è sempre uno scontro di pareri che supera la dialettica quando si devono interpretare i gusti del pubblico, ma anche il regista (lo ricorda Sodebergh) è stato parte del pubblico e questo vale per i film da 250 milioni di dollari come per quelli di 5 milioni, che per gli americani sono film a basso costo con paghe da minimo sindacale.

Rimane sempre il fatto che con 200 milioni di dollari in Italia si fanno mediamente più di cento film quindi la discrepanza è impossibile da colmare, parlo di concorrenza. In Italia il costo totale dichiarato dei primi trenta film a budget alto e medio e quindi di qualità industriale, è attorno ai 130 milioni di dollari, tutta la produzione italiana vale meno di un blockbuster, quindi per far concorrenza al cinema Usa invece di fare 30 film bisognerebbe farne uno solo che sia altamente spettacolare e riesca ad entrare nell’ immaginario collettivo, ma poi bisogna distribuirlo in tutto il mondo e le distribuzioni che lo possono fare sono solo quelle Usa, almeno mi pare, ma mi posso sbagliare, che non ci sia nessuna distribuzione europea a quel livello. Che facciamo?, mettiamo 30 registi a dirigere un super film solo, e ogni volta che c’è una inquadratura da fare si tiene un’assemblea, assumiamo anche una trentina di sceneggiatori, 7-8 direttori della fotografia ecc.. Si capisce che i blockbusters costituiscono un oligopolio dai grandi mezzi finanziari Usa che non può avere concorrenza. Forse se si fa un film europeo….però è sempre difficile trovare una soluzione produttiva comune, dovrebbe essere recitato in inglese e quindi con soluzioni e linguaggi simili a quelli Usa.

Per favore cari Battista, Brunetta ecc, per quanto riguarda la concorrenza informatevi prima di sparar …cavolate,…e ho usato un termine passabile.

In Italia invece stiamo discutendo – giustamente – del taglio del Tax Credit, del milione di euro del Mise (ministero dello Sviluppo Economico) per lanciare i nostri film all’estero della serie TI DARO’ UN MILIONE (un importo che fa sbellicare dalle risate) se confrontiamo i budgets Usa, mentre aumentano i fondi regionali alle film commission.

Sembra che si proceda tra caos e anarchia governativa e quando questo succede vuol dire che c’è da preoccuparsi.

Cmq molti soldi si devono spendere per la promozione perché lo dice anche Paolo Minuto nell’ultimo “Diari di cineclub”: “noi (che dovremo analizzare la qualità intrinseca di un film) diventiamo selezionatori inconsapevoli di film + potenti mediaticamente”.

Bisogna perciò – come ho più volte e ossessivamente ribadito – creare un circuito indipendente che poggi sulle sale dei cineclubs e su quelle del centro storico, un circuito capace di valorizzare i prodotti indipendenti a low budget, se vogliamo far rinascere il cinema italiano di qualità…e con questo ho detto tutto. Alla prossima

 

1 – PERCHE’ I FILM ITALIANI NON ESCONO

PERCHE’ I FILM ITALIANI NON ESCONO

 

Continua la flagellazione degli autori italiani che hanno osato fare un film che non ha incassato, continuano le solite peraltro sterili polemiche sui finanziamenti pubblici al cinema con la demonizzazione giornalistica, da quale pulpito! (visto che i giornali sono tutti finanziati dallo Stato) di chi incassa pochi spettatori. Molti di questi film non usciranno e se usciranno faranno pochi euro perché il mercato è dominato dagli Usa. Su 100 film distribuiti 70 sono Usa, qualche europeo e resto del mondo, un 28% di italiani di cui 20 sono più o meno commedie e cinepanettoni, variazioni di commedie, qualche drammatico e uno o due documentari.

Oltre agli 81 film pronti ce ne sono più di 79 in post-produzione, cioè parliamo di 160 film italiani COMPRESE LE COPRODUZIONI senza contare i cortometraggi e i documentari.

Prendersela poi con i produttori è come sparare cannonate alle lucertole e comunque tra questi ce ne sono molti di indipendenti che tribolano e fanno sacrifici, talvolta pagano anche le sale per vedere il film uscire. E’ vero che ce ne sono 7-8 produttori – che grazie ai loro “appoggi” si sono beccati IN PASSATO un sacco di finanziamenti pubblici e talvolta sono stati più attenti a intascare i soldi che a far uscire i film, ma la stragrande maggioranza dei piccoli produttori ci mettono l’anima e se riescono magari con qualche sponsor a fargli una buona edizione (a differenza invece di quelli che pensano solo ad intascarsi i soldi e che fanno una cattiva edizione al film) sperano sempre fino all’ultimo in un miracolo, pure gli autori ripongono tante speranze ed aspettative nei loro film, tanti sogni a occhi aperti, tante illusioni, e se poi non se li fila nessuno a cominciare dei critici, inizia l’elaborazione del lutto che continuerà per parecchi anni e questo succede perché tutti ci dicono in coro: non c’è mercato, c’è solo stato e lo stato non fa il mercato e il mercato non può farsi stato e quindi la nostra produzione per essere assorbita e incassare dovrebbe essere di 30-35 film all’anno. Ma come si fa ad arrestare la grande ondata filmica e creativa quando ci sono un sacco di autori che producono autonomamente il loro corto e molte opere prime dignitose se non belle. Come facciamo? Vogliamo ricacciarli indietro e dirgli cambiate mestiere o invece farli vedere da qualche parte i loro film attraverso magari la creazione di un circuito off di sale cinematografiche decentrate e digitali e la creazione di una agenzia (con fondi misti, pubblici e privati) che sappia promuovere questi prodotti sia in Italia che all’estero, per venderli magari alle tv estere, o perché non sfruttarli direttamente su internet in videostreaming a un prezzo di 3 euro o farli vedere in tv nazionale e far votare la gente, idee ce ne sono basterebbe avere la volontà di fare qualcosa.

Tutti i produttori veri sarebbero disposti a tirar fuori 100.000 euro se una agenzia pubblicitaria (Filmitalia?!promuovesse il prodotto sia nei media italiani che all’estero) a questo proposito i film con poche chance potrebbero consorziarsi per spendere meno in inserizioni pubblicitarie.

 

Ma da qui a sperare che nel mercato “ristretto” del theatrical questi film possano incassare è come cercare la luna nel falò, A MENO CHE NON SI DECIDA – E QUESTA è RIVOLUZIONE, a far uscire il film Usa sottotitolati e quindi con l’handicap, praticamente si può stimare un acquisto di mercato di film italiani di altri 28 punti arrivando al 50%, poi però si incazzerebbero i doppiatori che vivono e mangiano bene con il cinema Usa.

Ma come si fa in altro modo a aumentare la quota di mercato quando ogni scena se non ogni singola inquadratura di film Usa costa milioni di dollari, (tanto loro dominano i mercati di tutto il mondo con i block busters).Con i soldi di uno in Italia ne fai cento. Cento più Cento………I film blockbasters saranno oggetto di un prossimo post dal titolo IL MONOPOLIO DELL’ALTO COSTO.

 

Giankoretto 13

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS caplo XVIII°

Dall’homo democristianus all’homo democraticus. Chi oggi a sinistra vuole mantenere il sistema proporzionale non contemperandolo con quello maggioritario dimostra una miopia che sfiora il passatismo perché volente o nolente lavora per il re di Prussia conservando un sistema in cui ha sguazzato l’homo democristianus.

Il ricambio attualmente non può che basarsi sul bipolarismo in cui però l’alternativa sia radicale (non come oggi di centro-sinistra/centro-destra).

Cioè una destra e sinistra che sappiano contrapporsi o comunque giustapporsi nell’autonomia della politica, a loro volta ai “valori” del capitalismo allo scopo di sviluppare una intensa dialettica tra la politica e l’economia onde evitare il ritorno a pastette e compromessi che sviliscono la politica fino ad essere un puro e semplice traino degli interessi del capitale.

Questo non significa che non si debbano concludere accordi e mediazioni ne tantomeno condurre una politica “anticapitalistica” quando si è al governo che di fatto paralizzerebbe le istituzioni, bensì fare delle scelte precise che sappiano condizionare anche la politica del capitale.

Quindi non più un sistema centripeto, (le ideologie di destra e sinistra che camminano quando vogliono governare, verso il centro) ma centrifugo (il centro del capitale deve camminare verso le ideologie) rafforzando quindi la stessa politica anche se c’è il rischio che nessuna delle due ideologie voglia che l’altra governi e che il capitalismo non gradisca le ricette di entrambe, massimamente quelle di sinistra.

Però solo in questo modo possiamo prospettare una politica di qualità dando soluzioni profondamente diverse alle stesse questioni, in modo che si innesti un movimento di idee che si misuri poi con la realtà dei fatti e se le ricette si dimostrassero inefficaci oltre a perdere il consenso dell’elettorato indurrebbero a maggiori ripensamenti e riflessioni.

Le idee vincenti dovrebbero essere in questo modo premiate assieme all’originalità di proposte innovative, anche se il termine innovazione ha più contraddistinto i processi tecnologici che l’attività del pensiero.

Nessuno così si nasconde per esigenze di immagine al centro, senza contare che ogni tesi, da quella più tradizionale o retriva a quella più azzardata e rivoluzionaria può avere il potere di manifestarsi e misurarsi con la realtà e non rimanere nel “cassetto” ideologico per anni o addirittura per intere generazioni. In questo modo si potrebbe anche combattere un “razzismo” ideologico strisciante che non aiuta la trasparenza del vivere sociale. Comprendere il principio di realtà in corso aiuta a non fuggire troppo nelle utopie e costringe comunque a misurarsi con problemi che si tende a non considerare.

Tutti noi abbiamo l’esperienza, in quanto viviamo in famiglie cristiane o socialiste, laiche o conformiste, creative o tradizionaliste o comunque anche in altre forme di convivenza di fatto, di fratelli o sorelle che appartengono ad una sponda politica completamente diversa dalla nostra, di cugini o cognati qualunquisti o peggio imbroglioni.

Non di rado da un padre anarchico (inizio secolo) è nato un figlio democristiano e da un padre democristiano è rinato un figlio anarchico, lo stesso Fidel Castro ha la figlia che dissente da lui: ciò è naturale se la politica riprende la sua tensione ideale e permette di costruire progetti alternativi che oggi invece sono frustrati da un pragmatismo livellatore e se la politica prende forza, la ragione si fortifica nella sua ombra e l’uomo può ritornare ad essere l’artefice del proprio destino. Si cercherà di più di condividere con altri le proprie posizioni in una sorta di affinità elettiva, piuttosto che irrigidirsi in posizioni di rifiuto, ma nonostante ciò rimarrà ineludibile il confronto con chi è diverso da noi, a cominciare da nostro padre per finire con nostro figlio, mentre l’intolleranza non fa altro, per un gioco beffardo del destino di riproporre molto spesso quella legge di cui si diceva sopra.

Nel bipolarismo ognuno dei due sistemi (funzionale comunque a una “democrazia borghese” e riflettente l’equilibrio istituzionale) deve dispiacere profondamente all’altro e creare così nella gente un possibile giudizio di comparazione, nei limiti poi d’un consenso che ad entrambi proviene dall’opinione pubblica e comunque dal corpo elettorale e quindi senza possibilità di fughe “autoritarie”.

In questa situazione non servono a niente e a nessuno i vari centri più o meno moderati, più o meno progressisti, che in tempi passati hanno solo contribuito a generare l’homo democristianus.

Oggi questo ruolo è del capitale. Il capitalismo senza confini ha assorbito e superato lo stato nazionale divenendo transnanzionale, anonimo e immateriale, esso si regge su “indici tecnocratici” che vengono metabolizzati in un “sistema oggettivo di compatibilità” il quale ultimo non abbisogna di servilismi politici dei soliti portatori d’acqua, perché il mulino ha una sua automaticità.

Il capitalismo fa da sè, senza intermediari, è in grado da solo di gestirsi le proprie politiche di centro, gli basta insediare un “ragioniere” supervisore nella stanza dei bottoni. Se mai il problema potrebbe essere quello di instaurare un rapporto dialettico economia-politica con le altre forze che al governo possono contrastarlo.

Sia la destra che la sinistra o altro che cresce politicamente, dovrebbero essere portatori “sani” di esigenze non contemplate negli schemi mentali del capitalista, che però costituiscono il necessario consenso della società “contrattualistica”.

Quindi l’economia costituisce un contrappeso alla politica e la politica un contrappeso all’economia in un equilibrio voluto dall’opinione pubblica ovvero dal corpo elettorale e d’altra parte le diverse idee possono contribuire a “democratizzare” lo stesso capitalismo (non è detto) il quale beneficia così di elementi dinamici e di nuovi stimoli.

Senza un certo fermento il rischio del grigiore e del burocratismo appare elevato. Senza il capitalismo le ideologie farneticano su mondi possibili evitando di fare i conti col rude oste e il delirio si interrompe bruscamente quando questi le caccia a pedate.

Il mondo oggi è più artificializzato, si costruisce e decostruisce oltre i meccanismi automatici della tradizione. Ciò comporta una maggiore libertà individuale nelle scelte di vita, ma anche il pericolo di fragilità delle stesse forme di vita ed una maggiore sofferenza per la quasi costrizione a cui si è indotti, ciò comporta inoltre a pensare e ripensare la propria esistenza, ognuno diventa più padrone di sè e ciò che fa, se non piace, può essere cambiato radicalmente.

In questo contesto sia la sinistra che la destra seppur radicali non possono superare concretamente i limiti consentiti da una politica istituzionale nutrita di compatibilità col centro se vogliono governare e avere il consenso dell’opinione pubblica o comunque del corpo elettorale, l’importante è che non si appiattiscano su posizioni similari convergendo docilmente verso le esigenze superiori del centro.

Le pericolose avventure in avanti o i processi di trasformazione radicale appartengono più ai movimenti che ai partiti (costoro con scopi preminentemente istituzionali) e si inscrivono in quel processo che si chiama rivoluzione sociale: Se i partiti agiscono dall’interno e i movimenti dall’esterno si creano turbative dell’ordine sociale che possono indurre l’elettorato a premiare le opposizioni.

D’altra parte le omologazioni conformiste allontanano la gente dalla politica burocratizzata mentre una sorta di equilibrio si avrebbe con un “pragmatismo ideologico” dove il pragmatismo sia temperato da idee e le idee siano temperate dal pragmatismo e in cui la politica diventi più prassi di idee che si concretizzano, che di avveniristici mondi possibili ormai fantascientifici.

In alternativa l’homo democraticus può solo occupare il potere alla maniera del craxismo, per cui la politica (se si vuole ancora chiamarla tale) si ridurrebbe ad una pratica selvaggia di potere a detrimento del bene pubblico, cambierebbero gli uomini a gestirla, solo che dopo un po’ non si riconoscono più da dove vengono alimentando cosi il qualunquismo e il rifiuto della politica, soprattutto se si continua con questa prassi:

1) mettere uomini propri nei centri di potere addomesticati ed esecutori di ordini;

2) partitocrazia selvaggia;

3) manuale Cencelli ritualizzato e riattualizzato;

4) l’homo democristianus in circolazione che diffonde a pagamento il suo sapere sul potere.

Solo se invece l’homo democraticus si sforza di combattere, almeno quando è al governo, l’eventuale degenerazione della società civile indotta anche dai processi di alienazione (violenza, prevaricazione ecc.) introducendo elementi migliorativi nella medesima società, gli stessi partiti possono ancora svolgere una funzione attiva, altrimenti rimarranno le solite entità separate e superate che vivono parassitariamente di risorse pubbliche, spingendo la stessa società civile ancora di più verso i margini, le periferie del sistema, con una frantumazione inevitabile dell’assetto politico-istituzionale e all’uomo democraticus sarà levato tutto, all’ex (pi)diessinus oltre alla pi sarà levato anche la (di) rimanendo in mutande e diventando in questo modo un uomo “sinistretto”.

FINE

 

 

 

3 – VIGILANZA SULLA RAI

Vigilanza sulla Rai. Riprendendo il FATTO QUOTIDIANO di qualche giorno fa che informava sulla Commissione di VIGILANZA  della Rai presieduta da Roberto Fico del M5S, sono stati dati in pasto dei nomi intorno alle 2400 società che si dividono la torta delle forniture Rai, che come sappiamo, ci sarebbero anche se la Rai fosse completamente privatizzata, e corrispondono alla esigenza di trasmettere delle trasmissioni che vanno dai talk show, ai film e alle fiction nonché ai tantissimi servizi giornalistici.

Il problema che sorge è quello di come individuare il contraente senza che ci sia una influenza diretta della politica che pilota le scelte, si parla quindi di ingerenza della partitocrazia, cioè in altri termini: si mangia solo con la partitocrazia poiché il contraente viene scelto non in base a parametri meritocratici e di convenienza economica, ma attraverso una selezione politica, è sempre il solito vecchio discorso che il filtro è rappresentato da questi partiti che strozzano la società civile e determinano la scelta di chi sarà un privilegiato e di chi invece rimarrà sempre fuori dalla torta.

I nomi di personaggi legati alla politica e che di fatto lavorano pagando cmq una tangente al proprio partito sono: Velardi, i fratelli Casella, i Dino Vitolo tutti protetti o dal Pd, o dal Pdl o dall’ex An Rositani.

E’ da capire se molti di questi hanno una professionalità vera, che cmq per lavorare si sono avvicinati a qualche area poltica per essere scelti, da chi invece ha ben poca professionalità ma gioca tutto sulla protezione politica.

L’importo degli appalti è pari a 2 miliardi di euro e riguardano servizi, forniture, trasmissioni, film, fiction e quant’altro, per i contenuti da trasmettere sui quali si inserisce la pubblicità.

Nell’ articolo del Fatto si parla di Teodosio Losito, Patrizia Marrocco, (ex compagna di Paolo Berlusconi,), si parla della Luxvide, di E. Bernabei, Maurizio Romi, Alessandro Jacchia,(ultimamente c’è stato lo scandalo della vendita dei diritti dei film di Toto’) Claudio Velardi, cn la Paypermoon Italia, Lorenzo Mieli, Agostino Saccà (famoso il video della raccomandazione di Berlusconi) Gabriella Bontempo, Ida Di Benedetto, Beppe Ceschetto, tutti legati a protezioni politiche.

Solo se appartieni a queste aree protette puoi lavorare con la Rai, ma anche con  Mediaset, la scelta del contraente quindi viene fatta per appartenenza politica.

Invece tu povero cristo se chiedi un appuntamento a un Responsabile Rai del settore dove dovresti intervenire con una fornitura, un progetto, un servizio, ti risponderà invariabilmente che sono momenti difficili, che il budget dell’anno è già abbondantemente esaurito e tu non becchi niente perché il grano se lo sono già speso, tu timidamente fai presente che gli appalti sono regolati da un codice, appunto il codice degli appalti e non si deroga da questa legge e che dovrebbe vigere il principio della rotazione: mangiamo tutti, non sempre i soliti.

– eh si ma tu dove vivi? Ti chiedono?

– A Ciampino!

– Allora si capisce che sei un pochino….allora  non hai capito,  devi essere mandato! man   da to!

– Mah! Se ci sono degli appalti dovrebbero esserci delle gare non pilotate perché altrimenti si compie un reato. Quindi la Rai oltre ad eliminare tutti gli sprechi dovrebbe fare delle gare rispettando la legge dove vige il principio della rotazione oltre a quello della economicità, della professionalità ecc., ecc in maniera di garantire il massimo di trasparenza, è mai possibile questa cosa o è solo un sogno?

-Ciampino?

-Siii

-Ficcatelo….

-Eh?

-In testa, che nn è cosi facile

-Ahh|

Ciankazzo da Fare

2 – LA TERZA VIA

Tornatore ci dice che c’è una terza via tra il cinema d’autore e le commedie italiane: VIA DALL’ITALIA! Cercare di andare in un altro Paese anche per fare cinema.

A parte gli scherzi una terza via potrebbe essere costituita da un cinema di “regia”. Lo stesso Tornatore ne IL MESSAGGERO di Roma del 17/6/2013 (articolo di Gloria Satta) ci dice: “una volta si giravano 300 pellicole all’anno oggi una sessantina, solo producendo di più possiamo imporci “

Neanche lui conosce bene le cose, oggi non si producono 60, bensì 120 film solo che la metà appunto 60, non guadagnano, che vuoi fare più film se il mercato non li assorbe? Ampliare il mercato? Ma se non c’è espansione, in quanto la sommatoria è uguale zero per forza di cose o incasseranno meno i film Usa e le commedie italiane o altrimenti risulta uno spreco di risorse molte delle quali anche private che non riescono ad essere valorizzate. Come mai ci si chiede, i film drammatici non hanno successo in Italia? I Polizieschi? I film Horror? Sono fatti male, non li sappiamo fare? Eppure qui c’erano grandi maestri che si sono cimentati con i generi, possibile che non ci siano più degli allievi degni.

Io penso che la terzia via sia quella del cinema indipendente, veramente libero, veramente nuovo che non sia però troppo autoriale o autobiografico e dia sfogo alla fantasia più sfrenata e soprattutto ogni volta sia diverso.

Si dovrebbe costruire una rete di cinema indipendente capace di attrarre un pubblico più esigente, dove metà del budget deve essere consumato in promozione e dove ci siano film che vanno incontro anche ai gusti del pubblico medio esigente.

Torniamo a Tornatore: il successo di “La Migliore Offerta” venduto in tutto il mondo, smantella una certezza ben radicata nel cinema italiano: il fatto che ci sia spazio solo per le commedie medie, è una convinzione inesatta ci dice il maestro: il pubblico richiede un’offerta articolata, non vuole solo ridere, ma anche riflettere e commuoversi, invece quel che resta della nostra industria si dirige verso la commedia e la “riserva” indiana del cinema d’autore, ma gli spettatori hanno fame di altro, la colpa è dei produttori dice Tornatore che non rischiano per mancanza di coraggio

 

 

1 – I PRODUTTORI E IL CROWDFUNDING

I PRODUTTORI ROMANI SONO IN CRISI E IL CINEMA SI AUTOFINANZIA VIA WEB COL CROWDFUNDING

Chi ha detto questa come dire …sciocchezza (usiamo parole consoni) è Maria Luisa Di Simone – bisogna attirare l’attenzione a tutti i costi- a proposito del “crowdfunding” e nella capitale diventa particolarmente attivo, tanto da creare interesse.

 

Mettere a confronto i produttori romani col crowdfunding è veramente ridicolo, è come mettere insieme un albero di banane con un fungo porcino, sono due livelli assolutamente inconciliabili di finanziamento, uno riguarda l’alto il medio e il basso budget, l’altro riguarda il no budget, nel secondo caso significa che non ci sarà mai nessuna speranza di distribuzione e sono prodotti limitati per una circolazione gratuita sul web, e sono quindi attività di rete che niente hanno a che vedere con il cinema diciamo “normale” che peraltro non riesce a farsi distribuire

In più, incuriosito, ho svolto una ricerca per capire se davano più soldi ed e’ venuto fuori che si ci sono piccolissimi e microscopici prestiti, ma se vogliamo invece avere prestiti più alti dovevo accettare condizioni di usura.

Scusate, mi sbaglierò, ma a tutta prima il Crowdfunding è una grandissima minchiata, non è utilizzabile per il cinema, ameno che tu non faccia un film col telefonino a costi quasi zero, come Pippo Delbono, l’unico finanziamento che ci salva e il tax credit esterna per questo bisogna lottare per mantenerla al 100% altrimenti di qui a breve ci sarà un crollo della produzione, nonostante che il tax credit per gli indipendenti sia difficile da ottenere se non inserisci qualche attore di grido, altrimenti nisba.

 

2 – QUERELLES INTELLETTUALI – LA CULTURA E’ UN VALORE DI MERCATO?

Che il mercato rappresenti la cultura della merce lo sappiamo tutti, ma il mercato più che cultura è profitto, diciamo che non occorre tirare fuori la parola cultura  per ogni dove,  ma non occorre essere intellettuali per capire certe cose: e cioè che la cultura può essere svilita dal profitto perché tutto diventa cultura per il profitto  e la cultura non è più niente.

La cultura è il deposito storico di un Paese, è la sua lingua le sue espressioni dialettali, i suoi usi, i suoi costumi come si dice alle elementari, ma la cultura è anche esercizio intellettuale alla ricerca del nuovo, di idee originali che aumentino questo deposito storico, è arte, il problema nel cinema è che non si è mai esplicitato a livello di Mibac, cos’è l’interesse culturale, cosa vuol dire cultura, o meglio cultura cinematografica, lasciando lo spazio a qualsiasi espressione generica per cui si può “aiutare” (o forse meglio, decidere) qualsiasi tipo di film da quello con temi complessi, con personaggi difficili che osservano la realtà, dai documentari a quelli leggeri come commediole d’evasione che riproducono cmq una certa cultura cinematografica.

E’ questo il fatto negativo per cui si è finanziato di tutto e di più senza dare nessun tipo di impronta veramente “culturale” se invece il Mibac avesse definito qual è la cultura da premiare, probabilmente un sacco di sceneggiature si sarebbero indirizzate verso quei problemi e quei temi cari al Mibac al punto di giustificare un finanziamento, ma questo avrebbe comportato una notevole restrizione “politica”negli interventi e invece si è preferito dopo gli attacchi dei giornali, in primis IL GIORNALE E LIBERO ad indirizzarsi verso dei film più commerciali o autoriali di successo CHE PARADOSSALMENTE NON HANNO BISOGNO DI FINANZIAMENTI.

Attualmente siamo arrivati al punto che si danno pochi soldi a tanti soprattutto per le opere prime e seconde e ai soliti noti per le opere terze.

A mio parere il Mibac avrebbe dovuto non solo finanziare certi film culturali ma creare le condizioni di una loro promozione tramite una agenzia con capitale pubblico e privato e di una loro valorizzazione attraverso un circuito pubblico-privato di distribuzione, tutto questo comportava una certa meritocrazia dei progetti che non sempre c’è stata, puntando effettivamente sul meglio e allora solo allora riesci a tirar su una fetta aggiuntiva di mercato che si giustappone a quella delle commedie e riduce l’impatto dei film Usa.

Era questo in definitiva che chiedeva la legge 1213, incrementare il mercato cinematografico “culturale” che poteva non solo dare posti di lavoro aggiuntivi ma aumentare il peso della cultura cinematografica italiana, questo progetto non è riuscito altrimenti il mercato italiano poteva essere al 50% con quello americano come negli anni 60-70, si è allargato un po’ per effetto delle commedie ma adesso è ritornato sempre a quel 20% di prodotti italiani che dà, a noi indipendenti, poche speranze di poter sopravvivere quando fai dei prodotti che non circolano, non essendo noi un istituto di beneficenza e non essendo figli di capitalisti, risulta sempre più difficile guadagnarci con un film che molti ormai fanno o per scaricarsi delle tasse o per riciclare… un po’ di spazzatura.

 

 

 

1 – LA RAI DI TUTTO DI PIU’

La Rai è sotto attacco mediatico, sprechi a josa, ci dice L’Espresso, film pagati con cifre da capogiro e non trasmessi, Tv movie spazzatura non utilizzabili, passaggi tra società che fanno salire i prezzi, fiumi di denaro pubblico buttato al vento, licenze rinnovate per anni.

La Procura di Roma ha acquisito i contratti stipulati dal 2003. Dal 2003 ad oggi la Rai ha speso 1,3 miliardi di euro per acquistare i diritti di film e serie Tv.

I magistrati ipotizzano che siano state comprate pellicole a prezzi pompati mediante l’emissione di false fatturazioni da parte di società di intermediazione, il tutto al fine di evadere le tasse e garantire “stecche” sotto forma di consulenze.

Per il momento dalle indagini sono emersi solo sprechi n quantità industriale e l’emersione di un conto cifrato che può essere servito per girare mazzette.

Ecco due commenti interessanti all’articolo, il primo di Fulvio Wetzl, il secondo di Sartonet:

1) Esistono centinaia di film che dopo trattative estenuanti siano riusciti a vendere alla Rai, a prezzi risibili il più delle volte, e che programmatori delle varie reti disattenti o non adeguatamente foraggiati (menefreghisti ndr) non si sognano nemmeno di mandare in onda, nonostante siano molto ben recensiti dalla critica, perché pensano di dimostrare la loro personalità programmando solo film di “tendenza” ed escludendo altri film, più coraggiosi, non necessariamente sperimentali, ma giudicati da loro secondo un loro criterio insondabile di “nicchia”.

E così fanno un danno gravissimo a noi autori perché di fatto li fanno sparire dal mercato, non potendo noi rivenderli ad altreTv più sensibili. E i nostri film finiscono nell’inferno dell’invisibilità, senza neanche poter accedere così ai proventi minimi ma necessari dell’equo compenso” Dovremmo come 100 autori e personalmente batterci perché nei futuri contratti ci sia una clausola di obbligatorietà della trasmissione tv e non in orari punitivi;

2) In un recente documento del PD, Bersani chiede che la Rai sia della società civile, peccato però che oltre ad essere in mano ai partiti, da sempre negli anni sia diventata un carrozzone e anche peggio. Mi chiedevo un po’ di anni fa come mai soprattutto su Rai2 si vedevano un sacco di film americani abbastanza ordinari se non scadenti e non si vedevano film italiani, ecco spiegato: c’era tutto un  giro di mazzette che però è ancora presunto…secondo me la Rai bisogna proprio scioglierla, mandare a casa tutti e poi vedere cosa si può fare in alternativa, la cosa più sconvolgente è che mentre a Mediaset cmq interessa il guadagno, alla Rai non lo considerano importante, la cosa che considerano importante è la mazzetta.

Riprendendo questi due commenti di professionisti del settore, l’equo compenso proposto dall’Anac è stato un errore madornale,  il principio della fine, non si sono più visti film italiani indipendenti anche di notte, soprattutto di notte,  se non di raccomandati politici, perché la Rai avrebbe dovuto pagare un sacco di soldi a gente sconosciuta senza referenze politiche, rispetto sia ai raccomandati autori dal  Pd,  che i giornalisti che si sa,  devono mangiare molto di più.

Detto questo mi immagino un dialogo un po’  surreale con un funzionario Rai:

– Caro Dott. Pirletti, lo sa bene che io sono un autore indipendente, né (cadenza piemontese) fuori dai giochi ma con una voglia di combinare il nuovo col tradizionale,…lo so Voi della Rai avete da sempre problemi famigliari, ma questo film è adatto ad un pubblico universale;

– Io la capisco e condivido il suo pensiero, ma lo sa che questi sono tempi difficili, abbiamo già concluso il budget dell’anno ed è tutto pieno anche l’anno prossimo, per quest’anno abbiamo già definito tutti i nostri progetti, cmq vediamo che si può fare, chi ha detto che la manda……

– veramente sarei un produttore indipendente che voleva sottoporle queste idee deri….

– che!!!!..Ragazzo vedo che sei ancora giovane. Ma tu non hai capito una beneamata m….qui noi siamo in questa  scrivania perché c’ha messo qualcuno, che vuoi da me, che io ti dica di si, portami almeno un PD decente, i progetti si fanno così: ti fai raccomandare da chi di competenza, ti fai ricevere da noi, e poi ti fai produrre sempre da noi. – ma io pensavo che cmq le idee contassero:..

– i voti, ma ‘do cavolo (zzo) vivi? Ma che la Rai è dei cittadini, qui se non faccio quello che mi dicono mi cacciano via all’istante, te capì, che la cosa venga dal Pd, dal Pdl o dai leghisti è sempre la stessa cosa, se tu hai un progetto valido fatti sponsorizzare  da loro, ma attento perché ci sono tanti millantatori che ti dicono si, ma poi non sanno fare un cazzo. Ci sono produzioni che hanno fatto soldi grazie al Pd e a Pd-l  vieni tu indipendente beato tra i poveri di spirito politico,  a trattare cosa? Sono tempi difficili, lo sai, riprova il prossimo anno. Vedrai…..(che in ce …. l’avrai!)

 

 

4 – L’HOMO DEMOCRISTIANUS Caplo XVII°

Dall’homo democristianus all’homodemocraticus. Altro che democrazia zoppa, la nostra è stata completamente ingessata al punto che non si capiva se era più morta che viva, completamente alla deriva.

Allora risulta evidente che si parlasse di un sistema basato sul ricatto generalizzato, anzi sembra proprio l’uovo di Colombo affermarlo; ci si meraviglia piuttosto delle reazioni contro un’ovvietà che tutti hanno constatato, forse qualcuno ha interesse a rimuoverla, ma fino a dopo la caduta dei vari muri la nostra democrazia bloccata aveva visto governare solo una forza politica (sembrava che certi partiti avessero il gene del governo e certi altri il germe dell’opposizione) contornata da piccoli alleati con i quali si distribuiva tutti i posti di governo e di sottogoverno, ma un vero ricambio non s’è mai verificato anche se le opposizioni riuscivano a strappare una qualche presidenza istituzionale e allora perché ci si meraviglia di un modus politicandi di un sistema di potere rimasto inalterato come nei paesi dell’est, poiché rifletteva una mancanza di alternative? Tutto veniva fagocitato nel centro, così come ogni forza politica che avesse qualcosa di nuovo e diverso da proporre.

I meccanismi dittatoriali nascono dall’uso di poteri forti in quanto esclusivi e quindi gestiti in condizione di monopolio politico. Nascono con la giustificazione di creare condizioni sociali più avanzate, nella realtà finiscono col farle arretrare non riuscendo a mettere in circolo una seppur minima dialettica di idee e una dinamicità di condizioni politiche, per cui quasi automaticamente si scade nel sopruso magari in nome di una necessità superiore metaforicamente basata su richiami ideologici che nasconde intenti puramente personalistici di dominio e di potere sulla popolazione inerme. Mancando la dialettica e il confronto ciò che qualcuno ritiene giusto per tutti, diventa ingiusto per tanti che vedono con diffidenza e fastidio se non in maniera vessatoria, anche uno sviluppo “pedagogico” della società caldeggiato dai membri del partito di governo per scoraggiare determinati comportamenti ritenuti dannosi o peggio antisociali. Si può muovere l’obiezione di una qualche consistenza: se una determinata maggioranza saldamente costruita fosse pervasa da bisogni distruttivi (guerre, disastri ecologici) avendo il comando delle azioni condannerebbe anche la minoranza dissenziente al suo destino, allora cosa si può fare per difendersi da un eventuale “sopruso” della maggioranza legittimata da un sistema di consenso democratico, soprattutto se è dominata da un modus vivendi “retrivo”, inadeguato a capire i cambiamenti ovvero ancora “mitico” (vede ciò che non esiste più da molto tempo) in ritardo culturale e impermeabile a qualsiasi considerazione ecologica?

Il problema si fa oltremodo complesso. In passato e ancora oggi, basta vedere la ex Jugoslavia, le minoranze sono state oggetto di vessazioni, discriminazioni, ma anche di pogrom, violenze inaudite, crimini e misfatti che hanno fatto urlare domande angosciose: se questi sono uomini, la bestialità ha paragoni? Ma tale tipo di minoranze erano etniche o religiose (quanti massacri compiuti in nome della religione) e su queste minoranze si sfogava l’odio atavico delle maggioranze. Più frequentemente maggioranze e minoranze costituiscono categorie politico-ideologiche di una medesima nazione. I bisogni distruttivi che le minoranze attribuiscono alle maggioranze potrebbero essere sconfitti o ricorrendo a forme di separazione delle responsabilità o con la separatezza(secessione). Ma fino ad oggi non si è mai verificata una scissione di sinistra o di destra dalla sovranità di uno stato anche perché ci vorrebbero le convergenze ideologiche e territoriali, mentre invece qualsiasi territorio riproduce, seppure con caratteristiche talvolta diverse, le stesse divisioni ideologiche e la sovranità si realizza come sommatoria di territori; più facile era in passato, ma questo valeva soprattutto per minoranze religiose, emigrare in un altro territorio (le nuove colonie in America) La strada che di solito si percorre è quella dell’aperta ribellione all’autorità costituita attraverso una rivoluzione che dovrà utilizzare quegli stessi “poteri forti” una volta esperita con insuccesso ogni tipo di ragionevolezza, per cui in nome di una emergenza si ricorre a una forma di governo autoritario sempre più dittatoriale: si ha una fiducia dogmatica che rasenta il fanatismo di un qualche principio ideologico che si può realizzare solo togliendo di mezzo le forze avversarie. Ma una minoranza che non vuole fare guerre dovrebbe compiere una rivoluzione sanguinaria?

Una minoranza che non desidera sia distrutto l’ambiente può ricorrere al gas nervino per vincere una rivoluzione? E comunque come si potrebbe gestire questa fase senza incorrere negli stessi errori d’un tempo?

L’homo democraticus comunque dovrebbe essere in grado di giustapporsi (non di contrapporsi) al capitalismo nella sua tendenza degenerativa facendo lezione dell’esperienza per certi versi analoga del comunismo burocratico, però dovrà mantenere un ambito di autonomia politica del sistema economico pur cercando di condizionarlo con proprie proposte. Autonomia che non scada in pura pratica di potere acquisendo quell’arroganza tipica di chi genera sottogoverni e “mafie”. Ciò richiede un ricambio dialetticamente fuori dallo stesso “sistema ideologico degenerato” che solo il maggioritario attualmente può dare e comunque garantisce una responsabilità di potere seppur con pericoli di semplificazione politica, povertà ideologica, populismo demagogico e liderismo esacerbato, mentre il proporzionale favorisce la sopravvivenza di burocrazie, di apparati politici immobilisti ma anche di idee minoritarie, di complessità specifiche. La cosa migliore sarebbe una sintesi o ibrido che preservasse gli aspetti positivi di entrambi i sistemi. E’ vero che il maggioritario banalizza “personalizzando” la politica, le idee, per cui il bipolarismo per funzionare dovrebbe amplificare le alternative e non appiattirsi al centro, altrimenti la politica si ridurrebbe a pura amministrazione e il bipolarismo scadrebbe a puro gioco delle parti in cui una quando va al governo rinuncerebbe al suo programma per accontentare l’altra ed entrambe sarebbero al servizio della politica del capitale. La politica del maggioritario rischia un riduzionismo argomentativo, senza più vedere i fenomeni in profondità e senza più trattare di mondi possibili, di sistemi complessivi, di utopie concrete, ma solo certi temi istituzionali di scarso interesse per l’idealità delle persone e piuttosto ristretti nel loro possibile sviluppo in prospettiva, che invece sono tanto cari alla politica del quotidiano asfittico e asfissiato da urgenze quali la disoccupazione e l’inflazione in cui si vive senza nessuna progettualità.

homo democristianus XVII

 

 

1 – CIAK SI FLOPPA, TANTO PAGA LO STATO

CIAK SI FLOPPA – Questo è l’articolo scritto da Matteo Sacchi su IL GIORNALE,  ci parla della dinamica dei finanziamenti pubblici: certi film si meritano il finanziamento per l’ indubbio valore culturale, però il Mibac ha finanziato delle commediette che non ce l’avevano e che certamente non avevano bisogno di finanziamenti, tipo AMICI MIEI di Neri Parenti.

Sacchi continua: “Questo va detto, è il risultato della nuova legge del 2004 che ha tentato di emendare gli sperperi addirittura incredibili causati dalla precedente legge del 1965, la 1213 e che ha introdotto dei criteri oggettivi di finanziamento ma si vedono così sempre le stesse facce e i curriculum rischiano di congelare il rinnovamento”.

La legge del 2004 ha introdotto il reference system, che a mio avviso è pericoloso perché crea una gerarchia all’interno della cittadella del cinema tra idee di serie A, B, C1 e C2, nel frattempo c’è stata la campagna di stampa de IL GIORNALE che ha pubblicato un elenco di tutti i film finanziati inserendo di fianco l’ incasso, talvolta misero, il nome del regista, CHE FINIVA in una specie di gogna mediatica dove si parlava facilmente di truffa, lo stesso Giornale che poi se la prende con Travaglio perché è un giustiziaLISTA DI PROSCRIZIONE.

Ci fa capire che QUESTI DEL GIORNALE SONO GARANTISTI QUANDO SI PARLA DI BERLUSCONI ACCUSANDO IL FATTO QUOTIDIANO DI ESSERE GIUSTIZIALISTA E SONO GIUSTIZIALISTI QUANDO SI PARLA DI CINEMA accusando senza mezzi termini registi e produttori di essere dissipatori di soldi pubblici e via cantando. Hanno semplificato per motivi sensazionalistici il problema che era molto più complesso e aveva a che fare con la promozione di film che seppur interessanti, avevano poche chances in un mercato chiuso come il nostro, dominato dalle solite grandi distribuzioni che non lasciano spazio al cinema culturale.

Quindi è facile dire CIAK SI FLOPPA, TANTO PAGA LO STATO, ma se fosse stato Berlusconi a fare questi film come avrebbero titolato l’articolo? Dopo queste pesanti critiche, il Mibac si è coperto il culo. E allora basta finanziare film in base alla sola sceneggiatura, meglio finanziare le produzioni che garantiscono cmq un incasso, si parla di autori abituati a incassare, creando un discrimine profondo tra chi incassa e chi non incassa e per le opere prime e seconde rivolgendosi a quelle stesse produzioni diciamo di serie A.

E’ stata una trovata scaltra del Mibac per legittimarsi rispetto ai difensori del neoliberismo cinematografico, dando i soldi ai soliti noti, così il Mibac può dire che ogni euro di finanziamento dato, produce ad es. un euro e mezzo di ricchezza aggiuntiva secondo i dettami della politica economica keynesiana, ma paradossalmente ha dimostrato che la sua politica non è necessaria.

Insomma a chi bisogna darli sti soldi, ai soliti noti, che incassano, a quelli sconosciuti che non incassano, al valore culturale che non si sa cosa sia, ai registi autoriali che però non incassano? A NESSUNO! Replica la gente comune, meglio finanziare la scuola o defiscalizzare il lavoro. Che ce ne frega a noi dei film, è l’ultimo pensiero quello dei film. E la cultura? La preserviamo si ma se non ci costa, altrimenti no, avete visto la cultura contadina come è sparita in un baleno? Va bene, dico io che sono un autore indipendente, avete ragione anche voi, allora se non vogliamo spendere per la cultura bisogna tirare fuori il protezionismo (mettiamo un tetto al cinema Usa) come strumento di difesa almeno dei posti di lavoro, ma questa politica urta con la globalizzazione del mercato che è cultura della merce, e non vuole distorsioni protettive, non se ne viene fuori facilmente da questo labirinto, il neo liberismo porta alla cancellazione della cultura, la cultura invece vorrebbe cancellare il neoliberismo dalla faccia della terra, cmq il protezionismo aiuterebbe la produzione italiana a farsi conoscere e quindi a fare qualche soldo in più se vogliamo vedere come unico parametro del film quanto ha incassato. E non se ha delle qualità intrinseche.

Per incassare però bisogna creare un circuito di distribuzione che sia in grado di fare la concorrenza alla grande distribuzione americana, ecco perché mi richiamo al cinema territoriale in cui il cinema può fungere da richiamo turistico, ma deve essere a low budget, in maniera che non sia troppo difficile rientrare dei soldi spesi. In Europa si parla di eccezione culturale dei singoli Paesi per difendersi dallo strapotere di un cinema globale made in Usa, derogando al principio del libero mercato per proteggere l’identità e la specificità di una cultura dal rischio di omologazione

Dice Davide Giacalone su LIBERO del 18/06/2013, che l’eccezione culturale è di destra anche se ne pavoneggiano gli “intellettualoidi” di sinistra. Del FUS (Fondo unico dello Spettacolo) solo il 18,59% va al cinema, ma si parla di eccezione culturale solo per il cinema e anche il nostro Giacalone ci dice che non è affatto male agevolare il cinema, Hollywood nacque grazie ad agevolazioni fiscali (difatti prima l’industria del cinema si trovava a New York).

Ma, prosegue, se i soldi vengono distribuiti (almeno in Italia) in base al valore “culturale” accertato da apposite commissioni di “raccomandati ministeriali” sono buttati e se, invece, li si scuce in base ai biglietti venduti, va a finire che finanzi i film di cassetta che possono avere valore culturale ma non hanno bisogno di finanziamenti pubblici, (non se ne viene fuori) allora cosa si fa? Neanche Gacalone ha la risposta pronta, però quando gli italiani vanno al cinema pagano più che altro film americani (53%), 27% italiani e 17 film europei.

Che vuol dire che gli italiani nel cinema sono esterofili, più che altro americanofili, cioè subiscono prepotentemente la lingua e la cultura americana in una sorta di colonialismo, COGLIONALISMO.

Dall’accordo di libero scambio con gli Usa siamo i primi a trarne vantaggio, ci dice Giacalone, ma a noi non ce lo spiega nell’articolo: va da se che il mercato libero fa bene anche alla cultura (se lo dice lui) perché ripropone i valori economici del capitalismo occidentale anche nei paesi asiatici o mussulmani FONDAMENTALISTI, in questo modo la forma merce si espande in tutto il GLOBO costituendo una forma di cultura, la cultura della merce appunto, e in questo senso l’eccezione culturale consiste non nel sottrarre la cultura al mercato, ma nell’interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato!?! Mi sembra a tutta prima ma anche seconda, un argomento specioso, cioè una posizione labirintica, un altro dogmatico del mercato che arriva a dire al punto 9) della sua prolusione: l’eccezione deve considerare non nel sottrarre la cultura al mercato, ma nell’interpretare il patrimonio culturale come un valore di mercato.

Me lo sto ripetendo a memoria meccanicamente, ma che vuol dire? Cos’è una presa in giro? Quindi se prima Matteo Sacchi ci diceva che l’eccezione culturale è cultura dello spreco (come si riporta nell’occhiello del suo articolo) mantenendo la posizione neoliberista, Giacalone, riconosce formalmente che l’ideologia di destra è sempre stata a favore dell’eccezione culturale, ma siccome contrasta il dogma neoliberista, afferma che quelli erano altri tempi, adesso a destra vale il mercato, mentre lo Stato è stato, (se ne quasi andato) ma che diventa, secondo noi, MERCATO DELLO SPRECO, INVECE DI PARLARE DI CULTURA DELLO SPRECO, NON SI PARLA MAI DI SPRECO DI CULTURA PERCHE’ QUESTA NON RIESCE AD ESSERE VALORIZZATA DAL MERCATO, E RIMANE FUORI PERCHE’ NON HA IL POTERE MEDIATICO DI IMPORSI (LO VORREBBE IN SOSTANZA, NON HA MORALISMI) MA IL MERCATO NON RISCE AD ASSORBIRLA, perché’ ce n’e’ troppa e viene dall’estero. Non si vuole capire che molta cultura che crea per inciso identità nazionale o locale, non viene valorizzata come merce con grande spreco di un mercato controllato sempre più politicamente da pochi potentati. Eh si, messo così l’affare si …ingrossa.

 

 

 

1 – ARRIVA BATTISTA, IL MAGGIORDOMO DEL MERCATO

Riprendiamo un articolo dal Corriere della Sera  di Pierluigi Battista,  LA SINDROME DEL PANDA, I FILM CHE VALGONO STANNO SUL MERCATO ANCHE SENZA SOVVENZIONI. PARLA LUI IL MAGGIORDOMO DEL MERCATO

Se lo dice lui che è un esperto, siamo tutti contenti.

Ecco che Battista nel suo articolo dimostra tutta la sua acutezza giornalistica invocando, tramite panegirico, il mercato, questo riconosciuto, esaltandone l’ ideologia (più che il mercato) che cura tutti i mali del mondo. Cosa dice il ns Battista, QUESTO MAGGIORDOMO, che l’eccezione culturale è sbagliata e che la cultura viene sempre esaltata attraverso il denaro e quindi bisogna dire no al neo protezionismo dirigista di marca sovietica che pretende di recintare la cultura in una zona protetta, perché altrimenti si ricade in vizi antichi che sviluppano una insidiosa forma di neo-corporativismo di tipo fascista. Perché la cultura non dovrebbe essere una merce? Ci dice? E poi fa l’esempio di quello che è successo 100 anni fa, che il cinema senza il mercato e la cultura di massa non sarebbe neanche nato. Poi cita perfino K.MARX a rovescio: LA MERCE (E QUINDI LA CULTURA) E’ FANTASMAGORIA. (boh tutto qua speravo che la citazione valesse qualcosa di più) e INFINE prosegue sempre con la solita acutezza: CHE LA CONCORRENZA E’ IL GIUSTO STIMOLO  (mi scappa dall’emozione) a non cadere nella routine e nel conformismo. (Dio dio dio tutta la mia vita perduta nella grettezza del conformismo) Emettiamo un gridolino di eccitazione PER QUESTE NOVITA‘ mai sentite.

Ha finito!?!

Noooo! noo!,no! Dice che parlare male della concorrenza genera pigrizia, (ostrega la pigrizia!) questa non la sapevo! Genera Conformismo, (ma no), sciatteria e corrività. Mamma mia!

Che dire, mi viene una stanchezza infinita, perdo due chili di energia sull’istante, è la solita solfa, che si ripete da quando ero piccolo, e che la mia maestra alle elementari mi diceva: pigrizia, pigrizia, stimolo, stimolo, che manca nell’Unione Sovietica che è tutta statale, statale, statale. Siamo di fronte all’esempio dell’ ideologia sclerotizzata del mercato, al punto da diventare il marxista-leninista del mercato, il dogmatico per antonomasia. Mi sento spossato.

Ci si mette pure Brunetta scrivendo su IL GIORNALEdel 17 giugno: “Chi taglia gli sprechi non affossa la cultura”. Non è in discussione – ci dice – se finanziare la cultura, e più sotto riprende: ma le arti e la cultura devono essere sussidiate? Per i beni artistici e culturali si può argomentare che l’ignoranza delle arti priva molte persone di esperienza da cui trarrebbero grande giovamento. In conclusione il sussidio pubblico è giustificato essenzialmente dal fallimento del mercato nel produrre la quantità socialmente ottimale di arte e cultura e quindi si può decidere di sussidiare l’industria cinematografica per proteggere gli occupati, ma il cinema italiano sarà competitivo solo con produttori che rischiano in proprio, (però questo non me lo sarei aspettato da lui) anche qui Brunetta non sa niente come è strutturato il mercato cinematografico e inferisce sul sentito dire, l’importante è attaccare quei sinistrossi come Merlo che amano Godard e “ci costringono ad un cinema d’autore, di sinistra” per gli snob. Brunetta vuole dire che le commedie di Vanzina e Banfi sono di destra e non hanno bisogno di finanziamenti, il cinema autoriale è pieno di opere prime e seconde selezionate dai kapò del cinema italiano tutti di una certa matrice ideologica, (comunista): “film non adatti a gente volgare come noialtri” ci scherza su il nostro parafrasando Pirandello.

Cmq Brunetta a differenza di Battista, non è proprio un dogmatico del mercato, visto che si interroga sul bene meritorio che sarebbe consumato in misura inferiore se non ci fosse il sussidio. Bontà sua è già un passo oltre se non altro capisce che la cultura non si mangia e che quindi la domanda non è così rigida come per il pane, maa è pur empre cibo per la mente,  parla anche di fallimento del mercato per certi prodotti culturali o almeno lo accenna – a me sembra- però cade in un altro dogma: i produttori devono rischiare in proprio: ma se io produttore so già in partenza che il mercato è CHIUSO e sono sicuro che al 100% perderò quei soldi anche se avessi fatto un capolavoro assoluto, (perchè se il film non è dentro ad una grande confezione hollywoodiana o con Rai o Medusa) rischia potentemente di non aver nessun accesso ai mercati nazionali e mondiali. Io posso rischiare concretamente se c’e’ un mercato (com’era fino a trent’anni fa, prima dei blockbaster quando era ancora aperto)  che è in grado di assorbire un prodotto anche se la confezione è di serie B o C, come avveniva in passato.

Cmq almeno Brunetta parla di efficienza allocativa dei mercati e che la tesi dell’interventismo nel settore culturale è necessaria se si dimostra che la distribuzione ineguale dei redditi rende l’arte e la cultura inaccessibile ai poveri. Ripeto è già un passo avanti. Se non altro si giustifica anche un finanziamento pubblico alla cultura altrimenti c’è il rischio che fra qualche anno parleremo tutti in inglese.

 

1 – ITALIANI TRISTI PER LA CRISI

CULTURA IN PROFONDO ROSSO – ITALIANI BRAVA GENTE MA TRISTI 

Questo è l’articolo del QUOTIDIANO DI CALABRIA: (titolo) IL CINEMA HA PERSO 18 MILIONI DI BIGLIETTI.

Poi si snocciolano tutta una serie di dati per cui la crisi economica riduce i soldi per il cinema.

Lo stesso dice anche LA GAZZETTA DI PARMA, stesso testo.

Però viene da pensare: se gli italiani hanno meno soldi questo può essere vero anche per il Calcio, anche per il Calcio ci dovrebbe essere una riduzione dei biglietti che costano come minimo il doppio fino a 10 volte in più di una sala cinematografica.

Come va invece il calcio? Sente la crisi, la gente ci va di meno allo stadio?

Domanda legittima che possiamo porci soprattutto quando vediamo tutti sti milioni spesi per i giocatori.

Ma i giornali soprattutto quelli sportivi chiedono ai presidenti DELLE SQUADRE che si spenda sempre di più per comprare giocatori ancora più grandi dai cartellini milionari, a giudicare da quello che dicono, nel mondo del calcio non c’è aria di crisi, come se non fossimo in Italia.

Ma noi continuiamo a chiederci: possibile che non ci sia una flessione di spettatori indotta dalla crisi o c’è talmente una rigidità della domanda di calcio da parte dello spettatore medio che il calcio non ne risente rimanendo fuori da questa congiuntura?

Bisognerebbe girare la domanda ai presidenti dei club e ai tifosi. Ma io mi fermo qui. Piu’ che un post è un post ino