5 – DISSENSO (lungometraggio)

DA OGGI COMINCIO A PUBBLICARE ALCUNI SOGGETTI CINEMATOGRAFICI COMINCIO CON UNA STORIA DI DISSENSO

 

Tutto ciò che non funziona in questo tipo di società è impossibile elencarlo: l’arroganza del potere, l’ipocrisia, il conformismo, la furbizia, la mancanza di senso etico, ma anche estetico, il tradizionalismo becero e ottuso. Caratteri preminenti che da sempre dominano la comunità umana che si trasforma in clan e caste.

Ecco lo speculatore che si disinteressa del bene pubblico pur di guadagnare, il cacciatore che si diverte spargendo sangue, chi abbandona la spazzatura nei boschi, il violentatore che non può fare a meno di esercitare il suo istinto bestiale, il magistrato corrotto che svende le leggi ad un prezzo determinato, il politico mafioso che sfrutta la legalità dello stato per servire la propria combriccola.

Certo sono diversi livelli di responsabilità, ma ognuno è concatenato all’altro nell’edificare una società poco edificante.

Ma arrivano i nostri con il loro dissenso, sotto forma di giustizieri vestiti come persone qualunque che si muovono in mezzo al traffico e si accostano a quei cittadini incivili, si comincia con la cacca dei cani, la spazzatura abbandonata a se stessa, l’auto parcheggiata in posti impossibili, l’arroganza di chi alza la voce pur avendo torto marcio. A volte i nostri agiscono da soli altre volte in piccoli gruppi con altri complici per ristabilire non un ordine autoritario, ma un principio di convivenza civile che si basa sul rispetto reciproco.

Devono essere brevi concatenazioni di scene o meglio episodi, registrati in presa diretta con dialoghi della strada e ripresi con la macchina a mano come se fosse un documentario, anche entrando negli uffici pubblici con le telecamere, le reazioni spropositate di certuni, ognuna esemplificativa di una situazione in cui il semplice cittadino può chiedere aiuto a questi personaggi che si sono riuniti in una associazione segreta e compaiono sempre vistosamente truccati per non essere riconosciuti, vanno negli autobus prendono per le orecchie chi insozza, chi ha la mano troppo lunga, hanno un successo straordinario, finalmente la gente prende fiducia e comincia a reagire da sola agli sgarbi degli altri, e se poi qualcuno fa l’arrogante ci sarà una buona dose di botte da orbi.

Come si chiamano i giustiziere solitari? Questo non è dato a sapere, piovono denunce da tutte le parti e qualcuno vorrebbe tendere un tranello a questa specie di giustizieri perché minano il mal comportamento sociale che invece deve continuare secondo certi ben collaudati schemi.  Anche l’opinione pubblica e i giornali sono divisi, dove si andrà a finire se bisogna combattere l’illegalità con l’illegalità?

Come si vestono, quali sono le loro caratteristiche salienti? Tutto questo verrà detto quando il soggetto prenderà corpo.

Prima ci sono brevi episodi illustrativi dello scempio sociale, poi i tre amici che menano alla grande.

Intanto ci scappa il primo azzoppamento, questi fanno sul serio, sono dei terroristi, una parte delle forze politiche auspicano una caccia all’uomo, il gruppo è braccato dalle forze di polizia, ma ancor più da un mafioso che sguinzaglia i suoi scagnozzi perché era stato fatto oggetto di derisione pubblica da parte del gruppo che aveva denunciato attraverso filmati fatti pervenire ai giornali, anche i politici collusi. L’escalation sembra non arrestarsi più, intanto con grande sorpresa il gruppo di giustizieri in fuga scopre che altri hanno preso i loro posti da giustizieri, la cosa sta andando avanti, prendendo piede e finalmente la società diventa più rispettosa dell’ambiente, ma anche contrasta gli allevamenti lager di animali e perfino lo sfruttamento del lavoro nero.

Tutti i diritti riservati al sottoscritto che li può cedere temporalmente o definitivamente Chi è interessato  scriva a giancarlo.carofilm@gmail.com;

 

SOGGETTO n°1

 

1 – MALCOM PAGANI – IL CINEMA CHE SI PARLA ADDOSSO

MALCOM PAGANI IL CINEMA CHE SI PARLA ADDOSSO

Articolo geniale e molto divertente di Malcom Pagani per il Fatto. Vale la pena spendere un minuto e leggerlo fino in fondo, sullo sfondo dell’ultima mostra del cinema di Venezia
Malcom Pagani per “il Fatto Quotidiano”

Trascinata come un burattino nordcoreano, lo sguardo assente, la camminata stramba dei ministri dei Monty Python, Cécile Kyenge arriva sulla terrazza dell’Excelsior, circondata da pletore di cafonissime guardie del corpo impegnate a spalancare porte e a creare cerchi della fiducia.

Nel più vicino al nucleo si muovono alcuni giornalisti. Davanti a testimoni, chiediamo di passare nella vana speranza di ascoltare il verbo. Risposta: “Non si può, c’è già la stampa chiesta dal ministro”.


Rosencrantz e Guildenstern sono morti, ma anche la memoria di Kennedy, che non può più difendersi, non si sente troppo bene. Reduce da un’appropriazione indebita (un incontro con Luxuria sobriamente titolato I have a dream), Kyenge sparisce all’orizzonte. Dopo giorni di assenza però, attratta dall’insostenibile leggerezza della seconda settimana, al Festival, ecco la politica.
In sala per ‘’Parkland” c’è l’ex Veltroni e difendersi tocca ora all’erede, Massimo Bray, accolto da un coro polifonico: “Stavolta i soldi ce li deve dà”. Loschi capannelli sotto le volte moresche. Produttori, distributori, esercenti. Tramontato il suk estivo sul Tax credit, Bray è in laguna. Il titolo del convegno-trappola organizzato in suo onore: “Il futuro del cinema: da settore ‘assistito’ a industria culturale strategica” non spiega fino in fondo.
Di strategico c’è solo l’assalto al deputato che discetta di “biunivocità”, si tortura il mento, ma resiste allo sbadiglio. Cercano di prenderlo per stanchezza. Di disegnare un dolce “o la borsa o la vita” lungo 210 minuti. 14 estenuanti interventi slegati tra loro in cui nella noia senza redenzione, le corporazioni del “settore” presentano il conto.
Parolacce come “decisori”, “criticità”, “filiera” e concetti preistorici come “l’appeal del nostro cinema negli Usa” vengono scongelati e spacciati, sfacciatamente, come assolute novità. Officia Baratta (che si sventola con un cartoncino per mezz’ora e poi, saggiamente, opta per la fuga) e modera Cicutto di Cinecittà, ma l’ingrato compito di dare vitalità a un pomeriggio funereo (e di mentire per la causa comune: “È la prima volta che ci ritroviamo a un convegno simile”) spetta al Dg per il cinema del Mibac, Nicola Borrelli.
Ogni tanto, in mancanza di gobbo, costretto a violentare la cervice per leggere i fogli, Nick si perde. E i lapsus freudiani (“Disamina” muta in “disanima”) rivelano l’idealità di base del consesso. Il suo dotto intervento, previsto sui 6 minuti, si dilata all’infinito dando la stura ai primi indegni
stravaccamenti in Sala Stucchi. Gente che parla al telefono, gente che viene e che soprattutto, va. Bray, accolto da una civilissima, silente protesta contro le grandi navi, non fa una piega. Ascolta con apprezzabile sportività sproloqui sui “monitoraggi delle dinamiche” e la “portabilità del device”.
I convenuti reinventano l’italiano per
parlarsi addosso, difendere la propria singola casa madre e approdare tra un tecnicismo e l’altro, nelle già esplorate lande del Conte Mascetti. Però Ugo Tognazzi non c’è più e per ridere, la contingenza è tragica, ci saranno altre occasioni. Nel tempo, i protagonisti dei convegni veneziani, gli unici a incassare qualcosa, hanno scelto il lamento come forma di religiosa espressione.
E per intonare il canto unico, davanti a Bray, non manca nessuno. La giovane che non ha prodotto quasi un solo film, l’adorabile
Marta Capello, che propone giuliva forme di finanziamento alternative che ai produttori di Zoran, capaci di vendere bottiglie di vino con il marchio del loro film, hanno fruttato fino a 500 euro: “Hanno brandizzato – osa in assenza di Nanni Moretti – in maniera molto simpatica”.
Sull’utilità del “
dibbbattito“, Nanni parlò invano. Così, al microfono, ognuno ha il suo warholiano “quarto d’ora”. L’ex sessantottino incazzato, Nino Russo, presidente dell’Anac. Il sosia di Paul Müller, già Visconte Cobram di Fantozzi, Carlo Bernaschi, presidente degli esercenti multiplex che legge un comunicato sovietico in cui il termine “procrastinabile” presenta insormontabili picchi di corretta dizione.
Silvano Conti, segretario Cgil spettacolo che tra una “destrutturazione” e l’altra, ‘ciancica’ una gomma americana davanti a un assopito uditorio a un metro dalla pennica, neanche fosse in un film con Mario Brega. Poi arriva Bray. Fa un discorso onesto. Parla di risorse, tempi e regole. Benevolo, giustifica la questua: “È il segno che il mondo della cultura è ignorato, bisogna investire di più, restituire dignità al patrimonio”. Non promette miracoli, ma piccoli passi.
Sul volto della maggioranza dei presenti, terrore misto a confusione. In una pausa, si scopre che la stucchevole unità di intenti “del comparto audiovisivo” sventolata a favore di pubblico: (il mantra unico è “Ringrazio l’amico che mi ha preceduto”)
è una parte in commedia. Quando si è seduti a una tavola con poco cibo e troppi affamati, non c’è tregua che tenga. Bisogna lottare per le briciole.
Pulire il desco. Farsi rispettare. Così capita che l’ignaro, conciliante
Del Brocco di Rai Cinema avvicini in un pausa il più lucido della truppa, Fabiano Fabiani, 83 anni, presidente dei produttori tv: “Ciao presidente, come stai?” E si veda investito: “A Del Brò, adesso sulla storia dei diritti m’hai rotto i coglioni” per una sua precedente presa di posizione. Faranno pace. Ma sempre di soldi si discute.

Più degli abbracci di una compagnia di giro che si conosce da decenni, può il digiuno. E dopo anni di vacche grassissime, i tempi sono magri, la vita molto agra e la signorilità senza ritorni un vuoto a perdere. Un affare da coglioni. Da anime belle senza più patria né bandiera.

 

 

2 – INTOLLERANZA E RAZZISMO

Per chi volesse ORGANIZZARE UN CINEFORUM SULL’INTOLLERANZA, SUGLI STEREOTIPI E SUL RAZZISMO non si può prescindere da questi titoli, ce ne sono tanti altri da aggiungere basta solo condividere in rete l’iniziativa.

 Andiamo dal classico del cinema muto del 1916, INTOLERANCE di David Wark Griffith,  suddiviso in 4 episodi storici, al cinema civile degli anni 60, INDOVINA CHI VIENE A CENA di Stanley Kramer, 1967, con Spencer Tracy, Katharine Hepburn e Sidney Poitier, sull’intolleranza verso i neri; MISSISIPI BURNING di Alan Parker, 1988 con Gene Hackman e William Dafoe, contro i neri e la presenza del Ku Klux Klan, LA LUNGA STRADA VERSO CASA di Richard Pearce, 1990, con Whoopi Goldeberg e Sissy Spacek, sempre contro i neri, MY BEAUTIFUL LAUNDRETTE del 1986, di Steven Frears, che descrive una Londra dell’emarginazione: VIVRE AU PARADIS di Bourlem Guerdjou,1998, un giovane Algerino inmigrato in Francia; LA PROMESSE di Pierre e Luc Dardenne, 1996, sullo sfruttamento della manodopera immigrata, LA BAS MON PAYS di Alexandre Arcady,2000, integrazione o ritorno verso la terra d’origine? LONTANO DAL PARADISO di Todd Haynes, 2002, l’intolleranza nella società Usa degli anni ‘50; PERIFERIA di Vinko Moderndorfer una realtà dell’est; E gli italiani?  Oltre al collettivo film INTOLERANCE di Registi Vari, di qualche anno fa prodotto dall’Assoc. degli Autori, (Anac), possiamo tra gli altri vedere: 12) SACCO E VANZETTI di G. Montaldo, 1971, un classico sull’intolleranza dell’America razzista e reazionaria; L’AMORE DI MARJA di Anne Riitta Ciccone, 2004, sul rispetto del diverso; 14) PRENDIMI E PORTAMI VIA di Tonino Zangardi, 2003, l’intolleranza verso gli zingari. Non dimentichiamo i classici come: EASY RIDER di Dennis Hopper, 1969, sull’intolleranza verso il diverso; SCIUSCIA’ di Vittorio De Sica,1946 un capolavoro del neorealismo; due più recenti come: 17)GANGS OF NEWYORK di Martin Scorsese, 2002, guerre tra bande e intolleranza reciproca, LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA di Joe Dante, 1997, sull’immigrazione sull’integrazione. Questi sono solo alcuni titoli, noti e notissimi,altri da festival.

 

1 – BRY NO CRY

Bry no cry, che il Cinema va alla grande dai!

E’ l’uomo delle date storiche, gli piace essere al centro di grandi avvenimenti: erano trent’anni che non si faceva più un Decreto Cultura, ci dice e sono 15 anni che l’Italia non vinceva più il Festival di Venezia: “(grazie a me) che gli portavo sfortuna”-aggiungo io.

Quindi ringraziamo doverosamente il nostro e ci chiniamo rispettosi, non si sa mai che promuove una lotteria e al vincitore gli finanzia un film completo e così si potrà dire: erano da 116 anni che non succedeva, praticamente da quanto è nato il cinema che agli inizi si chiamava cinematografo.

Però la novità del documentario è vera, finalmente il cinema si allarga alla realtà cercando di carpirne le sfumature e una qualche verità anche se si dice che la fiction a volte (non sempre, diciamo quasi mai) riesce meglio nella discoverta della verità.

Ma i documentari si vedono bene solo in sala, è per questo che bisogna creare un circuito di sale (quelle del centro storico, quelle di essai) capaci di valorizzare simili prodotti. Le periferie sarebbero in mano al cinema spettacolare di fattura Usa e le commedie medie italiane, i cinema del centro storico invece farebbero vedere dei film di spessore capaci di emozionare in maniera diversa, dando impulso al cinema indipendente. Potrebbe essere una soluzione.

I festival cercano di portare avanti un cinema di qualità ma poi ci deve essere anche un circuito di sale che dia compimento alla cosa magari con i film a menu’, e non con un solo film IN CARTELLONE esposto, per cui con un biglietto di € 5 puoi vedere tutta la programmazione della giornata: ci sono tre film uno dietro l’altro.

Li chiamiamo questi film con titoli di fantasia: il primo CICUTTO, il secondo CICHITTO e il terzo CECCHETTO, io entro alla prima programmazione quella supponiamo delle ore 17,00 e pago 5 euro e posso vederli tutti e tre, il giorno dopo però quei tre vanno in un altro cinema del circuito in maniera da incentivare la presenza dello stesso pubblico per le novità, visto che non c’è grande ricambio.

I nostri 3 porcellin…cioè “filmin” girerebbero continuamente da una città all’altra. Questo sistema potrebbe garantire degli incassi superiori a quelli attuali per film di questo tipo, invero molto bassi. Anzi scoraggianti per i produttori indipendenti. Perché tutto sommato o sottratto poi alla fine i conti devono tornare e non solo andarsene (i soldi).

 

2 – MERITOCRAZIA O BUROCRAZIA?

Fondamentalmente la ricchezza privata non ha mai avuto una legittimazione sociale anzi essa rende più difficile la stessa stabilità sociale, secondo Talcott Parsons (un sociologo americano), si giustifica come effetto della meritocrazia, efficace strumento di promozione sociale, la Classe Media ha puntato sulle qualità individuali, sulle capacità degli affari, sui talenti, però allora come giustificare l’ereditarietà della proprietà e della permanenza di oligarchie, fattori che complicano a dismisura le cose.

Meritocrazia ed ereditarietà fanno a cazzotti.

Secondo Talcott Parsons, l’ereditarietà non è in contrasto col principio del successo e dei risultati individuali essendo soltanto una TRADIZIONE RESIDUA.

Una società sempre nuova che parta da zero, non esiste sulla carta, è nel suo sviluppo naturale il fatto che si creino rapporti familiari economici oltre la morte del singolo individuo e si stratifichi quindi un potere permanente è nell’ordine della natura delle cose, per cui alcuni soggetti hanno il diritto di avere qualcosa in cambio di nulla, contraddicendo però il mito dell’Universalistico Successo Individuale.

Difatti la classe media ha dentro di sé una contraddizione fondamentale che indebolisce il sistema morale universale, al punto che esso vale sempre per gli altri e invece per sé c’è sempre un’eccezione giustificata da circostanze impreviste e imprevedibili che costringono a delle scelte compromissorie, per cui mentre si pretende dagli altri IL MASSIMO DELLA CORRETTEZZA si è auto assolutori verso se stessi (c’è sempre l’eccezione che conferma la regola).

Ci si dimentica della moralità perché il fatto non è preponderante per noi, niente a che vedere con altri fatti analoghi capitati ad altri. L’importante in definitiva, è che quel di più che alcuni hanno per diritto familiare, come opportunità aggiuntiva, sia usato nel modo più efficiente possibile all’interno dei valori importanti del sistema, per la realizzazione dei suoi fini, non siano cioè elementi parassitari di spreco delle risorse, (in sostanza devono essere coinvolte produttivamente) cmq in ogni società ci saranno sempre delle differenze nella distribuzione di opportunità e questi però sono per Parsons fattori secondari che non inficiano il funzionamento ottimale di una società.

Platone sostiene che la stabilità del sistema dipende dal principio per cui ciascuno viene retribuito in proporzione ai suoi “meriti”, però la ricchezza ereditata continua ad essere retribuita senza che i beneficiari abbiano dei meriti, chi non si ricorda una delle poche riforme di Berlusconi, quella di ridurre sensibilmente le aliquote fiscali sul passaggio ereditario per renderlo meno costoso e quindi più facile: una società liberale o neo liberale esalta la proprietà e vuole sempre diminuire queste aliquote, una società progressista le critica e vuole aumentarle per le ragioni contrarie.

Quindi ne consegue che la società degli “affari” che è in toto liberale o liberista non rispetta i requisiti di stabilità del sistema, lo stesso sistema familiare nel capitalismo molto spesso regredisce a sistema familistico ed è incompatibile con l’uguaglianza di opportunità perché c’è il figlio ereditiero e quello non, il sistema contraddice le pari opportunità, se poi inseriamo in mezzo la persistenza delle oligarchie financo politiche oltre che finanziarie, il patatrac è vicino, la società si congela in gerarchie e tende a difendere con opportune leggi le rendite di posizione, che inficiano l’efficienza del sistema che può crollare per assenza di competizione.

Stiamo parlando   d’un capitalismo parassitario che genera malcontento diffuso, immobilismo e non soddisfa più i requisiti della stessa stabilità sociale, soprattutto per la permanenza di strati privilegiati e la consistenza di caste in tutti i settori che soffocano l’innovazione e il cambiamento, quindi dobbiamo ricordarci che la proprietà è una delle fonti endemiche di conflitto nella società perché la distribuzione della ricchezza è il centro di conflitti di interessi diversi nella società, oltre al conflitto classico tra operaio e capitalista si affianca la questione nord-sud e quella giovanile: quelli del nord si lamentano che la ricchezza gli venga sottratta dalla politica per motivi elettoralistici creando sprechi e andando poi finire (non si sa come) al sud, i giovani dicono che in Italia non hanno nessuna opportunità di crescita economica perché c’è troppo nepotismo.

La società si blocca e si deprime anche per la presenza di sterili ideologie che coprono l’immobilismo di fondo, e quella che oggi è più forte e più falsa è l’ideologia neoliberista che nasce come reazione alla burocratizzazione della società per colpa dello Stato, ma che esprime un nuovo e più pericoloso processo di burocratizzazione delle caste, per cui il capitalismo diventa più burocratico dello Stato.

 

 

1 – L’AGCOM SI AGITA E COME!

Si sta parlando della lotta alla pirateria e della bozza di regolamento dell’AGCOM che si agita e come, che verrà approvato nel 2014 riguardante il problema spinoso della pirateria che molti guadagni nel cinema porta porta via.

Il problema è che Internet è come un flusso assomigliante a un torrente impetuoso e mettere dei paletti riduce cmq la libertà di flusso, anzi può deviare le acque, come si fa a bloccare parte di questo flusso perché è illegale, come si fa a togliere l’acqua “cattiva” che è così interconnessa a quella buona e che è inestricabile dal flusso totale.

L’uomo può intervenire mettendo appunto paletti, deviando acque creando rivoli che vanno a finire nelle secche, ancora una volta la nuova tecnologia crea più problemi di quanti ne risolva.

Cmq il Regolamento che disciplina il comportamento degli internauti rispetto al filesharing è improntato al dialogo piuttosto che allo scontro e contrapposizione muscolare come si esprime il sito web www.itespresso.it; del 19.8.2013, poi in questo dialogo ci sono gli attori che recitano parti in contrapposizione senza farne però un dramma, alcuni attori recitano la parte della minaccia alla libertà d’espressione ed alla libertà d’accesso, mentre invece altri attori hanno individuato chi ci guadagna con la pirateria e vuole oscurare solo le piattaforme che operano a scopo di lucro, le vuole limitare perché inseriscono in rete contenuti di cui non detengono i diritti, questi attori “REPRESSIVI”sono soprattutto le istituzioni pubbliche ma anche in una certa misura i grossi detentori di diritti, quelli che sono proprietari di migliaia di film e che si innervosiscono facilmente quanto vedono che i siti web vendono i loro prodotti opportunamente copiati, potenza della tecnologia che trasforma i film in file e poi diffonde i file a pioggia.

La bozza insomma rappresenta un momento dialettico: siamo qui per parlare mica a farci le guerre, ognuno con le sue posizione per stilare un documento che rappresenta tutti, un compromesso virtuoso e proficuo.

I due poli negativi sono costituiti dalla repressione totale in rete, è come prendere in mano l’acqua impetuosa di quel torrente dividendola in buona e cattiva con le dita delle mani e la totale libertà che si coniuga alla totale libertà della pirateria (non tocchiamo il flusso che scorra liberamente nel suo letto sia con l’acqua buona che con l’acqua cattiva), se poi a valle avvelena qualcuno nel senso che gli rovina il fegato cmq tanti altri ne gioiscono nel senso che se ne fregano di questa sparuta minoranza, e qui salta la mediazione.

Secondo certi attori particolarmente apprensivi, la normativa cmq (visto che ci sarà, risulterà sempre negativa perché colpirà blog e forum e a dirlo è l’avvocato Sarzana.

Da quando ci sono gli avvocati costoro preferiscono che aumentino le leggi e i regolamenti, così possono rendersi più utili e cercare gli arzigogoli, invece in questo caso il nostro dal nome di un bellissimo paese ligure, diventa il paladino della spontaneità sociale, buon pro gli faccia, ma il Regolamento mira a rendere sostenibile il mercato dei contenuti digitali colpendo i pesci grossi che si nutrono di cibo rubato e non i semplici pesciolini downleader: replica imperterrito l’avvocato Sarzana: LA FILOSOFIA DEL FILESHARING NON CONSENTE DOWNLOAD SENZA UPLOAD.

“E parla come magni no, eh!” Tradotto in italiano corrente significa che se ci metti le mani in quel torrente becchi tutti i pesci senza distinguere in grossi e piccoli (tutti insieme potrebbero finire in qualche rivolo secco) per capirci in metafora,insomma i piccoli downloeder potrebbere morire come il bambino e la sua acqua sporca trasformata in “avvelenata”.

Gli attori quindi sono in piena rappresentazione e ci saranno repliche per tutto il 2013, l’importante che non si faccia un dramma, ma neanche una farsa e che allargando la prospettiva alla fine la rappresentazione traduca in realtà tutte le sfaccettature e ottiche possibili e immaginabili.

 

agita agita agita agita agita agita agita

L’Agcom si agita e come!

2 – COMMENTI TEORIA COMUNICAZIONALE

Dopo l’articolo comparso su IL FATTO QUOTIDIANO sulla teoria comunicazionale a cura di Barbara Collevecchio adesso vediamo i commenti dei lettori

COMMENTI

Ma nella lingua italiana le parole di origine straniera sono invariabili, non usano il plurale né secondo la lingua d’origine, né secondo le “regole” dell’italiano.

Avere questo potere nel web non é così diverso dall’averlo in Tv. La differenza sta, forse, nel numero di persone raggiunte con la Tv (pensiamo agli anziani che non usano internet) e nella passivitá innegabile del telespettatore rispetto all’utente di internet che, almeno in teoria, può intervenire in una discussione, dire la sua, cercare altre informazioni. Credo comunque che proprio questa maggiore possibilitá di essere attivi possa dare l’illusione di poter tenere sotto controllo la rete, mentre non é proprio così: i meccanismi propagandistici sono anche piú sottili e meno evidenti di quelli della Tv. E, se ci pensiamo, dal punto di vista della propaganda, non é che ci siano grandi differenze tra B. e Grillo. Certo sono diversi i contenuti, il target di riferimento e il mezzo utilizzato ma per il resto, fateci caso, molte coincidenze.

No, il web è molto peggio! Infatti almeno in TV ci andavano persone con una certa competenza e quando erano palesemente false o faziose venivano sistematicamente derise (vedi Minzolini o Emilio Fede). Invece nel web è pieno di “signor nessuno” che non riescono a risolvere un’equazione e vogliono spiegare il sistema bancario internazionale, oppure che non sanno nemmeno qual è il 5o canto della Divina Commedia e pretendono di ergersi difensori della cultura.
Il web non sta portando democrazia, nè informazione. Sta portando confusione, sta dando spazio a voci antidemocratiche e fomenta la caccia alle streghe. Rendiamocene conto.

Hobbes 5 ora fa

Mi sembra eccessivo tirare in ballo misteriose tecniche di persuasione occulta, reti di influencer addestrati da un Grande Burattinaio. Le “tecniche” di cui si parla nell’articolo sono una formulazione in “psicologese” di aspetti dell’animo umano che tutti i leader della storia conoscevano benissimo, da Giulio Cesare a Napoleone, da Hitler a Silviuccio nostro. Conoscevano e hanno sfruttato, aggiungerei. Rassegnamoci: l’essere umano è fatto così.

Riot+- 8 ora fa

Già. E comunque il plurale per il tizio lì proprio non esiste; nel video non solo dice: “gli influencer”, “sono influencer”, dice persino: “i social network”. Poi voglio un servizio sui “morbilloncer”, i “rosoliencer” e i “varicellencer”.

P.S.
Questo voleva essere un commento a Giroma.

Blitz 9 ora fa

Chiunque abbia delle convinzioni e parli con qualcuno e’ un “influencer”. Quello che fa venire i brividi e’ apprendere che un individuo (Casaleggio) recluti altre persone e le addestri ad utilizzare tecniche neurologiche con il solo scopo di fornire al proprio cliente pagante (Grillo) un servizio migliore. Non riesco ad immaginare nulla di piu’ lontano dalla purezza e trasparenza tanto sventolata dai grillini

stress57 15 ora fa

Cacchio il nano altro che Casaleggio guarda quanti ne ha fottuti

Se sia diverso non lo so, e in fondo non sono nemmeno tanto interessato,
il punto che vorrei chiarire, fondamentalmente é:
Ma il suo barbiere é lo stesso che aveva De Michelis.
capillum omen dicevano

MABVLOX 15 ora fa

Non c’è dubbio che queste parole pronunciate e scritte in inglese “suonano” diversaMente.

Ma: “Influencer, persuader, opinion leader … escort” … c’erano anche una volta e li chiamavamo con altri nomi, sobillatore, persuasore, promotore … mignotta dal francese mignon graziosa …. rubacuori.

Arianna70 15 ora fa

Se vuoi nascondere MOSTRA.

Danchou 17 ora fa

Se Casaleggio fosse una persona così oscura come spesso viene descritta non credo rilascerebbe informazioni del genere ..

Marco Antoniotti 17 ora fa

ubertus Bigend e la Blue Ant 🙂

Bacco11 17 ora fa

Solo un suggerimento
Che gli influencer abbiano un minimo di cultura riguardo l’argomento trattato, un mimino per non fare continue figure barbine

Gli infuencers in genere devono spargere falsità ed ignoranza. In particolar modo quelli di Casaleggio…Quindi al grillino non importa che l’influencer dica una cosa palesemente infondata purché sia in sintonia con il Verbo del guru…Se qualcuno tenta di aprirgli gli occhi dimostrandogli con i fatti che quella dell’influencers è una balla, quel qualcuno diventa automaticamente un troll agli occhi del grillino che vuole vedere solo quello che lo hanno condizionato a vedere!

Bacco11 18 ora fa

Aggiornamento degli idola di Bacone?

L’influencer ha un posto di rilievo la dove non ci sono idee precise, dove con le parole è in grado di mettere in contraddizione le, forse, certezze che chi ascolta ha. Lo stesso Casaleggio, nel video, spiega come per tipologia di prodotto questo personaggio fa e disfa il prodotto stesso. Contrariamente a quanto ho letto in interventi precedenti, in politica queste figure riescono nel loro intento esclusivamente nei momenti di confusione, di poca chiarezza e nei momenti in cui, quelle che si chiamavano ideologie, non hanno piu’ il valore di indirizzo . Questi ultimi 20-30 anni, sono stati segnati dalla perdita delle dottrine di riferimento e la riconquista delle idee stenta a riprendere il sopravvento. Oggi, a mio parere, una buona campagna pubblicitaria della idea del momento, riesce, o è riuscita, a imporsi proprio grazie a questa nuova ( mica tanto, i piazzisti esistono da una vita) professione

parsiphal 20 ora fa

Gentile Barbara Collevecchio,

Lei dimentica una cosa: nessuna mente è isolata, ma vive in un contesto di altre menti. Difficilmente si prendono le decisioni in perfetta solitudine, com’è dimostrato anche nella più paralizzante indecisione, prima o poi qualcuno pende da una parte, e molti si conformano alla scelta.
Così nel considerare le influenze in rete, omette una parte importante del processo (ed è la caratura di chi davvero influenza le opinioni altrui), che oggi passa per i social media. Quell’apprezzamento dell’amico su una cosa di cui mai ci saremmo sognati d’occuparci, richiama la nostra attenzione e, a meno di non avere un sussulto viscerale, ci viene veicolata e talvolta inoculata anche come semplice dubbio. La direzione presa da una comunità nella quale ci riconosciamo può arrivare, se non subentrano contesti emotivi o conflitti con l’eredità morale di altre figure affettive o di riferimento, a sciogliere la nostra indecisione.
La razionalità è una scelta, si possono fare molte cose per difenderla, specie se si ha la fortuna di poter discutere con altre persone e testare così la logica sottesa e la coerenza strutturale.
Farsi influenzare non è poi così sbagliato: sono sempre idee e pensieri a volte inaspettati sui quali operare valutazioni, ma si può andare oltre, modificarli o cassarli.
Si può fare esperienza di un processo decisionale molto diverso da quello ben descritto da lei se anziché prendere una decisione la si matura, in tempo diurno e notturno, sapendo come la sintesi dell’irrazionale sia insuperabile e l’analisi razionale sia la più affilata, e applicando poi semplicemente una logica temperata nei confronti di merito e di sistema. Certo non si può fare se la scelta dev’essere subitanea, in emergenza si prova davvero la condizione di una psiche isolata e volubile (per questo la gestione delle emergenze si affida a protocolli che forniscano un riferimento per le decisioni), ma non stiamo parlando di questo ed altri casi nei quali tutto ciò che ho scritto è del tutto inapplicabile.
La differenza tra il web e le televisioni, me lo insegnerà certamente lei, è l’approccio verticale delle prime ed orizzontale delle seconde. Certo lei ora vede Grillo come un fenomeno verticale, pazientemente costruito in lunghi anni di provata affidabilità ed autorevolezza: ma se conosce la rete sa come fenomeni più importanti di Grillo si siano sgonfiati improvvisamente dopo aver commesso al più un paio d’errori. La credibilità in rete si costruisce negli…

harry_stack 20 ora fa

Questo post mi piace, almeno dà delle informazioni degne di tal nome, tuttavia è troppo accademico… sembra (e probabilmente è così) che lei abbia semplicemente copiato uno schemino presente sui tanti di libri di testo sulla comunicazione politica… dottoressa sembra che scriva questi post tanto per scriverli piuttosto che mettere passione in ciò che dice…

Beh, se permetti,anche fosse come dici, sarà ben meglio chi ci mette tante informazioni e poca passione rispetto alla maggior parte dei blogger, che ci metteranno anche tanta passione, ma finiscono per produrre post di un’inutilità assoluta tanto sono vuoti.

leggo i blog per la passione che ci mettono, sperando che la condiscano anche con ottime informazioni… se volessi solo informazioni attendibili e (più o meno) oggettive leggerei un libro…

Diversi punti di vista: io affronto libri e blog con mentalità simile. Con la differenza che i libri devono trattare qualche argomento che mi interessa molto per giustificare il tempo che gli si deve dedicare, mentre i tre minuti per un blog li tiro fuori anche per argomenti che non vanno oltre la curiosità.
Ma in entrambi i casi finita la lettura desidero sapere qualcosa di più rispetto a quando l’avevo iniziata.

Il problema è se quel qualcosa in più è falso? Almeno per i libri c’è il controllo della casa editrice, che se pubblica scemenze perde di credibilità

Beh, è fuor di dubbio che si debba stare attentissimi con le informazioni dei blog (più in generale di internet). Tra l’altro proprio qui sul fatto è pieno di blogger che fanno assoluta disinformazione.
Ma anche con i libri hai ben poche certezze: basta ad esempio che conti quanti ne sono stati scritti sui complotti undicisettembrini..
In tutti i casi sta al buon senso del lettore affrontare la lettura con un po’ di intelligenza, se possibile verificare l’attendibilità delle informazioni con altre fonti, nonché le competenze del blogger stesso, ed essere coscienti che meno si sa di un determinato argomento più è difficile valutare la qualità di tali informazioni.
Però i blog hanno un valore aggiunto: i commenti, che spesso, oltre a smascherare eventuali stupidate, permettono di integrare ed approfondire gli argomenti trattati.

Sia l’articolo che il video sono interessanti, ma parlano di cose completamente diverse. Casaleggio dice che solo una minoranza degli internauti si esprime, scrive blogs, commenta messaggi come me adesso, diciamo il 10%, mentre tutti gli altri che semplicemente leggono sono influenzati da chi scrive. Quindi, dato che molti di noi attingono la maggior parte delle informazioni da internet (news, cosa compare, etc), questa minoranza che si esprime decide i trend per tutti, che prodotti funzionano e quali no, etc. Devo dire che era cosi’ anche prima di internet. Alcuni nella cerchia delle conoscenze si sono sempre espressi con piu’ convinzione e semplicemente parlano di piu’ di altri, e influenzano di piu’ gli altri.

L’articolo invece parla piu’ in generale di pochissimi (molto meno del 10%) leader per lo piu’ politici che hanno la possibilita’ di parlare in pubblico di fronte ad una grande platea e hanno un particolare prestigio. Leader politici, scienziati, etc. Loro possono far cambiare opinione a delle masse usando i trucchi descritti nel testo.

Quindi gli influencer di Casaleggio sono troppi per essere influenzabili da qualcuno. Forse l’articolista voleva insinuare che Casaleggio controlla migliaia di influencer, che sarebbero i grillini, io quali controllano noi. Ma io non lo credo. I grillini ci sono perche’ la nostra classe politica fa schifo, e tutti la vogliono mandare a casa. Se poi i grillini, una volta mandati a casa questi qui, fara’ meglio o sfascera’ tutto, be’, e’ una domanda che si pongono in molti. Io una risposta non ce l’ho, ma so che siamo tutti ben consapevoli di quello che sta accadendo… nessuno ci ipnotizza. Al massimo non siamo informati di tante porcate sotterranee che accadono in politica!

Non hai capito niente! Casaleggio non controlla gli influencers, ma li stipendia per far portare acqua ai suoi prodotti commerciali! I grillini sono il gregge acritico “influenzato” dagli influencers i quali sono trattati come merce essi stessi…

Esempio…quando IDV era cliente di Casaleggio (per milioni di euro) i grillini erano spinti a votare Idv dagli influencers di Casaleggio (Grillo elogiava Di Pietro e lo chiamava kriptonite in quanto unico, a suo dire, capace di blandire berlusconi)

Quando Di Pietro ha rotto il contratto Grillo&Casaleggio si sono rimangiati le proprie intenzioni di non entrare in politica, hanno fondato un partito-azienda e fanno dichiarazioni ondivaghe su tutti i temi di rilievo per accalappiare quante più persone possibili…

Tanto ondivaghe che, altro esempio, hanno fatto inversione ad U sull’anticlericalismo (tornando ad essere servi dei preti) ed i grillini nemmeno se ne sono accorti!

Ti faccio adesso una domanda, ti sei accorto che il M5s riconoscerà tutti i privilegi alla chiesa come da NON statuto e NON programma? Secondo te perché? Perchè Grillo& Casaleggio hanno fatturato alla chiesa “l’influenza” che avevano sui grillini per farli tornare “buoni cristiani” e (cit. dello stesso beppe grillo al teatro smeraldo il giorno della nascita del m5s) “andare a messa dal prete paolo farinella!

Ma che stupidaggini dici…. Farinella è uno dei preti più lontani dal vaticano, bastava andare a dare uno scorsa a quello che dice e scrive da sempre per evitare queste figure da idiota. Dai di “pecore” agli altri e non ti accorgi di quanto sei tu che ti sei fatto influenzare da quello che i giornali, le tv, i partiti con i loro apparati formati da decine di agenzie e spin stanno facendo circolare. Tutti che fanno l’ analisi del messaggio e dell’ azione di grillo ma nessuno che invece analizzi la reazione mediatica del “sistema”, del regimetto. I fatti sono quelli del consigliere del Lazio che si “beve” i nostri soldi, analizzami quello se ce la fai….

beh, sono accuse gravi, addirittura Casaleggio stipendierebbe degli influencers per usarli a favore o contro questo o quel partito politico a seconda che lo paghino per i suoi lui o no… qualche prova? o almeno indizio? qualche inchiesta giornalistica a riguardo?

Non riesco a trovar riferimenti alla chiesa nel programma o nel non statuto….

Giroma 21 ora fa

Nella “” Rete oltre agli Influencer devono seguire i “”Fattisss Realisss !

Margo32 21 ora fa

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.
Goebbels

(Modificato dall’autore 21 ora fa)

“Goebbels è vivo e vegeto” è una bugia; quante volte va ripetuta perché Goebbels risorga? 🙂

E’ sempre tra noi. Solo che usa altri nomi.

Giusto ma vale per tutti, non solo per “noi”.

Le parole del nazi riassumono implicitamente una conseguenza della teoria della verità come relazione di coerenza tra un insieme di credenze, in quanto la “ripetizione” della bugia è una specie di “segno” per la sua verità. “La verità per essere verità, deve essere vera di qualcosa, e questo qualcosa non è la verità” (Bradley, 1914). Quindi se le parole di Goebbels vogliono essere usate in modo strumentale per i propri fini, tali “nomi” devono sapere che non funzionano né con la teoria della verità come corrispondenza ai fatti (secondo Russell, la coerenza non è in grado di distinguere la verità da un racconto di fate) né soddisfano il criterio di adeguatezza materiale della teoria semantica di Tarski, né, al limite, rispondono alla domanda dei pragmatisti su quale sia in termini di utilità la differenza tra accettare una bugia per verità oppure no. Così poi s’inventano situazioni che fanno la felicità del cosiddetto “teorico del complotto”…

Kenny Craig 23 ora fa

Secondo me l’autrice del pezzo si e’ lasciata influenzare da Herbert Alexander Simon… 🙂

– Riot+- 23 ora fa

Succede che l’apparente contraddizione tra il punto 1) della parte riguardante le ricerche delle neuroscienze sul nostro cervello con il punto 1) delle ricerche di Simon, almeno per quanto concerne la teoria dell’informazione, getta luce su come operano gli “influencers”. Poiché il teorema di Shannon dice che più un messaggio è meno ridondante, cioè è più stringato, più la comunicazione arriva in modo non prevedibile, nessun messaggio stringato in cui non si perda informazione rispetto a quello che vuole comunicare può semplificare tutti i messaggi. Dunque non si capisce quale sarebbe il senso di complicare i messaggi ai fini del consenso o dell'”influenza” se poi il cervello non è in grado di elaborare tutti quei dati. In conclusione gli “influencers” li rendono ridondandi proprio per farli capire, altrimenti come si aspetterebbero che la gente capisca che ci sono leaders su cui puntare?

HO SOLO UNA RISPOSTA: “NUOVO?!?!”

zabriski 1 giorno fa

La cosa veramente interessante è che, tra le righe, si legge un preciso retropensiero, sarebbe a dire: ” Se con la tv, che pure sembrava all’inizio un’espansione della conoscenza collettiva, un mezzo per favorire un”informazione più universale etc.., se con la tv, ripeto, ci hanno fottuti, quanto ci metteranno a fotterci anche con internet? E non dico chi lo farà e non so come, ma senza sognarsi sette e grandi fratelli, semplicemente perché il potere c’è e tende a preservarsi esso stesso così com’è. Se poi pensiamo che il potere è spesso corrotto e mafioso in molte sue parti e anche parecchio egoista significa solo che di informers, o delle loro caricature, si riempirà il web, non so con quali risultati. Per ora c’è di nuovo che il web non appartiene a un tycon qualunque, ma ha di suo una base interattiva, cioè ad azione corrisponde reazione uguale e contraria.

Quando uno è costretto agli straordinari per pagare la connessione Internet, il canone TV e la parabola, quello è già fottuto. Quindi l’idea di spengere tutte queste cose va messa in preventivo per non dargli troppa importanza.

tiberiob 1 giorno fa

quando si fanno dei ragionamenti bisogna partire da premesse certe, è vero che i partiti hanno sprecato milioni di soldi pubblici, che non vogliono rinunciare al vitalizio, che si oppongono alla riduzione del compenso parlamentare, che sono corrotti, mi sembra che questi casi abbiano avuto un andamento esponenziale, allora da queste premesse è corretto dedurre che vanno sostituiti con qualcos’altro e che questo qualcosa di nuovo oggi in Italia è il movimento di Grillo; se non si accettano le precedenti premesse considerate vere allora è anche possibile dedurre che è meglio votare i partiti tradizionali con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, la Bancarotta

2 – TEORIA COMUNICAZIONALE

Qui sotto riportiamo un articolo comparso sul FATTO QUOTIDIANO qualche tempo fa nel quale si parla degli influencer e del condizionamento indotto dalla Tv, e da Internet, in cui qui si dice, che non c’è poi così tanta differenza tra i due, ecco l’articolo.

Casaleggio, gli influencer e il nuovo potere di Barbara Collevecchio

Come prendiamo le nostre decisioni? Davvero sono potenti gli influencer di cui tanto parla Casaleggio?

Herbert Alexander Simon è stato un illustre economista, psicologo e informatico che ha contraddetto la visione della razionalità di tipo neoclassico, che nel momento decisionale considera soltanto i vincoli esterni all’azione umana cioè quei vincoli di risorse e di informazione disponibili per il soggetto.

Simon nella sua teoria decisionale comprende anche gli aspetti psicologici del processo decisionale. La sua teoria della razionalità considera anche i vincoli interni all’individuo:

Gli esseri umani possiedono una razionalità limitata a causa della loro

– stupidity (limitate capacità di calcolo)

– ignorance (impossibilità di conoscere tutte le alternative possibili)

– passion (emozioni).

Teniamo bene a mente questi limiti quando qualcuno afferma di non essere influenzabile: ognuno di noi è condizionato dai propri limiti cognitivi ed emotivi quanto dalla complessità dell’ambiente in cui si trova ad operare.

Come agisce un leader influencer con un grosso potere comunicativo? Ovviamente gioca su questi handicap cognitivi propri di ognuno :
a) limiti attenzionali e di memoria : non riusciamo a seguire nel contempo più eventi e non possiamo riflettere consapevolmente che su un numero limitato di informazioni. Il leader lo sa e manipola le informazioni per renderle rindondanti.
b) limiti nella coerenza delle conoscenze: è impossibile confrontare tutte le nostre credenze in modo da poterle rendere coerenti. Il leader ripete all’infinito gli stessi concetti rendendoli coerenti al posto nostro.

Se la mente umana difficilmente riesce a considerare più di 6 o 7 variabili alla volta è evidente che non siamo esseri completamente razionali e che sia comodo per la nostra psiche che qualcuno scelga per noi, anche se non ce ne rendiamo conto. Grazie alle neuroscienze sappiamo che per il nostro cervello:
1) le decisioni diventano problematiche se si hanno troppe informazioni ( Per questo un esperto di comunicazione politica ripete sempre lo stesso concetto di base declinandolo in forme diverse )
2) se le informazioni sono troppe prendiamo decisioni peggiori e comunque insoddisfacenti ( Per questo spesso la migliore strategia è semplificare, dare soluzioni semplici a problemi complessi con naturalezza, che poi siano soluzioni infattibili gli elettori lo scopriranno troppo tardi )
3) la vigilanza e l’attenzione calano con il numero di elementi da considerare ( Più che dare informazioni e scendere nella complessità meglio che il leader parli in modo semplicistico, infarcendo il tutto di battute o invettive)
4) le prestazioni peggiorano se le informazioni ci arrivano ravvicinate nel tempo, pesano maggiormente le ultime informazioni arrivate ( Per questo è strategico dosare le interviste e le apparizioni in pubblico e i confronti diretti )
5) alcune delle decisioni migliori sono emotive o inconsce ( per questo il leader deve incarnare l’uomo comune e la sua immagine deve permettere all’elettore un identificazione)

Cosa succede se applichiamo tutto questo al web e alla propaganda politica?Siamo convinti che avere questo potere nel web sia poi così diverso da chi ne ha possedendo delle televisioni?

Dico la mia:

C’è molta diffidenza nei confronti di Casaleggio definito il personaggio occulto simile al Berlusconi delle Tv e ciò costituisce la semplificazione di tanti commenti in rete, al di là dell’analisi dell’influencer o dell’opinion leader, uno che lavora nella comunicazione però può essere – non sempre – dalla parte della gente comune, dal popolo, delle masse, in quanto riesce a rintuzzare meglio i meccanismi della comunicazione istituzionale governata dalle regole dei giornali e dai centri di potere mediatico che coincidono con i centri di potere economico, da ciò ne consegue che bisogna imparare a decifrare i meccanismi della manipolazione che ci fa vedere come importanti e di cui discutere, solo alcuni problemi magari secondari e non altri più fattualmene pregnanti, che costringono la gente a misurarsi su determinati discorsi, sviandola da quelli veri. Ci si può difendere in maniera ideologica (la tv la butto dalla finestra) ma non ci permette di capire il meccanismo della persuasione occulta (Packard). Quindi ben venga uno come Casaleggio dove la rete senz’altro più democratica può creare tanti elementi di manipolazione anzi moltiplicarli, ma anche scovarli attraverso diffusioni virali e antidoti.

I commenti degli internauti sono molto variegati, vanno da semplificazioni abbastanza rozze a sofisticate teorie socio-filosofiche interagendo col il pensiero pragmatico, qualche commento non si fa capire, qualche altro è ostico, ma nell’insieme dimostra una certa pregnanza in quanto si mischiano linguaggi quotidiani e quelli intellettuali-scientifici. I commenti danno una profondità anche all’articolo, e li metteremo nel prossimo post.

 

 

 

1 – DECRETO VALORE CULTURA E TASSA A CREDITO

La cultura ormai sopravvive grazie al DECRETO nn divino ma umano, è diventata una legge dello Stato e quindi della Comunità che si preoccupa di preservarla, anche perché ci si può guadagnare in biglietti venduti ed in immagine.

Peccato che il cinema italiano languisca quasi come un corpo anoressico e rinsecchito perché i suoi biglietti vengono richiesti sempre meno e rimane assopito in un tavolaccio d’ospedale con la bombola dell’ossigeno in attesa di una operazione di salvataggio, ce la farà a riprendersi?

Non bisogna essere pessimisti, si continua a produrre tanto anche se pochi guadagnano perché tutti vogliono fare grandi cose e la speranza è sempre la …“penultima” a morire.

Quindi oggi passiamo in rassegna-stampa  l’importante novità dell’aumento del doppio del rifinanziamento del Tax Credit che era stato di 45 milioni, e quindi diventerà pari a 90 milioni di euro per sempre, come nella pubblicità delle compagnie telefoniche.

Ricordiamo per inciso che il tax credit è un importante strumento che permette ai privati di avere uno sconto fiscale del 40% se investono nella produzione di un film.

Sappiamo quanto sia altamente rischioso l’investimento nel cinema e nei film che per loro natura sono prototipi (unici) e questo aiuto è presente in tutti gli Stati del Mondo, Usa compresa.

E’ una politica fiscale per attrarre investimenti anche dall’estero, ma soprattutto per attrarre produzioni estere, quindi non ha niente a che vedere con i finanziamenti alle singole produzioni più o meno a pioggia come si è detto a più riprese confondendo le due cose.

Cominciamo dal luogo istituzionale per eccellenza che è il MIBAC (Ministero Beni e Attività Culturali) il quale redige una nota in data 26/08/2013 a commento del Decreto Legge che si intitola VALORE CULTURA – D.L. 8/8/2013 n. 91.

Il ministro Massimo Bray ha detto che questo sconto fiscale bisogna stabilizzarlo, mentre il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha calcato sul fatto che “con questo provvedimento si vogliono attrarre produzioni cinematografiche dall’estero ponendo la cultura come bandiera principale del nostro Governo”.

Vediamo cosa dice questo D.L. 91/13.

L’art.1 riguarda Pompei, la Reggia di Caserta e il Polo Museale di Napoli e altri provvedimenti della Regione Campania,

l’art. 2 parla dell’inventariazione e digitalizzazione del Patrimonio Culturale Italiano che coinvolge 500 giovani da assumere,

l’art. 3 si ferma ad analizzare le disposizioni finanziarie per garantire la regolare apertura al pubblico degli istituti e luoghi di cultura,

l’art. 4 ha a che vedere con le opere rappresentate senza scopo di lucro nelle Biblioteche,

l’art. 5 riguarda il finanziamento dei Nuovi Uffizi e del Museo della Shoah di Ferrara.

L’art. 6 si occupa dei Centri di Produzione dell’Arte Contemporanea, mentre al successivo Capo II° si considerano finalmente le disposizioni urgenti per il rilancio del cinema, per le attività musicali e lo Spettacolo dal Vivo.

L’art. 7 considera la musica di giovani artisti e compositori emergenti e all’art. 8 vediamo le disposizioni urgenti per il settore cinematografico.

Al comma 2 si parla di 45 milioni (di integrazione) per l’anno 2014 e 90 milioni a decorrere dal 2015, SALVO AUTORIZZAZIONE EUROPEA, perché se la Commissione Cee dice NISBA non si può far niente, ipotesi però remota visto che ha già approvato una prima tranche di Tax Credit nei tre anni precedenti.

E veniamo al problema spinoso della copertura che si trova al comma secondo dell’art. 15, nel testo si cita l’art. 8 (il nostro articolo) si parla di 45 milioni per il 2014 e 90 milioni a decorrere dal 2015 e per sempre (peccato però che al successivo punto D) non si dica niente riguardo alla copertura, non si accenni cioè ai 90 milioni, ma di 49.129.500,00 che saranno coperti con le maggiori entrate previste dall’art. 14 commi 1,2,3. che sono le tasse sui lubrificanti e Accisa su alcool.

Il comma 1 riguarda i lubrificanti, il comma 2 la birra (della serie beviamoci una birra per la cultura) e infine il comma 3 riguarda il fumo. Dal primo gennaio 2014 il prelievo fiscale sulle sigarette deve assicurare maggiori entrate pari a 50 milioni di euro (nessuna copertura derivante dai risparmi del finanziamento alla politica per la cultura) cmq meglio che il fumo vada in cultura che la cultura vada in fumo.

Per finire la noiosa elencazione degli articoli, l’art. 9 riguarda il sistema di contribuzione pubblica allo spettacolo dal vivo e al cinema (non si paga più il bollo per le domande di revisione cinematografica) e l’art. 10 fa riferimento ai teatri, l’art. 11 alle Fondazioni Lirico-Sinfoniche, poi al Capo III° ci sono le disposizioni urgenti PER ASSICURARE EFFICIENTI RISORSE AL SISTEMA DEI BENI, DELLE ATTIVITA’ CULTURALI, l’art 12 per facilitare le donazioni dei privati, l’art. 13 disciplina gli organismi collegiali e l’art. 14 tratta di oli e lubrificanti per il cinema e l’accisa. L’art. 15 ci fa vedere le coperture e poi c’è la chiusura cn le norme transitorie e le sottoscrizioni del Decreto Legge a mo di saluto finale.

Passiamo ai commenti dei giornali: a Radio24.Il sole24ore.com, nell’articolo si parla della cultura come valore aggiunto, tanto è vero che per “Riccardo “Tozzini” presidente dell’“Anichetta” ERA UNA QUESTIONE DI VITA E DI MORTE (si sarà fatto i suoi calcoli). Stop quindi alle proteste annunciate per la prossima Mostra di Venezia.

Milano Finanza del 3 agosto 2013 titola l’art. Un cinema on the Road a firma di Zapponini Gianluca: “la crisi morde il grande schermo e nell’attesa di tempi migliori, meglio portare la produzione made in Italy in giro per il mondo” in una specie di fi(li)era della vanità, (della serie venghino siorri e siorre).  Si vuole portare – grazie a un finanziamento di 1 milione di euro – i film negli Stati Uniti, America Latina, Cina, Giappone e Corea del Sud, un articolato road show della durata di 2 anni e viene voglia di aggiungere in cui le attrici e gli attori compaiono nudi in appositi carri carnevaleschi per attirare il pubblico pagante. Zapponini la considera una mossa astuta, ci sarà cmq un sostegno economico a copertura delle spese di promozione e lancio della pellicola in America Latina e nel Far East. Poi sarà possibile distribuire fino a ben (incredibile) 20 pellicole italiane sul mercato a stelle e strisce. Quindi la reciprocità è rispettata, per una pellicola italiana distribuita in Usa ci sono 20 pellicole Usa distribuite in Italia. Un rapporto giusto,veramente democratico.

E dulcis in fundo ci sarà (non poteva mancare la pennellata) anche la diffusione in tutto il mondo del documentario italiano. Bah si resta sbalorditi, come si fa a crederci, bà, mi sembra una bà…lla colossale e il tutto, continua il nostro imperterrito, con un milione di euro di finanziamento pubblico, pensa se erano due milioni cosa si sarebbe potuto fare.

Ritorniamo al Valore €ultura, cosa ci dice l’Unità di diverso dai precedenti: Luciana Cimino esalta, (è ENTUSIASTA) Massimo Bray Ministro del Mibac: “erano 30 anni che un governo non dedicava un intero decreto al settore” riportando fieramente le parole di Bray.

Ci sarà quindi lo stop ai finanziamenti a Foggia (Pi no effe) a Pioggia! Ahh. Nell’art. si parla soprattutto dei siti archeologici e solo verso la fine si  registra un gran sollievo nel mondo del cinema per il finanziamento di 90 milioni del Tax Credit. “Tutti gli operatori quindi hanno guardato con sollievo a questo provvedimento per la Cultura, c’è da essere soddisfatti” lo dice anche Andrea Marcucci presidente della Commissione Cultura di Palazzo Madama.

Vediamo adesso le posizioni più approfondite di Tafter (5/8/2013). E’ una rivista di Cultura a tutto tondo che analizza i processi economici dietro alle produzioni culturali. Bruno Zambardino si occupa di cinema ed è l’estensore di un articolo Decreto Valore Cultura – Cosa c’è dietro?

Si parla di entusiasmo condiviso da parte delle Istituzioni del Cinema per il rinnovo del Tax Credit a parte l’Anac che invece afferma che il Cinema rimane un “malato in rianimazione le cui condizioni restano critiche”.

Zambardino va ad analizzare i comunicati stampa e altri documenti per ricostruire la FORMAZIONE DELLE DECISIONI che stanno alla base del Decreto Cultura. E alla fine viene fuori che ci sono 3 parlamentari di SCELTA CIVICA che stanno nella Fondazione ITALIA FUTURA dove tra gli iscritti c’è anche Riccardo Tozzi. (ah bè allora si capisce tutto verrebbe da dire) ma invece è solo una “supposta” fra le tante. Secondo Zambardino più del Pd o di Bray sono costoro ad aver indirizzato  il governo – ma insomma non è che ci interessi più di tanto il risvolto della faccenda, se è una Fondazione o l’altra, (quella di D’Alema)  l’importante è che sia stata fatta una legge, anche se l’intervento appare sempre dentro una “pratica emergenziale” a detta di Zambardino: “provvedimenti quindi che rimangono frammentari ed occasionali nonostante l’entusiasmo del Ministro, era da 30 anni che non c’era un intervento cosi (dis)organico??? Ci si chiede: cosa significa che “i fondi non saranno più assegnati a pioggia sui diritti acquisiti…saranno invece distribuiti in relazione alle attività svolte e rendicontate..”.Va bè, cmq è sempre un passo avanti visto che si temeva qualche emendamento dell’ala estremista neoliberista rappresentata in parlamento da Brunetta che invece alla fine non c’è stata.  Poi scopriamo che tutto questo articolo è uguale spiaccicato a quello di Angelo Zaccone Teodosi di Confinionline.it, praticamente clonato. 

Secondo “Tafter” il decreto dimostra una certa vocazione propagandistica dentro alla politica-spettacolo, che comunque viene presentato da Tafter (con una punta di autocompiacimento) in anteprima assoluta. Si passa all’analisi semiologica e semiotica del testo: “ritenuta la straordinaria necessità e urgenza di emanare disposizioni urgenti”!!! (va bè la fretta, ma scrivi meglio no?) cmq è una formula per giustificare lo strumento speciale del “decreto-legge”, poi la Rivista approfondisce articolo per articolo il testo e il contesto (si può leggerlo nell’Ufficio Stampa Anica del 19/8/2013).

Perché l’agevolazione solo al cinema e non ad es. alle imprese videoludiche italiane o alla fiction? Si chiede qualcuno.

Perché questo privilegio? Ribadisce un altro.

Provo a rispondere io: innanzitutto il credito d’imposta non può essere dato a tutti altrimenti le tasse sarebbero insopportabili, in secondo luogo si privilegia la cultura che c’è dentro al cinema che deve essere “preservato” (il cinema assieme alla cultura) e non senza, neanche il contrario. Il cinema  come lingua e linguaggio, come costume,   come strumento di elevazione anche “spirituale” di un popolo, che serve ad aumentare il “deposito storico”, si sceglie il cinema perché più di altri ha queste caratteristiche e si trova a vivere nell’incertezza di un mercato in cui domina il monstrum americano che tende a distruggere il nostro specifico culturale, per sopravvivere a questo mercato bisogna parlare inglese mentre la fiction è protetta dalle televisioni e il produttore di fiction non rischia nulla, il suo unico problema è quello di ridurre i costi per guadagnarci di più, per questo (ed è vergognoso) con i soldi della Rai e quindi pubblici, fa lavorare le maestranze dei paesi dell’est attraverso il processo di esternalizzazione produttiva, la tanto molesta delocalizzazione.

1 – CIAO CIAO PIZZA!

La pizzA non c’è più e la pizzA non c’è più…ciao ciao ciauuu

Questo è il titolo di un post di blogs.bestmovie.it il quale ci informa che dal 2014 i distributori cinematografici italiani abbandoneranno definitivamente la pellicola, sarà un addio definitivo alla gloriosa “pizza” cosi’ chiamata, (cibo per la mente) che ha da sempre contraddistinto il sistema cinema. Il digitale avanza ed è vietato rimanere indietro, alcune aziende come Kodak dovranno ristrutturarsi per non farsi travolgere dal nuovo corso, il lavoro del proiezionista scomparirà, ogni volta che c’è una innovazione si riduce sempre il personale che andrà a spasso magari a vedere i film, per controllare le proiezioni digitali in decine di sale basterà solo una persona e pochi clic su un computer.

Chi ci guadagnerà in questo passaggio non è lo spettatore, ma neanche le sale cinematografiche che sono oltremodo danneggiate perché dovranno aggiornarsi comprando proiettori digitali con una spesa attorno ai 60.000 euro o sparire, il 50% delle sale non ce la fanno e se non avranno qualche sorta di finanziamento esterno ovvero statale, dovranno chiudere, si perderà poi la “fisicità” della pizza che doveva essere trasportata da un luogo all’altro mentre niente si sa di questi supporti digitali, quanto dureranno, come funzioneranno,ecc.

Ci sono quindi i pro e i contro, in sintesi possiamo dire:

  1. i costi della distribuzione saranno molto ridotti e quindi si dovrà riconsiderare il rapporto contrattuale tra produzione e distribuzione a meno che il risparmio ottenuto vada in favore delle spese di promozione;
  2. Cmq gli esercenti potranno mostrare anche cose diverse dal Cinema se attraggono gli spettatori con la riduzione quindi dei film da proiettare;
  3. la tecnologia è indubbiamente costosa e invecchierà facilmente. La possibilità di far convivere la nuova tecnologia con la vecchia è allo stato delle cose impossibile e i posti di lavoro legati al trasporto della pellicola per sempre perduti.

Ormai il progresso ci dice che i costi sociali hanno un impatto maggiore rispetto ai vantaggi privati o forse si dice sempre così ogni volta che si introduce una innovazione? Cmq un dato costante è che si perdono posti di lavoro, come a dire che il progresso è diventato un suo nemico. Ciao ciao piazza, quando ti vedo mi viene la strizza, tutto farnisce…speriamo anche il dominio a stelle e strisce.

 

 

2 – IL COLLE DELLE FELCI

Una poesia dell’infanzia in cui si camminava nel COLLE della gioia

Ora io giovane e

semplice sotto i rami del melo

presso la casa sonora e felice come l’erba era verde,

la notte sulla vallata

radiosa di stelle,

il tempo mi faceva

esultare

e arrampicare d’oro

nel rigoglio dei suoi

occhi,

e venerato tra i carri ero principe delle città di mele

e cera una volta io, il signore, che alberi e foglie

faceva scendere con orzo e margherite

giù per i fiumi di luce donati dal vento.

E com’ero verde e spensierato, famoso nei granai,

nell’aia felice, cantando ché la fattoria era casa,

nel sole che è solo una volta giovane,

il tempo mi faceva giocare

e essere d’oro nella grazia dei suoi mezzi,

e io ero verde e d’oro, cacciatore e pastore, i vitelli

cantavano al mio corno, le volpi sui colli latravano nitide e fredde,

e il sabba risuonava lentamente

sui sassi dei sacri torrenti.

E per tutto il sole erano corse, era bello, e i

campi

di fieno alti come la casa, i canti dei camini, era

aria

e un gioco bello e acqueo

e fuoco verde come l’erba.

E a notte, sotto le semplici stelle

mentre cavalcavo nel sonno le civette portavano via la casa,

e per tutta la luna sentivo, felice tra le stalle, i

caprimulghi

che volavano coi mucchi di fieno, e i cavalli

che balenavano nel buio.

E poi svegliarsi, e la fattoria, come un viandante bianco

di rugiada, tornava col gallo in spalla: tutto era

splendente, era Adamo e vergine,

il cielo si componeva ancora

e il sole cresceva tondo proprio quel giorno.

così dev’’essere stato dopo la nascita della luce

semplice

nel primo spazio roteante, gli incantati cavalli

caldi al passo

fuori dalla verde stalla nitrente

sopra i campi della lode.

E venerato fra le volpi e i fagiani presso la casa

felice

sotto le nuove nuvole e gioioso per tutto il tempo del cuore,

nel sole che sorge in eterno,

percorsi le mie strade spensierate,

i miei desideri correvano per il fieno alto come

la casa

e nulla m’importava, nei miei traffici azzurro-cielo, che il tempo permette

in tutte le sue sonore svolte solo poche canzoni

del mattino

prima che i bimbi verdi e d’oro

lo seguano senza più grazia.

Non m’importava, nei giorni bianco-agnello,

che il tempo

m’avrebbe condotto su nel solaio fitto di rondini per l’ombra della mia mano,

nella luna che sempre sta sorgendo,

né che cavalcando nel sonno

l’avrei udito volare insieme ai campi alti

e mi sarei svegliato nella fattoria scomparsa

per sempre dalla terra senza bimbi.

Oh quando ero giovane e semplice nella grazia

dei suoi mezzi,

verde e morente mi trattenne il tempo

benché cantassi nelle mie catene, come il mare.

il colle delle felci

Dylan Thomas

 

1 – UNA DISTRIBUZIONE REMUNERATIVA PER IL CINEMA INDIPENDENTE

Lo constatiamo ogni giorno con i nostro occhi quanto sia prolifico il cinema indipendente italiano, ce ne siamo accorti anche ai vari festival, ce lo dicono gli autori di documentari, che vengano premiati a più riprese, eppure questi film spesso autoprodotti, più spesso finanziati almeno in parte dal Mibac, vivono una realtà separata come è quella dei festival, non riescono cioè ad essere distribuiti come meriterebbero se non in qualche sparuta sala d’essai. Vivono di una distribuzione non REMUNERATIVA

Tanto s’è detto da parte di tutti gli organismi istituzionali, sindacali ecc, tanto poco s’è fatto, come parole gettate al vento perché poi la politica dell’inedia prevale sempre…e allora diciamolo senza pretendere di dire verità ultime o penultime, anzi scoprendo l’acqua calda vicino ad una fonte termale fumante: se vogliamo, come pensiamo, far uscire questi prodotti in sala bisogna mettere in piedi con urgenza un circuito alternativo di distribuzione di film che sia nello stesso tempo anche remunerativa, che non venga lasciato alla fantasia di qualche autore quando deve distribuire il suo film (inventandosi, per creare un po’ di pubblicità, un presunto circuito nato col suo film e che morirà presto con lo stesso), ma che possa invece veramente attecchire.

Ora noi abbiamo un sacco di monosale ubicate nei centri storici delle città che si trovano in difficoltà e quindi sono costrette a chiudere per il “cannibalismo” esercitato da tutte quelle multisale di periferia che invece di attirare nuovo pubblico (magari di periferia) l’hanno sottratto ai cinema dei centri storici, probabilmente perché fuori c’è più parcheggio e servizi.

E’ proprio con queste sale del centro storico che invece si potrebbe ricominciare a sviluppare una logica del discorso che abbia un senso condiviso, naturalmente queste sale per far uscire i film indipendenti avrebbero bisogno anche di un qualche ausilio statale, una certa promozione, una sinergia fra i vari soggetti che operano nell’istituzione cinema, pensiamo al Mibac che finanzia dei film e poi non si cura della loro distribuzione (se non in maniera marginale) e pensiamo nella stessa logica del discorso, ai vari festival italiani come Santa Marinella Film Festival, Il Cinema Indipendente di Foggia, Il Gallio Film Festival, quello di Lodi e di Busto Arsizio, ImMaginaria, Amidei, Clorofilla, Mantova Film Festival, Est Montefiascone che premiano le opere prime e seconde e il cinema invisibile, trovandosi a svolgere un’attività utile e culturalmente necessaria di scoperta di una cinematografia considerata a torto marginale, come se il cinema indipendente fosse in effetti un luogo distaccato del cinema italiano e assimilabile ai film africani e dei paesi dell’est che si scoprono solo nelle varie rassegne.

Questi festival possono avere una funzione trainante e importante per la valorizzazione del cinema indipendente e un trampolino di lancio mediatico per quei film che riscuotono l’interesse del pubblico, se questa sinergia tra i festival, le sale cinematografiche dei centri storici (con convenzioni e facilitazioni per i parcheggi) e il Mibac con l’aiuto di altri soggetti come le associazioni di categoria, potrebbe partorire non un topolino, ma mille topolini e così far distribuire I film segnalati o vincitori di premi, si avrebbe la possibilità di garantire una uscita almeno di questi film, e quindi il pubblico potrebbe vederli, allora si che ci sarebbe più attenzione verso il cinema indipendente italiano e l’investimento fatto servirebbe a rilanciare il cinema nazionale, lasciamo le multisale di periferia al cinema Usa o a quello con grande promozione, mi riferisco soprattutto alle commedie italiane e lanciamo il made in italy nei centri storici, tutte quelle opere autoriali documentari, cortometraggi, sperimentali segnalate dal circuito di festival dando uno sfogo necessario all’autoproduzione.

Provare questa strada vorrebbe dire sviluppare finalmente un percorso completo e mantenere la diversità dei linguaggi nel cinema arricchendola al punto tale che anche il cinema d’essai potrebbe trovare un suo spazio di pubblico, si tratta di mettere insieme un’attività che molti svolgono in maniera separata.

NATURALMENTE CON LE PAROLE SI VA N PARADISO TUTTI I GIORNI, la realtà del mercato cinematografico invece è molto più scabra e di difficile decifrazione per la presenza di elementi contraddittori che non fanno tendenza, soprattutto quando c’è un calo generalizzato di tensione culturale verso il cambiamento e di ricerca del nuovo in una società complessa che vive spesso tra miti passati e difficoltà presenti, che apre mille canali frammentando l’offerta, per cui la ricerca è molto più sporadica e marginale, certo nel clima degli anni ’70 quando ha esordito Moretti c’erano i cineclub e la gente, i giovani, erano curiosi di vedere un cinema diverso, molto sperimentale e surreale, adesso invece il mondo dei media -viviamo in una mediacrazia- ha assorbito molte novità confinandole in spazi specialistici ed è sempre più difficile trovare qualcosa di originale che accontenti tutti, il cinema poi ha sviluppato molti linguaggi che si sono ampliati a partire dagli anni 60 e la gente oggi più che l’arte è incline e sensibile allo spettacolo e alle sue manifestazioni di società in fase decadente.

Il divertimento si contrappone alla noia, e molti sono coloro che temono di annoiarsi, perché non c’è più la luce su mondi diversi, alternativi e possibili da quello che stiamo vivendo.

Internet dà la possibilità poi di avere seppur in maniera virtuale di tutto e di più, migliaia di video sono finiti in rete, siamo  subissati da una offerta rin-don-dante,  i film non fanno più tendenza se non sporadicamente e velocemente, tutto corre, come diceva il filosofo, nell’indistinto magma della vita e alla fine sembra che siano passati anni e invece erano solo settimane e i miti di cartapesta si cancellano con la stessa facilità di un palinsesto, pur essendo un insieme di novità che si elevano dal flusso interrotto della vita e muoiono ad una velocità incredibile, una dietro l’altra…che dire, dopo un po’ non resta che il nulla riempito da oggetti futili.

In tutto questo magma il cinema soffre ancora di più, la sala che dovrebbe essere il centro di qualsiasi discorso socializzante e di visualizzazione del nuovo, che riflette l’uomo in cammino, viene snobbata per il monitor (al massimo collegato alla Tv) dove si vede la metà dell’immagine cinematografica ridotta in una scatoletta, ma si coglie lo stesso l’essenza seppur impoverita di ciò che ci serve per decodificare velocemente un messaggio per passare ad un altro…e via cantando, le serie tv a puntate appassionano di più, serializzano l’esperienza limitata a pochi amici a casa di qualcuno di loro, esperienza come una catena di montaggio dello spettacolo, mentre la sala rappresentava la situazione in progress da condividere assieme ad altri nel corso di due ore con la ritualizzazione del dibattito in cui ci si apriva al sociale, oggi invece il mondo esterno ci è più estraneo, difficile da decifrare, lontano da qualsiasi socializzazione, ma frammentato in tanti rivoli incomunicanti.

E’ la chiusura totale verso altri mondi possibili, è l’alienazione devastante che isola in solitudini disperate, dalle quali emerge una frustrazione che si trasforma in violenza verso se stessi o verso gli altri.

 

1 – CINEMA TRA SOGNO E REALTA’ DEI FATTI, NON DROGATI DALLA PROMOZIONE

 Il cinema è fatto di sogni-bisogni che non muoiono mai, ma si assopiscono facilmente. Si scontrano -i sogni e i bisogni -con la realtà dei fatti che tante volte è drogata dalla promozione degli Uffici Stampa 

In un tempo ormai remoto non c’erano i soldi per fare i film e si prendevano gli attori dalla strada, così nacque il neorealismo, poi in seguito, coi soldi si presero attori noti al grande pubblico e nacque la commedia all’italiana, (citazione da un regista sceneggiatore degli anni 60-70, Antonio Racioppi) ora i soldi ci sono, voglio dire (non per gli indipendenti) ma la ricchezza in questi ultimi 40 anni è aumentata, anche se siamo attualmente in crisi, gli attori non si estinguono anzi si moltiplicano, ma la realtà è stata tolta di torno (vista talvolta come fastidiosa e poco elegante) e l’unico bisogno che impera è il divertimento a tutti i costi, non per niente parliamo di edonismo sfrenato, nasce lo spettacolo-evasione fine a se stesso, così il cinema si confonde con la Tv (la grande intrattenitrice di larghe masse passive) e muore..di risate stolte.

Il cinema è diventato sempre più Usa, spettacolare e fumettistico, impiega grandi budget ricercando effetti speciali di tutti i tipi, facendo tanta science-fiction e disaster movie, che non se ne può più, mentre il cinema nostrano si ritaglia la commedietta facile facile, buoni sentimenti a iosa con personaggi standardizzati, in tutto questo la realtà diventa un optional ed è confinata nei reportages giornalistici e nei documentari peraltro poco visti, se non parlano di grandi temi di consumo come personaggi alla Silvio Berlusconi and company, (oggi funziona di più  il mockumentary, fusione di documentario e fiction….il resto  è noia…paranoia.

Per salvarci il cxlx (parbleu) dai risultati catastrofici del ns cinema (sono di qualche tempo fa gli articoli allarmistici dei giornali) bisognerebbe puntare sulla coproduzione europea o internazionale, se si fa un film nazionale (no esportazione) il produttore incassa solo rabbia, a parte le commedie presentate da Medusarai, che detengono una specie di monopolio di fatto della distribuzione che conta, e cmq per arrivarci (alla distribuzione che conta) bisogna entrare in un perimetro magico di difficile accesso anche con idee buone (la cosi detta cittadella del cinema fortificata come non mai, in mano ai soliti noti).

Ma la produzione indipendente ha la forza di poter costruire un progetto internazionale quando non riesce nemmeno a vendere il proprio film alla Rai perché ha incassato troppo poco sul mercato theatrical?

Il problema di fondo è sempre quello: la distribuzione theatrical insufficiente o inesistente per prodotti italiani indipendenti diversi dalla commedia, ma anche per le commedie non confezionate Medusa o Rai 01.

D’altra parte la coproduzione sembra essere l’unica possibilità di sfuggire a una logica che ti esclude di fatto dalla commercializzazione del tuo film, magari prodotto con molta fatica e con debiti verso le banche, quasi sempre hai bisogno di una vendita televisiva per andare alla pari (per salvarti il … , parbleu), è vero puoi far circolare il tuo film su Internet e contare i contatti…uno, due, tre…settantotto, 2814, 3124) peccato che su Internet, non si guadagna proprio niente, e a parte qualche sito legale, che mi sembra di capire non se la passa bene, si vede tutto piratato, al punto che devi essere lieto che il tuo film ci sia, anche se non ne trai vantaggio, vuol dire che sei conosciuto, almeno all’internauta di nicchia.

Parlo con cognizione di causa, per essere stato dentro alle problematiche del cinema online con il progetto Neche, dal 2004, dando retta a chi (tutti sti esperti e studiosi  dell’Anica) che sul finire degli anni 90 presagivano un grosso successo dei film indipendenti che si sarebbero sviluppati enormemente…in quantità e in guadagni, grazie ad Internet. Attualmente (mi faccio pubblicità) abbiamo un canale NECHE-Caro Film su Streamit.it- www.twww.tv; una web tv con i TG che vengono definiti “informazione interattiva”, che però l’interattività si riduce a cliccare il link “approfondisci”, in questa web tv ci sono tanti canali, ma anche tanti video pubblicitari ripetuti ossessivamente, (un solo trailer del film tutto il giorno).

La web Tv era partita alla grande, ma sta soffrendo della concorrenza di troppa offerta, cmq confidando in questo progetto abbiamo messo una quarantina di cortometraggi gratis indipendenti, ma anche li non si è riusciti a partorire un cinema online a pagamento, ovvero con le inserzioni pubblicitarie, per cui la situazione è rimasta bloccata. Insomma in Italia con il cinema indipendente non si fa un euro neanche su Internet, oltre al fatto che non c’è posto nel mercato ristretto del Theatrical, cosa ci resta se non le cooproduzioni (riuscire a farle!)

Non bisogna farsi soverchie illusioni ma è l’unica strada, assieme alla promozione, mentre il tax credit, se non sono amici investitori, richiede che ci siano grossi attori,  l’unico modo per averli è creare una cooproduzione anche minoritaria. Quindi il quadro d’assieme è piuttosto deludente se non si interviene a livello politico….C’est tout…c’est peu!..C’est ça…et que ca!

 

 

1 – PIRATERIA: PENULTIMO ATTO!

Il 18/7/2013 (un mese fa) sono state presentate le linee guida della lotta alla pirateria digitale, secondo Agcom che sarebbe l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (vedi art. de IL MANIFESTO del 19/7/2013) e il commissario dell’Agcom, Maurizio Décina interrogato a proposito, ha detto chiaro e tondo che “dei singoli downloader non ce ne frega niente” anche se scaricano illegalmente. Questo è un ATTO di fatto

E’ una importante novità che rappresenta una filosofia del tutto nuova nell’affrontare un problema che ad es. in Francia è risolto con la repressione totale, è una importante novità dicevo, perché attaccare la pirateria ormai diffusa a livello capillare, rappresenta una campagna mediatica controversa che crea tanti malcontenti malumori e mogugni anche se è di per se legittima, in quanto la legalità viene sempre prima di tutto, in uno Stato che vuole chiamarsi democratico ed evoluto, a differenza di uno Stato “totalitario” dove  è invece spesso una copertura che nasconde i peggiori arbitrii.

E poi non si può richiamarsi alla legalità nella lotta alle mafie per poi disattenderla in altri settori.

La controversia sorge per il fatto che chi desidera condividere un film in rete non vuole pagare il biglietto perché la libertà di condivisione è al di sopra di qualsiasi commercio o diritto di proprietà e viene assunta a esigenza assoluta da parte dell’internauta, senza contare che la stessa  tecnologia facilita la diffusione libera dei prodotti audiovisivi, aprendo una falla anche nel sistema di diffusione dei prodotti dell’ingegno umano in rete,  perché un bisogno (altamente socializzante) diventa più importante della sua valorizzazione diciamo “capitalista”, aprendo anche una seconda breccia, per effetto di una specie di dicotomia, tra due cose che di solito vanno sempre associate, almeno fino al presente periodo storico: diritto di proprietà e libertà.

Quindi ognuno può condividere un film in rete anche se piratato ribadisce l’Agcom purché non crei una struttura commerciale in cui ci guadagna chi non ha pagato i diritti ai proprietari, saranno quindi da colpire i siti “criminali” che lucrano sull’attività di autori e imprese e non i singoli fruitori: “non manderemo la polizia a casa di nessuno”, ribadiscono all’Agcom.

Rimangono le perplessità circa il ruolo degli Internet Providers, che sarebbero chiamati a collaborare per individuare i responsabili della violazioni, ci dice l’articolista Arturo Di Corinto.

L’Autority poi lavorerà nel campo della distribuzione cinematografica per ridurre i tempi delle “finestre” fino ad intervenire nelle scuole per educare alla legalità, cosi ci dice il presidente dell’Agcom Cardani, per cui nella prossima redazione del Regolamento Contro la Pirateria si terranno conto democraticamente sia degli interessi delle lobby (che significa industria e posti di lavoro) che quelle dei singoli utenti.

Cmq l’Autorità garante delle comunicazione ha approvato intanto una bozza di Regolamento per la tutela del diritto d’autore in rete che costituisce la base di discussione e ha aperto anche un canale d’ascolto nel confronto di tutti gli stakeholder,  se poi deve compiere azioni di tutela dei diritti di proprietà non lo farà d’ufficio, ma solo su segnalazione di “soggetti legittimati” che dovranno preliminarmente rivolgersi al Gestore della pagina internet per chiederne la rimozione.

Nel caso in cui la richiesta non andasse a buon fine si potrà bussare alla porta dell’Autorità che avocherà a sé la questione, intervenendo entro un tempo massimo di 45 giorni, 10 giorni in casi di procedimenti abbreviati (Andrea Biondi, IL SOLE 24 ORE). In caso di accertata violazione l’esito consisterà nell’emanazione di un ordine rivolto agli Internet Service Provider di rimuovere i contenuti contestati o disabilitarne l’accesso.

Quindi deve essere il proprietario dei diritti di un film che si accorge che un sito Web trasmette il medesimo film a sua insaputa, e deve fare una rimostranza verso il medesimo (sempre che trovi un referente), però se non si accorge perché non frequenta molto la rete subisce il danno (riduzione delle vendite del Dvd ad es.).

Riepilogando:  può passare un suo film in rete e lui manco lo sa, per cui dal suo punto di vista l’intervento dell’Agcom appare piuttosto blando anzi per niente significativo.

I detentori dei diritti quindi devono passare il tempo a cercare i loro film piratati in rete, ma la ricerca non sempre è agevole, per coloro  che  non la frequentano se non si servono di una costosa agenzia di controllo, nonostante questo, Marco Polillo di Confindustria Cultura, è ottimista e contento, quasi raggiante, perché l’importante è colpire la concorrenza parassitaria di portali abusivi e non tanto qualche utente isolato, che guarda sporadicamente un film, il problema però si ripresenta se gli utenti isolati lo fanno con una frequenza massiva e tutti insieme vedono casualmente quel film del nostro produttore.

Ma qui andiamo a cercare l’ago oltre il pagliaio, nel fienile, l’importante è bloccare i siti parassiti. E’ un atto dovuto.

L’art. di Aldo Fontanarosa del 26.7.2013 su LA REPUBBLICA non aggiunge molto di piu’, l’intervento veloce in 10 giorni da parte dell’Agcom  è per i film piratati che non sono ancora usciti in sala e i siti da intercettare sarebbero non più di 180, siti che gestiscono migliaia di film e che inseriscono nelle chiavette centinaia di film illegali (un caso in cui la tecnologia sempre più sofisticata sfugge alle regole del gioco), cmq ritornando all’azione avocata dall’ Agcom su istanza del detentore dei  diritti, del danneggiato, non sarà inquisitoria, ci sarà contraddittorio e solo se il sito sotto accusa persisterà nel suo atteggiamento considerato illegale, potrebbe scattare una sanzione che va da 10 mila euro fino a 250 mila e però il responsabile del sito “incriminato” avrà la possibilità di ricorrere al Tar. Sembra quasi che quelli dell’Agcom si scusino perché sono brutti e cattivi. In fin dei conti c’è chi ha una videoteca in una chiavetta  e vedrà film a sbaffo per i prossimi 10 anni

Quindi l’atteggiamento è mitigato, nessun intento repressivo contro gli utenti del Peer-to- peer, solo la ricerca di un equilibrio che si raggiunge tra due opposti interessi (stakeholder): la libertà totale della rete e il diritto di proprietà, che si raggiunge attraverso la “rimozione selettiva o disabilitazione dell’accesso ai contenuti illeciti” senza però censurare la libertà d’espressione e l’Agcom consapevole di muoversi in un terreno minato, ci tiene a ribadirlo, insomma deve prevalere la gradualità e proporzionalità afferma l’ articolista anonimo del sito web del l’ESPRESSO, però si ha l’impressione di vagare di notte sempre di più in quel campo minato di cui si parlava sopra, nell’attuazione di una specie di “repressione morbida” (l’espressione è di Marcuse che chiaramente non sapeva nulla di questo problema) senza sconfinare in misure censorie e liberticide, così se il sito illecito è ospitato su server stranieri invece di bloccare l’indirizzo IP del sito estero – innescando la censura – i provider potranno modificare i sistemi Dns (Domain Name Server) per impedire l’accesso al sito senza obbligare a Deep Packet Inspection, che violano il copyright, dice l’articolista anonimo di www.itespresso.it, se il sito è ospitato in Italia verrà chiesta la rimozione all’Hosting provider italiano (per me tutto questo è arabo applicato ma lo riporto come è scritto nel testo di cui sopra).

Ad oggi i siti bloccati in Italia dalla magistratura hanno avuto un calo di accessi di oltre l’80%.

Vediamo come la cosa si evolverà col metodo all’italiana, un po’ si un po’ no, un po’ di qua un po di la per accontentare tutti, attraverso una linea di mediazione più politica che realistica, che lascia molte cose indefinite…ma come si dice a Milano…qualcuno se lo piglierà nel der..scusate la rimaccia.

 

 

 

1 – E LA CHIAMANO ESTATE…AL CINEMA

Questo è un articolo scritto qualche estate fa,  in occasione dell’uscita del film UN’ESTATE AL MARE e riguarda la problematica degli incassi che è stata tirata fuori di recente dal produttore Giuliano.

Cerchiamo un po’ di capirci perché ormai i numeri girano da tutte le parti,  poco fedeli a chi li detta, in contraddizione a chi parla, anarchici e autarchici ci sfuggono e non ci danno un’ordine delle cose, dati che dovrebbero essere oggettivi e che non lo sono, numeri d’appoggio che finiscono per appoggiarsi alle ideologie.

Tutto è relativo anche un debito di 8 miliardi del comune di Roma, dipende da come lo si vede, con quali occhi lo si scruta, magari strabici mentre invece è assoluto l’importo mensile del mutuo a rata costante che devo pagare a fine mese, ogni fine mese…pare proprio che i numeri ci rimbalzino, insomma mi sto trascinando penosamente per aumentare la broda e parlare del film UN’ESTATE AL MARE dei fratelli Vanzina, che a quanto sembra è un successo estivo del cinema nostrano, però se incassi € 1.300.000,00 per quasi 600 copie e una copia costa € 1,200,00 e facciamo un po’ di conti (forse meno perché sono vecchi clienti) la maggior parte dell’incasso se ne va in copie (di fatto) quindi se quelli di Medusa ci dicono che ci hanno guadagnato bisogna per forza credergli e lambiccarsi il cervello per capire come hanno fatto, quale miracolo o tocco di bacchetta magica sia intervenuto, se ce lo spiegassero farebbero anche una buona azione verso di noi che ci arrabattiamo più con le perdite che con i guadagni. Voglio dire se gli esercenti delle sale cinematografiche chiedono (mettiamo) il 50% dell’incasso – tanti ne vogliono di più, il 50% di € 1.300.000,00 è 650.000,00 giusto? Consideriamo che ci sta pure una distribuzione che si divide il 40% del 50%con la produzione, e non sottilizziamo 400.000,00 euro sono andati alla produzione e 250.000,00 alla distribuzione, bisogna solo chiedersi quanti ne ha dichiarati di averne speso la produzione o forse ha fatto venire tutti gli attori gratis, le maestranze verranno pagate tra 6 mesi e  i mezzi tecnici tra un anno?, ma se il film per puro caso è costato € 4.000.000,00 +o – e ha incassato il 10% (400.000,00) l’altro 90% € 3.600.000, la produzione dove l’ha trovato?

Sotto i cavoli? Sopra una panca, in qualche banca? Se un film è costato 4 milioni di euro ci vuole un incasso di almeno 12 milioni di euro per guadagnarci – anche un po’ meno con i ristorni governativi….boh!

Carlo Rossella presidente di Medusa dice: UN’ESTATE AL MARE dei Vanzina è stato un trionfo al botteghino….

Per me bleffano o non sanno quel che dicono o imbrogliano le carte per chiamarlo vincente, ci sarà pure un’antenna televisiva a supporto del progetto non lo metto in dubbio, ma ci sono pure le spese di promozione io vorrei cercare di capire considerando solo il mercato cinematografico dov’è il guadagno? Cerco ma non trovo. Se sbaglio correggetemi e lo dico in Italiano.