1 – POLITICA CINEMATOGRAFICA

Conferenza  Nazionale del Cinema 5.11.13 Centro Sperimentale di Cinematografia ore10.00 – Per una nuova politica del fare cinema

La mia è solo una incursione in questo campo, non sono un tecnico, ma semplicemente un responsabile dello sviluppo progetti per una piccola produzione che si è trovata a gestire problemi spesso di difficile soluzione finanziaria, come si dice quando si vuole quadrare il cerchio.

Perché il cinema italiano è un’industria debole? Perché il suo capitale investito non viene remunerato per il 50% dei prodotti. Io parlo dei tanti film di autori indipendenti a piccolo budget che hanno un livello tecnico buono e un buon cast di attori promettenti o cmq capaci, bravi e meno fortunati.

Se vogliamo difendere il cinema degli autori indipendenti da un possibile e quasi sistematico fallimento economico dobbiamo con urgenza sviluppare dei punti da portare all’attenzione istituzionale e mediatica per salvare il salvabile, altrimenti fra qualche anno vedremo solo film giovani, carini e omologati e tanti autori disoccupati. Partiamo dal fatto che più del 50% dei film prodotti non vengono distribuiti per cui qualcuno tra i critici dice perché li fate? Appunto! Cioè ci sono dei capitali investiti che non vengono remunerati, quindi manca un ritorno economico, altrimenti come diceva il critico questi film sono inutili.

Ecco i miei 4 suggerimenti dovuti all’azione sul campo fuori dalle aule accademiche della politica cinematografica:

1) REFERENCE SYSTEM Abolire il Reference System è fondamentale per l’accesso democratico al cinema. Quel sistema di punteggio per i progetti presentati al Mibac (Ministero Beni e Attività Culturali) che favorisce il finanziamento dei film dei soliti noti, dalla produzione, dal regista, agli attori fino alla troupe, anche perché si considera il fatto d’aver vinto solo pochi festival importanti e non tutti i festival che ci sono in Italia e nel Mondo, creando una discriminazione “classista” tra festival di serie A e festival di serie B, festival di serie C e quelli di serie D (Dilettanti), registi di Serie A e registi di serie B o C1, C2. Il rischio è che si formi una gerarchia immobile discriminando la creatività e l’accesso ai fondi. Il Reference System è nato dalla riforma del 2004 attuata per mezzo di decreti ministeriali, sotto la spinta dei poteri forti del cinema, i “senatori” della pellicola, i quali volevano che si rispettasse una gerarchia della visibilità. Questo in origine per sconfiggere la tendenza che il Ministero d’allora aveva, di finanziare totalmente con grosse cifre, perfetti sconosciuti, i quali non riuscivano ad incassare neanche una minima parte di ciò che era stato speso, per cui ci sono state le critiche anche feroci dei neoliberisti de IL GIORNALE, perché si davano soldi a pochi e magari raccomandati, creando dei produttori privilegiati. Invece di dare poco a tanti in maniera che i produttori dovessero trovare la differenza, (come adesso sta facendo giustamente il Mibac) davano tanto a pochi (i privilegiati) da farli diventare ricchi a spese della comunità senza che il cinema avesse a guadagnarci.

2) CIRCUITO DISTRIBUTIVO LOW BUDGET Creare un circuito distributivo a capitale misto (Stato e Privati) che sia remunerativo per il cinema a low budget e d’autore, per quei progetti in cui non ci sia Rai o Medusa, anche perché non si può fare un film da festival e pensare di guadagnarci, puntando invece sulle mono sale del centro storico che quindi possono passare con ritardo al Digitale. Tanti si inventano circuiti alternativi ma sono solo espedienti di lancio del loro film, il problema è che un sacco di film piccoli e di nicchia non vengono visti e così Rai o Mediaset non li comprano e il produttore che ha anticipato grazie, in certi casi al finanziamento pubblico, si trova con le braghe di tela e rimane esposto con le banche, entra facilmente per piccoli importi, nella centrale rischi e non piglia più nessun anticipo neanche se si mette in ginocchio e si frusta la schiena. Ci sono tanti festival piccoli anche in Italia che cercano di premiare un cinema di qualità, ma poi ci deve essere anche un circuito di sale che sostengono i film italiani da festival, altrimenti come fanno i piccoli produttori a guadagnarci? La loro valorizzazione può passare attraverso una agenzia pubblicitaria, una rivista online che promuova questi autori e un interesse mediatico che ponga all’attenzione questi prodotti, presupposti oggi come oggi per poter creare una confezione decente e vendere un film di questo tipo altrimenti si creano confezioni di serie b) o di serie c) scartate pregiudizialmente dal mercato. Una rivista fatta da filmakers (italiani) per loro, che funga da scambio di esperienze, di annunci ecc. coinvolgendo tutti gli autori di cortometraggi e di documentari, diventa fondamentale se vogliamo valorizzare adeguatamente queste risorse creative togliendole da un certo isolamento dispersivo. Si dovrebbe potenziare una rete insomma! Infine ci dovrebbe essere un accesso gratuito a tutti i programmi della Rai (anche regionale) a fini promozionali. Il sistema distributivo sarebbe a menu, come quello del circuito cinema veneziano, non un unico film in cartellone, ma più film nella stessa giornata a un costo di 5 euro in maniera tale da fidelizzare un pubblico che vedrà tutti i giorni film diversi e quindi i film potranno circuitare da un cinema all’altro di città della stessa regione o di gruppi di regione e in ambiti geografici specifici, nord, centro, isole.

3) TETTO A FILM USA E qui passiamo a un aspetto un po’ delicato che non piace (per niente) ai doppiatori e cioè la regolamentazione della distribuzione dei film Usa .Lo scambio ineguale con il cinema Usa vige da tanti anni. Oggi per poter imporre (a differenza degli anni 60) un film in America ci vogliono parecchi capitali ancora prima che delle idee nuove. “Con Sorrentino e Garrone il nostro cinema arranca negli Usa” dice Pedro Armocida in un articolo del 29/03/2013 su IL GIORNALE che conserva una linea editoriale contro il cinema italiano: Il film di Garrone, Reality, ha incassato 18.000 dollari e 144.000 dollari il film di Sorrentino girato in America del Nord. E diciamola sta verità: ci sono troppi film made in Usa (circa 300 nelle nostre sale in un anno) che non danno la possibilità ai nostri film di essere “circuitati almeno in Italia” con grave danno economico. Se non incassano in Italia dove vuoi che vadano, a parte rare eccezioni, perché oggi i film prodotti sono tanti e ogni Paese promuove i loro e quindi bisognerebbe mettere un tetto annuale – ma non eccessivo – ai film Usa max 250 in maniera che 50 film italiani possano incassare.

4) CINEMA TERRITORIALE per dare una identità anche locale al cinema. IL Mibac assegni solo l’interesse culturale, il visto censura ecc., mentre delle commissioni dentro a macroregioni diano il contributo statale che si coniuga con quello regionale e sponsorizzazioni varie locali. Si creerebbero così delle sinergie. Commissioni pagate a letture di progetti presenti ad es. a Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, Bari, formate magari da autori di cinema in stand by. Così si creerebbe uno spirito di concorrenzialità tra le varie commissioni (che dovranno essere scelte in alternativa) da chi fa il progetto e la Commissione che lavora meglio (che giudica seriamente i progetti) emerge e quindi i produttori sarebbero incentivati a girare in quei territori dove potranno accedere anche al credito regionale, mentre il tax credit esterno per questi film dovrebbe essere aumentato dal 40% al 60% se si vuole invogliare possibili finanziatori ad investire in piccole produzioni e applicare il tax credit anche ai piccoli, perche’ fino ad ora sono state soprattutto le grosse imprese a beneficiarne. Se poi un circuito distributivo efficiente remunerasse questi capitali investiti si creerebbe di fatto un circolo virtuoso per un cinema piu’ libero e vario tale da assicurare un pluralismo produttivo.

 

 

 

5 – IMPROVVISAMENTE UNA NOTTE (lungometraggio)

Notte e buio della vita: un uomo è scontento del suo lavoro, si sente meschino e abbruttito dal tempo che passa, dalle angherie che subisce nel lavoro, dalla alienazione che percepisce seppure confusamente, torna a casa dalla moglie e per uno stupido pretesto litiga violentemente.

Si sveglia nel cuore della notte e vinto da una profonda inquietudine presi alcuni risparmi e la carta di credito se ne va con la macchina.

Piove, vaga nel buio senza meta, continua a correre anche di giorno, dorme in macchina, mangia panini, si lava nei cessi dei bar come i camionisti, sembra convinto da questa vita errabonda, la pioggia aumenta, si verifica una tempesta, la sua macchina è costretta a fermarsi in un posto qualunque, diventa una specie di rifugio, una nuova casa e mentre nella notte dorme sul sedile posteriore con sua grande meraviglia la macchina si muove, improbabile che lo faccia da sola.

E’ stata rubata e il ladro non si è accorto di lui. L’auto si ferma davanti ad un motel, un tipo che sembra un’ombra esce portandosi le chiavi, ritorna, la macchina si inoltra in una radura, un posto fangoso, sembra un bosco, il conducente scende di nuovo, lo lascia ancora, poi improvvisamente si sente come uno sparo a circa un km da lì, la chiave stavolta è nel cruscotto, perfino la portiera è un po’ aperta, velocemente Eugenio dall’interno dell’abitacolo va nel sedile di guida, mette in moto e scappa con la sua macchina, ma nei pressi del paese la ruota si buca, non ha quella di scorta, deve aspettare che apra il gommista che gli leverà i pochi soldi che ha in tasca.

E’ ancora notte, passa un’altra auto, si ferma poco distante, ne escono due personaggi che con una andatura ballerina si dirigono verso Eugenio:

di chi è questa macchina?” chiede uno dei due.

mia!” risponde deciso Eugenio

l’hai rubata a me”

impossibile”

senti….a come ti chiami, non mi prendere per il culo!”

e chi lo vuol fare, come facevo a rubartela se è mia, vuoi che te lo dimostri?”

eri nel bosco poco fa?”

e che ci facevo?”

e che ci fai qui?ah vaffanculo perdo il mio tempo”. L’uomo con uno scatto nervoso si allontana in direzione dell’altra macchina, l’altro complice gli borbotta:

sarà anche sua ma guarda che storia, te la deve avere presa nel bosco, le ruote sono ancora piene di fango e se quello ha visto tutto?”

Ritornano indietro ma Eugenio è scomparso, si guardano increduli, setacciano i sedili, aprono il bagagliaio, dell’uomo misterioso che compare e scompare non v’è traccia.

Eugenio era scivolato silenziosamente fuori dall’abitacolo nel momento in cui quello che tornava indietro copriva la vista all’altro che era seduto in macchina, e tutto chino era strisciato all’altezza delle ruote per ritrovarsi quasi subito dietro ad una siepe e da lì fuggire a piedi.

I due si rendono conto di essere stati giocati, si guardano attorno, salgono di nuovo in macchina e vanno alla ricerca. Da qui comincia un folle inseguimento in cui Eugenio sta per essere sopraffatto.

Alla fine si ripete la stessa scena iniziale, la macchina gli viene di nuovo rubata e lui dietro che stava dormendo, il tipo che l’ha rubata scava una grande buca e poi apre la porta posteriore, con le mani alzate scende dalla macchina e tremante Eugenio viene fatto chinare nella fossa, poi uno sparo e sembra morto….

Vediamo la storia come si era sviluppata in precedenza.

Eugenio si trova a camminare in mezzo ai campi stravolto dalla fatica, ma anche dalla paura, lui così timido ed introverso li ha affrontati con una certa sicumera. Continua a piovere, vorrebbe sparire dentro il tronco di qualche albero, si ritrova improvvisamente in un posto abitato, scorge una cabina telefonica, vorrebbe telefonare alla moglie, ma proprio all’angolo in cui svettano alti palazzi sosta un’auto della polizia che lo ferma e lo perquisisce. Che ci faceva a quell’ora in giro? Racconta tutto, gli hanno rubato la macchina e stava appunto telefonando a casa e visto che c’erano,

che l’accompagnassero loro. Sembra tutto ok, ma improvvisa una raffica di mitra spazza un poliziotto, si gettano a terra, anche l’altro poliziotto è ferito, Eugenio sembra illeso, il telefono della polizia non gli funziona, il ferito accenna a delle istruzioni, ma Eugenio è troppo concitato, non capisce niente, bisogna chiamare soccorso, il posto è completamente isolato, intorno c’è un silenzio di morte, non si vede proprio nessuno, cerca di trascinare il ferito dentro la macchina, finalmente ci riesce tra mugolii di dolore dell’altro. Avvia l’auto della polizia che funziona solo a tratti, perde olio, fa solo qualche centinaio di metri e poi sbuffando si ferma definitivamente, è ancora tutto buio, il poliziotto si lamenta, perde sangue, Eugenio ormai ha perso la calma, non sa che fare, esce e la sua meraviglia è tanta perché si ritrova nello stesso posto di prima, davanti al gommista, prende coraggio è un’emergenza, suona ripetutamente il primo campanello che trova ma nessuno gli apre, se avesse avuto un cellulare tra le mani ma non l’aveva mai voluto comprare, si sarebbe sbrogliato dalla situazione, vede una macchina in lontananza, si avvicina sbracciandosi, quella rallenta, ma Eugenio emette un grido soffocato di incredulità, era la stessa dei due figli di puttana, corre alla disperata, sente alle spalle un sibilo di pallottole, si rifugia in mezzo alla radura, il rumore di ruote

che stridono nell’asfalto si accompagna a quello del motore a pieni giri………

Rimane nascosto per qualche minuto, la macchina si allontana nella notte, ritorna indietro, Eugenio prende una decisione veloce: va nella sua macchina, apre il bagagliaio, getta a terra le numerose cianfrusaglie, trova il criko e la chiave inglese, comincia a camminare nel buio della notte con questi due attrezzi in mano, finalmente giunge in uno spiazzo pieno d’auto, una ruota della stessa marca della sua macchina avrebbe dovuto trovare, considerando che la sua macchina era piuttosto comune, ma setacciato il posto sembrava che proprio quella sera tutto andasse storto. Finì con lo smontare una ruota della polizia, unica machina similare alla sua con lamento del ferito che si sentiva spostare all’interno dell’abitacolo. Sbullonato che ebbe la ruota aziona il crik, per evitare complicazioni trascina fuori il ferito che viene adagiato per terra. La ruota viene alzata e levata, il crik abbassato, rimesso nella sua macchina per l’operazione contraria. Finalmente la ruota è stata fissata, trascina dentro il ferito avvia l’auto che corre verso l’ospedale, a saperlo dov’è l’ospedale, se lo fa dire con qualche difficoltà dal ferito che tartaglia qualcosa di indefinito, gli conviene procedere intanto fino al punto di incocciare di nuovo nell’auto dei due tipacci. Inizia un inseguimento spettacolare per le vie del paese.

Eugenio riesce a seminarli ma incappa in un posto di blocco con parecchie auto della polizia. Il poliziotto ferito è svenuto, la sua versione dei fatti non viene creduta, è ammanettato, dovrebbe essere condotto in centrale, e qui dovrebbero continuare una serie di azioni, complicazioni, fraintendimenti in cui Eugenio si trova a guidare un’altra auto della polizia con le mani impedite dalle manette e con il poliziotto ferito che gli cambia le marce, il tutto condito con un linguaggio che tende all’assurdo. Vediamo Eugenio scappare di nuovo con la sua macchina, inseguito sempre dai due individui, interviene la polizia che riesce finalmente ad incastrare i suoi inseguitori, i quali interrogati parlano di Eugenio come di un loro complice. Lo braccano, si nasconde nel terrazzo d’un palazzo, entra in un appartamento mentre due stanno scopando, si nasconde sotto il letto.

Entrano anche i poliziotti:

  • Avete visto uno passare di qua?
  • Si, avanti – dicono i due amanti in coro con voce alterata.

Ritorna sui suoi passi, lentamente avvia la macchina, si ferma davanti ad un portone del palazzo, attende all’uscita, esce una donna bionda truccata, le intima di entrare:

  • Ah così te la facevi con quello, brava, brava.

Lei tira giù la parrucca, è proprio sua moglie.

In breve lo tira fuori dai pasticci, con la polizia si chiarisce tutto, ritorna al posto di lavoro, afferma di essere stato sequestrato per sbaglio e di non aver sporto denuncia perché minacciato, anche se la storia appare improbabile, quasi gotica nei suoi risvolti notturni che lui ricama divinamente, gli credono, i colleghi gli chiedono ogni giorno nuovi particolari sulla sua avventura:

  • non sarà che hai visto un noir?
  • È lo stesso che avete visto voi tutti.

Eugenio guarda lo schermo.

 

SOGGETTO n° 3

 

 

Tutti i diritti riservati al sottoscritto che li può cedere temporalmente o definitivamente Chi è interessato  scriva a giancarlo.carofilm@gmail.com;

 

1 – …E VENIAMO AI FILM VENEZIANI E AI LORO INCASSI

L’articolo di qualche tempo fa di “Libero” non le manda certo a dire: VENEZIA AFFONDA AL BOX OFFICE. INCASSI SOTTO ZERO.

Qui si parla dei tre film italiani che secondo l’Alessandra che ha ben tre cognomi l’ultimo è Fusco, sarebbero dei flop, che sono film magari interessanti ma che non incontrano i gusti dello spettatore medio, cioè abbiamo una divaricazione tra critici e pubblico per cui ci dice l’articolista: “sappiamo bene che è impossibile competere con le corazzate di Hollywood, con i film dai budget stellari con le storie animate per famiglie, non possiamo dire che se fai meno incassi dei blockbusters Usa hai fallito”, però se non crei attenzione, gradimento, se la gente non parla del tuo film, se non esce soddisfatta fuori dal cinema consigliandolo agli amici, il tuo film non emerge, anche di fronte ad autori del livello di Dante o Petrarca.

Alessandra Fusco ha ragione ma anche torto, ha ragione quando descrive quello che la gente che oggi va al cinema, si trova a vedere, ha anche torto perché se non c’è un clima culturale acceso, l’attenzione di cui parla non si ha, ma non certamente per demerito dei registi, è la gente che vuole più spettacolo che racconto e preferisce facili emozioni che uno sguardo più profondo, come a dire il pubblico è terra- terra e  noi siamo sottoterra. Sono rimasti lo zoccolo duro, solo i sofisticati critici di Repubblica che sono una minoranza sparuta e spaurita di fronte a cotanto imbarbarimento visivo, da non rappresentare più nessuno, insomma oggi essere sopraffino non vale molto, mentre un tempo se non lo eri, non eri nessuno.

Di questi tempi sarebbe stata dura per Godard e magari Truffaut, insomma la mediocrità dilaga e bisogna (è un must) accontentare i gusti di un pubblico non pretenzioso che vuole fuggire dalla noia, tanto il mondo non cambierà mai, (ti dicono) quindi ciò che incontra i gusti della massa è valido, tutto il resto è intellettualoide (mongoloide).Messa così la cosa appare deprimente. Il pubblico cosa dice? Poco o niente, perché non c’è più il pubblico di una volta sparito come le mezze stagioni, ci sono invece vari pubblici specializzati, ci sono quelli di bocca buona, quelli più americanofili che vogliono delle emozioni studiate a tavolino con kili di effetti speciali, il 3D per smuovere le impressioni e creare emozioni.

Un errore fondamentale che sanno bene i distributori da evitare a tutti i costi, è che il film difficile finisca in una sala sbagliata e quindi può essere moltiplicato per 100, 300 copie che s’afflosciano da sole, perché la gente magari in quelle sale è abituata a vedere altri film magari spettacolari, e quindi è chiaro che non incassa.

Che cinema vogliamo oggi? Una via di mezzo che non sia troppo autoriale e troppo di pancia, teniamoci in una gradazione tra lo spettacolare e l’autoriale, ma c’è un pubblico di questi tipo? Penso proprio di no, è più facile che il pubblico sia da una parte o dall’altra, polarizzato in due schemi opposti, così una commedietta insulsa suscita l’orrore dei sofisticati giornalisti di Repubblica, ma anche del pubblico vicino ai cineclub, un film come SACRO GRA suscita una reazione contraria di quel pubblico che vuole i soldi indietro se non ride di pancia, quindi abbiamo dei pubblici contrapposti, ciò che piace ad uno non piace all’altro, è più facile che un pubblico passi per la cruna di un ago che veda un film “impegnato” nella piccola sala n. 7 d’ un multiplex, o che nella sala n°1 dello stesso Multiplex appaia un film “impegnato” (come si diceva una volta) e questa rottura fa si che i film non siamo più memorabili come un tempo che suscitavano una forte curiosità anche se erano difficili, ad esempio la Montagna Sacra di Jodorowski o un film di Bunuel. Ci sono stati in passato film di grandi autori che hanno avuto un pubblico universale, forse i film avevano qualcosa in più che stupiva, qualcosa di profondamente originale che coinvolgeva, una commedia grottesca che attirava, altri ingredienti da provare, personaggi complessi.da capire Oggi tutto questo non sembra così coinvolgente, si preferisce uno stupido film in 3d che qualcosa di originale e quando c’è una provocazione intellettuale non la c…ga più nessuno, cioè i pubblici non comunicano tra di loro e la divaricazione è sempre più netta. Purtroppo se facciamo un cinema “poetico” siamo destinati a incassi tiepidi, se il cinema sfrutta la sua capacità di mettere assieme tante arti non solleva più l’ ammirazione d’un tempo, se invece si crea in fretta una storiaccia con fotografia approssimativa e musica penosa mischiata alla rinfusa,che però fa un po’ ridere, è già meglio, cosi’ se si fa un cinema altamente spettacolare investendoci un sacco di soldi, tipo block buster, la gente viene anche se non si eccita, insomma oggi e diciamola tutta, si deve più vergognare del suo stato, uno che fa una cosa intelligente che uno ignorante. “Ma no, cosa dici?” Andiamo bene, andiamo proprio bene, come se questi tempi fossero di per sé tempi volgari: una parodia insulsa attira il pubblico, più di un pelo di foca, e magari (a livello critico) verrà rivalutata 30 anni dopo,  come quelle di Totò che però aveva una maschera incredibile, e a te la critica manco te c…ga,  spesso però sono copie e fotocopie di originali, gli incassi rimangono alti anche se non è più cinema, ma un’insieme spesso improvvisato di sketch televisivi.”Adesso non fare anche tu lo snob come quelli di Repubblica, il cinema è comunque un’arte popolare, i pidocchietti proprietari di cinema quando non c’era la televisione, registravano il tutto esaurito nei melodrammoni degli anni 50, t’è capi'”.

Oggi il cinema spettacolare e d’azione ha una sua magia, ti coinvolge, anche con un certo spessore pur con i suoi schemi fissi ripetuti, il cinema d’autore è in crisi d’incassi perché (la butto là) non è popolare, è sofisticato, per laureati. Si può fare un cinema d’autore popolare? Ecco che ritorniamo nel “giusto mezzo?” No, proprio no, al cinema decisamente non funziona il giusto mezzo, lo hanno capito anche certi produttori che ci hanno provato, rischi di non accontentare nessuno e di essere criticato da tutti: o si è da una parte o si è dall’altra, o poetica dello sguardo o comicità facile,risulta inutile tentare delle mediazioni a tavolino attraverso la scrittura cinematografica, rischi come ho detto, di non accontentare nessuno, poi qualche commedia viene salvata dai critici e basta, perché incassa. E quando si incassa il piatto di minestra non manca mai neanche a loro.

I critici vivono col cinema e di cinema e quindi tendono ad essere più esperti ed esigenti, però di solito il pubblico a differenza dei critici, paga per vedere un film e non è un mestiere ma un passatempo. Oggi tanti film d’autore non riescono più a prendersi i soldi spesi, quindi è facile che spariscono dalla circolazione il che è una soluzione drastica (non vogliamo i panda) ovvero se si vuole mantenere una cultura cinematografica nazionale questi autori devono essere aiutati, da chi? Ti chiedono, dallo Stato no, no, (si rispondono). Ci sono priorità, lo Stato deve pagare i soldi ai disoccupati, allora chi può adottare un film difficile? Per me invece basterebbe ridurre il n° di film spettacolari, un tetto anche alle commedie, però ti obiettano forse con ragione che così andrà meno pubblico al cinema. Siamo sicuri? Altre soluzioni non ce ne sono: non si può avere la moglie piena e la botte ubriaca…o cioè il contrario.

Dagli incassi ultimi visti su Cinecitta news, notiamo che la giornalista di Libero non è riuscita nell’intento di portare sfiga ai film italiani, anche se è la linea del suo giornale da tanto tempo, perché SACRO GRA ha incassato più di 970.230 QUASI UN MILIONE DI EURO, che per un documentario è già un grosso successo superando quello dei fratelli Taviani, ambientato nelle carceri, anche il film L’INTREPIDO ha superato un milione di euro, mentre il film della Dante si attesta sui quasi 400.000,00. Tiè porta a casa…Libero da chi?

 

 

4 – ADDIO MONTI

 IL SALUTO D’ADDIO A UN SENATORE ELETTO IN UN GIORNO

Addio Monti

che rovinato c’hai

con i tuoi conti.

Addio Mario

triste e solitario

che uccellato c’ hai,

con tutti sti guai.

Le tue gabelle

hanno procurato,

come colpi alla pesta testa,

un dolore di stelle,

ci dicevi che con te

l’Italia se desta

e il tunnel diventa luce,

e invece è così trista

peggio d’un duce

hai fatto sudar tasse

anche all’estetista,

in miseria si riduce l’artigian

mal si conduce con equitalia,

che lo rende più misero d’un can,

hai favorito le banche

e la Merkel t’ha detto Danke!

ma il tuo dormiente

inceder sarà eterno?

Tu che sei il frutto dell’altrui malgoverno

ci fai stare a noi nell’inferno,

che tu puoi toccar la casta?

se i ladri ti circondan

e ti diono: lasciace star

il nostro accordo dei rispettar!

E chi lo sa

magari ti riciclano

nelle alte sfere del commanno

magara ti chiameranno

ogni fine anno

quando i partiti

se so mangiato il grano

e tu fai il “gran comis”

de sti conti

che non tornano plus

e che se ne vanno

sparsi per l’Europa

a diffonder il nostro disvalor.

Ormai di viver senza te siamo pronti

Addio Monti, addio Passera

con voi se ne vanno la morta cassera

e quello spred che pur s’avviluppa

come malefica vite

Colpa di Berlusconi

e della sua troia era-che dite?

 

 

 

Da Poesie un po’ di eresie

1 – STAGIONALITA’ E SALA CINEMATOGRAFICA

Sala cinematografica: si parla molto di sfruttare la stagione estiva come d’altronde si fa in Usa per non concentrare troppo le uscite dei film di qualità in pochi mesi. Se ne è parlato a Mantova in occasione degli incontri del cinema d’essai.

Tra i relatori anche l’esercente Sino Caracappa  che ha sottolineato alcune criticità, come la carenza di film di qualità nel periodo estivo, Caracappa ha colto l’occasione per lanciare un’idea: far adottare al circuito sale della Fice due o tre film a cui garantire la circolazione nel periodo estivo.

Grumnio Corocotta è un esercente “marino” e ha una idea straordinaria che ci dice: a mio parere per valorizzare anche l’estate al Cinema l’unica cosa da fare è quella di creare sale estive nei centri balneari e cominciare gli spettacoli a partire dalle dieci di sera per due proiezioni e poi finite le proiezioni in mezzo alla sala si apre  un corridoio d’acqua che va direttamente al mare e così si fa un bel bagno conclusivo.

Un’altra alternativa da studiare è quella che la sala marina sia collegata alla piscina per cui si arriva in sala in costume da bagno, si proietta il film e poi si va in acqua, potrebbe essere una soluzione: film + piscina e doccia € 15 euro, film + piscina, + doccia + ristorante, ALL INCLUSIVE € 45, poi a scalare l’hotel con “sevizi” in camera.

Così si arriva alle 5 di mattina pronti per un’altra giornata in spiaggia. Sinno e Grumnio sono impegnati da sempre nel cercare di allungare la stagione cinematografica anche al periodo estivo, in effetti la gente si riversa neii centri balneari che hanno locali di tutti i tipi ad alimentare il divertimentificio,  ma mancano di sale cinematografiche a contatto col mare, forse è la volta buona che si investe non solo in locali notturni e in discoteche ma anche in sale cinematografiche marine.

 

 

 

2 – LA FILOSOFIA DEL PARACULO

Parliamo di filosofia spicciola da bar dello Sport.  Rappresenta una regressione semplificatoria che è presente in tutta Italia, isole comprese che però (forse) è più diffusa al Sud e cmq in quei luoghi dove la furbizia regna sovrana e diventa un punto di non ritorno.

E’ una filosofia piuttosto semplice, terra terra, una filosofia spicciola con connotazioni piuttosto volgari, però è molto creduta presso il popolo e quindi dal punto di vista della costruzione sociale, e’ importante come qualsiasi altra sofisticata teoria sociale che riflette un pensiero più eccelso di alta classe magari cn citazioni di termini, francesi, tedeschi, inglesi e con lettura di testi originali e non tradotti.

Cos’è in breve sostanza la filosofia del paraculo?

E’ semplice, il mondo si divide in due categorie piuttosto diffuse:

a) chi nella vita se lo prende in culo, (i pigliainculo) nel senso METAFORICO del termine, nel senso che non riesce a dominare gli eventi, a conquistare delle mete, degli obiettivi e che finisce sempre nel dover sopportare ogni tipo di angherie, di umiliazioni, di sottomissioni che cioè dimostra di vivere una situazione passiva e quindi una vita senza vita,

b) chi invece lo mette a tutti quelli che trova, dimostrando di essere molto attivo in questa attività di dominio e di conquista, riesce a far in maniera che le cose si sviluppino secondo i suoi desideri, ha la sensazione di saper dominare gli altri e di aver successo in quello che fa, nessuno può dirgli di no perché ha l’arte magica di saper conquistare.

Siccome occorre  essere capaci nella psicologia e scaltri, bisogna saper vincere e trovare la giusta soluzione per sé.

Queste due situazioni psicologiche sono rappresentate da immagini volgari e sessuali ( o lo si mette o lo si riceve) non c’è una terza via, la vita di ognuno si sviluppa lungo due direzioni, o sei da una parte o sei da una altra, o… o… , però come si sa le circostanze comportano situazioni non sempre chiare e facili da snocciolare e qualche volta bisogna anche saper essere passivi per continuare con successo nella propria attività, qualche fregatura si può prendere con bonomia, ma nell’insieme le fregature bisogna darle e quindi il paraculo si inscrive a questa seconda modalità d’azione, cioè riesce a non farsi fregare non dico sempre, però nella sostanza e contemporaneamente nelle sue interazioni a evitare quelle che si chiamano con linguaggio crudo “inculate”, cioè bisogna pararsi il culo, da qui il sofisticato termine, e aver la capacità di uscire vincente da situazioni che potrebbero essere negative o peggio disastrose.

Quindi il paraculo cerca la giusta furbizia per (ri)pararsi il sedere dagli attacchi esterni, in questa filosofia elementare non ci sono sottigliezze, declinazioni complesse, tutto è ridotto ai minimi termini, anche la psicologia appartiene alla natura animale piuttosto che a quella umana, (anche se la stessa umanità procede per evoluzioni animali) eppure funziona ancora come paradigma per tanti, al punto che l’altro da sè viene visto con sospetto non con amicizia o amore perché potrebbe anche confidando nei meccanismi più amichevoli o sentimentali, mettertela in culo doucement, (almeno usiamo un francesismo per compensare).

E’ questa ossessione di una lotta per la sopravvivenza in cui l’esterno viene vissuto come un pericolo costante a dare un senso a una vita senza senso, a creare un cinismo rivoltante che denota una mancanza di qualsiasi qualità…Questo è ovvio.

 

 

 

1 – DISTRIBUTION OR NOT DISTRIBUTION?

THIS IS THE PROBLEM DISTRIBUTION OR NOT?

Non esistono più DA QUALCHE TEMPO, le mezze distribuzioni, soverchiate dai grandi circuiti, crollano subito; basta andarsi a vedere gli “incazzi” pardon incassi su Cinema d’oggi, ci sono distribuzioni che incassano in un anno poche migliaia di euro, neanche i soldi per comprarsi un panino quotidiano: che dire? che fare?

I cortometraggi non hanno mercato, non se li filano neanche le tv, i documentari idem con patate fritte, a parte qualche argomento che suscita la morbosità popolare e un documentario come SACRO GRA che ha vinto quest’anno il festival di Venezia e che può sfruttare la promozione indiretta per cercare di avere almeno un po’ di pubblico.

Il 50% dei lungometraggi prodotti in Italia è fuori mercato, si punta sui festival, ma con i festival non si mangia, le tv generaliste che spendono un sacco di soldi per servizi giornalistici spesso inutili non spendono un euro per i film italiani indipendenti (staremo a vere con le quote) non voglio essere pessimista, pero’ si produce tanto per niente e quindi niente per tanti che ci rimettono i soldi, le grandi distribuzioni hollywoodiane dicono per darsi un’immagine italiana, che distribuiscono film nostri, DICONO bisogna vedere se poi lo fanno, il più delle volte fanno finta, e nonostante questo, con grandi sacrifici, piccole produzioni continuano a fare dei film, poi microproduzioni collettive gratuite continuano a fare cortometraggi a josa, che possono essere distribuiti solo in qualche festival e in cui non si fa un euro perché costoro come piu’ volte ripetuto, non pagano il passaggio, altrimenti crollerebbero con i costi, anzi nei festival maggiori e quelli di lingua inglese devi pure pagare per farli iscrivere al concorso.

Se si fa ipoteticamente uno sciopero della produzione per 1 anno non si accorgerebbe nessuno, anzi gli fai pure un piacere, perché ti togli di mezzo, che dai fastidio, sono talmente prodotti di nicchia per pochi appassionati cinefili e familiari che il cinema invisibile è quasi sempre inesistente, un fantasma che si aggira per l’Italia che stenta a trovare dei corpi.

Ognuno si trascina da un cineclub con 6 sedie a un festival marginale fatto nella sacrestia di una chiesa, nel suo intimo ha la segreta speranza che prima o poi uscirà fuori e quindi di essere lui il grande prescelto, che potrà cavalcare i dolci pascoli del successo, e dove si potrà abbeverare alla fonte meravigliosa dei vari film che prenderanno corpo e anima al regista, uno appresso all’altro, fino a sperare nell’opera immortale a cui sta lavorando da tanto tempo, intanto però tutti ci rimettono…dai poveri produttori che dopo due o tre film di questo tipo vengono guardati in cagnesco dalla banca che di solito chiude la linea di credito (per sempre), agli attori promettenti non considerati da nessuno che devono girare continuamente tutte le produzioni in cerca di ruoli che non vengono mai.

Che fare? Come diceva il vecchio Lenin? Una rivoluzione distributiva? Ma a chi gliene frega qualcosa? Ci sono alcuni autori tra cui il Moroni, che cercano di effettuare una distribuzione alternativa ad es. attraverso la pre-vendita dei biglietti, il crowdfounding in tutte le sue versioni,(oggi di moda) ma la maggior parte di queste iniziative sono solo piccole cose che ti disgustono un po’, per la fatica di mettere in piedi progetti in cui i finanziamenti rimangono sempre sospesi, aspettiamo una telefonata che ci darà la tanto attesa notizia: Ecco, finalmente il tanto agognato drinn….

– Mi dispiace caro Giancarlo ma il tipo si è ritirato, mi ha detto che forse in futuro ….se gli entra quella cosa…

– MA QUALE COSA?

– E che cazzo ne so e non alzare la voce!

– MA VA A FARE INCULO!

– Vacce te! 

Si sente l’apparecchio telefonico che rientra nervoso nella sua custodia. Molti progetti mancano di peso economico, sono leggeri come piume che si perdono nell’aria. E allora? E allora dai, le cose giuste tu le sai, diceva una vecchia e mitica canzone di Remo Germani dimmi perchè non le fai?

Ma noi che possiamo fare se non guardare lungo il fiume il cadavere che passa e se ne va.

Parte in sottofondo la (visto che siamo in tema) canzone di Roberto Carlos: Che sarà, che sarà della mia vita …(della serie Sanremo giovani).

Mi appare Shakespeare che tenta di consolarmi:

distribution or not this is distribution problem, whether it is easier to win the adverse distributional fate or seek solutions that will give us a tasteless substance? Win or lose money galore, from here to Canosa?

 

 

 

 

 

5 – PICCOLI INTRIGHI TRA AMICI (lungometraggio)

Sono amici da sempre, 5 ex ragazzi, dai tempi della scuola superiore, le reciproche esperienze, i loro intrighi  le delusioni, le piccole feste, le ragazze, il matrimonio di ognuno di loro, gli anni che prendono velocità, adesso si incontrano saltuariamente per giocare a poker, ma ormai nel loro rapporto di amicizia si stende una reciproca e sottile indifferenza che col tempo tende ad aumentare, come se una pellicola piano piano, avesse reso opaco quel vetro che prima brillava ogni giorno.

Vai a capire cosa può essere ma l’età fa aumentare la propria solitudine o forse è la stessa indifferenza chiamata con un altro nome, sta di fatto che c’è una sensazione di aridità e di noia a cui cercare di sfuggire e così piccoli intrighi si creano fra tutti con lo scopo di abbassare agli occhi degli altri ognuno di loro.

Da un sentimento di amicizia ormai consunto si passa ad un sentimento di invidia che col tempo si trasforma in odio, intanto perdono il lavoro, i matrimoni si sfasciano e tutto ciò che avevano costruito si rivela di poco conto.

I 5 amici dopo che si erano persi di vista si incontrano un’ultima volta, giocano a carte scoperte tra risentimenti, rimpianti e rancori, ognuno sopporta la meschinità dell’altro, ma decide di troncare proseguendo per la propria strada sentendosi, avendo ormai superato i trenta, più solo che mai.

Dopo dieci anni si rincontrano in quattro, uno è morto in un incidente automobilistico nella nebbia dell’autostrada, sono stanchi e sempre più delusi, ogni giorno che passa non può che peggiorare la loro realtà, come se non ci fosse più scampo, il tempo uccide anche lasciando in vita le persone, tirano a campare con fatica senza ormai più speranza di poter cambiare la loro situazione.

Ma questo ritrovarsi li ha di nuovo uniti dai ricordi antichi, pieni di momenti possenti n cui si sentivano ancora vivi e così decidono di trascorrere una notte spensierata, sono nella stessa automobile quando in un momento di follia collettiva senza pensarci due volte, rapinano un distributore di benzina, la fanno franca grazie ad una sorta di sublime improvvisazione, mezzi ubriachi nei pressi di una discoteca vengono malmenati e derubati.

Si ritrovano all’alba nella spiaggia a giocare a poker con le conchiglie come posta, poi per puro caso vedono una barca e con i soli remi decidono di andare al largo, verso l’Albania, uno di loro aveva comprato qualche anno addietro per pochi soldi una casa. Una mareggiata improvvisa e si trovano dispersi al largo, riescono a salvarsi attaccati al relitto della barca e si ritrovano in una spiaggia deserta dove delle villeggianti nude fanno il bagno…mi sa che qui pianteremo la tenda. NAUSICAA!

 

Tutti i diritti riservati al sottoscritto che li può cedere temporalmente o definitivamente Chi è interessato  scriva a giancarlo.carofilm@gmail.com;

SOGGETTO n° 2

1 – MOVIMENTI PROGRESSIVI VERSO UN SETTORE PERENNEMENTE IN CRISI

Ecco un intervento che ho letto in un convegno sul cinema un po’ di anni fa, i problemi sono sempre gli stessi perché non si risolvono mai, SEMPRE GLI STESSI MOVIMENTI ESPRESSIVI IFNTAMENTE PREOCCUPATI  per cui la politica di settore diventa la perenne rappresentazione dell’impotenza.

l’importante è crearsi un nome come attore principale di questa rappresentazione per potersi poi sedere nel banchetto del potere e parlare di problemi che non si ha nessuna voglia di risolvere, però intanto aumenta la propria influenza, e alla prima occasione arriva un finanziamento.

Perfino Michele Anselmi CI DICE sempre le stesse cose, questo articolo l’avevo completamente rimosso e praticamente ripeto come un ossesso le stesse cose di oggi e sono passati parecchi anni, Sono uno sclerotico multiplo o all’incontrario TUTTO RIMANE FERMO ovvero gattopardescamente, tutto deve cambiare perché non cambi nulla? Eravamo nel 2004, e il settore era come sempre, perennemente  in crisi…crisi…crisi…crisi…crisi…crisi…crisi

PROBLEMATICHE DI SETTORE, PICCOLI MOVIMENTI VERSO LO SFINIMENTO

Vorrei intervenire come piccolo produttore indipendente che non ha avuto nessun tipo di finanziamento pubblico in questi ultimi dieci anni che pur tuttavia tre anni fa è riuscito a mettere in piedi un film con soldi totalmente privati, che non ha avuto distribuzione. Attualmente lo abbiamo inserito su Internet e si può vedere interamente senza scaricarlo sul sito www.neche.it all’interno d’un progetto di distribuzione di film indipendenti sul web. Abbiamo cercato in tutti i modi di trovare un’uscita nelle sale ma non c’è stato verso, poteva avere un suo pubblico, probabilmente non lo sapremo mai.

La globalizzazione in atto nel cinema comporta come è noto il dominio hollywoodiano sull’80% del mercato italiano, per cui nello stesso c’è spazio per almeno altre 25-30 pellicole italiane ed europee, tutto il resto è a rischio invisibilità e il grande pubblico italiano sa ben poco di tutta una serie di film nazionali molto belli. Col reference-system la produzione italiana crollerebbe dagli attuali 100 film annui, a max 50 film con una riduzione verticale di creatività, attori, idee, culture anche regionali, con una diminuzione di capitale intellettuale (Ciampi) del 50%, è facile fare i calcoli perché in Italia vengono prodotti mediamente 100 film all’anno. Molti di noi saranno spazzati via, cambieranno mestiere o saranno assunti alle dipendenze di qualche grossa produzione nazionale – riuscirci però – visto che nelle grosse produzioni a Roma permane una mentalità familistica più che manageriale, in cui nessuno si fida di nessuno, giusto dei parenti (se c’è qualche sociologo del cinema potrà constatare l’infinità di cognati, fratelli e sorelle che ci sono nell’ambito delle società cinematografiche).

E qui ha ragione l’Anac che vive però in una sorta di immobilismo gerontocratico, non più in grado ormai di fare qualsiasi tipo di politica, mentre mi sembra legittimo non premiare solo la sceneggiatura, ma seguire il progetto fino alla fine. E’ un modo sia di misurare le scelte della commissione (se è stata capace di vedere le potenzialità della sceneggiatura) e sia – parliamoci chiaro – per evitare certe deformazioni o parassitismi produttivi di persone che non gliene frega niente del buon fine del prodotto-progetto.

Però quando Michele Anselmi dice a proposito di film italiani finanziati pubblicamente: “sapendo benissimo che il mercato non li avrebbe mai potuti assorbire” pone un problema molto delicato. Può un produttore italiano fare concorrenza a un film di 100 milioni di $ che ha un budget pubblicitario superiore a qualsiasi prodotto italiano? Si, dice il ministro Urbani, magari facendo un film italiano da 50 milioni di euro, (creando un consorzio di più società e prendendo qualche grosso attore hollywoodiano?!). E’ questa la strada, fare solo qualche progetto grosso o sarebbe invece augurabile il contrario: che anche il mastodonte Hollywood diventasse più piccolo in maniera da democratizzare la distribuzione mondiale facendo vedere anche altre produzioni asiatiche, africane oggi fortemente penalizzate? Basterebbe solo sottotitolare i film americani che sarebbe una forma di crescita “visiva” per il pubblico in sintonia tra l’altro con le nuove tecnologie, e poi finalmente si potrebbe capire se un attore pagato 20-30 milioni di euro è bravo o è un cane. Ma qui si entra in un vespaio con la lobby dei doppiatori che per la maggior parte sono attori italiani in esubero.

Puntare sul grande vuol dire distruggere il piccolo, cioè il cinema indipendente. Qualcuno dice giustamente. Ma a che serve il cinema indipendente italiano se non lo vede quasi nessuno?

Questo per me è un buon punto di partenza per trovargli delle sale, per incentivare l’esercizio, per farlo conoscere all’estero. Così invece si distruggerano molte professionalità e si ridurranno la libertà di idee e di progetti. Il problema non è tanto nella produzione, ma nella distribuzione che non permette a questi progetti di farsi conoscere. Gli esercenti pensano giustamente all’incasso e vogliono film pubblicizzati,  quindi preferiscono i prodotti americani, da noi non si è mai pensato ad es. facilitare una certa promozione di questi film italiani in modo che tanti prodotti di casa nostra possano apparire sui giornali e sulle televisioni come i mostri americani? In una società stracolma d’immagini e di informazioni di basso profilo non dovrebbero essere sprecate immagini qualitative (quando lo sono).

Per concludere questa legge sul cinema i inscrive più come “ideologica di mercato” che di mercato. 

 

 

1 – COMUNICATO STAMPA – L’ANICA FELICE PER IL DECRETO CULTURA

 COMUNICATO STAMPA

L’ANICA con un comunicato è felice per la conversione in legge del Decreto Cultura

“Pur in giornate politicamente difficili, il Parlamento ha convertito in legge il Decreto Cultura, proposto e fortemente sostenuto dal ministro Bray.

Il presidente Letta ha sottolineato, nel suo importante discorso, il ruolo della cultura per lo sviluppo del Paese.

Di questa nuova sensibilità e consapevolezza siamo felici come italiani e come imprenditori dell’industria di produzione audiovisiva”.

Con queste parole Riccardo Tozzi, presidente dell’ANICA ha accolto la notizia dell’approvazione del provvedimento che include norme anche sull’audiovisivo.

Angelo Barbagallo, presidente dei produttori, ha commentato: “la stabilizzazione del tax credit per il cinema, la sua estensione all’audiovisivo e l’accoglimento della definizione europea di produttore indipendente, sono elementi di grande importanza per la nostra industria e indicano per la prima volta la presenza di una più ampia visione.

Di questo ringraziamo il ministro Bray e il presidente Letta”.

03/10/13

DESCRIZIONE E COMMENTO:  D.L. 91/13 è convertito in legge con molte modifiche, vediamo le più significative.

All’ art.1 che riguarda Pompei, la Reggia di Caserta e il Polo Museale di Napoli e altri provvedimenti della Regione Campania, si aggiunge definendo meglio il direttore generale di progetto e i soldi che deve prendere (non devono superare i 100.000 euro lordi). Le donazioni superiori a 1000 euro devono essere effettuate tramite bonifico bancario per via della tracciabilità.

L’art. 2 del Decreto parla dell’inventariazione e digitalizzazione del Patrimonio Culturale Italiano che coinvolge 500 giovani da assumere. E’ aggiunto il 2-bis che modifica il Codice dei beni culturali e del paesaggio, il Comune deve individuare appositi locali da adibire ad attività artigianali come espressione dell’identità culturale collettiva, con lo scopo appunto di preservare le aree di valore culturale.

L’art. 3 si ferma ad analizzare le disposizioni finanziarie per garantire la regolare apertura al pubblico degli istituti e luoghi di cultura. Nelle modifiche dopo l’art. 3 abbiamo il 3-bis per l’organizzazione del Forum Unesco per cui si autorizza la spesa di € 400.000,00, poi il 3-ter dove si parla della riqualificazione e valorizzazione dei siti italiani inseriti nella lista “patrimonio mondiale” sotto la tutela dell’Unesco e poi l’art. 3-quarter che concerne l’autorizzazione paesaggistica e il 3-quinques, la qualifica di restauratore, si va dal palo alla frasca, ma sono i centri di interesse lobbystico – culturale anche attraverso i partiti per chiedere riconoscimenti e prebende, ecco perchè si ha sempre paura che il decreto venga stravolto.

L’art. 4 ha a che vedere con le opere rappresentate senza scopo di lucro nelle Biblioteche, nella Legge si aggiunge il 4-bis che riguarda il decoro dei complessi monumentali e modifica norme del Codice di cui sopra e infine l’art. 4-ter che riconosce il valore storico e culturale del carnevale (ma va’).

L’art. 5 riguarda il finanziamento dei Nuovi Uffizi e del Museo della Shoah di Ferrara. Si aggiungono le spese per i restauri del Mausoleo di Augusto e altri stanziamenti a tutela dei beni culturali che presentano grandi rischi di deterioramento, abbiamo il 5-bis col contributo in favore del Centro Pio Rajna di Roma (500.000,00) il 5-ter garantisce il funzionamento del Museo Tattile statale “Omero” altri 500 mila per 3 anni e il 5-quarter riguarda i siti UNESCO di Ragusa (100.000,00 euro per tre anni)

L’art. 6 si occupa dei Centri di Produzione dell’Arte Contemporanea, si aggiungono i beni locati a cooperative di artisti per un canone simbolico, ci sono anche i beni confiscati alla Mafia, è stato aggiunto il comma 5-bis che dà 5 milioni alla Fondazione MAXXI.

Al successivo Capo II° si considerano finalmente le disposizioni urgenti per il rilancio del cinema, per le attività musicali e lo Spettacolo dal Vivo.

L’art. 7 considera la musica di giovani artisti e compositori emergenti escludendo le demo autoprodotte e il comma 8-bis che modifica il Testo Unico Leggi di pubblica sicurezza riguardo agli eventi, con un massimo di 200 partecipanti, si dice che non occorre più la licenza.

L’art. 8 è stato completamente riscritto, Nel testo vecchio  c’erano le disposizioni urgenti per il settore cinematografico del decreto: al comma 2 si parlava di 45 milioni (di integrazione)  (Tax Credit) per l’anno 2014 e 90 milioni a decorrere dal 2015, SALVO AUTORIZZAZIONE EUROPEA, perché se la Commissione Cee dice NISBA non si può far niente, ipotesi però remota visto che ha già approvato una prima tranche di Tax Credit nei tre anni precedenti. In sede di conversione in legge il tax credit si alza da 90 milioni a 110 milioni di euro che si estende ai produttori indipendenti e al successivo art. 15 sono definite le coperture

L’art. 9 riguarda il sistema di contribuzione pubblica allo spettacolo dal vivo e al cinema (non si paga più il bollo per le domande di revisione cinematografica) si sono aggiunti incentivi ad attività circensi senza animali.

L’art. 10 fa riferimento ai teatri, ed è l’unico che rimane invariato

L’art. 11 tratta le Fondazioni Lirico-Sinfoniche, nelle modifiche al decreto si parla di risanamento e degli interessi anatocistici sugli affidamenti concessi dalle banche, se cioè le stesse ci hanno mangiato sopra.

Al Capo III° ci sono le disposizioni urgenti PER ASSICURARE EFFICIENTI RISORSE AL SISTEMA DEI BENI, DELLE ATTIVITA’ CULTURALI. l’art 12 per facilitare le donazioni dei privati, che aumentano del doppio rispetto al decreto (da 5.000,00 euro a 10.000,00)

L’art. 13 disciplina gli organismi collegiali, è confermato che le varie commissioni presenti non pigliano alcun compenso.

L’art. 14 parla di oli lubrificanti, alcolici e  tabacchi per il cinema, cioè sarebbero le accise che vengono aumentate.

L’art. 15 ci fa vedere le coperture. Rispetto al Decreto Cultura le spese sono aumentate per l’intervento delle modifiche apportate dai gruppi di interesse, anche di parecchi milioni, i 90 milioni del Tax Credit per il cinema sono stati aumentati a 110 milioni l’anno per questo è e altre spese si aumenta l’accisa di cui all’art. 14 comma 2 di 8 milioni e ancora di 20 milioni che saranno coperti con le maggiori entrate previste dall’art. 14 commi 1,2,3. che sono le tasse sui lubrificanti e Accisa su alcool e tabacchi. Il comma 1 riguarda i lubrificanti, il comma 2 la birra (della serie beviamoci una birra per la cultura) e infine il comma 3 riguarda il fumo. Dal primo gennaio 2014 il prelievo fiscale sulle sigarette deve assicurare maggiori entrate pari a 50 milioni di euro (nessuna copertura derivante dai risparmi del finanziamento alla politica per la cultura) cmq meglio che il fumo vada in cultura che la cultura vada in fumo.

Infine c’è la chiusura cn le norme transitorie e le sottoscrizioni del Decreto Legge a mo di saluto finale.

 

 

 

 

5 – DISSENSO (lungometraggio)

DA OGGI COMINCIO A PUBBLICARE ALCUNI SOGGETTI CINEMATOGRAFICI COMINCIO CON UNA STORIA DI DISSENSO

 

Tutto ciò che non funziona in questo tipo di società è impossibile elencarlo: l’arroganza del potere, l’ipocrisia, il conformismo, la furbizia, la mancanza di senso etico, ma anche estetico, il tradizionalismo becero e ottuso. Caratteri preminenti che da sempre dominano la comunità umana che si trasforma in clan e caste.

Ecco lo speculatore che si disinteressa del bene pubblico pur di guadagnare, il cacciatore che si diverte spargendo sangue, chi abbandona la spazzatura nei boschi, il violentatore che non può fare a meno di esercitare il suo istinto bestiale, il magistrato corrotto che svende le leggi ad un prezzo determinato, il politico mafioso che sfrutta la legalità dello stato per servire la propria combriccola.

Certo sono diversi livelli di responsabilità, ma ognuno è concatenato all’altro nell’edificare una società poco edificante.

Ma arrivano i nostri con il loro dissenso, sotto forma di giustizieri vestiti come persone qualunque che si muovono in mezzo al traffico e si accostano a quei cittadini incivili, si comincia con la cacca dei cani, la spazzatura abbandonata a se stessa, l’auto parcheggiata in posti impossibili, l’arroganza di chi alza la voce pur avendo torto marcio. A volte i nostri agiscono da soli altre volte in piccoli gruppi con altri complici per ristabilire non un ordine autoritario, ma un principio di convivenza civile che si basa sul rispetto reciproco.

Devono essere brevi concatenazioni di scene o meglio episodi, registrati in presa diretta con dialoghi della strada e ripresi con la macchina a mano come se fosse un documentario, anche entrando negli uffici pubblici con le telecamere, le reazioni spropositate di certuni, ognuna esemplificativa di una situazione in cui il semplice cittadino può chiedere aiuto a questi personaggi che si sono riuniti in una associazione segreta e compaiono sempre vistosamente truccati per non essere riconosciuti, vanno negli autobus prendono per le orecchie chi insozza, chi ha la mano troppo lunga, hanno un successo straordinario, finalmente la gente prende fiducia e comincia a reagire da sola agli sgarbi degli altri, e se poi qualcuno fa l’arrogante ci sarà una buona dose di botte da orbi.

Come si chiamano i giustiziere solitari? Questo non è dato a sapere, piovono denunce da tutte le parti e qualcuno vorrebbe tendere un tranello a questa specie di giustizieri perché minano il mal comportamento sociale che invece deve continuare secondo certi ben collaudati schemi.  Anche l’opinione pubblica e i giornali sono divisi, dove si andrà a finire se bisogna combattere l’illegalità con l’illegalità?

Come si vestono, quali sono le loro caratteristiche salienti? Tutto questo verrà detto quando il soggetto prenderà corpo.

Prima ci sono brevi episodi illustrativi dello scempio sociale, poi i tre amici che menano alla grande.

Intanto ci scappa il primo azzoppamento, questi fanno sul serio, sono dei terroristi, una parte delle forze politiche auspicano una caccia all’uomo, il gruppo è braccato dalle forze di polizia, ma ancor più da un mafioso che sguinzaglia i suoi scagnozzi perché era stato fatto oggetto di derisione pubblica da parte del gruppo che aveva denunciato attraverso filmati fatti pervenire ai giornali, anche i politici collusi. L’escalation sembra non arrestarsi più, intanto con grande sorpresa il gruppo di giustizieri in fuga scopre che altri hanno preso i loro posti da giustizieri, la cosa sta andando avanti, prendendo piede e finalmente la società diventa più rispettosa dell’ambiente, ma anche contrasta gli allevamenti lager di animali e perfino lo sfruttamento del lavoro nero.

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SOGGETTO n°1

 

1 – MALCOM PAGANI – IL CINEMA CHE SI PARLA ADDOSSO

MALCOM PAGANI IL CINEMA CHE SI PARLA ADDOSSO

Articolo geniale e molto divertente di Malcom Pagani per il Fatto. Vale la pena spendere un minuto e leggerlo fino in fondo, sullo sfondo dell’ultima mostra del cinema di Venezia
Malcom Pagani per “il Fatto Quotidiano”

Trascinata come un burattino nordcoreano, lo sguardo assente, la camminata stramba dei ministri dei Monty Python, Cécile Kyenge arriva sulla terrazza dell’Excelsior, circondata da pletore di cafonissime guardie del corpo impegnate a spalancare porte e a creare cerchi della fiducia.

Nel più vicino al nucleo si muovono alcuni giornalisti. Davanti a testimoni, chiediamo di passare nella vana speranza di ascoltare il verbo. Risposta: “Non si può, c’è già la stampa chiesta dal ministro”.


Rosencrantz e Guildenstern sono morti, ma anche la memoria di Kennedy, che non può più difendersi, non si sente troppo bene. Reduce da un’appropriazione indebita (un incontro con Luxuria sobriamente titolato I have a dream), Kyenge sparisce all’orizzonte. Dopo giorni di assenza però, attratta dall’insostenibile leggerezza della seconda settimana, al Festival, ecco la politica.
In sala per ‘’Parkland” c’è l’ex Veltroni e difendersi tocca ora all’erede, Massimo Bray, accolto da un coro polifonico: “Stavolta i soldi ce li deve dà”. Loschi capannelli sotto le volte moresche. Produttori, distributori, esercenti. Tramontato il suk estivo sul Tax credit, Bray è in laguna. Il titolo del convegno-trappola organizzato in suo onore: “Il futuro del cinema: da settore ‘assistito’ a industria culturale strategica” non spiega fino in fondo.
Di strategico c’è solo l’assalto al deputato che discetta di “biunivocità”, si tortura il mento, ma resiste allo sbadiglio. Cercano di prenderlo per stanchezza. Di disegnare un dolce “o la borsa o la vita” lungo 210 minuti. 14 estenuanti interventi slegati tra loro in cui nella noia senza redenzione, le corporazioni del “settore” presentano il conto.
Parolacce come “decisori”, “criticità”, “filiera” e concetti preistorici come “l’appeal del nostro cinema negli Usa” vengono scongelati e spacciati, sfacciatamente, come assolute novità. Officia Baratta (che si sventola con un cartoncino per mezz’ora e poi, saggiamente, opta per la fuga) e modera Cicutto di Cinecittà, ma l’ingrato compito di dare vitalità a un pomeriggio funereo (e di mentire per la causa comune: “È la prima volta che ci ritroviamo a un convegno simile”) spetta al Dg per il cinema del Mibac, Nicola Borrelli.
Ogni tanto, in mancanza di gobbo, costretto a violentare la cervice per leggere i fogli, Nick si perde. E i lapsus freudiani (“Disamina” muta in “disanima”) rivelano l’idealità di base del consesso. Il suo dotto intervento, previsto sui 6 minuti, si dilata all’infinito dando la stura ai primi indegni
stravaccamenti in Sala Stucchi. Gente che parla al telefono, gente che viene e che soprattutto, va. Bray, accolto da una civilissima, silente protesta contro le grandi navi, non fa una piega. Ascolta con apprezzabile sportività sproloqui sui “monitoraggi delle dinamiche” e la “portabilità del device”.
I convenuti reinventano l’italiano per
parlarsi addosso, difendere la propria singola casa madre e approdare tra un tecnicismo e l’altro, nelle già esplorate lande del Conte Mascetti. Però Ugo Tognazzi non c’è più e per ridere, la contingenza è tragica, ci saranno altre occasioni. Nel tempo, i protagonisti dei convegni veneziani, gli unici a incassare qualcosa, hanno scelto il lamento come forma di religiosa espressione.
E per intonare il canto unico, davanti a Bray, non manca nessuno. La giovane che non ha prodotto quasi un solo film, l’adorabile
Marta Capello, che propone giuliva forme di finanziamento alternative che ai produttori di Zoran, capaci di vendere bottiglie di vino con il marchio del loro film, hanno fruttato fino a 500 euro: “Hanno brandizzato – osa in assenza di Nanni Moretti – in maniera molto simpatica”.
Sull’utilità del “
dibbbattito“, Nanni parlò invano. Così, al microfono, ognuno ha il suo warholiano “quarto d’ora”. L’ex sessantottino incazzato, Nino Russo, presidente dell’Anac. Il sosia di Paul Müller, già Visconte Cobram di Fantozzi, Carlo Bernaschi, presidente degli esercenti multiplex che legge un comunicato sovietico in cui il termine “procrastinabile” presenta insormontabili picchi di corretta dizione.
Silvano Conti, segretario Cgil spettacolo che tra una “destrutturazione” e l’altra, ‘ciancica’ una gomma americana davanti a un assopito uditorio a un metro dalla pennica, neanche fosse in un film con Mario Brega. Poi arriva Bray. Fa un discorso onesto. Parla di risorse, tempi e regole. Benevolo, giustifica la questua: “È il segno che il mondo della cultura è ignorato, bisogna investire di più, restituire dignità al patrimonio”. Non promette miracoli, ma piccoli passi.
Sul volto della maggioranza dei presenti, terrore misto a confusione. In una pausa, si scopre che la stucchevole unità di intenti “del comparto audiovisivo” sventolata a favore di pubblico: (il mantra unico è “Ringrazio l’amico che mi ha preceduto”)
è una parte in commedia. Quando si è seduti a una tavola con poco cibo e troppi affamati, non c’è tregua che tenga. Bisogna lottare per le briciole.
Pulire il desco. Farsi rispettare. Così capita che l’ignaro, conciliante
Del Brocco di Rai Cinema avvicini in un pausa il più lucido della truppa, Fabiano Fabiani, 83 anni, presidente dei produttori tv: “Ciao presidente, come stai?” E si veda investito: “A Del Brò, adesso sulla storia dei diritti m’hai rotto i coglioni” per una sua precedente presa di posizione. Faranno pace. Ma sempre di soldi si discute.

Più degli abbracci di una compagnia di giro che si conosce da decenni, può il digiuno. E dopo anni di vacche grassissime, i tempi sono magri, la vita molto agra e la signorilità senza ritorni un vuoto a perdere. Un affare da coglioni. Da anime belle senza più patria né bandiera.

 

 

2 – INTOLLERANZA E RAZZISMO

Per chi volesse ORGANIZZARE UN CINEFORUM SULL’INTOLLERANZA, SUGLI STEREOTIPI E SUL RAZZISMO non si può prescindere da questi titoli, ce ne sono tanti altri da aggiungere basta solo condividere in rete l’iniziativa.

 Andiamo dal classico del cinema muto del 1916, INTOLERANCE di David Wark Griffith,  suddiviso in 4 episodi storici, al cinema civile degli anni 60, INDOVINA CHI VIENE A CENA di Stanley Kramer, 1967, con Spencer Tracy, Katharine Hepburn e Sidney Poitier, sull’intolleranza verso i neri; MISSISIPI BURNING di Alan Parker, 1988 con Gene Hackman e William Dafoe, contro i neri e la presenza del Ku Klux Klan, LA LUNGA STRADA VERSO CASA di Richard Pearce, 1990, con Whoopi Goldeberg e Sissy Spacek, sempre contro i neri, MY BEAUTIFUL LAUNDRETTE del 1986, di Steven Frears, che descrive una Londra dell’emarginazione: VIVRE AU PARADIS di Bourlem Guerdjou,1998, un giovane Algerino inmigrato in Francia; LA PROMESSE di Pierre e Luc Dardenne, 1996, sullo sfruttamento della manodopera immigrata, LA BAS MON PAYS di Alexandre Arcady,2000, integrazione o ritorno verso la terra d’origine? LONTANO DAL PARADISO di Todd Haynes, 2002, l’intolleranza nella società Usa degli anni ‘50; PERIFERIA di Vinko Moderndorfer una realtà dell’est; E gli italiani?  Oltre al collettivo film INTOLERANCE di Registi Vari, di qualche anno fa prodotto dall’Assoc. degli Autori, (Anac), possiamo tra gli altri vedere: 12) SACCO E VANZETTI di G. Montaldo, 1971, un classico sull’intolleranza dell’America razzista e reazionaria; L’AMORE DI MARJA di Anne Riitta Ciccone, 2004, sul rispetto del diverso; 14) PRENDIMI E PORTAMI VIA di Tonino Zangardi, 2003, l’intolleranza verso gli zingari. Non dimentichiamo i classici come: EASY RIDER di Dennis Hopper, 1969, sull’intolleranza verso il diverso; SCIUSCIA’ di Vittorio De Sica,1946 un capolavoro del neorealismo; due più recenti come: 17)GANGS OF NEWYORK di Martin Scorsese, 2002, guerre tra bande e intolleranza reciproca, LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA di Joe Dante, 1997, sull’immigrazione sull’integrazione. Questi sono solo alcuni titoli, noti e notissimi,altri da festival.

 

1 – BRY NO CRY

Bry no cry, che il Cinema va alla grande dai!

E’ l’uomo delle date storiche, gli piace essere al centro di grandi avvenimenti: erano trent’anni che non si faceva più un Decreto Cultura, ci dice e sono 15 anni che l’Italia non vinceva più il Festival di Venezia: “(grazie a me) che gli portavo sfortuna”-aggiungo io.

Quindi ringraziamo doverosamente il nostro e ci chiniamo rispettosi, non si sa mai che promuove una lotteria e al vincitore gli finanzia un film completo e così si potrà dire: erano da 116 anni che non succedeva, praticamente da quanto è nato il cinema che agli inizi si chiamava cinematografo.

Però la novità del documentario è vera, finalmente il cinema si allarga alla realtà cercando di carpirne le sfumature e una qualche verità anche se si dice che la fiction a volte (non sempre, diciamo quasi mai) riesce meglio nella discoverta della verità.

Ma i documentari si vedono bene solo in sala, è per questo che bisogna creare un circuito di sale (quelle del centro storico, quelle di essai) capaci di valorizzare simili prodotti. Le periferie sarebbero in mano al cinema spettacolare di fattura Usa e le commedie medie italiane, i cinema del centro storico invece farebbero vedere dei film di spessore capaci di emozionare in maniera diversa, dando impulso al cinema indipendente. Potrebbe essere una soluzione.

I festival cercano di portare avanti un cinema di qualità ma poi ci deve essere anche un circuito di sale che dia compimento alla cosa magari con i film a menu’, e non con un solo film IN CARTELLONE esposto, per cui con un biglietto di € 5 puoi vedere tutta la programmazione della giornata: ci sono tre film uno dietro l’altro.

Li chiamiamo questi film con titoli di fantasia: il primo CICUTTO, il secondo CICHITTO e il terzo CECCHETTO, io entro alla prima programmazione quella supponiamo delle ore 17,00 e pago 5 euro e posso vederli tutti e tre, il giorno dopo però quei tre vanno in un altro cinema del circuito in maniera da incentivare la presenza dello stesso pubblico per le novità, visto che non c’è grande ricambio.

I nostri 3 porcellin…cioè “filmin” girerebbero continuamente da una città all’altra. Questo sistema potrebbe garantire degli incassi superiori a quelli attuali per film di questo tipo, invero molto bassi. Anzi scoraggianti per i produttori indipendenti. Perché tutto sommato o sottratto poi alla fine i conti devono tornare e non solo andarsene (i soldi).

 

2 – MERITOCRAZIA O BUROCRAZIA?

Fondamentalmente la ricchezza privata non ha mai avuto una legittimazione sociale anzi essa rende più difficile la stessa stabilità sociale, secondo Talcott Parsons (un sociologo americano), si giustifica come effetto della meritocrazia, efficace strumento di promozione sociale, la Classe Media ha puntato sulle qualità individuali, sulle capacità degli affari, sui talenti, però allora come giustificare l’ereditarietà della proprietà e della permanenza di oligarchie, fattori che complicano a dismisura le cose.

Meritocrazia ed ereditarietà fanno a cazzotti.

Secondo Talcott Parsons, l’ereditarietà non è in contrasto col principio del successo e dei risultati individuali essendo soltanto una TRADIZIONE RESIDUA.

Una società sempre nuova che parta da zero, non esiste sulla carta, è nel suo sviluppo naturale il fatto che si creino rapporti familiari economici oltre la morte del singolo individuo e si stratifichi quindi un potere permanente è nell’ordine della natura delle cose, per cui alcuni soggetti hanno il diritto di avere qualcosa in cambio di nulla, contraddicendo però il mito dell’Universalistico Successo Individuale.

Difatti la classe media ha dentro di sé una contraddizione fondamentale che indebolisce il sistema morale universale, al punto che esso vale sempre per gli altri e invece per sé c’è sempre un’eccezione giustificata da circostanze impreviste e imprevedibili che costringono a delle scelte compromissorie, per cui mentre si pretende dagli altri IL MASSIMO DELLA CORRETTEZZA si è auto assolutori verso se stessi (c’è sempre l’eccezione che conferma la regola).

Ci si dimentica della moralità perché il fatto non è preponderante per noi, niente a che vedere con altri fatti analoghi capitati ad altri. L’importante in definitiva, è che quel di più che alcuni hanno per diritto familiare, come opportunità aggiuntiva, sia usato nel modo più efficiente possibile all’interno dei valori importanti del sistema, per la realizzazione dei suoi fini, non siano cioè elementi parassitari di spreco delle risorse, (in sostanza devono essere coinvolte produttivamente) cmq in ogni società ci saranno sempre delle differenze nella distribuzione di opportunità e questi però sono per Parsons fattori secondari che non inficiano il funzionamento ottimale di una società.

Platone sostiene che la stabilità del sistema dipende dal principio per cui ciascuno viene retribuito in proporzione ai suoi “meriti”, però la ricchezza ereditata continua ad essere retribuita senza che i beneficiari abbiano dei meriti, chi non si ricorda una delle poche riforme di Berlusconi, quella di ridurre sensibilmente le aliquote fiscali sul passaggio ereditario per renderlo meno costoso e quindi più facile: una società liberale o neo liberale esalta la proprietà e vuole sempre diminuire queste aliquote, una società progressista le critica e vuole aumentarle per le ragioni contrarie.

Quindi ne consegue che la società degli “affari” che è in toto liberale o liberista non rispetta i requisiti di stabilità del sistema, lo stesso sistema familiare nel capitalismo molto spesso regredisce a sistema familistico ed è incompatibile con l’uguaglianza di opportunità perché c’è il figlio ereditiero e quello non, il sistema contraddice le pari opportunità, se poi inseriamo in mezzo la persistenza delle oligarchie financo politiche oltre che finanziarie, il patatrac è vicino, la società si congela in gerarchie e tende a difendere con opportune leggi le rendite di posizione, che inficiano l’efficienza del sistema che può crollare per assenza di competizione.

Stiamo parlando   d’un capitalismo parassitario che genera malcontento diffuso, immobilismo e non soddisfa più i requisiti della stessa stabilità sociale, soprattutto per la permanenza di strati privilegiati e la consistenza di caste in tutti i settori che soffocano l’innovazione e il cambiamento, quindi dobbiamo ricordarci che la proprietà è una delle fonti endemiche di conflitto nella società perché la distribuzione della ricchezza è il centro di conflitti di interessi diversi nella società, oltre al conflitto classico tra operaio e capitalista si affianca la questione nord-sud e quella giovanile: quelli del nord si lamentano che la ricchezza gli venga sottratta dalla politica per motivi elettoralistici creando sprechi e andando poi finire (non si sa come) al sud, i giovani dicono che in Italia non hanno nessuna opportunità di crescita economica perché c’è troppo nepotismo.

La società si blocca e si deprime anche per la presenza di sterili ideologie che coprono l’immobilismo di fondo, e quella che oggi è più forte e più falsa è l’ideologia neoliberista che nasce come reazione alla burocratizzazione della società per colpa dello Stato, ma che esprime un nuovo e più pericoloso processo di burocratizzazione delle caste, per cui il capitalismo diventa più burocratico dello Stato.