3 – IL VOTO DI SCAMBIO E LE PREFERENZE

Parliamo di voto di scambio e di preferenze, se ne discute senza riuscire a trovare una soluzione quasi che l’impotenza dei partiti riflettesse la degenerazione della politica e anzi di piu’, del sistema democratico. In effetti cosa è avvenuto?

I programmi e le regole che i partiti si son dati per poter parlare di visioni e di politiche diverse, hanno preso una brutta piega rappresentata dal voto di scambio, non parliamo solo di quello mafioso, qui parliamo del principio ormai diffuso “se io ti voto tu cosa mi dai in cambio”, per cui la “mercificazione” elettorale esprime un degrado quasi inarrestabile soprattutto al sud dove conta solo chi porta pacchetti di voti, perché dietro a questi pacchetti ci sono soldi.

Così all’origine la politica diventa corruzione diffusa nel mentre si fanno bei discorsi per sviarla, affermando nobili valori che esistono solo nelle “tasche” degli uomini politici.

I voti danno considerazione politica, vengono messi in vendita al miglior offerente, saltano ideologie varie e destra e sinistra diventano solo prese per il culo, in cui tu vali non per le idee che hai, ma per i voti che porti e l’organizzazione comunale si trasforma in un centro di potere clientelare, di somministrazione di pacchetti di voti, di vari clan amministrativi parassitari.

Questo è proprio vero degrado democratico certificato (DDC). Io galoppino di partito posso chiedere favori compresi i posti di lavoro se porto un certo numero di voti e gli stessi posti di lavoro nelle multiutility sono divisi tra i partiti.

Altro che confronto tra idee diverse, di libertà di scelta, di programmi da preferire, di razionalità delle motivazioni, mi fa venire in mente il filosofo greco Aristotele quando parla della degenerazione dei sistemi politici per cui alla Politeia (la vera democrazia greca, subentra la sua degenerazione, che al tempo si chiamava democrazia) quindi già la democrazia era vista come degenerazione, e adesso è diventata degenerazione della degenerazione poiché nel lungo periodo in essa vince il voto di scambio e le varie lobby CHE fanno le leggi ESAUTORANDO IL PARLAMENTO, in questo contesto rimettere le preferenze significa incoraggiare a livello di collegi elettorali questo pericolo, perfino Berlusconi dovrebbe sborsare molti più soldi per comprare milioni di pacchi di pasta, gli converrebbe diventare socio di maggioranza della Barilla, la casa degli italiani.

Il politico cercherà di far affluire nel collegio uninominale più finanziamenti possibili, cercherà di incentivare l’economia con i lavori pubblici distruttivi per il territorio, per presentarsi alle prossime elezioni con un boom economico locale drogato, creando un benessere puramente artificioso che si poggia su elargizioni pubbliche pagate dalla comunità nazionale.

Ecco perché molte opere pubbliche non sono portate a termine, se un candidato non viene eletto i lavori si bloccano per cui dipendono dalle fortune politiche di un unico boss, o ras, oligarca, catapano.

Quindi una finta economia viene fatta crescere a tavolino per favorire l’ascesa del pezzo grosso locale il quale creerà una rete di benefici soprattutto ai propri galoppini, che verranno pagati anche per mantenere le preferenze intatte, illudendo magari su futuri posti di lavoro.

La finta economia crea per qualche mese una finta occupazione magari per gli operai che lavorano in subappalto che sono assunti dalle ditte locali, per i grossi appalti però si preferiscono imprese nazionali, potenti che abbiano liquidità finanziaria (possono anticipare soldi) e soprattutto capaci di far passare eventuali operazioni finanziarie nel silenzio, a differenza delle ditte locali che sono meno controllabili a livello di chiacchiere e dei si dice.

L’antico feudo democristiano rimane uno schema di senso dentro il quale si struttura l’impalcatura di potere ancora oggi. Questo sistema si chiama Sprecopoli per cui la carriera elettorale locale viene fatta a spese della comunità nazionale, allora io penso che bisogna riportare la politica alla civiltà della discussione del programma politico della scelta trasparente, è per questo che bisogna fissare la durata degli incarichi in soli 2 mandati parlamentari e poi i politici devono essere mandati a casa e se occorre a fanculo e cmq anche loro devono vivere come cittadini qualunque guadagnandosi la vita come tutti. Non esistono i competenti a vita, se non chi è attaccato al potere e quindi al denaro con quel che ne consegue.

In ogni caso NON SI DEVONO CREARE CLAN FAMILIARI, MA SE DOVESSE SUCCEDERE CHE SI PASSANO LA PALLA, BISOGNEREBBE CHE CI FOSSE UNA SPECIE DI AUTORITA’ GIUDIZIARIA DI CONTROLLO CAPACE DI SANZIONARE IL VOTO DI SCAMBIO, CHE è una iattura che sta distruggendo il concetto di polis e di comunità.

Con il voto di scambio il collegio elettorale si trova di fronte a dei partiti corrotti e a un corpo elettorale ancora più corrotto, INSIEME, UNITI, il processo diventa irreversibile, marcescente, puteolente. Bisogna che i politici siano distanti e distinti dai particolarismi regionali.

 

2 – SIAMO UOMINI O ANIMALI

IO DISTINGUO gli uomini in evolutivi ed animalidi, i primi sono quelli che sviluppano una parte del cervello, la neocorteccia cerebrale e seguono l’evoluzione della specie anche se viene da chiedersi che specie di evoluzione c’è in certi momenti storici, comunque sono di solito progressisti se non altro come atteggiamento di comprensione, in cui il progresso diventa anche necessità storica,in vista del raggiungimento degli obiettivi minimi di sopravvivenza.

Gli altri invece rimangono animalidi perché deprivati di elementi progressivi , anzi nella loro vita tendono a regredire non confermando i livello di sviluppo mentale delle generazioni precedenti. Una società che dà la possibilità a questi esseri di moltiplicarsi è destinata a ripiegarsi su se stessa al punto tale di essere a rischio di estinzione piuttosto che di distinzione.

Ci deve venire in mente a questo proposito, di esseri animali che sono scomparsi, non sono sopravvissuti all’evoluzione della specie. Come i dinosauri, gli pterodattili e altri esseri e visto che l’uomo ha percorso uno sviluppo tale da modificare gli elementi della natura – ricordiamo che è l’unico animale a farlo – è logico che se NON continua questo sviluppo, questa evoluzione, distruggerà inevitabilmente la terra madre, senza nessuna alternativa di trovare altre terre, altri mondi possibili.

La maledizione umana è quella di aver intrapreso questo percorso di superamento della natura, l’uomo poteva rimanere animale e quindi subalterno alla natura, una scimmia come altre e non avrebbe mai dovuto superare culturalmente la sua dimensione istintuale, ma si dà il caso che invece abbia trovato un meccanismo di superamento della sua condizione animale pur rimanendo legato all’animalità , nella dialettica della natura è l’unico essere che possa distruggere il pianeta – ed è qui il punto – la sua maledizione, per poter sopravvivere non può’ più’ tirarsi indietro e tornare a fare l’animale annullando secoli di evoluzione, è invece obbligato ad evolversi percorrendo fino alla fine un tunnel che lo porterà alla luce secondo i dettami della sapienza alchemica, deve cioè continuare ad andare avanti imboccando giuste direzioni di marcia affidandosi anche all’istinto di sopravvivenza, quindi dovrà superare dei percorsi autodistruttivi, sviando da possibili pericoli.
Per non scomparire deve comprendere il suo percorso di salvezza e attraverso la sua intelligenza, capire in tempo i suoi errori di valutazione.

Basta una regressione diffusa perché le guerre “industriali” diventino una minaccia del futuro e lo sterminio un male assoluto.

 

3 – NON PERDETE FIDUCIA

Non perdete la fiducia

di V.P.

Ci sono alcune convinzioni, ancora oggi, che sembrano immodificabili.

In primo luogo la fede calcistica: difficile durante la vita cambiare squadra, ciò che succede, in rari casi è il rifiuto di tutto il calcio professionistico.

In secondo luogo la religione: difficile cambiare religione e sceglierne un’altra, piuttosto si abbandona quella che si ha e si diventa agnostici o atei.

In terzo luogo la politica: molto difficilmente le persone che sentono di essere di destra e che temono che quelli di sinistra cerchino di attenuare o distruggere dei valori ai quali fanno riferimento, arrivando anche a temere un’anarchia dissolutiva, cambino idea e voto.

Altrettanto si può dire di quelli di sinistra che possono cambiare il loro voto ma sempre rimanendo nel campo che possiamo chiamare “progressista”.

Il M5S è riuscito nell’ardua impresa di convincere molti appartenenti ad entrambi gli schieramenti a farsi votare da loro. Mirabile impresa, vista la consistenza numerica del voto espresso nelle ultime elezioni politiche.

Il problema è come conservare questi votanti e incrementarli visto l’attacco mediatico sistematico che il M5S subisce. Appare ovvia la coalizione che si è formata, fra i partiti maggiori, contro il M5S.

Ho la sensazioni che molti elettori siano tentati di rientrare all’ovile d’appartenenza probabilmente perché sfiduciati.

Come arginare questa emorragia senza avere i media a disposizione, anzi, avendone la gran parte contro?

Come dimostrare che l’unico modo per spezzare la catena di omertà, grazie al MoVimento, si può attuare?

Questo, a mio parere è il vero problema.

 

1 – A PROPOSITO DI CINEMA INDIPENDENTE A BOLOGNA

Passa il tempo a suon di convegni per non risolvere mai niente, vi siete mai chiesti perché si parla tanto di politica cinematografica e cinema indipendente ma alla fine non si combina un accidente e intanto tanti chiudono per consunzione interna?

Ma chi se ne f.t.. sono c…loro, non hanno saputo fare i giusti compromessi, non si sono mesi a dare il c…l. a chi di dovere. Questo è il linguaggio che dietro le quinte si usa per dire le cose come stanno… è mai possibile che ci sia un linguaggio così crudo e una realtà cosi imbellettata di buoni sentimenti produttivi, dove tutti si baciano politicamente?

Ohi ragazzi qui non si scherza, bisogna dire le cose come stanno!

E come stanno le cose?

A proposito del convegno del Cinema Indipendente di Bologna con tanto di ingresso a pagamento di 250 euro, pasti non compresi e un tetto di stelle come albergo…Assistiamo a una trasformazione pazzesca, vuoi essere uno che fa cinema indipendente? Paga! Ma se non c’ho una lira dai tempi di Marco Caco e sono costretto ad un umiliante crowdfunding per riuscire a racimolare 2.000 euri per fare un film tutto aggratis, roba da C1, della serie dilettanti allo sbaraglio, ma io quando volevo fare cinema pensavo in grande, cazzo! c’ho i peli della barba bianchi e devo ancora fare ste stronzate! Con 250 euro mi faccio l’arredamento di casa che è rimasto alle cassette del mercato dipinte con colori di fortuna che il ferramenta mi ha gentilmente regalato perché scaduti e un letto di ….con materasso sottratto indebitamente a casa dei miei e un fornelletto a gas di 42 euro più bombola di 15 kg (saranno kg?) con armadi dismessi del bagno di mio fratello che mi vede ancora come uno completamente fuori di testa. Ma stiamo scherzando? Io 250 euro non li darei neanche come contributo alla tomba di famiglia, a fare cinema corto non ho mai guadagnato un cazzo e adesso mi metto a pagarli per entrare in un consesso dove devo solo ascoltare e mai parlare? Allora ha ragione mio fratello sono proprio fuori di testa… e mi viene in mente Fantozzi solo lui poteva andare in un posto così per poi dire che è una cagata pazzesca e vi spiego il perché?

– Vogliono remunerare sui problemi che loro stessi non risolveranno mai, è quasi diabolico, fantastico, qualsiasi businessman sarebbe un dilettante al loro confronto…anche perché se si risolvessero i problemi di che parlerebbero?!

– E allora rispondo: lascia che loro vadano lontano da me – perché sono portatori + o – sani di altri interessi, per il fatto che partecipano e che si mettano in vista per rappresentare l’eterno problema su traccia già più volte collaudata, del cinema indipendente low budget che nessuno caga.

Ma se il convegno si fermasse alla correttezza, inviterebbe con sconti di gruppo, i cineasti indipendenti, filmakers non compromessi col potere e invece no, ecco la grande novità, ti invitano chi non li ha mai considerati in una sorta di masochismo continuato, chi gli dice di cambiare lavoro perché per loro non c’è nessuna prospettiva se non il suicidio, cioè quelli che dovrebbero essere i loro avversari politici, i Tozzi, l’Anica, il Mibac Ferrari e chi lo ha sostituito, l’Anec, tutte associazioni che hanno più volte ribadito (il convegno a marzo 2013 nelle sale del Mibac è stato esplicito) che il cinema low budget non può interessarli perché non ha niente di interessante economicamente in quanto cinema non industriale, e fare il film con 100.000 euro non è cinema, invece i nostri vogliono civettare con costoro, per quale scopo? Per farsi notare politicamente e avere qualche consenso alla Rai? Mi si vede di più se sono un indipendente arrabbiato o un indipendente sfigato? Penso di no, sarebbe troppo squallido, e allora per cosa, visto che il cinema indipendente non dovrebbe avere bisogno della Rai in fase di produzione, semmai, la Rai può acquistare il film alla fine.

Sta di fatto che assistiamo alla eterna rappresentazione di una commedia (quella dei problemi del cinema indipendente) che non viene mai risolta. Conviene? Continuare a dire per non fare? Costa 250 euro a entrata, è un business…venghino siorri e siorre…

Insomma, veramente da far ridere i polli già spellacchiati per il forno…

L’eterna rappresentazione con i suoi attori istituzionali.

I tedeschi (anche se siamo europei in comune) ste cose proprio non le capiscono, per loro non siamo solo dei pagliacci anche a livello politico…come si può non dargli ragione, non solo noi italiani siamo degli emeriti pagliacci, ma ci divertiamo sempre a rubare le idee degli altri perché abbiamo scarso rispetto delle persone … della comunità (che ve lo dico a fare). Quindi se parliamo di noi stessi, la maggior parte delle cose che facciamo sono digestive per gli altri popoli europei, li fanno semplicemente ca… parliamo di meritocrazia ma rubiamo di tutto e di più… siamo (capovolgendo il senso) un popolo “eletto” da politici di m…E con questo io no voglio attaccare i rappresentati che fanno i loro interessi di categoria ed è giusto che li facciano, ma quelli che si dicono indipendenti per prendere per il culo la gente…scusate il linguaggio ma ultimamente mi sento vicino a un uomo di Genova…anche prima di ultimamente.

 

1 – BUSINESS PLAN /1 – LA MERCE CINEMA

LA MERCE CINEMA SI SERVE DEL BUSINESS PLAN CHE VIENE CHIESTO PER QUALSIASI TIPO DI FINANZIAMENTO

Per qualsiasi tipo di finanziamento, soprattutto per le banche, non tiene presente che la produzione cinematografica è una attività atipica e quando è piccola e indipendente non ha I CRISMI della continuità produttiva, in buona sostanza se io faccio i miei film e ho una ditta o una srl può risultare inattiva per un certo periodo di tempo, per cui il prodotto cinematografico mal si confa alla merce continua che viene prodotta e venduta con i criteri della produttività e dell’espansione del mercato.

Quando il BP viene applicato al sistema cinema ci sembra che costituisca una forzatura, che non nasconde una “ideologia” managerialistica sottesa al consumo – in questo caso – di immagini.

Parliamo di immagini e non di scatolette di tonno, e le immagini hanno una natura molto diversa rispetto ai beni “materiali”, ma anche un consumo ed una eventuale diffusione pubblica “valorizzata” tramite biglietti staccati, molto effimera per non dir casuale – che non si mangia e quindi non si apprezza fisicamente come per la maggior parte dei beni scarsi, per cui per fare un BP a volte bisogna aiutarsi cn la fantasia per riempire il vuoto che subentra nel passaggio tra beni fisici e beni culturali e scrivere in sostanza, un sacco di balle…o come direbbe l’intramontabile Fantozzi ragioniere di poco conto, IL BUSINESS PLAN “è una cagata pazzesca”. Il problema è perchè la merce hadeterminate caratteristiche che qui riesci ad individuare con molto difficoltà.

Cmq ci proviamo a mettere insieme qualche concetto….bisognerebbe che ci fosse un BP applicato specificatamente al cinema e alla merce discontinua. Vediamo alcuni spunti da considerare, per il resto bisogna farsi aiutare da qualche esperto.

giancarlo sartoretto

L’idea – elementi di differenziazione, innovazione

Agendo nell’ambito della produzione cinematografica, il BP riguarda la produzione di un film, di 2 film, di 5 film ma anche di zero film in un anno, ecco perché se si applica all’impresa bisogna vedere la sua attività corrente, se invece si applica al singolo progetto bisogna vedere i tempi di realizzazione del progetto.

A differenza di una fabbrica che è a ciclo continuo, la società cinematografica genera prodotti sempre diversi senza una costanza temporale, occorrerà analizzare le caratteristiche specifiche del settore che si differenzia dalle altre imprese anche per quanto riguarda il ciclo del prodotto culturale che viene segmentato attraverso l’intervento di aziende diverse: di produzione, di distribuzione, di esercizio.

Per questo occorre adattare il business plan al tipo di organizzazione che non ha le caratteristiche-ripeto-della continuità produttiva (a parte qualche società che è a pieno regime di giri) e quindi dei processi di produttività insiti nel miglioramento continuo e costante dell’attività di gestione, essendo la produzione cinematografica legata alla temporalità di un singolo prodotto, alla stessa stregua della costruzione di una barca (normalmente da quattro settimane a quattro mesi in fase di ripresa) e da una organizzazione che deve essere approntata per sostenere la complessità del prodotto audiovisivo nelle varie fasi della Preparazione, delle Riprese e dell’Edizione quasi su due piedi, con la differenza che mentre una barca è prevenduta sulla base di uno schema di costruzione e quindi sta all’impresa dimostrare capacità professionale, il prototipo cinematografico deve attendere sempre i gusti del pubblico e pur essendo costruito con i crismi della professionalità, può rimanere invenduto per circostanze imprevedibili (una denuncia esterna) o più facilmente SOTTOVENDUTO per cui il rischio d’impresa è totale perché legato a circostanze difficilmente prevedibili.

Questo per quanto riguarda la piccola produzione indipendente, mentre la grossa produzione avendo in sviluppo più progetti in contemporanea e dotandosi di maggiore forza contrattuale può puntare su distribuzioni molto forti e su esercenti più disponibili a recepire i loro prodotti, tenndo presente che la diversificazione di generi potrebbe aiutare in teoria, ma il mercato italiano è fortemente connaturato in un tipo di prodotto come la commedia.

Chi lavora più a lungo è il regista sia nella fase di preparazione che nella fase di riprese (normalmente tre – quattro mesi) che nella fase di edizione che può durare anche sei mesi.

Diversa è anche l’idea imprenditoriale da cui scaturisce l’iniziativa economica che può risultare si, innovativa, ma dentro ad una griglia di continuità commerciale con un mercato molto strutturato e rappresentato dal pubblico che frequenta le sale cinematografiche, che a questo fine può essere analizzato per target.

In generale le preferenze del pubblico si indirizzano per una quota consistente (60-65%) verso la produzione americana di genere (film d’azione, di fantascienza, horror, commedie e drammi) che sono presenti in tutto l’arco dell’anno anche con una tenuta estiva, poi ci sono i prodotti italiani che si dividono tra commedie e cinema d’autore e variegati prodotti europei passati per i maggiori festival internazionali.

La nostra idea è quella di inserirsi nel mercato italiano in espansione attraverso questo progetto. (continua)

4 – PASSATO E SORPASSATO

Il Manifesto è figlio d’un tempo

Che non c’è più, così come il

Me stesso ragazzo è scomparso nella

Maturità

(Lettera al Manifesto)

La mia vita-come sarebbe stata- se fosse andato tutto diversamente, se con gli scioperi studenteschi avessimo contribuito ad affondare il sistema, probabilmente Berlusconi non l’avrei mai incontrato si sarebbe defilato da un mondo comunista, sarebbe emigrato in qualche paese lontano.

Ma parliamo senza i se e senza i forse.

Ero cresciuto in un ambiente semplice e popolare, mio padre era di origine contadina, uscito da una famiglia patriarcale che abitava una casa colonica seicentesca di mezzadri, una di quelle case che erano segnate nelle antiche mappe topografiche.

Io ero cresciuto fin da bambino con gli echi dei figli dei fiori, delle contestazioni studentesche del ’66, dei sommovimenti politici, l’estate hippie del ’67 per continuare nell’anno dei grandi accadimenti, il ‘68 è stato anche l’anno in cui ci ha rimesso le penne Bob Kennedy e Martin Luther King, un anno di grandi avvenimenti ed emozioni sociali. Gli anni ‘60 erano partiti di soppiatto ma sotto il segno di manifestazioni, ricordiamo i morti di Reggio Emilia e sarebbero continuati tra scioperi selvaggi e manifestazioni giovanili fino alla fine, mantenendo una tensione continua, c’era nell’aria, un bisogno di grande cambiamento sociale, lo si avvertiva in giro, la gioventù – tra la quale mi annoveravo anch’io, abbandonava i solchi tracciati dai padri per inventarsi una bizzarria di costumi e di comportamenti, che rifiutavano fino al midollo, la guerra e altre forme di vita tradizionale.

Se i primi anni ’60 (mentre li vedo al presente) sono per me confusi e lontanissimi, gli ultimi sono ancora più confusi e difficili, ma cosa faceva intanto Berlusconi?.

Aveva da poco compiuto i trent’anni, probabilmente si era già buttato negli affari, intraprendeva una carriera che era l’esatto opposto di tanti di noi, neofiti del nuovo che attendevano con impazienza la rivoluzione imminente, (mancavano una manciata di mesi, simbolicamente la “grande madre” era gravida e in 9 mesi avrebbe partorito un altro sistema), si perché il sistema era la parola chiave in bocca a tanti: il vecchio sistema contro il nuovo, il vecchio sistema non era riformabile, ed io che avrei fatto nella nuova rivoluzione? Il commissario politico ai Trasporti (mi rispondevo) chissà perché poi ai Trasporti, forse non mi dispiaceva essere uno dei tanti responsabili della mobilità, perché con la rivoluzione non poteva certo essere ridotta, ma selezionata si, avevo idee ancora confuse sul dopo, su quello che avrei fatto, però l’argomento mi aveva sempre attratto, vedere persone sedute che corrono veloci da un posto all’altro me le figuravo come se corressero senza una sorta di mezzo o di motore esterno, ma da sole.

Il mio posto nella rivoluzione? Mi attraeva il cambiamento continuo, e tutti i ragazzi che contavano o meglio cantavano qualcosa (vista la diffusione di chitarre di quel periodo) erano convinti che da lì a poco si sarebbe passati in una fase transitoria, verso una nuova fase. Però io fino alle medie inferiori di politica proprio non mi interessavo e per me tutti quei movimenti erano lontani, segregati nel lontano universo mediatico, al quale però ogni giorno mi avvicinavo accendento l’apprecchio televisivo. Pper strada si notavano ragazzi strani, vestiti con colori allegri, ma la cosa non doveva essere più di tanto coinvolgente, il mio universo era ancora costellato di sport e di giochi senza frontiere, di sagre paesane e momenti adolescenziali difficili. Nei primi anni 70 mi affacciavo alla vita adulta ancora con molta innocenza, l’adolescenza appena lasciata, un’inconfondibile aria da prete rosso, ogni cosa sembrava messa a posta per farmi diventare un rivoluzionario, avevo tutti gli ingredienti tipici di uno che crescendo avrebbe combattuto politicamente dalla parte del proletariato: la mia origine modesta le prime rime, anzi erano poesie senza tante rime a parte qualcuna, le inquietudini tipiche dell’età, gli slanci romantici e i sogni ingenui, ma ero anche molto timido, per diventare un commissario politico ai Trasporti della futura Repubblica Bolscevica d’Italia e di Cina, dovevo essere un po’ più figlio di puttana, il mio buonismo poteva fregarmi. Ero dotato di una acuta sensibilità che mi faceva intuire i lati difficili delle cose e la mia mente si sforzava di starle dietro con ragionamenti improbabili in quanto astrusi e astrusi in quanto improbabili, mi arrampicavo sulle vette della dialettica con un grande bisogno di sapere, di conoscere, di penetrare, di comprendere, discorsi paradossali al limite dell’inconcludenza fatti al bar tra gli amici tra una partita di biliardo e una di biliardino, poi leggevo tutto quel che trovavo in maniera spesso confusa, ero assetato di cultura come se fossi un palinsesto, anche se una certa ingenuità mi faceva distorcere la realtà e vedere ciò che non c’era come se fosse normale. Così per me era normale che ci fosse una rivoluzione nell’aria, che tutto cambiasse facilmente e che la vita era una continua modifica di se stessi e dell’ambiente circostante, mutamento versus interazione evolutiva e non statica e che comunque di mille promesse e di grandi esaltazioni fosse contornata la nostra quotidianità e poi tutti questi colori, queste grandi speranze e il turbinio di emozioni che scaldavano tanti stati d’animo, tutto questo e altro ancora era la mia giovinezza, come se il palinsesto avesse bisogno di segni che scalfivano l’originale impronta ma che non dovevano essere ripetuti sempre gli stessi, segni diversi che lasciavano l’incanto che diminuiva appena si trascrivevano sempre uguali, respirare quel clima lontano è solo questione di frammenti, frammenti di memoria, un deja vu che scivola via solleticando qualche sensazione antica.

Ma Berlusconi molto più pragmatico pensava agli affari e a come accumulare e dove la politica assumeva l’aspetto prosaico della quotidianità come arte del possibile e del realistico, distante mille km luce dalla politica come romantica avventura verso spazi cosmici della propria mente, per me in ultima analisi la politica era un modo per uscire dal quotidiano. Ero però anche dominato da sollecitazioni diverse, a volte distanti e confuse che non mi aiutavano nell’assimilazione di tutti questi elementi talvolta contraddittori.

Io cmq Berlusconi non l’ho mai conosciuto…ma ci scommetterei i co..riandoli .che in quella Repubblica d’Italia e di Cina me lo sarei trovato come ministro dei trasporti a raccontarci barzellette politiche in divisa rossa…

-ma che dici, lui ha sempre odiato i comunisti?

– mah sarà, però qualcosa mi dice così…

da “I RICORDI NON SONO DISCHI”

1 – AL VIA LA CEMENTIFICAZIONE DI CINECITTA’

Ci dice Gabriella Gallozzi sul’Unità di qualche settimana fa: quasi un anno dalla firma dell’accordo seguito alla durissima vertenza di cinecittà studios culminati con l’occupazione degli storici stabilimenti, tutti i buoni propositi messi in campo si sono arenati. l’IDEA DI CEMENTIFICAZIONE CONTINUA….

La sinistra ha fatto la sua bella figura, si è esposta nell’occupazione simbolica contro la cementificazione ha messo incampo le sue armi…intanto è passato un pò di tempo, colmati i clamori, i bravi sinistrorsi mediatici occupati in altri vicende, e alla fine ritorna la sagoma come in un film horror di lui panzerotto cicciotello, che lascia l’ombra come nelle scenografie espressioniste. Chi è questo lui? Ricorda un albero sempreverde, come il suo potere? Un buono pasto alla mensa di cinecittà per chi indovina.

Se non si fa nulla per attrezzare e rimodernare gli stabilimenti nessun rilancio sarà mai possibile spiega Alberto Manzini della Cgil e i tavoli di lavoro al Mibac intanto sono saltati…e come in un film metafisico sopravviene il silenzio che adesso si avverte camminando tra i viali di cinecittà, un silenzio pieno di solitudini e attese, la gente sembra muoversi in punta di piedi, le auto tra i viali corrono silenziose, dovrà succedere pur qualcosa? Uno scoppio improvviso, un rumore vilento, un grido umano, no tutto rimane metafisico, Cinecittà una grande piazza dechirichiana, perfino il cerchio (raffigurato nel quadro) gira muto nell’erba prendendo però velocità come in un film horror già troppe volte visto.

Stallo totale o smobilitazione? L’Abete non paga l’affitto degli Studios da molti mesi, anni addirittura, mentre chiede al Mibac -che gestisce il luogo – la riduzione del canone (attualmente di due milioni settecentomila euro annui) mentre lo stesso marchio di Cinecittà a quanto sembra, ha fruttato al gruppo imprenditoriale & co. oltre 600 milioni di fatturato, allora perché non cambiare locatore se lamenta una perdita del 70% dal 2009-2011, vuol dire che non sa impiegare al meglio lo stabililmento, mica è obbligatorio che sia quel gruppo industriale a gestire Cinecittà, ci saranno altri grossi produttori di cinema o industriali? Bisogna dire che in questo senso non aiuta certo la recente digitalizzazione delle sale per cui i laboratori di sviluppo e stampa sono in uno stato di abbandono come la pellicola, ma a nostro parere Cineccità doveva accorgersi prima di questo cambiamento tecnologico e magari percorrerlo in anticipo, ma chi comanda sembra sia più interessato ai parchi a tema con tanto di montagne russe e con l’intento di far diventare i tecnici dei bravi giostrai.

Se così è allora dobbiamo recitare, in una specie di de profundis, l’omelia C’ERA UNA VOLTA LA HOLLYWOOD SUL TEVERE quella che aveva promosso il cinema dei grandi autori, ma anche di peplum, western, horror e poliziottesco all’amatriciana, cinema proiettato nelle sale dei quattro angoli del globo, come dice Francesco Prisco su IL SOLE 24 ORE.

Oggi come tutti sanno, il peso specifico del cinema italiano è nettamente diminuito anche perché rispetto agli anni ’60 è cambiato il mercato con un sempre più netto strapotere dell’industria americana e la crescita di cinematografie locali che fino a quarat’anni fa non esistevano. Oggi di fronte a questa caduta libera le istituzioni cinematografiche italiane cercano di rattoppare alla meglio puntando a rilanciare l’export verso i Paesi emergenti e incoraggiando in contemporanea gli investimenti sul suolo italico tramite il tax credit. Si riuscirà nell’intento?

Le tre chiavi di lettura nella consistenza attuale del nostro cinema sono l’export, le coproduzioni e l’attrazione di investimenti.

Sul primo versante afferma Francesca Medolago Albani citata nell’art. di Francesco Prisco, muoviamo poco, 10 milioni di euro all’anno, proprio ‘na miseria, segnali incoraggianti si percepiscono invece sul fronte delle coproduzione, nel 2012 l’Italia ha partecipato a 37 film in partnership contro i 23 del 2011, con 156 milioni investiti dagli stranieri delle cooproduzioni, mentre nel 2012 sono 14 i film stranieri girati in Italia che hanno chiesto di accedere al credito d’imposta per un investimento di altri 84 milioni, in questo caso agisce il tax credit grazie al decreto legge Valore Cultura di qualche mese fa, convertito nella legge 112/2013, che ha dapprima riportato gli incentivi fiscali a 90 milioni per farli salire a 110 a partire dal 2014.Ma questi interventi costituiscono un trend o sono episodici? E’ più facile la seconda che hai detto, cmq non disperiamo.

Difatti secondo Marino, il sindaco di Roma, la chiave è defiscalizzare per riportare le produzioni a Cinecittà. mentre il ministro Bray ha affermato che Cinecittà è parte del mosaico della città eterna…speriamo che non diventi un mausoleo in onore di un morto a cielo aperto come temono le maestranze.

I numeri ufficiali sui lavoratori di Cinecittà sono scritti nell’ultimo bilancio depositato da Cinecittà Studios il 31 dicembre 2012: 123 unità a tempo indeterminato, 3 nuove assunzioni, 5 dimissioni, un licenziamento, 7 cessioni di contratto e 5 addetti in media a tempo determinato.

Confrontando il dato con quello degli anni passati, emerge una lenta erosione anche del numero di lavoratori. Dieci anni prima, nel 2002, Cinecittà contava un personale di 246 unità, di cui 140 operai, 99 impiegati e 7 dirigenti. La crisi purtroppo morde e le tensioni sindacali, soprattutto negli ultimi anni, si sono acuite. Il 6 luglio del 2012 esplode una protesta più rumorosa delle altre; i sindacati indicono uno sciopero di cinque giorni, e Cinecittà viene occupata dai lavoratori, alcuni dei quali salgono persino sui tetti dei teatri di posa.

Alla fine dell’anno, il 21 dicembre del 2012, l’azienda sottoscrive un accordo di solidarietà biennale con decorrenza dal 14 gennaio 2013 fino al 13 gennaio 2015. L’accordo prevede una riduzione oraria del lavoro nella misura massima del 40% per la quasi totalità del personale. Rimane a Cinecittà Studios la possibilità di intervenire sulle ore lavorate in caso si manifestino nuove e maggiori esigenze produttive.

Ma il nodo più critico, attualmente, riguarda i circa 90 ex-dipendenti di Cinecittà Digital Factory (società del Gruppo costituita nel 2009 e specializzata nella post-produzione) che sono stati ceduti alla Deluxe, altro gruppo sempre attivo nello stesso business. Deluxe ha avviato un processo di razionalizzazione interna che l’ha portata a chiudere lo stabilimento di Mentana e a mettere in mobilità oltre 100 lavoratori. Una decisione industriale che oggi rischia di coinvolgere anche gli ex di Cinecittà Digital Factory.

 

1 – PICCOLE MEDIE IMPRESE E AUDIOVISIVO

Codice Rosso – Il mercato del cinema e dell’audiovisivo in Italia tra piccole e medie imprese: vecchi problemi, nuove soluzioni-

Il cinema italiano nel 2012 ha registrato una forte contrazione della presenza in sala a fronte di un numero sostanzialmente invariato di film distribuiti: 363 contro i 360 del 2011. Quindi nel 2012 abbiamo 91.310.793 di presenze, rispetto a 101.363.987 e incassi di 608.954.249 rispetto a 661.679.788 del 2011. I dati del 2013 non sono ancora definiti

E’ da notare la diminuzione della quota di mercato dei film italiani: il 26,5 di presenza a fronte del 33,6% del 2011, mentre la quantità di mercato USA sale dal 46,8% al 51,2% e la quota dei film europei passano dal 13,8% al 18,3%.

La crisi del mercato cinematografico italiano è pertanto la crisi del Cinema Italiano, una crisi che interessa il sistema industriale italiano, una crisi di prodotto, ovvero di cosa si produce, ma anche e forse soprattutto, di sistema, ovvero di come si produce e si distribuisce nel nostro Paese. Con 150 film si copre il 92% del mercato e gli altri 213 (363 in tutto) solo l’8%, c’è una grossa fetta di film italiani praticamente invisibili.

Liquidare questi film (dice PMI)  solo perché realizzati con piccoli o mini budget è un grosso errore di valutazione proprio da un punti di vista industriale perché piccolo non è sinonimo di brutto, bisogna invece creare modelli produttivi e distributivi alternativi, inserire questi progetti  in un processo industriale che possa dare loro forza e qualità. Bisogna intervenire in questa zona d’ombra, come? Occorre fare chiarezza sul concetto di INDIE attraverso una “Produzione Indie Certificata” (riafferma PMI)  con la nascita di una sottocategoria di microimpresa con risorse finanziarie pari o inferiori a 600.000,00. (Si, ma cosa vuole dire? Chiedo io)

Si parla di istituire 1 fondo per lo sviluppo dedicato alle Microimprese Certificate (a fondo perduto); 1 fondo al 50% di finanziamento;1 fondo per opere difficile, prime e seconde con 1/3 di contributi. Ma chi li pagherebbero questi fondi?

 

Poi bisogna estendere il Tax Credit all’Audiovisivo aumentarlo dal 49% al 70% e aumentare lo sgravio fiscale dal 40 al al 60% (da condivedere all’istante) e favorire le aggregazioni di impresa (lo sta dicendo da tempo il Mise).

Occorre superare il principio di RISTORNI sugli incassi che alimenta solo posizioni dominanti.

Peccato però che sia il Mibac che l’Anica non siano d’accordo con questo tipo di politica low budget e considerino tali film come inutili da un punto di vista industriale trovandosi in compagnia dei critici cinematografici che stigmatizzano una produzione italiana troppo abbondante e inutile.

Quindi più risorse alle opere sperimentali, le opere prime e seconde. Le opere indie low budget, la nuova serialità e i nuovi linguaggi del Web, e siamo d’accordo, ma poi bisogna fare in modo che i soldi rientrino e cioè che questi flm incassino il pubblico necessario.

Ma uno si chiede, come possono venir distribuiti questi prodotti se di fatto non hanno mercato?

Su questa questione il PMI è un tantino astruso mentre non si sa come si possono creare queste reti di impresa in autonomia.

La RETE sarebbe un contratto sottoscritto da imprese che si impegnano a collaborare tra di loro, ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnico e tecnologico.

Non sono un raggruppamento temporaneo d’impresa, né un consorzio, ma fanno rete con “UN PROGRAMMA COMUNE DURATURO CHE CONSENTA DI ACCRESCERE LA CAPACITA’ INNOVATIVA E LA COMPETITIVITA’ SUL MERCATO DELLE IMPRESE CHE VI PARTECIPANO. Contratto di Rete con l’istituzione di un fondo comune e la nomina di un organo come incaricato ad eseguire il contratto.

Sarà ma non vedo questa come una soluzione vera, il problema non è tanto la rete di imprese, ma una distribuzione di rete, una distribuzione che sappia valorizzare i film a low budget in maniera di ritagliarsi una fetta di mercato, tra le commedie italiane, il cinema Usa e quello europeo da festival. La partita è aperta…speriamo per noi indie….Un’ultima cosa ma come fanno a dirsi indipendenti i produttori che si fanno coprodurre dalla Rai?

 

1 – MARCIA INDIETRO

Una Piccola Avvelenata

Il film sassarese MARCIA INDIETRO del regista Marco Demurtas approda sulla piattaforma OWN AIR.

In questo articolo comparso su “Sassari Notizie” qualche e forse più di qualche settimana fa, si parla del coraggioso film sassarese autoprodotto e presentato lo scorso anno al Festival internazionale del Cinema di Roma, e realizzato tutto a Sassaro con un cast del posto: si tratta di una modalità alternativa di distribuzione.

Viene intervistato Demurtas che spiega molto bene come funziona il Mercato Cinematografico Italiano.

Dice: “qualche anno fa (non sapendo niente) accusai Nanni Moretti di non avere più la volontà di sostenere il cinema indipendente.

Ora che la sua società si è ritirata dal mercato distributivo, per via dei bassi incassi al botteghino, inizio a comprendere le sue paure”. Continua: “Se i film italiani proposti nelle sale continuano andare in perdita devono sperare di recuperare gli investimenti fatti, attraverso dei passaggi televisivi e siccome è difficile per gli autori emergenti se non sono raccomandati (dico io) ad avere la Rai, gli autori emergenti sono condannati all’invisibilità”.

Bene fin qua ci siamo e De Murtas e con lui tanti altri autori cinematografici si stanno accorgendo che se un film non ha alle spalle un budget considerevole, è praticamente impossibile che venga proiettato al cinema (a differenza della credenza comune che fare un film con pochi soldi sia una qualità) e quando ogni tanto succede, gli esercenti delle sale si trovano costretti a chiedere al regista, in anticipo, il pagamento del minimo incasso garantito.

Quindi l’autore-produttore deve pure pagare l’esercente se vuole che il suo film venga visto nella sala. E si chiede (De Murtas) dove vanno a finire le opere che non trovano spazio al cinema perché l’autore o il produttore non hanno i soldi per pagare la minima tenitura in sala? In una specie di limbo, in una sorta di terra di nessuno anche se esiste un potenziale pubblico che ne chiede la proiezione e che purtroppo rimane tale. Adesso ci pensa però OWN AIR a restituire al pubblico la pellicola. A me viene spontaneo però rimarcare: “povero illuso credi ancora alle favole cinematografiche. Ma quanto incasserai? Na beata…”

La maggior parte dei giovani registi, sceneggiatori NON SANNO PROPRIO NIENTE DEL MERCATO CINEMATOGRAFICO NOSTRANO e continuano a cullarsi di miti che sono morti da almeno 30 anni, perché le scuole di cinematografia gli tengono nascosta la realtà d’oggi. Per cui continuano a proporre delle sceneggiature che non hanno nessuna possibilità di assorbimento nel mercato italiano dominato dalle commedie medie, dalle commediette e dalle commediacce. Possibile aggiungo io, con fervore, che ci continuate a mandare imperterriti delle sceneggiature drammatiche, melò o horror che non gliene frega un caxxo a nessuno, noi italiani siamo commedianti, come ve lo devo dire in tedesco, wir sind der kommedianten, sarà una banalità ma al pubblico piacciono personaggi televisivi che poi fanno cinema, e invece i nostri bravi giovani (perché nessuno gli dice niente e pensano che i produttori siano ancora quelli degli anni ’50) continuano a propinarcele (drammatiche, melò, horror), nonostante che in Italia ormai da 30 anni non ci siano più film del genere, di genere. Allora ridico con più fervore ancora: “o siete poco svegli, o dormite in piedi, come fate a non accorgervi di come funziona da noi, non vedere che tutti i film drammatici, polizieschi, horror sono prodotti in America (a parte qualche polar francese) e allora dai forza, traducete le vostre sceneggiature direttamente in inglese, e provateci con loro, ma vi prego non ci scassate la minchia a noi con progetti impossibili per il mercato italiano. Perché ste scuole vi illudono e non dicono come è la realtà odierna e voi venite da noi indipendenti, dopo che non siete riusciti con i grossi produttori, pensando che abbiamo il sigaro in bocca e un cassetto della scrivania pieno di dollari. Il bello – mi dice un amico anche lui piccolo produttore – è che siccome stanno per mettere su un progetto a low budget che nessuno cagherà, si rivolgono a te per chiederti quei pochi soldi che gli servono per chiuderlo: a volte 30.000, a volte 70.000 a volte 80.000, 110.000 evitando accuratamente di dirti come caxxo si recupereranno i soldi, praticamente tu devi essere per loro un istituto di beneficenza. Questi giovani autori sono di una ignoranza spaventosa in fatto di produzione, pretendono però, e come pretendono, perché loro devono esordire a qualunque costo, glielo ha ordinato il dottore e tu devi tiragli fuori i soldi dal cassetto. Perché non ve li mettete voi, investite su voi stessi? Dite al papà di vendersi un immobile.

Ma come parli? Cosa dici? Ma che caxxo di produttore indipendente sei?

E’ che qui in Italia non ce nessuna industria, lo volete capire si o no, il cinema è un ambiente chiuso per pochi eletti, un mercato per 50 registi e 12 produttori, che hanno anche le giuste relazioni e nessuno vuole investire su un giovane e neanche su una idea, è tutto già collaudato da lustri, semplicemente ti chiedono per essere prodotto se hai qualche entratura…e avanti di questo passo, che palle!

Poi ti arriva la buona notizia di Netflix, il servizio di streaming e noleggio via mail – la compagnia avrebbe raggiunto quasi 30 milioni di utenti a pagamento, in Italia ci prova Mediaset con “Infinity” con una library di 5000 titoli e un costo di € 10 euro al mese con un accesso illimitato di film prodotti tra il 1950 e il 2012, Sky ha un sistema analogo che si chiama “River” e ti dici forse De Murtas sua potrebbe avere ragione e ti assale il dubbio, e se sto dicendo un sacco di cazzate che veramente in Internet – basta creare una confezione giusta – la cosa potrebbe funzionare? Ai postali – che stanno sempre in mezzo ai messaggi d’auguri – l’ardua sententia….e scusate lo sfogo.

 

Ciankazzo da Fare, frazione del nulla

 

 

4 – I PENSIERI DI UN VECCHIO PARCO

CON una chiave umoristico-comica il protagonista- UN VECCHIO SAGGIO –  esplicita direttamente i suoi pensieri nei confronti delle persone che vede ogni giorni, tra le quali figurano anche le belle donne.

Essere un vecchio “parco” è solo la conseguenza dell’età perché io sono sempre stato parco nella vita e non sono mai stato vecchio, ho vissuto molto nei parchi, ma pensare che i miei pensieri potessero essere auto censurati mi fa un po’ d’impressione.

Cominciamo:Cos’è il pensiero quando si fonde con il buon umore e ti tira fuori un sacco di discorsi tendenti all’assurdo che riguardano anche le belle ragazze quando ti passano davanti al parco, mentre tu seduto bighelloni con la mente in cerca di qualcosa che ti possa piacere. Improvvisamente il tuo sguardo viene catturato da un paio di gambe che ti fanno vedere un avantreno di tutta qualità e che poi una volta passata la ragazza, ti vanno vedere quel culo espressivo che parla da solo il linguaggio dell’attrazione totale in cui noi poveri cristiani anche di cultura socialista, siamo sommersi, da quando cominciamo a compiere i fatidici 14 anni, eppure io sono parco, sono proprio parco, non sguaiato, la guardo con discrezione quella ragazzetta, ma lei se ne sta per conto suo chiusa da chi sa quali pensieri magari banali, magari eccessivi, guardo un uomo che mi fissa, sembra tanto stronzo, non mi chiederà mica per caso un’informazione?!

– Mi scusi, lei è pratico del posto?-

–  Con le dovute cautele, che vuole da me?

– Ssapere, ehm se qui si può diciamo pigghiare…

– E che ciò la faccia giusta io?

– Guardi come cammina quella, mi sembra una gazzella..

– Della pulizia che vuole che le dica, vuole che la maledica! Se si può scopare? E che ne so io, sono estraneo, non vede che sono vecchio, uomo da panchina oramai. O pensa che io sia un pappone, alla mia età se mi danno uno schiaffo prendo l’itterizia. Guardi caro giovane, giovane? Insomma proprio giovanissimo no, lei avrà 45 anni più o meno, ha proprio sbagliato persona alla grande, io ormai posso solo guardare, sono l’uomo che guarda, si figuri se io pappo, pappo (gonfia le mascelle alla Toto’, caro ex giovane sono finiti quei tempi…

– 42 sono gli anni miei, mi fa più vecchio, forse perché mi sto annoiando e il mio viso diventa talmente serio che non sono più io.

– Ma perché si è rivolto a me, scusi per curiosità, le sembro un vecchio porco?

– Oh quanto la fa lunga. L’ho chiesto a lei perché tra tutta questa gente qua lei mi sembra l’unico in grado di dire qualcosa sulla vita, sulla morte, sulla shoah, perché io lo so che lei in fondo in fondo è un ebreo, c’ha anche la faccia.

– Ho capito va, lei vuole dire che io sono un tipo ebbro, è vero sono un poeta, un poeta della “cassa peota”, sa cos’è la cassa peota? Non lo sa, un giorno glielo dirò…dicevo m’è sempre piaciuta la donna nel senso di figura femminile leggiadra, non so se mi capisce, penso di no, ma il fisico di una donna mi rappresenta lo spirituale dell’arte.

– Va bè ho capito lei vuole solo farmi perdere tempo mi parla di spirituale, io vogghio solo pigghià…

– Ah bè questa è una sintesi perfetta, dall’alto al basso verso la pancia e gli istinti, lo sapevo che lei è un saggio e quindi e quindi sa cosa vuol dire la vita e cosa vuole dire la gnosi.

– Io vorrei fareee capito, ma così me la mette in maniera tropo cruda e io la cosa la devo condire con giuste dosi, cmq permetta che mi sieda nella sua panchina in verità sono un povero cristo straniero in questo posto, solo, ma vedo che lei ne conosce di cose…

– Beh io conosco tanti linguaggi compreso quello del culo…ma tu sei uno che vuole pigghiare, ti parlo dell’alto della spiritualità e tu vuoi pigghiare, tu si che sei un porco vero…ma in fondo chi sono io per dirti che tu sei un porco! Dio!

 

 

5 – TI MANGIO DI SANTA RAGIONE

UN’IDEA PER UN CORTO Due intellettuali sono seduti in un salotto in amabile conversazione, sono così gentili,  e magnanimi quasi da commuovere, però poi il parlare si incespica in qualche piccolo malinteso e sottile sgarbo, poi il linguaggio diventa più secco e aggressivo, il tono della conversazione comincia ad essere nervoso e agitato e quindi di nuovo calmo ma con battute salaci. La ragione vacilla.

Procedendo quindi da un iniziale tono molto snob percorrono una specie di scala delle varie graduazioni comunicative, sono importanti quindi i dialoghi da sviluppare, per scivolare piano piano ad una critica serrata alla società di massa, imbarbarita e squallida con l’uso di espressioni linguistiche colorite, che diventano man mano volgari. Oggi non c’è opera letteraria che non dica “cazzo”! Cazzo, Cazzo, cazzo. Figa, fregna, ciorgna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzarella. Figa di puttanella. (da “Porci con le ali”). Dall’iniziale accordo cominciano a divergere sempre più aspramente circa gli aspetti secondari della morfologia di questa società e si intestardiscono intorno ad una discussione che diventa più acida e ottusa fino al punto di menarsi di santa ragione, MA VANNO ANCORA PIU’ IN LA, in un momento di rabbia totale e reciproca si accoltellano, uno solo sopravvive ma ormai è completamente stravolto e che fa? Va in cucina mette su un pentolone e uno dopo l’altro essendo medico di professione seziona pezzi di cadavere che vengono cucinati, si vedono budella estratte…e la MANIPOLAZIONE del cadavere come se fosse un insaccato.

Passa del tempo, tre televisioni sono sempre accese in sottofondo, ma non si sentono. La luce che sprigiona la stanza è una luce irreale, un silenzio di tomba, il nostro medico cammina nervosamente, da una finestra all’altra, si siede sul divano, si alza nervosamente, si risiede, si rialza quando bussano alla porta, apre perché sa per accordo che chi non usa il campanello deve essere un vicino, è una vecchia signora del piano antistante che vuole il classico sale. Lui la invita a rimanere e insieme mangiano la carne umana.

– Quanto è buona, mi deve dare la ricetta.,

– Ah ma è assai semplice, il mio amico Roberto Benassi ha fornito la materia prima.

– Che intende caro Paolo?

– Che si sta mangiando il mio amico Roberto.

L’espressione di lei è incredibile e su quella espressione si chiude il film

– Vuole un bicchiere di vino…rosso! Rosso sangue…(ma già è sparito l’audio)

giancarlo sartoretto ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione ragione

Tutti i diritti sono del sottoscritto che li potrà cedere temporaneamente o definitivamente all’istante.

 

 

1 – DA OGGI ANTIPIRATERIA PER TUTTI

Da oggi 12 dic 13 dovrebbe entrare in vigore il regolamento dell’AGCOM, il regolamento ANTIPIRATERIA che difende il diritto d’autore, accolto con scetticismo e paura dagli internauti, probabilmente per partito preso e perché ci sono i diffusori di allarmismo e dove ogni scorreggia dell’AGCOM prefigura un attacco alla libertà di internet.

Parlare per partito preso vuol dire ragionare poco e soprattutto sovrapporre a un qualche peraltro blando discorso di tutela e di libertà anche per i detentori di diritti, lo schema ripetuto come un disco inciso una volta per sempre e sclerotizzato a livello di quei padri anziani che ripetono ai figli sempre le stesse raccomandazioni.

Vediamo nel merito questo regolamento nei punti essenziali (per non tediarvi con commi e articoli) che secondo alcuni dovrebbe permettere come nelle peggiori dittature all’AGCOM di instaurare un regime poliziesco.

Regolamento 1. Il presente regolamento si applica alle attività dell’Autorità in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica. In particolare, il Regolamento promuove lo sviluppo dell’offerta legale di opere digitali e l’educazione alla corretta fruizione delle stesse e disciplina le procedure volte all’accertamento e alla cessazione delle violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi, comunque realizzate, poste in essere sulle reti di comunicazione elettronica.

2. Nello svolgimento delle attività di cui al comma 1, l’Autorità opera nel rispetto dei diritti e delle libertà di manifestazione del pensiero, di cronaca, di commento, critica e discussione, nonché delle eccezioni e delle limitazioni  di cui alla Legge sul diritto d’autore. In particolare, l’Autorità tutela i diritti di libertà nell’uso dei mezzi di comunicazione elettronica, nonché il diritto di iniziativa economica e il suo esercizio in regime di concorrenza nel settore delle comunicazioni elettroniche, nel rispetto delle garanzie di cui alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

3. Il presente regolamento non si riferisce ai downloader e alle applicazioni e ai programmi per elaboratore attraverso i quali si realizzi la condivisione diretta tra utenti finali di opere digitali attraverso reti di comunicazione elettronica.

..omissis

Articolo 5  Modalità di intervento

1. Ai fini della tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica, l’Autorità interviene, ai sensi del presente e del successivo capo, su istanza di parteprevio espletamento della procedura di cui all’articolo 6.

…..omissis

Articolo 6  Procedure di notifica e rimozione

1. Qualora un soggetto legittimato ritenga che un’opera digitale resa disponibile su una pagina internet violi un diritto d’autore o un diritto connesso, può inviare una richiesta di rimozione al gestore della pagina internet.

….omissis

Articolo 7 Istanza all’Autorità

1. Qualora l’opera digitale che si assume diffusa in violazione della Legge sul diritto d’autore non sia stata rimossa, il soggetto legittimato può richiederne la rimozione all’Autorità

…..omissis

4. Il procedimento dinanzi all’Autorità non può essere promosso qualora per il medesimo oggetto e tra le stesse parti sia stata adita l’Autorità giudiziaria.

Se volete leggere interamente la bozza basta cercarla su Google: bozza regolamento AGCOM.

Comunque se capisco l’italiano questo Regolamento non è per niente repressivo intanto perchéèè non se la prende con il singolo downloader (che sarebbe uno scaricatore di: porto i contenuti anche illegali di internet tra gli amici) e questo è già una buona cosa, in secondo luogo se io mi ritengo danneggiato da un sito internet che diffonde una mia opera piratata, posso rivolgermi direttamente al medesimo sito e ove questa venga rimossa su mia richiesta la cosa finisce pacificamente senza complicazioni (io posso anche chiedere che invece di trasmettere tutto il film che magari deve uscire nelle sale) ne trasmettano solo 4-5 minuti e sempre lo stesso pezzo.

Solo se non si riesce a contattare il sito, chiedo l’intervento dell’AGCom MA IN ALTERNATIVA si badi bene, in alternativa ad una azione giudiziariaaa a tutela dei miei interessi di proprietà.

Quindi l’agcom è vero che interviene su mia istanza, MA SE IO NON MI ACCORGO DI QUESTO MIO FILM PIRATATO IN RETE, non succede niente, perché devo essere io a dirlo all’AGCOM. Ora sono molti i detentori di diritti di migliaia di film che non si accorgono chei loro film sono proiettati su internet senza il loro consenso e non accorgendosi non fanno alcuna azione. Io penso che alla fine l’AGCOM se la prenda con tutti quei pochi siti che proiettano migliaia di film duplicati illegalmente guadagandoci perchéèèè vendono banda larga o qualcosa del genere.

Quindi se uno individualmente vuole vedere illegalmente quel tipo di film lo può sempre vedere e farlo vedere ai propri amici.

Tra l’altro se poi l’AGCOM se la prende con un sito non è in maniera poliziesca ma avviene un contraddittorio per cui il sito può sempre presentare ricorso.

 

 

 

3 – IL COMUNISMO ECOLOGICO

IL NUOVO COMUNISMO DELLA CONDIVISIONE

Il futuro dovrà fare i conti

Con le risorse limitate del pianeta

Con l’inquinamento

Con i cambiamenti climatici

Aumentando di fatto i controlli sopranazionali

Il consumismo e la spazzatura

La raccolta differenziata

E la regolamentazione delle attività

Le polveri sottili e la deforestazione

Se non vogliano distruggere il pianeta

Bisognerà pensare a consumare di meno

E ad essere più austeri

Il capitalismo dovrà investire

Sulle energie rinnovabili

Solo se tutti consumeranno di meno,

solo se ci sarà un controllo demografico

ci sarà la possibilità di sopravvivenza

ma l’umanità dovrà fare a meno di combattersi

e instaurare una sorta di comunismo ecologico,

dove le risorse verranno condivise

e si troveranno soluzioni razionali

grazie alla cooperazione

Il comunismo ecologico non ha niente a che vedere

Con le teorie marxiste sulla classe operaia

Si basa invece sulla condivisione sopranazionale della

risorsa terra in maniera tale da evitare la sua

distruzione

Sullo scambio eguale tra paesi

Sulla distruzione della guerra

E su una economia più sociale

In cui siano difesi l’ambiente e il lavoro.

 

5 – LA GRADUATORIA (lungometraggio)

Siamo di fronte alla pubblicazione della graduatoria per posti da insegnante.

Bruno si è classificato al 7° posto nell’abilitazione di Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, ma le cattedre nei prossimi due anni si libereranno con difficoltà essendo la materia poco insegnata.

Nella provincia ci sono in tutto sette cattedre e tutti i sette professori sono giovani e godono di ottima salute. E qui a Bruno viene un’idea diabolica. Intanto prende dati che inserisce al computer sui primi sei concorrenti della graduatoria, investiga sulla loro vita privata, in questo modo viene a sapere di ognuno i problemi presenti, si inserisce nella loro vita al punto da deviarli dall’idea dell’insegnamento e uno di questi in un fortuito incidente ci rimette le penne, poi li fa conoscere e interagire tra di loro in maniera tale che si eliminano a vicenda.

Ormai non ha più ostacoli davanti, però riesce a sapere al Provveditorato che l’ufficio di controllo della graduatoria vorrebbe togliergli 9 punti retrocedendolo al 12° posto. Piuttosto contrariato e incazzato visita l’ufficio, si studia i percorsi dell’impiegata addetta al controllo e l’attende in un pomeriggio mentre questa fa lavoro straordinario, c’è poco personale in giro, in un angolo buio del corridoio le fa lo sgambetto perché quella camminava sempre velocemente come un automa. La donna cadde rovinosamente a terra e finisce in ospedale. Il lavoro viene interrotto per mancanza di un altro impiegato che la sostituisca e sempre in un pomeriggio in cui c’è ricevimento del pubblico entra nella stanza vuota, chiude la porta a chiave dall’interno e con calma individua il suo fascicolo, se lo studia attentamente, mancherebbe un documento, ne prende uno di similare in un’altra pratica e lo piega mettendolo in tasca, riapre silenziosamente la porta della stanza ritorna sui suoi passi, non prima di aver messo tutto in ordine, Falsifica il documento e due giorni dopo lo ripone nel fascicolo personale.

Dopo un mese il decreto della graduatoria passa indenne il controllo senza modifiche di punteggio e Bruno si felicita con se stesso, ormai la graduatoria è diventata un atto definitivo, non ci sono ricorsi e quindi a tutti gli effetti di legge è efficace. Difatti lui è il primo della lista perché gli altri sei anche se nominalmente sono davanti a lui non possono nuocere.

Gli basterebbe che in questi due anni si liberasse un posto, comincia a spiare i sette titolari di cattedra, li pedina, incrocia le loro vite parallele e decide di scegliersi una “vittima” escludendo gli altri sei, anche per il fatto che insegna nella scuola più vicina a casa sua. Costei è una giovane donna che sta vivendo una delusione d’amore, come un perfido Faust le si avvicina, la seduce e poi l’umilia abbandonandola al punto che l’insegnante perdendo completamente la sua autostima si trova in una situazione di prostrazione e depressione che la spinge al suicidio.

Bruno senza alcun rimorso si dimostra contento per essere riuscito nel suo scopo.

Dopo qualche tempo viene chiamato e formalizzato il suo incarico, è al massimo dell’euforia.

La sera stessa torna a casa dopo il primo giorno di scuola come insegnante deciso a festeggiare con sua madre, che vive con lui, il suo incarico. Trova la porta di casa semichiusa e mentre chiama sua madre la ritrova riversa sul letto senza vita, non è una morte naturale, si scopre difatti che è stata assassinata. Un ispettore indaga, Bruno ha paura, viene messo alle strette, alla fine si autoaccusa dell’omicidio.

L’ambiente è grigio e piovoso d’una città di provincia del nord, il tono del racconto dovrà mantenersi tra il faceto, l’assurdo con una vena di profonda solitudine.

 

 

 

3 – LA TRASVERSALITA’ ECOLOGISTA

Oggi mi viene sta riflessione FILOECOLOGISTA:

Cosa significa per gli ecologisti essere collocati a sinistra politicamente parlando rispetto al concetto dI trasversalità, sono due tesi opposte e inconciliabili, la trasversalità potrebbe portare a sostenere governi di centrodestra (vedi Saarland) magari per dare un’impronta verde alla politica conservatrice, ma potrebbe essere anche una copertura “ecologista”, a un governo conservatore e tradizionalista –

Ma oggi esiste ancora questa differenza tra destra e sinistra rispetto ai grandi problemi sociali, a come risolverli.

L’inquinamento non è ne di destra ne di sinistra è semplicemente una questione emergenziale CHE SI CONIUGA PERO’ CON LA QUALITA’ DELLA VITA che è una priorità nettamente progressista rispetto all’ideologia del mercato, senza contare che a volte la bellezza e il senso estetico si scontrano con l’ignoranza e l’indifferenza. Questo non vuol dire automaticamente che la destra sia mercato e la sinistra, stato, che la destra non abbia gusto e la sinistra, sofisticata, sarebbe una semplificazione un po’ balorda.

La trasversalità ecologista riguarda l’acqua, l’aria, la terra, l’alimentazione. Le malattie aumentano anche se i soliti “negazionisti” dell’affarismo becero che conquista molte posizioni politiche, affermano che non c’è nessuna prova a supporto di questa tesi. Questa opinione che mi ricorda in chiave grottesca certo positivismo d’accatto, per cui se non ci sono ancora morti bisogna che si manifestino per prendere provvedimenti e quindi   solo il disastro avvenuto costringe a reazioni, calza alla grande per tutti gli speculatori presenti nel territorio per arricchirsi quasi sempre con soldi pubblici, i quali minimizzano gli effetti negativi e plaudono attraverso l’ausilio dei max media, ai benefici collettivi e quindi aumenti di posti di lavoro, che si hanno per l’aumento di infrastrutture tipo bretelle, ponti, terze corsie, cemento armato contro i panorami disarmati, palazzi Export, Grande Velocità che stanno di fatto distruggendo il territorio e aumentando le esondazioni e i disastri che per questi speculatori sono sempre di origine naturale. Sembra che la ripresa economica passi attraverso queste grandi opere, e quindi l’aumento di capitalismo (auspicato da tanti per il benessere collettivo) dipende dai mega progetti pubblici quasi che le infrastrutture invece di essere strumenti di un capitale circolante con i suoi prodotti, diventi il fine di uno sviluppo capitalistico-statale.

Cmq bisogna convivere cn questo sfracello operato da speculatori privati in combutta con politici rampanti in nome di quello che si chiama modernismo? Ti dicono: bisogna rimodernare altrimenti si rimane indietro, le infrastrutture sono necessarie e poi diventano un volano per l’economia (l’econotua casomai!) che altrimenti diventa stagnante, insomma se non ci sono soldi pubblici qua non parte niente, è una confessione di impotenza autonoma del Capitalismo rispetto allo Stato che lo protegge e lo tiene in piedi, è diventato anche uno schema dove si combinano affari, finanza, progresso e falsa attenzione all’ambiente e fuori da questo schema si è considerati dei devianti pericolosi che vogliono distruggere il Paese Italia, non importa che in questo business entri la mafia (che entra guarda caso in tutto ciò che è pubblico) un male necessario da conviverci – ha detto qualcuno, e che così aumenti anche il deficit pubblico (un altro male necessario da conviverci) ogni tanto bisogna fare qualche manovra restrittiva verso la gente per rassicurare l’Europa che il deficit è sotto controllo, non importa che si verifichino sempre più malattie e spese sanitarie relative all’inquinamento per cui lo Stato spende di più di quello che riceve, creando altro deficit pubblico aggiuntivo, non importa che si rovini il paesaggio turistico ( i tanti bei luoghi d’Italia che spariscono a poco a poco grazie ad una bretella che si staglia nell’orizzonte infinito delle campagne): “business is business, il business uber alles…e non rompete il cazzo stronzi ecologisti, lasciateci lavorare che dobbiamo guadagnare, frignoni e un po’ cojoni… anzi completamente”.